Quando oltre tredicimila ebrei vennero stipati nel Velodromo d’Inverno di Parigi.

 

 

Piuttosto che lasciarla marcire, la Salle des Machines avrebbe potuto ospitare un bel velodromo: perché no?, si chiedeva infatti Henri Desgrange nel 1902. Dopo aver fissato svariati record in pista, tra i quali spicca il Record dell’Ora del 1893, nel 1900 Desgrange venne chiamato alla direzione de L’Auto, giornale francese che stava vivendo un periodo d’aspra competizione con Le Vélo, che all’epoca già organizzava due classiche come la Parigi-Brest-Parigi e la Parigi-Bourdeaux. Nel 1903, per provare a invertire la tendenza, Desgrange riprese un’idea di un redattore del giornale, Géo Lefèvre, e diede vita al Tour de France. Ma in quel giorno del 1902, quando stava visitando lo stabile che stava marcendo, Desgrange non pensava al Tour de France: bensì, a come rendere utile quell’edificio. Era stato costruito per l’Esposizione Universale del 1900, ma dopo l’evento era rimasto inutilizzato. Uno spreco, considerando che si trovava a due passi dalla Torre Eiffel. Quel giorno con lui c’erano tre persone: Victor Goddet, il tesoriere del giornale; un ingegnere, tale Durand; e un architetto, Gaston Lambert. Fu proprio Lambert a prendere la parola. «Henri», disse rivolgendosi a Desgrange, «l’idea di un velodromo è tutt’altro che sbagliata, sai?».

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Su una pista lunga trecentotrentatré metri e larga otto, i pistard viaggiavano lisci come l’olio. I lavori durarono appena venti giorni e al primo evento assoluto affluirono circa ventimila persone. Il costo dell’ingresso variava dai sette franchi per i posti migliori a un franco per i peggiori, dai quali non si vedeva praticamente niente. La prima corsa ciclistica organizzata nel velodromo fu un dietro-derny e vinse tale Cissac. Tuttavia, nel 1909 venne deciso che la struttura doveva essere demolita affinché niente intralciasse la vista della Torre Eiffel. La struttura venne allestita nuovamente poco più in là, all’angolo tra boulevard de Grenelle e rue Nélaton. La pista era più corta, ma lo spettacolo era assicurato e in breve tempo nessuno ricordava più lo spostamento del velodromo. Gli venne dato un nome evocativo: Vélodrome d’Hiver, il Velodromo d’Inverno.

Il velodromo, Parigi e il momento storico si amalgamarono talmente bene da attirare l’attenzione di centinaia di migliaia di persone. C’è chi avrebbe venduto l’anima al diavolo, per godere della stessa fama e dello stesso charme che contraddistingueva allora i pistard. Le leggende sulle loro corse e sulla loro vita privata si sprecavano, così come le storie incredibili che si narravano riguardo alle Sei giorni. Nel Vélodrome d’Hiver si tennero anche alcune delle prove delle Olimpiadi del 1924: eventi di boxe, scherma, sollevamento pesi, lotta. Perfino Hemingway, nei suoi anni parigini, era una presenza assidua del velodromo. «Il Vélodrome d’Hiver con la luce fumosa del pomeriggio e la pista di legno dalle sponde alte e il suono sibilante delle gomme sul legno mentre passavano i ciclisti, lo sforzo e la tattica mentre salivano e si tuffavano, ognuno una parte della sua macchina», scrisse una volta. «Ho iniziato molte storie sulle corse in bicicletta, ma non ne ho mai scritta una tanto bella quanto le corse su pista e quelle su strada».

L’epoca d’oro del Vélodrome d’Hiver finì nell’estate del 1942, in quel periodo così tragico in cui venne cambiato per sempre il destino di molte cose – e di molte persone, soprattutto. Fin dal 1940, l’anno in cui la Francia venne messa in ginocchio dall’esercito nazista, il paese era spaccato in due: la parte settentrionale occupata dai tedeschi; quella centro-meridionale, invece, confluì nella Repubblica di Vichy, dal nome della cittadina che si vedeva obbligata ad ospitare il governo del maresciallo Pétain. Gli ebrei francesi vennero censiti a partire proprio da quell’anno, dal 1940: loro nomi e i loro indirizzi erano catalogati nel dossier Tulard (dal nome del suo creatore, André Tulard). In breve tempo, i funzionari tedeschi si resero conto di una cosa: i francesi non avevano problemi a partecipare e a promuovere in prima persona delle retate contro gli ebrei.

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A Parigi, il 12 luglio del 1942, partì l’operazione “Vento di primavera”. L’imperativo era uno soltanto: eseguire tutto con la massima velocità. I tedeschi furono chiari: ad interessare loro erano le persone comprese tra i sedici e i quarant’anni. Pierre Laval, una delle figure di spicco della Repubblica di Vichy e del collaborazionismo francese, andò oltre: fece prelevare anche i bambini. «Per un principio umanitario, s’intende», spiegò. I tedeschi ne erano all’oscuro e si limitarono soltanto ad accettarlo. Gli arresti scattarono alle quattro del mattino del 16 luglio. I numeri della prefettura di Parigi erano impietosi: 13.152 ebrei arrestati, di cui 5802 donne e 4115 bambini. Il loro bagaglio consisteva in un maglione, una coperta e un paio di scarpe. Alcuni di loro furono spediti al campo di transito di Drancy, a nord di Parigi, in attesa di essere deportati in Germania o in Polonia. Altri, la maggioranza, accatastati e rinchiusi per giorni nel Vélodrome d’Hiver. Le chiavi dell’edificio ce le aveva Jacques Goddet, figlio di Victor, il vecchio tesoriere de L’Auto. Nella sua autobiografia dedicherà soltanto poche righe a quel periodo. Nel 1946 fonderà L’Équipe e diventerà il più grande organizzatore della storia del Tour de France – alla pari, probabilmente, con Desgrange.

Il Vélodrome d’Hiver versava in condizioni pessime: per una questione di sicurezza – non delle persone, s’intende, ma della situazione generale – le finestre vennero chiuse e le uscite sorvegliate; chi provava a fuggire veniva ucciso. Qualcuno, tuttavia, riuscì nell’impresa: Georges Wellers, ad esempio, che resisté a quell’esperienza e anche a quella del lager; e Leon Fellmann, all’epoca diciassettenne, al quale la madre scucì la stella gialla che contraddistingueva le giacche degli ebrei. «Mi spinse verso l’uscita, tirai un calcio allo stinco di un poliziotto e corsi a perdifiato», raccontò anni dopo. «So per certo che il 5 agosto è partita per Auschwitz in un convoglio blindato, il numero 15. Nella camera a gas l’hanno messa il 10 agosto. Aveva solo trentasei anni. Non mi ricordo se le ho dato un bacio prima di scappare dal Velodromo d’Inverno».

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C’era un unico rubinetto d’acqua per tutte quelle persone, pochissimo cibo e un’aria infernale, calda puzzolente e ferma. Dei dieci bagni presenti, cinque erano stati sigillati. Il tetto era stato dipinto di un blu scuro così da oscurare la struttura ai bombardieri. I bambini piangevano, i genitori impazzivano e qualche adulto provò perfino a suicidarsi. «Sapevamo tutti che quella prigionia era l’anticamera della morte», puntualizzò Wellers nella sua testimonianza. Non si sbagliava: cinque giorni dopo, i prigionieri furono portati nei campi di internamento di Drancy, Beaune-la-Rolande e Pithiviers, e successivamente nei campi di sterminio. Ne sopravvissero soltanto poche decine. Si trattò del più grande arresto in massa di ebrei avvenuto in Francia durante l’occupazione nazista. Per anni, la politica francese nascose la testa sotto la sabbia. Le prime scuse ufficiali arrivarono nel 1995 ad opera di Jacques Chirac. Le più recenti, invece, risalgono al 16 luglio 2017: la voce era quella di Emmanuel Macron, che ribadì le responsabilità francesi anche per rispondere a quanto sostenuto, invece, pochi mesi prima da Marine Le Pen, la quale dichiarò che “il governo di Vichy non era la Francia». Nel 2007 uscì Elle s’appelait Sarah, il romanzo di Tatiana de Rosnay che contribuì alla riscoperta di quel rastrellamento; nel 2010 diventò un film, il quale raccolse successo e premi.

Negli anni cinquanta, il Vélodrome d’Hiver avvicinò i fasti del passato. L’ultima Sei giorni si tenne il 7 novembre 1958 e le star si chiamavano Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Roger Rivière e André Darrigade. Nonostante un incidente con Rivière, Anquetil fu determinante nel trascinare alla vittoria il terzetto che comprendeva anche Darrigade e Terruzzi. Il protagonista dell’ultima serata in assoluto, invece, fu Salvador Dalí: era il 12 maggio 1959. Nei mesi successivi, un incendio si portò via una parte del velodromo. Quello che rimase in piedi venne poi demolito.

 

 

Foto in evidenza: ©David Guénel, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.