Atleti e staff fanno i miracoli, ma i problemi alla base rimangono.

Il velodromo polacco di Pruszków è un moderno impianto al coperto (Polonia 1- Italia 0) costruito nel 2008 che a starci dentro sembra una navicella spaziale. I posti a sedere sono circa 1500 e durante la manifestazione, nonostante il successo della specialità registrato negli ultimi anni, non vedranno mai il tutto esaurito, per un ciclismo su pista già ospitato qui nel 2009 (sempre Mondiale) e nel 2010 (Campionato Europeo) e che nonostante i buoni risultati ottenuti negli ultimi anni dai corridori polacchi, fatica a decollare.

Pruszków invece è decollata: cittadina ricca nei dintorni di Varsavia, fortemente sviluppata grazie alle industrie e che vede una crescita esponenziale anche nello sport dove calcio e basket restano il punto di riferimento. Per un turista può essere interessante venire da queste parti, mentre per un corridore, Pruszków, nella settimana tra il 27 febbraio e il 3 marzo, significa Mondiale su pista 2019.

Il velodromo di Pruszków.

Decollano Olanda e Australia, ci si aspettava una battaglia tra le due nazioni, è così è stato. Il medagliere finale premierà gli orange: 11 medaglie totali a 10, con 6 ori e 1 bronzo a testa, la differenza la farà un argento in più che ha preso la via dell’Europa. La nazionale oceanica, dopo aver snobbato l’edizione 2018, a eccezione di pochi atleti, arriva tirata a lucido per dominare dove gli compete, ed ecco il meraviglioso record del mondo nella prova dell’inseguimento a squadre. D’altronde qui siamo alle ultime manovre in vista del grande appuntamento del quadriennio e gli aussie si allenano giorno e notte per questa gara.

È il primo giorno e l’inseguimento a squadre è la prova che da subito regala al pubblico italiano una delle amarezze più grandi. L’Italia, forte del bronzo di un anno prima, è accreditata di buone chance per figurare intanto tra le prime otto, eventualmente tra le prime quattro, e se ci sono speranze di andare nella finalissima per l’oro, molto può dipendere dall’accoppiamento deciso da un regolamento un po’ insensato.

Si parte e si finisce subito, come un treno guasto che non riesce a uscire nemmeno dalla stazione. Passano due giri e mezzo, Francesco Lamon da Mirano, si allarga, scivola, finisce sul parquet, non si può rialzare, gli altri tre vagoncini (parliamone, Ganna è un gigante) proseguono, ma sarà 11° tempo: Italia fuori. La finale sarà dominata il giorno successivo dall’Australia, lanciata da un talento clamoroso come Samuel Welsford che un’ora dopo aver conquistato il titolo, si lancia nello Scratch e come al bowling abbatte gli avversari e conquista un altro oro (davanti all’olandese Eefting); Michele Scartezzini nello Scratch si difende in modo onorevole, prova a fare la corsa, ma finisce decimo.

Le donne dell’inseguimento a squadre restano in piedi, ma non riescono a ripetere il bronzo di un anno fa: sarà comunque un quinto posto di assoluto prestigio, vista anche l’età media delle ragazze azzurre.

Forte su strada e in pista, Kirsten Wild, 2 ori 1 argento e 1 bronzo a Pruszków, mette in bacheca altre due maglie iridate: sono 5 in totale.

Nello Scratch femminile in programma sempre la prima sera, mettiamo sul parquet una delle nostre punte: la giovanissima Martina Fidanza. Nata il 5 novembre (pensate fosse stata inglese) del ’99, figlia e sorella d’arte, dotata di talento, furbizia, velocità, e reduce da due vittorie consecutive in Coppa del Mondo, Fidanza ha un canovaccio da seguire; stare coperta e a ruota e poi far valere il suo spunto che in questa gara ha pochi eguali. La gara scivola via in modo perfetto, come acqua che si getta da una cascata, al suono della campana però la sfortuna si accanisce nuovamente: Martina si arrota con un avversaria e dà il via a un capitombolo che coinvolge altre colleghe. Davanti nel frattempo la lotta per l’oro diventa così un testa a testa tra la britannica Elinor Barker e l’olandese Kirsten Wild. L’olandese finirà “solo” seconda.

Kirsten Wild, appunto. Classe ’82 che potrebbe essere quasi la mamma di diverse sue avversarie, non è stanca, non è stufa, probabilmente si sarà fatta costruire una stanza dove conservare coppe, coppette e medaglie, avrà un armadio solo per le maglie iridate ed europee conquistate, è una vecchia leonessa che non ha la minima intenzione di farsi abbattere per essere sostituita dal nuovo che avanza. Che in questo caso è rappresentato dalla grazia di Letizia Paternoster.

Elegante, forte, caparbia: Paternoster a soli 20 anni è già punto di riferimento della pista mondiale.

Finale dell’Omnium femminile, specialità olimpica. Paternoster vince – con sua grande sorpresa – la prova dello Scratch, si piazza discretamente bene nell’orrenda Tempo Race, prova che ha un che di tautologico se messa vicino alla Corsa a Punti, e soffre più del dovuto nella prova ad eliminazione (finendo comunque terza), terreno favorevole alla trentina. Arriva alla quarta e ultima prova, la sempre spettacolare prova a punti, con un leggero margine su Wild. Se metti le due atlete vicino, oltre ai diciassette anni di differenza, quello che noti è la stazza; l’olandese dai lineamenti mascolini, sembra un caccia, l’italiana al massimo sembra il suo pilota in miniatura. Il contenitore e il contenuto. Paternoster sta a ruota dell’esperta olandese, corre con il piglio della fuoriclasse, con la pedalata della predestinata e arriva vicino all’oro, ma sarà argento per soli due punti e davanti a un parterre di atlete di grandissimo livello. Vince Wild grazie all’esperienza è vero, ma anche ad astuzia, forza e diverse alleanze create negli anni a girare in pista come la pallina sulla roulette: Katie Archibald è il rosso su cui ha puntato, les jeux sont faits, rien ne va plus. Arrivata a questa rassegna un po’ spenta, dopo essere ruzzolata a terra, la britannica correrà come fosse il gregario di Kirsten Wild: Hincapie per Armstrong, Cochise per Gimondi, Sylwester Szmyd ai tempi della Liquigas e via discorrendo; tirerà le volate all’olandese, si inserirà tra Wild e Paternoster togliendo punti preziosi in chiave oro. Paternoster è comunque argento, luccicante – stavolta evitiamo di dire luccicante come i suoi occhi – in una giornata che era stata aperta dall’oro di Ganna nell’inseguimento individuale e dal bronzo di Plebani nella stessa gara.

La vittoria di van Schip nella Corsa a punti è uno dei momenti più intensi di tutta la rassegna iridata

Il mondiale si chiuderà con queste tre medaglie, comunque pesanti, anche se solo quella nell’Omnium in specialità che rivedremo all’Olimpiade tra 16 mesi. Arriveranno altri piazzamenti a ridosso del podio: Lamon è quarto nel chilometro, una specialità avara di soddisfazioni per noi, ancora prima dell’era Open (1993), quinto Bertazzo nella gara a punti; entrambi, con Ganna e Plebani, erano i delusi dal quartetto, si sono presi a loro modo una rivincita e hanno dimostrato una gamba straripante piazzandosi meglio del previsto. Una nota sulla gara a punti, vinta dall’occhialuto van Schip, corridore a tratti esaltante e capace di andare forte anche su strada nelle classiche del Nord e che quando sale sul podio senza caschetto, ricorda un po’ Alex Zülle, un po’ Laurent Fignon. Gara spettacolare, frenetica (l’essenza della pista, insieme alla Madison che ha chiuso il programma domenica sera e vinta dalla coppia tedesca Kluge-Reinhardt, con gli australiani favoriti, ma con gambe in croce,  rimasti fuori dal podio), gara dai contenuti tecnici altissimi, senza un attimo di sosta con l’olandese capace di vincere, pardon, dominare à la Cameron Meyer. E si torna sempre a Olanda e Australia.

Tra le donne detto del 5° posto dell’inseguimento, arriva una finale sorprendente di Miriam Vece nei 500 metri a dimostrazione che qualcosa inizia a muoversi anche nella velocità. Anche se poi nel resto (Keirin e Sprint) non esistiamo. Soffriamo nell’inseguimento individuale con Valsecchi e Frapporti (dodicesimo e quindicesimo posto nella gara vinta dall’australiana Ankudinoff). Nella prova a punti femminili Confalonieri è sesta (oro all’Australia con Manly e bronzo a Wild): miglior risultato dal quinto posto di Bronzini nel 2015 e sarà quinta nella Madison femminile in coppia con Paternoster, gara vinta, pensate un po’, dalla coppia olandese (ancora Wild) davanti a quella australiana. La Madison è una prova che necessita allenamento, continuità per affinare i cambi, esperienza, colpo d’occhio e anche una discreta dose di fortuna. Un anno fa in Olanda furono terze è vero, ma un quinto posto ottenuto così vale una medaglia. In vista di Tokyo le rotazioni potrebbero anche vedere una coppia diversa sul parquet giapponese.

Consonni, qui impegnato nella Madison, non è arrivato a questo Mondiale al top della condizione. L’anno prossimo a Tokyo 2020, potrebbe fare coppia, in questa gara, con Elia Viviani.

Abbiamo iniziato il pezzo raccontandovi, come è giusto che sia, dei miracoli che stanno facendo Villa e Salvoldi, non per nascondere la polvere sotto il tappeto, ma per rendere merito alle emozioni di questi cinque giorni di gara, con questo gruppo di atleti, che lottano controvento e con mezzi inferiori ai propri avversari. Ragazze giovanissime (il quartetto femminile schierava atlete nate nel  ’97, ’98, ’99, e ’00, che significa che i margini di miglioramento sono enormi anche in vista della gara a cinque cerchi), con Paternoster e Fidanza in procinto di diventare fari del movimento e sono due classe ’99, atleti che non hanno le stesse possibilità di Australia, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Nuova Zelanda e Francia (nemmeno della stessa Polonia) di correre in pista e prepararsi all’evento, eppure, risultati alla mano, ci siamo dimostrati una nazione tra le grandi della pista.

Villa ha pescato i corridori pochi giorni prima del Mondiale da gare su strada in ogni angolo del mondo, mentre australiani e olandesi preparavano nello specifico questo appuntamento. E così che ti ritrovi un grandissimo talento come Consonni, partito forte su strada, ma meno brillante del previsto su pista, capace di arrivare quarto nell’Omnium, grazie alla sua classe (perdendo contro Thomas l’ultimo decisivo sprint nella prova a punti), ma di scomparire domenica sera in coppia con Scartezzini, in una Madison dai contenuti tecnici altissimi. D’altronde dieci giorni prima sprintava all’Algarve in Portogallo, di certo non stava facendo lavori specifici su pista. Spesso, come ci ha detto Villa in un’intervista tempo fa, i direttori sportivi, i team manager, vedono la pista come un timore: “Sono tanti i direttori che mi dicono: “Te lo manderei anche ma domenica c’è una gara con tanta salita, la pista gli fa male”

Talento con pochi eguali, Filippo Ganna alla sua terza maglia iridata nell’inseguimento individuale, si conferma pezzo pregiato del nostro sport

Quello che stanno realizzando staff e atleti va oltre ogni capacità. L’Italia, dopo essere stato faro del movimento fino agli anni ’90, solo nell’ultimo lustro, da Viviani in poi, è riuscita a risollevarsi in questa meravigliosa disciplina, dopo essere sprofondata nell’oblio. Il merito va dato ai tecnici della Nazionale e agli atleti: al momento le basi del ciclismo italiano non hanno grossi appigli su cui poggiarsi. Investimenti pochi, lavoro tanto.

Qualcuno in alto potrà anche esaltarsi per le tre medaglie e i piazzamenti di peso, che contestualizzati restano superiori alle sei medaglie di Apeldoorn 2018, e senza ombra di dubbi è stato fatto un passo avanti ulteriore e magari a Tokyo 2020 gli atleti conquisteranno una o forse due medaglie (se tutto va come deve andare in Giappone ci sarà anche Elia Viviani). Non c’è però da stare allegri.

Ci sarebbero grosse problematiche come l’inesistenza di impianti al coperto che permettano agli atleti di allenarsi o la possibilità di organizzare eventi e manifestazioni di un certo peso. Il flop del velodromo di Montichiari, è clamoroso e sfiora il grottesco, se non fosse qualcosa di assolutamente drammatico per il movimento. Il Velodromo è stato dichiarato definitivamente inagibile verso fine luglio 2018 (dopo una ristrutturazione costata fior di milioni). All’inizio ci furono problemi per via di un tetto che faceva entrare acqua rovinando il parquet: in pratica quando pioveva, il velodromo da coperto diventava all’aperto! Viene poi chiuso definitivamente perché, come riportato su Cicloweb tempo fa: “ La Procura di Brescia, su richiesta dei Vigili del Fuoco, ha disposto il sequestro della struttura per il mancato rispetto della normativa antincendio.” Il tutto a poche settimane dal via dei mondiali Under 23, che infatti si disputeranno altrove.

Il velodromo di Montichiari (Foto @ www.scais.it)

Resta il silenzio assoluto dalle istituzioni su questo problema, dagli enti chiamati in causa quando a Montichiari la situazione stava diventando fuori controllo:“Qui si è allenato Elia Viviani in vista delle Olimpiadi di Rio . Lo abbiamo fatto pur avendo ben presenti le criticità dell’impianto, che sono venute a galla fin dall’inizio. Puntualmente le abbiamo segnalate agli enti di riferimento, e ci siamo anche dati da fare per poter svolgere allenamenti e manifestazioni agonistiche nonostante i disagi. Siamo davvero rammaricati per la situazione attuale. Cosa fare per riportare il Velodromo a livelli decorosi? Non sta a noi indicare la strada, anche perché quando l’abbiamo fatto non siamo stati ascoltati“, afferma ai microfoni di InBici.net Pietro Bregoli, presidente del Gc Monteclarense Bregoli, che ha tenuto in gestione il velodromo fino al dicembre 2016.

Qualcosa però si muove: nel 2020 c’è la speranza dell’apertura di un nuovo velodromo, quello di Spresiano, in provincia di Treviso, che potrebbe permettere così agli atleti italiani di potersi allenare prima dei grandi eventi, in maniera adeguata e non su velodromi in cemento, oppure obsoleti, o prepararsi semplicemente disputando le prove  – poche tra l’altro – di Coppa del Mondo, o andare all’estero.

Tutto quello di cui possiamo godere al momento, oltre alle medaglie di Ganna e Paternoster e le qualità ancora inesplorate di tanti altri atleti che ancora non hanno fatto vedere il meglio, sono le capacità dei tecnici e dello staff che stanno plasmando e rendendo vincente un materiale incredibile di base che risponde al nome di atleti di primissimo ordine, guidati dalla passione, spinti dalla disponibilità dei ragazzi, o vuoi per una congiuntura astrale favorevole che ha fatto nascere tra metà e fine degli anni ’90, grandi talenti.

Occhio però che lo sport, tanto meno il ciclismo su pista, non può vivere del caso o degli astri, ma di programmazione. E intanto Tokyo 2020 si avvicina, mentre il silenzio ha una eco assordante all’interno di un velodromo vuoto, chiuso e con il tetto che perde e i problemi sembrano ancora ben lontani dall’essere risolti.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.