Uno splendido talento della pista mai confermatosi fino in fondo su strada.

 

Quando in pista muoveva il suo talento, Cameron Meyer era una pallottola che senza alcun giudizio mieteva vittime ignare del proprio destino. Una palla pazza come quelle con cui si giocava da bambini. Poi però sull’asfalto non è mai stata la stessa cosa. È vero, ha vinto qualche breve corsa a tappe, ma di quelle dove la concorrenza non è così agguerrita, come un bowling al martedì sera o la partitella a calcetto tra amici.

L’Herald Sun del 2015 non resta scolpito nella memoria e non fa di lui quel siluro della strada capace di scardinare la cassaforte con dentro la maglia finale di un grande giro. Una sorte simile suggerisce il successo del 2011 al Tour Down Under, la più importante corsa a tappe australiana: anche qui, visti percorso e concorrenza, l’equazione non funziona. Semmai fa intendere che ci troviamo di fronte a un ottimo puncheur, di quelli capaci di attaccare e portarsi a casa un traguardo importante distendendosi lungo la strada a pochi chilometri dal traguardo, imitando ciò che sul parquet gli viene così bene. Oppure un uomo squadra, un pesce pilota, uno di quei termini di cui solo il ciclismo è così ricco e che aiutano a rendere la carriera di un corridore così poetica da raccontare.

Cammeyer non cerca la perfezione, la lascia ad altri: anche se il suo modo di stare in bici lo fa sembrare a suo agio come un animale nel suo habitat. Gli balza in testa di provare a testarsi come uomo da classifica nelle corse a tappe di tre settimane, guidato da una fame atavica che non trova consolazione, nonostante una sequela illuminante di medaglie in pista e di maglie da campione del mondo che sazierebbe chiunque. La febbre dei grandi giri per lui diventa un’infezione. Non ci sono vaccini né modo di debellarla, figuriamoci se un ragazzo australiano di questo talento si mette in testa di poter un giorno raccogliere l’eredità di Cadel Evans e vincerne uno.

Abbandona così la pista, come fosse un bastardino lasciato fuori da un canile. Nel 2013 vince il prologo al Tour de Suisse; sfrutta da pistard la sua cilindrata nei pochi chilometri contro il cronometro, perché è sempre una questione di andare più forte del vento, degli avversari, dell’ineluttabile legge del Tempo, che ci abbatte, delude, ci lascia con l’amaro in bocca: concluderà tra i primi dieci e si illuderà di poter provarci al Tour de France.  Dopo il 130° posto finale nella Grand Boucle di quell’anno (suo miglior risultato in un grande giro) sembra guarito; il ragazzo di Perth capisce che è meglio scegliere un’altra strada, tornare indietro sui suoi passi e ripercorrere le meno impervie vie delle vittorie parziali, della locomotiva, dell’uomo squadra capace di stare migliaia di chilometri all’anno con il vento in faccia. Correrà in carriera solo altre tre grandi corse a tappe, senza concluderne una: l’ultima volta la Vuelta nel 2015.

Nel 2014 vince ancora una tappa al Giro di Svizzera, al termine di una lunghissima fuga tra le Alpi del sud. Il 2015 lo vede partire alla riscossa, vince in Australia, ma poi la stagione si trascina debolmente come un malato di stenti, fino alla metaforica caduta nella cronometro della Vuelta che gli costerà la frattura della clavicola.

Il 2016 pone fine alle sue sofferenze: dopo pochi mesi con la sua nuova squadra Cammeyer dice basta:

“Non riesco ad allenarmi per essere al livello del World Tour, per me è meglio prendere una pausa da questo mondo”.

Tornerà in pista a macinare risultati, medaglie, maglie iridate e seigiorni; questo è il suo vero habitat: di nuovo trasformato da un pulcino in un pollaio a elegante fiera bramosa di successi.

L’anno seguente, infatti, prima di legarsi nuovamente al gruppo che lo ha portato tra i professionisti (l’ex Orica, oramai Mitchelton- Scott), rimpolpa di successi l’attività su pista prendendosi il lusso di scendere ogni tanto in strada con la maglia della sua nazionale e di vincere anche una piccola corsa di un giorno in Belgio, mostrando qualità persino nelle corse del Nord. Il 2018 lo lancia alla rincorsa del suo grande obiettivo: Tokyo 2020. Attività su strada quanto basta per prepararsi ai mondiale di Apeldoorn dove fa sua la corsa a punti con una facilità a tratti imbarazzante.

All’alba di questo nuovo anno, Cameron Meyer insegue un successo al Tour Down Under lanciando di nuovo la sfida al tempo che passa: “Ho trent’anni, sono ancora giovane, ma niente più corse a tappe per fare classifica: correrò in supporto dei miei capitani e per alzare il mio livello per le corse in linea, i traguardi parziali e per il mio grande obiettivo: Tokyo 2020”. Nel frattempo, terzo nei campionati australiani sia a crono che in linea, è ritornato a essere quella pallottola ad espansione capace di esplodere da un momento all’altro.

 

Immagine copertina: Cameron Meyer, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.