Berlino 2020: i giorni dell’enfasi

Un’Italia competitiva su pista, dopo Berlino, punta dritta verso Tokyo 2020.

 

 

«Che Italia!». Perdonateci, per questa volta, la banale introduzione, lo scontato slogan atto a esaltare cinque giorni entusiasmanti vissuti a Berlino dentro l’ovale del Velodrom situato in Paul-Heyse-Straße. Non conosciamo altro modo per caratterizzare al meglio i risultati ottenuti dalla spedizione della nazionale guidata da Villa e Salvoldi, e quindi ci tocca semplificare nella maniera più diretta possibile cercando di far passare il concetto.

Avessimo usato l’estenuante «il cielo è azzurro sopra Berlino» – e quante volte lo abbiamo sentito ripetere durante le telecronache di questi giorni – allora avreste avuto tutto il diritto di lasciar perdere, di non proseguire con la lettura passando oltre, lanciandovi magari in gesti di stizza o persino criticare aspramente il nostro modo di operare, scrivere, analizzare, approfondire. Eventualmente, preservatevi il severo giudizio per un’altra volta perché oggi è il momento di enfatizzare quello che l’Italia è riuscita a fare nei mondiali su pista.

E anche se sono passate oramai più di settantadue ore dalla chiusura degli eventi, quello che è accaduto è ancora fresco e lo sguardo non va solo a quello che ci siamo messi alle spalle, ma serve a scrutare l’orizzonte in direzione Giappone, verso i Giochi Olimpici di Tokyo.

Sei medaglie, il doppio rispetto a dodici mesi fa in Polonia: un oro, due argenti e tre bronzi, più un quarto e due quinti posti che valgono come una medaglia – sì, lo abbiamo detto che eravamo in vena di frasi fatte, ma d’altronde sono giorni complessi un po’ per tutti, ce lo perdonerete.

Dei sei metalli preziosi, tre arrivano da specialità olimpiche, e anche se potrà essere difficile confermare o migliorare i risultati tra qualche mese in Giappone, intanto restano un buon punto di partenza. O forse dovremmo definire i giorni di Berlino come il penultimo passaggio sul traguardo prima dell’arrivo, a pochi mesi dal compimento finale del quadriennio che porta a Tokyo 2020. Per quello che verrà dopo, invece, ci penseremo da agosto in avanti: le basi per crescere ulteriormente sono state poste.

Record, talenti, giovane età

©UCI, Twitter

L’età è dalla nostra o, se preferite, dalla loro. Parlando solo dei medagliati: Filippo Ganna ventitré anni e mezzo, Letizia Paternoster ne compirà ventuno pochi giorni prima del prestante campione del mondo dell’inseguimento – luglio, mese di nascita florido per la pista. Jonathan Milan è nato nel mese di ottobre del 2000 ed è entrato in punta di piedi per cambiare ruolo, da riserva della riserva a valore aggiunto: titolare in semifinale, poi in finale nella gara a squadre, infine finalista per il bronzo nella gara individuale dopo aver sorpreso tutti nelle batterie.

Una di quelle crescite esponenziali che di solito celano un predestinato. Di recente, Jvan Sica, autore di numerosi libri di letteratura sportiva, ha parlato di Minotauri per definire quegli atleti «devastanti, feroci, veloci, possenti, inarrestabili e mitologici perché prototipi di un nuovo che stiamo solo adesso conoscendo». Sica si riferiva, tra gli altri, a van der Poel e Håland, ma se osserviamo Ganna e Milan sembra che questa definizione calzi a pennello su entrambi.

Poi c’è Miriam Vece, ne parleremo in maniera approfondita nelle prossime settimane perché merita di essere conosciuta: ventitré anni li compirà a breve e intanto fa la storia della velocità in Italia. Francesco Lamon lo guardi e sembra un veterano di lunghissimo corso: ma ha solo ventisei anni. Con lui Michele Scartezzini (ventotto anni) e Simone Consonni (ventisei anni li compirà a fine stagione) sono i leader di questa Nazionale per esperienza e palmarès, insieme al non-medagliato Viviani. E poi c’è Elisa Balsamo, la quale ha compiuto ventidue anni due giorni prima di andare a medaglia nella Madison, arrivando a Berlino non al meglio della forma.

©UCI, Twitter

E poi ci sono i record. Del mondo come quello di Filippo Ganna, il fuoriclasse di questa squadra e non solo. E quelli italiani, ben cinque, tre nelle altre prove dell’inseguimento, più l’importante contributo di Miriam Vece a questa spedizione, avendo stablito le migliori prestazioni italiane nei 200 metri lanciati e nei 500 metri da fermo. Giovane e vigorosa, Miriam Vece è un puntino nero che spunta sull’enorme schiena del settore della velocità. Quello che esalta paesi come Olanda e Germania, che costringe Gran Bretagna e Francia a fare gli straordinari per inseguire qualche briciola, che vede i paesi asiatici capaci di sferrare colpi con atleti dal talento indiscusso e che hanno un’enorme cassa di risonanza nel proprio paese, come “Sara” Lee di Hong Kong –  puntava all’oro, ma soccombe alla bruta forza teutonica – oppure il malese The Rocket Pocket Man Awang, autentici idoli assoluti nei paesi di provenienza.

E poi c’è il talento, come quello di tre ragazzi capaci di conquistare due medaglie a testa: Ganna, Consonni e Paternoster, che saranno i nostri alfieri fra qualche mese a Tokyo; insieme a Viviani, unica stecca della spedizione, ma ne parleremo più in giù. Giovani che crescono, squadra che migliora, prestazioni abbattute, grinta, classe, eleganza, esperienza che matura manifestazione dopo manifestazione, capacità di preparare l’appuntamento che conta – spesso un problema per lo sport italiano. Un movimento che, come sempre, cerca di fare il massimo con mezzi e infrastrutture che non sono paragonabili a quelli di altre nazioni. Un movimento ormai nell’élite mondiale grazie al lavoro dei tecnici, della Federazione – a proposito: aver potuto usufruire degli stage a Montichiari sta portando buoni frutti? Chi l’avrebbe mai detto! – ma anche grazie a un periodo storico favorevole che permette di avere tanti giovani di qualità cresciuti alle spalle di Viviani: Ganna, Consonni, Milan, Paternoster, Balsamo, Vece, cercando di non dimenticare Confalonieri, Fidanza, Barbieri, Bertazzo, Scartezzini, Lamon, Plebani, tutti protagonisti in questi anni. Chi seguiva la pista nei periodi bui del primo decennio dei duemila stenta a crederci.

Ganna e Milan: presente e futuro dell’inseguimento, ma non solo

©Federciclismo, Twitter

L’oro di Filippo Ganna non è stato qualcosa di grande solo per noi osservatori – o tifosi, mettetela come volete – italiani; ma, stando alle cronache che arrivavano direttamente dal velodromo berlinese – a tale proposito, vi invito a leggere il simpatico diario tenuto da Marco Grassi di Cicloweb direttamente dalla capitale tedesca -, è stato accolto da tifosi, stampa, appassionati come uno dei risultati di maggiore rilievo dell’intera manifestazione.

Standing ovation, occhi sul cronometro, cronisti in visibilio – soprattutto in batteria, quando Ganna stabilisce il nuovo record del mondo. Tutto ciò nonostante l’inseguimento individuale non sia più specialità olimpica (CIO e UCI: siete folli!), ma si capisce come resti un punto di riferimento assoluto per gli eventi endurance della pista. Oltre a essere, indubbiamente, quella di più facile lettura per un profano e quindi, a sua volta, dalla grande forza attrattiva.

Ganna, in semifinale, fa segnare un virtuoso 4’01″934: nuovo record mondiale. E pensate che solo quattro anni fa vinceva il titolo con 4’16”141. L’inseguimento è una delle specialità che si evolve più velocemente: cambia corredo genetico con velocità quasi inspiegabile e un’epoca potrebbe durare al massimo una o due stagioni. E invece Ganna è in cima al mondo da diverso tempo, lui che di anni, lo abbiamo accennato, ne deve ancora compiere ventiquattro. Entra nella storia della pista, diventerà leggenda, cercherà la medaglia a Tokyo: poi magari un altro titolo mondiale e il Record dell’Ora e magari vorrà essere il primo ad abbattere il muro dei quattro minuti, prima di potersi trasformare su strada in qualcosa che al momento sembra strano anche solo dirlo o pensarlo.

©UCI, Twitter

Poi c’è l’evoluzione della specie che cogli guardando la gara a squadre, ammirando i marcantoni danesi che sembrano degli dèi non fossero infilati in quella che forse è la più brutta divisa fra tutte le nazionali presenti. 3’44″672 il loro tempo: perdonateci se usiamo il termine pazzesco. L’Australia vinse il titolo, nel 2019, con 3’48”12 e già quella volta, si diceva, sembrava trattarsi di un tempo stratosferico, inarrivabile, l’ingresso in una nuova era.

La nazionale di Villa chiude in semifinale con 3’46″513, la seconda prestazione di sempre al mondo; poche ore dopo diverrà la terza, un dato che riflette la crescita se pensiamo a soli dieci anni fa quando in Italia si girava con tempi intorno al 4’08”/4’10”, e poco prima sembrava di vederli andare forte quando chiudevano intorno ai 4’20”/4’22”. Quel tempo, però, varrà “solo” l’accesso alla finale per il bronzo a causa di un regolamento un po’ naïf.

I progressi fatti dalla squadra di Villa fanno pensare che a Tokyo si dovrà puntare alla medaglia. Esageriamo e diciamo che l’oro potrà essere alla portata: si proverà a recuperare l’infortunato Bertazzo, oltre a Plebani non al meglio in questi giorni; si potrà inserire Viviani, mentre Ganna, Consonni e Lamon sono punti fermi e forse ci sarà modo, spazio e tempo di avere Milan in anticipo di un quadriennio – su di lui Villa puntava per il prossimo ciclo, ma potrebbe essere buttato subito nella mischia. Il problema subentra quando qualcuno dei sopracitati dovrà restare fuori: le scelte per ogni nazionale restano limitate a causa di un regolamento restrittivo sui posti disponibili e l’Italia, fino a prova contraria, potrà convocare cinque uomini per la pista più un sesto, Ganna, che si misurerà nella prova su strada. Ganna, Consonni, Viviani, Milan, Bertazzo, Lamon: saranno questi?

Su Ganna abbiamo già detto di tutto e appare quasi superfluo aggiungere che, numeri alla mano, diventa il più grande, o uno dei più grandi, inseguitore italiano di tutti i tempi in una specialità che ha esaltato gente come Coppi, Messina, Faggin, Bevilacqua, Moser. E allora due parole le spendiamo per Jonathan Milan. Il classe 2000 friulano è stato il secondo classe 2000 a conquistare una medaglia mondiale, bruciato di qualche ora da Thomas Cornish – bronzo col terzetto australiano della sprint a squadre – ma anticipando di pochi minuti Corbin Strong. Tutti però battuti sul tempo. Non poteva essere altrimenti, vista la sua specialità, dalla velocista tedesca Lea Friedrich, classe 2000, una delle protagoniste assolute di questo mondiale e, insieme a Hinze – o alla delusa Grabosch – perfette eredi del sacro binomio Welte-Vogel: sacro per un movimento della velocità femminile che in Germania non tramonta mai; la capacità di produrre velocisti per i teutonici sembra la facilità con la quale dalla Colombia arrivano altalenanti scalatori.

Un prodotto meraviglioso raccontate male, se non peggio

©UCI, Twitter

Cerchiamo di non perdere il filo, anche se resta complicato vista la quantità di eventi condensati in pochi giorni per una disciplina, la pista, che resta la più divertente e a tratti forse anche sottovalutata del ciclismo. Spettacolare, colorata, veloce, meriterebbe di certo maggiore attenzione. Ma se nemmeno l’UCI fa nulla per raccontare meglio e in maniera completa gli eventi, noi non possiamo che adeguarci criticando e alzando le mani di fronte a scelte inadeguate. Ci spieghiamo meglio. Le corse su pista, in eventi come il Mondiale, vengono disputate su due sessioni denominate diurne e serali. La sessione “diurna”, a parte domenica, l’ultimo giorno di corsa, resta misteriosamente, ancora una volta, “al buio”, sotto traccia, senza immagini in diretta; ed è così che nessuno, se non i presenti sul luogo, sono riusciti a vedere il primo record del mondo della Danimarca, le due prove eccellenti di Ganna, Lambie e Dygert. Al buio le batterie di qualificazione di keirin maschile e quelle della velocità. Ci siamo persi due prove su quattro dell’omnium, sia maschile che femminile: la tempo race – gara sui generis, pressoché inutile e ridondante – e lo scracth.

Non abbiamo avuto modo di vedere le difficoltà di Viviani sin da subito per capire che la gamba non era certo quella dei giorni migliori, così come al buio è rimasta l’ispiratissima corsa di Yumi Kajihara che riporta il Giappone sul gradino più alto di un podio mondiale dopo diverso tempo e non abbiamo potuto assistere nemmeno al momento saliente dell’omnium, specialità che, ricordiamo, vedremo ai giochi olimpici e che per l’UCI ha una certa importanza. Lo dimostra il fatto che sia stato pure ridotto e modificato il format per renderlo più breve e appetibile dal punto di vista televisivo. L’episodio a cui ci riferiamo è la scorrettezza – o presunta tale – nella prova dello scratch da parte di Kirsten Wild, con conseguente declassamento della favorita olandese che ha mandato a terra altre pretendenti alle medaglie.

Tutto ciò resta, da anni, un mistero. Soprattutto in un epoca mediatica e televisiva come questa, dove è possibile trasmettere in diretta praticamente di tutto. E poi, che dire delle immagini che arrivavano a casa? Intertempi sbagliati nella prova a inseguimento, la finale di Ganna è stata “al buio” a livello di cronometraggio per il primo chilometro, nella corsa a punti femminile l’ultimo giorno il conteggio dei giri era sballato. Anche se il “capolavoro” lo raggiungono nella gara dello scratch maschile: qui la regia va in totale confusione dopo che Karaliok e Mora partono in caccia e guadagnano il giro; al loro inseguimento si lancia un altro gruppetto – con dentro Consonni – e quindi lo sprint è sì caotico, come da routine, ma la regia ci mette del suo inquadrando corridori staccati e defilati, che arrancano, che chiudono il gruppo, cambiando immagine, in totale confusione, come se stessimo guardando la clip di qualche artista sperimentale. Il tutto quando sarebbe bastato semplicemente inquadrare il rettilineo d’arrivo.

E riecco Consonni

©Federciclismo, Twitter

Ripartiamo a parlare di medaglie e in particolare di un corridore che trasmette, da anni, un certo fascino su chi scrive fino a considerarlo persino uno dei maggiori talenti del ciclismo italiano. Simone Consonni è un corridore che su strada non ha ancora espresso il suo massimo valore, nonostante si distingua per essere altruista, abbastanza completo, scaltro, veloce: un gran lavoratore, si sarebbe detto una volta. Diverso il discorso per quanto riguarda la pista: con i fisiologici alti e bassi resta tra i più forti in assoluto in Italia e se la gioca ancora al di fuori dei nostri confini.

Lo scorso anno arrivò in Polonia palesemente indietro di condizione e le prestazioni non lo aiutarono, poi il risultato nell’inseguimento a squadre condizionò pesantemente anche la sua consapevolezza e il suo morale. Dodici mesi dopo, invece, è proprio nella prova dell’inseguimento a squadre che finalmente si vede quel Consonni attraente, attento, preciso, fluido, capace di dare il suo contributo alla causa – insieme al solito Lamon, non ci dimentichiamo di certo di lui -, allo straripante Ganna e all’effervescente Milan. Ma il capolavoro il bergamasco lo fa nello scratch: una medaglia d’argento che ripaga la sua crescita e il suo stato di forma e diventa la quinta medaglia mondiale in carriera – che inizia a essere un bottino di tutto rispetto. Ai Giochi lo vedremo prendere il via nell’inseguimento a squadre, dove sarà pedina fondamentale; e poi, presumibilmente, parteciperà anche alla madison.

Ecco, la prova dell’americana – o madison -, una volta fiore all’occhiello del nostro movimento, resta una specialità dove siamo ancora un po’ indietro rispetto alle nazioni più forti. Forse un po’ spento e scarico, più passavano i giri e più Consonni lo si vedeva faticare e peggiorare rispetto a Viviani, tutt’altro che al meglio della forma. Certo, è stata una madison particolare: i danesi Lasse Norman Hansen e Micheal Mørkøv hanno annichilito gli avversari, tirando il collo a tutti, strapazzandoli dal secondo sprint in poi; dopo essere andati a caccia per una trentina di giri consecutivi, infatti, il biondo duo si è portato in testa alla classifica forti dei punti guadagnati, e non paghi hanno quasi sempre fatto gara di testa dopo aver rifiatato per una dozzina di giri, finendo per lasciare le briciole alla concorrenza. Avversari che portavano nomi prestigiosi: van Schip a guidare l’Olanda, il duo detentore del titolo Reinhardt-Kluge, senza dimenticare la Nuova Zelanda, squadra in crescita, la Francia di un ispiratissimo Thomas, Spagna, Italia, Australia, Gran Bretagna. Insomma, una madison dai contenuti altissimi. Di più, forse, era complicato fare per l’Italia. Esistono margini di miglioramento? Crediamo di sì. Il problema è che ci sono anche per le nazionali concorrenti e quindi smorziamo subito le aspettative dicendo che per andare a medaglia a Tokyo, in questa gara, servirà qualcosa in più che una coppia in grande forma.

Eleganza, classe talento: Letizia Paternoster

©Federciclismo, Twitter

Quello che Ganna rappresenta per il movimento maschile, Paternoster lo è per quello femminile. Giovane, ma già leader, nonostante a guardarla non penseresti mai che in pista possa essere capace di azzannare ai polpacci le sue avversarie, di inventarsi corse come quella dell’omnium, dove, tra eliminazione e corsa a punti, costruisce una splendida rimonta che le vale l’argento, e poi nella madison dove conquista, in coppia con Elisa Balsamo, il bronzo.

L’americana è stata la gara più spettacolare dell’intera rassegna iridata e va dato merito anche alle ragazze italiane, in particolare alla trentina, per come si sono mosse. Arrivata a questa rassegna iridata in forma ottimale, sia dal punto di vista fisico che del morale, Paternoster appare ancora più spietata dello scorso anno, un anno in più sul groppone che per forza di cose non si fa sentire solo per chi invecchia e scrive, ma che dà, ai protagonisti della pista, quelle certezze in più che si tramutano in esperienza, colpo d’occhio, tempismo.

Ora, per proseguire questo incredibile percorso di crescita, manca solo il titolo iridato, o magari l’oro a Tokyo, considerando, poi, che lei è l’unica italiana ad aver conquistato due medaglie in specialità olimpiche. Da andare fieri, da gonfiare il petto. Con la sua presenza scenica, il suo talento, quelle gambe che si muovono velocemente sul parquet e non temono rivali, attraverso i risultati potrebbe caricarsi sulle spalle il movimento e lanciarlo anche dal punto di vista mediatico, un po’ come succede nel biathlon con Dorothea Wierer.

©UCI, Twitter

Parlavamo del tempo che passa e dell’anno in più che regala esperienza alla trentina, ma il rammarico, guardando il tempo che si fa spazio nella nostra traballante quotidianità, è che purtroppo il dualismo Paternoster-Wild prima o poi finirà. Kirsten Wild, con i suoi diciassette anni in più, smetterà di fare miracoli prima o poi, cessando il suo essere il punto di riferimento delle discipline di endurance – passando probabilmente il testimone alla giovane rivale – e le due, purtroppo, smetteranno di corrersi contro.

A Berlino va in scena un altro meraviglioso capitolo della loro rivalità. Paternoster marca quell’olandese grande il doppio di lei, fino agli spogliatoi e oltre. Sa che per il podio nell’omnium è la carta più pericolosa. In mattinata Wild aveva provocato una caduta nello scratch, togliendo di mezzo diverse favorite alle medaglie vedendosi penalizzata e declassata. Questo ha costretto l’olandese, nella corsa a punti, a prendersi determinati rischi che non sarebbero però serviti a nulla: il titolo andava in Giappone e l’argento prendeva la via dell’Italia.

Paternoster correva con classe, astuzia, gestione: un corridore completo e destinato a diventare, se la sua crescita non dovesse assestarsi a breve, una delle più grandi pistard di sempre. Di sicuro, almeno in Italia, tra le più grandi già c’è.

Miriam Vece corre veloce

©Federciclismo, Twitter

Lo scorso anno tirammo le somme intitolando il pezzo scritto subito dopo il Mondiale “Miracoli azzurri sul pianeta pista“. Le cinque medaglie di cui abbiamo parlato sopra rischiano di sembrare quasi ordinarie rispetto a quello a cui ci stiamo abitando, è vero, ma attenzione al quel quasi, perché se Ganna è un corridore come pochi ne abbiamo in Italia in qualsiasi sport, il quartetto e Consonni hanno ottenuto un premio alla loro crescita e al lavoro, e Paternoster non è poi così diversa da Ganna: la medaglia conquistata nella madison da Paternoster e Balsamo è stato un risultato poco meno miracoloso di quello di cui stiamo per parlare.

Miriam Vece non è la ragazza copertina di questo mondiale solo perché i risultati, come abbiamo visto, sono numerosi e di qualità; ma la sua medaglia pesa tanto, tantissimo. Prima medaglia azzurra nella storia della specialità dei 500 metri, dove si mette alle spalle di otto millesimi una certa Pauline Grabosch. Segniamoci il nome di Miriam Vece, perché grazie alla forza delle sue cosce e alla prestanza delle sue braccia, la piccola classe ’97 di Crema rilancia la velocità in Italia, specialità totalmente snobbata dalla Federazione nonostante il passato importante – basterebbe fare i nomi di Maspes e Gaiardoni per capire di cosa stiamo parlando.

©Pauline Grabosch, Facebook

Chiudiamo il lungo sguardo sull’Italia con i piazzamenti. Detto di Jonathan Milan che si deve inchinare nella finale per il bronzo solo al francese Ermenault, uno che, nonostante la giovane età, è al vertice della specialità da diverso tempo e ha battuto persino Ganna in un Europeo, c’è da sottolineare anche il quarto posto di Maria Giulia Confalonieri nella corsa a punti.

Lo speaker urlava e scandiva spesso a gran voce il suo nome durante la gara, vuoi perché a un tedesco deve suonare proprio bene Ma-ria-Giu-lia-Con-fa-lo-nie-ri, vuoi perché la brianzola è stata a lungo protagonista di diverse azioni importanti: fatto sta, però, che al termine di una corsa equilibrata per lei è arrivato un beffardo quinto posto, a causa dei punti guadagnati nel finale da Stenberg all’ultimo giro (bronzo con trentatré punti contro i trenta dell’italiana) e da Zalibenskaya al penultimo sprint (quarto posto a quota trentuno). Confalonieri si gioca un posto nei prossimi mesi in vista dei Giochi. Anche qui c’è da capire quanti posti saranno disponibili per l’Italia: la corsa a punti non c’è e vederla nella madison in coppia con Paternoster appare complicato; la scelta potrebbe ricadere su Balsamo, che verrà schierata anche nel quartetto dell’inseguimento.

©Federciclismo, Twitter

Nella prova a squadre dell’inseguimento, l’Italia al femminile cresce nonostante gli acciacchi, ma almeno quattro nazionali appaiono fuori portata; ma non poniamo alcun limite alla maturazione di questa squadra, arrivata con diverse atlete non al meglio come dimostrato dalla corsa prova individuale – Valsecchi sedicesima ma con record italiano e Cavalli diciannovesima e doppiata in gara dal puledro Chloé Dygert.

Infine, agrodolce il quinto posto di Martina Fidanza, la più giovane del gruppo femminile (novembre del ’99). Stavolta resta in piedi nella sua gara, lo scratch, a differenza di dodici mesi prima, ma si deve accontentare di un piazzamento. Si deve accontentare per forza di cose, chi gli finisce davanti è il meglio, o quasi, della specialità: Wild, Valente, Martins, Trott. Il futuro la chiama a un salto di qualità possibile, probabile, visto il talento. All’apparenza, pure per lei, enorme.

Note dolenti

©UCI Track Cycling, Twitter

Un paio di note dolenti, Elia Viviani in primis: era tra i più attesi, se non altro per l’oro olimpico e per quello mostrato su strada nelle ultime stagioni; a Tokyo dovrà difendere la medaglia d’oro conquistata nell’omnium quattro anni fa, ma al momento appare operazione complessa: il mondo si è evoluto mentre lui in questi anni ha sacrificato la pista.

La concorrenza sarà alta, complice anche la mancanza, nel programma olimpico, della corsa a punti. La brutta caduta a inizio stagione ha complicato i suoi piani: il veronese si è presentato a Berlino non nelle migliori condizioni, arrancando soprattutto nella corsa dove lui rappresenta l’élite assoluta della specialità, ovvero la corsa a eliminazione. Lì Elia, dopo aver faticato nello scratch e nella tempo race, si giocava la chance di recuperare posizioni verso il podio, ma chiudendo quinto ha abbandonato ogni velleità.

La corsa a punti, a chiudere, è vissuta tutta sul dominio di uno dei grandi nomi usciti da questo Mondiale: Benjamin Thomas. Il francese appare, in prospettiva Tokyo, l’uomo da battere senza se e senza ma, soprattutto per la “facilità” con la quale prima ha chiuso in testa lo scratch e al secondo posto la tempo race e poi, dopo essersi difeso nell’eliminazione (quarto), nell’ultima prova ha respinto gli attacchi di van Schip, Walls, Kluge e Stewart, finiti alle sue spalle esattamente in quest’ordine.

Se nelle prove di endurance l’Italia può tranquillamente ritenersi una delle nazioni faro, diverso il discorso della velocità dove, fatta eccezione per Vece – oltre alla medaglia nei 500 metri da fermo arriva il record italiano con un apprezzabile undicesimo posto in batteria nei 200 metri lanciati -, arranchiamo fino a non esistere proprio come ad esempio nel Keirin e in generale nella velocità maschile, dove è stato fatto persino un passo indietro rispetto al 2019. Difficile pensare che nel prossimo quadriennio le cose possano migliorare, a meno di un cambio di rotta in Federazione o l’improvvisa nascita di qualche talento che poi andrebbe coltivato.

Strong, Dygert, la velocità: tutte le altre gare di Berlino 2020

©UCI, Facebook

E a proposito di velocità: Germania e Olanda si sono spartite equamente tutti i concorsi. Quattro ori al maschile per gli orange, su tutti spicca Lavreysen uomo copertina di questa manifestazione con tre ori. Quattro su quattro sono i titoli anche per i padroni di casa tedeschi, anzi le padrone di casa e della velocità mondiale. Emma Hinze è la corrispettiva del gigante olandese sopracitato: conquista tre ori, “lasciando” alla connazionale classe 2000 Lea Friedriech il successo nei 500 metri. Tuttavia, se la Germania, come abbiamo detto, è storica potenza della disciplina, la crescita dell’Olanda, nel settore della velocità, andrebbe studiata e approfondita al microscopio.

Non deve passare inosservata l’impresa del quartetto americano dell’inseguimento femminile trascinato da Chloé Dygert e Jennifer Valente, quest’ultima sul podio anche nello scratch e nella corsa a punti – con due argenti – e capace di buttare via una medaglia nell’omnium arrivando penultima nell’eliminazione.

Se tra gli uomini il team danese dell’inseguimento è stato tutto potenza, un martello che ha reso l’incudine incandescente, tra le donne il quartetto americano è apparso come la sublimazione dell’eleganza, l’apoteosi del ritmo. Le ragazze a stelle e strisce hanno suonato perfettamente il loro spartito e avrebbero meritato maggiore cassa di risonanza e allora ci pareva giusto almeno catalogarle come la “squadra più elegante del mondo“.  Il loro 4’11”229 in batteria – peggiorato nella finale per l’oro di soli cinque millesimi – dista di un secondo dal record del mondo con il quale il quartetto britannico strapazzò la concorrenza a Rio 2016. A Tokyo le carte in regola per abbassare quel tempo ci sono.

©UCI, Twitter

Ma Chloé Dygert, che di quel meccanismo è il fulcro principale, non si inceppa mai e un paio di giorni dopo il record del mondo se lo prende con forza, classe, buongusto, con quel suo passo irresistibilmente sinuoso grazie al quale pochi mesi fa sbaragliò il campo nella cronometro del mondiale su strada. Anche in questo caso la sua prova risulta una delle prestazioni memorabili della manifestazione. Una “Ganna al femminile”, come viene chiamata da più parti, capace di stravolgere la storia dell’inseguimento individuale. Di una diversa categoria rispetto a tutte le altre, Dygert fa segnare il nuovo record del mondo prima in batteria e poi, impresa molto più complessa, in finale. Le due medaglie d’oro conquistate a Berlino significano, per l’americana, portarsi a quota otto titoli mondiali in carriera tra strada e pista. Ormai non fa più notizia.

Restando sull’endurance. Al maschile, protagonisti il già citato Thomas, che nell’omnium si mette dietro van Schip e Walls: i tre saranno tra i favoriti anche a Tokyo, non ce ne voglia Viviani. Poi, c’è l’oro di Corbin Strong, neozelandese classe 2000, da seguire anche su strada e capace di conquistare il titolo nella corsa a punti – per la verità una gara dal non elevatissimo contenuto tecnico e snobbata da parecchi big della specialità.

Tra le donne, invece, oltre ai due ori dell’inossidabile Wild (scratch e madison, quest’ultima corsa dominata in coppia con Amy Pieters) e alla vittoria nell’omnium di Kajihara, spicca l’ennesimo titolo per Elinor Barker, vincitrice della corsa a punti. La classe ’94 britannica, atleta meno pubblicizzata di tante sue compagne di squadra, è arrivata al suo quarto titolo mondiale dal 2014, il secondo consecutivo – nel 2019 vinse la gara dello scratch.

Nubi di ieri sul nostro domani odierno

©British Cycling, Twitter

Da capire, invece, perché alcune nazionali al vertice di questo sport siano uscite con le ossa rotte. La Gran Bretagna  raccoglie quattro medaglie: l’oro di Barker, l’argento nella sprint a squadre con il veterano Kenny che non è più quello di una volta, quello nell’inseguimento a squadre e, infine, il bronzo di Matthew Walls nell’omnium. Quest’ultimo risultato resta forse il più sorprendente, visto il campo partenti e la giovane età del ragazzo nato vicino Manchester e che difende i colori della EF Education First. Walls, tuttavia, ha già dimostrato anche su strada di essere tra i più forti e completi ragazzi della sua generazione: un nome da segnarsi per Tokyo, ma non solo.

Nubi misteriose, invece, sul progetto intorno al quartetto dell’inseguimento. Quinto posto finale dopo il settimo nelle batterie; una squadra che, oltre al capitano Ed Clancy, che in questa specialità è stato capace di conquistare cinque record mondiali, diversi titoli olimpici e mondiali, può contare su quello che viene considerato il grande erede della recente tradizione britannica della pista: Ethan Hayter. Il londinese è sicuramente una delle grandi delusioni di questo mondiale: contribuisce al brutto piazzamento dei suoi nell’inseguimento a squadre e poi è una versione fantasma di sé stesso nella madison, con un impalpabile nono posto finale. Per uno che a inizio stagione confessava di voler vincere tre ori a Tokyo e poi puntare a vincere in futuro il Tour de France, oltre a essere stato investito dallo stesso Clancy del titolo di “più forte pistard inglese di questi anni“, i risultati sono stati davvero scadenti.

Ma se la passano peggio in Australia: tre medaglie totali, una condizione approssimativa per Meyer, Welsford e le seconde punte; il quartetto dell’inseguimento apparso sfigurato, massacrato dall’Italia nella finale per il bronzo. C’è da chiedersi quanto effettivamente si siano nascosti, quanto effettivamente a Tokyo vedremo una nazionale completamente differente. Di certo, qualche domanda in Australia se la porranno, loro veri e propri maestri della pista e, da tempo, nazionale faro e dominatrice dell’ovale.

Un giorno, invece, qualcuno dovrà spiegarci perché il Belgio è sparito dalla pista in questi anni: zero medaglie a Berlino, la prosecuzione di quello visto in queste ultime stagioni. Parliamo della nazione al nono posto come ori conquistati in tutte le edizioni, davanti a USA, Svizzera, Danimarca, Russia, Giappone, Nuova Zelanda e al settimo posto come medaglie totali conquistate. Facciamo finta che sia una questione di cicli: d’altronde, pure noi ci siamo passati, in un’epoca vicina; la quale, al momento, fortunatamente sembra così lontana.

 

 

©Foto in evidenza: Uci Track Cycling, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.