L’Italia festeggia uno storico oro olimpico in un’appiccicosa serata di metà agosto.

 

 

Il futuro non si può né prevedere né decidere a tavolino. È doveroso programmarlo, immaginarlo, sognarlo, attrarlo, ma fino a prova contraria non si può scegliere, così come non si può scegliere cosa conservare e cosa buttare via, quel che fa comodo e che quel fa paura. Bisogna prendere quel che viene, insomma. Probabilmente anche Elia Viviani avrebbe desiderato un avvicinamento tranquillo, un approccio lento e sereno, una condizione in costante miglioramento: e invece la prima parte del 2016 gli riserva una delusione dietro l’altra. Ottantaquattresimo e lontanissimo dai primi alla Milano-Sanremo, ritirato alla Gand-Wevelgem, centrato da una moto nella foresta di Arenberg alla prima Parigi-Roubaix della carriera (ovviamente non portata a termine ma con un trauma toracico a ricordarglielo). Il Giro d’Italia, il primo momento topico della sua stagione, lo tradisce dopo avergli regalato la gioia del primo successo un anno prima. Finisce fuori tempo massimo nell’ottava tappa, quella che terminava ad Arezzo e che premiò con la maglia rosa il miglior Brambilla mai visto. “Una vergogna”, affermerà laconico lo stesso Viviani. L’obiettivo più importante della sua stagione, le Olimpiadi di Rio de Janeiro, sembrano improvvisamente più complicate del previsto.

Viviani arriva nell’alloggio brasiliano due giorni prima della prova su strada. Divide lo spazio con gli altri cinque azzurri che di lì a poche ore si giocheranno una medaglia. Il veronese trova un ambiente umano: nella gioia e nel dolore, nel bene e nel male, prima e dopo la tempesta. Le due sere che precedono la gara scivolano via con leggerezza: un gruppo di ragazzi che ha fatto della bici il suo mestiere e che parla del più e del meno in un appartamento olimpico senza televisione. Al rientro dalla gara, l’atmosfera è più grigia ma rimane l’umanità di fondo: Nibali spiega alla squadra di aver fatto al massimo, di averci provato in discesa perché gli sembrava la cosa giusta da fare; i compagni, dispiaciuti ma comprensivi, gli danno una pacca sulla spalla perché discutere le sensazioni di un fuoriclasse è sempre difficile. Elia Viviani si presenta in pista fiducioso ma scosso dagli eventi: ha già fatto sapere di puntare all’oro, l’unica medaglia che mette d’accordo tutto e tutti.

Una perla in mezzo ad un mare di difficoltà: dopo la vittoria nella seconda tappa del Dubai Tour a febbraio, a fine marzo arriva il successo nella seconda frazione della Tre Giorni di La Panne davanti a Marcel Kittel e Alexander Kristoff.

Viviani si è assunto la responsabilità di scelte importanti, preparando minuziosamente l’appuntamento olimpico. Ha preferito sacrificare, almeno per un periodo, le ambizioni su strada per soddisfare i demoni della pista. Da questo punto di vista, il Team Sky è una garanzia: il velodromo di Manchester è il santuario in cui il ciclismo britannico ha rivisto la luce dopo anni di buio, va da sé che mettere i bastoni tra le ruote di Elia Viviani avrebbe significato rinnegare le proprie origini. Il veronese ha curato ogni aspetto: ha indossato i panni dell’umile studente andando a lezione d’inseguimento individuale da Filippo Ganna, di ben sette anni più giovane; ha prestato moltissima attenzione alla scelta del materiale tecnico, dalla bici al body; ha lavorato molto nella galleria del vento del Politecnico di Milano. I calcoli giusti li hanno già fatti Viviani, Villa e lo staff della Nazionale: sei anni di duro lavoro. Frazionato e alternato con la strada, ma rimangono pur sempre sei anni. Non è uno sprovveduto ma un pistard di tutto rispetto: campione europeo e italiano in più occasioni e in diverse specialità, deve vendicare anche alcuni piazzamenti mondiali che mal si accordano alla volontà e alla classe che il veronese mette in pista. L’omnium è l’equivalente di una grande corsa a tappe ed è ciò che attende Elia Viviani.

Il nome si esaurisce in se stesso: è il connubio perfetto tra passato e futuro, tra la lingua latina che aveva già detto tutto e l’uomo che porta il fisico al limite per riscrivere i confini del possibile e dell’impossibile. È una specialità che cambia in continuazione. In quei giorni il regolamento prevede sei prove nel seguente ordine: scratch, inseguimento ed eliminazione durante la prima giornata di gara mentre chilometro da fermo, giro lanciato e corsa a punti vengono disputate durante la seconda giornata di gara. Sono prove estremamente diverse tra loro. Proprio come un capitano in un grande giro, Elia Viviani deve coniugare al meglio tutte quelle caratteristiche che fanno di un essere umano un fuoriclasse del ciclismo mondiale: velocità, resistenza, esplosività, potenza, malizia, intelligenza, esperienza, tranquillità, astuzia. Viviani ha l’arduo compito di far scrivere ai giornalisti quello che Filostrato scrisse per celebrare le imprese di Leonida di Rodi, uno dei più grandi atleti dei Giochi Olimpici antichi:

“La sua versatilità ha reso obsolete tutte le teorie precedenti di allenamento dei corridori”.

Lo scratch d’apertura, sostanzialmente una gara canonica con classifica finale stilata in base all’ordine di arrivo, regala subito dubbi e incertezze. Viviani chiude settimo. Davanti a lui, i sei atleti indicati dallo stesso veronese come i più pericolosi: Norman Hansen, Kluge, Boudat, O’Shea, Gaviria e Cavendish. L’esito della seconda prova, l’inseguimento, è incoraggiante: si impone ancora Norman Hansen ma Cavendish e Viviani battono un colpo terminando rispettivamente secondo e terzo. Il veronese stabilisce persino il suo nuovo record, migliorando di ben tre secondi il precedente. È il preludio all’affermazione nella terza prova, l’eliminazione, nella quale Viviani non fa prigionieri. Boudat e Gaviria devono accontentarsi della seconda e terza piazza ma il francese può ritenersi soddisfatto: al termine della prima giornata di sfide guida la classifica generale. Viviani lo segue a due lunghezze, con Cavendish, Kluge e Norman Hansen ad inseguire. La seconda giornata prevede chilometro da fermo, giro lanciato e corsa a punti: Elia Viviani si ritrova a combattere con i fantasmi del passato, con cicatrici curate e mai del tutto guarite, contro avversari di prim’ordine.

Elia Viviani in azione: la pista può rimescolare le carte in gioco in men che non si dica. ©Flowizm, Flickr

Il chilometro da fermo, la prima prova della seconda giornata, riporta le lancette della carriera di Viviani indietro di quattro anni. Erano i Giochi Olimpici del 2012, la città che li ospitava era Londra, il posto che occupava il veronese nella classifica provvisoria ad una prova dalla medaglia d’oro era il primo. Poi, appunto, il chilometro da fermo: nono, una disfatta. Finì sesto nella generale, incredulo e avvilito, lontano persino dal bronzo che fino a pochi minuti prima sembrava un insulto e in quel momento assomigliava ad un miraggio. Le gambe, toniche e scalpitanti sulla pista di Rio de Janeiro, non tremano: terzo tempo (record personale migliorato di tre decimi) dietro a Kennett e O’Shea e primato consolidato su Boudat appena riacciuffato da Cavendish. Il giro lanciato è la conferma che Elia Viviani è venuto in Brasile per riscattare le delusioni di una carriera: secondo soltanto a Kennett. Rimane la corsa a punti, l’ultima delle sei prove in programma. Cavendish e Norman Hansen sono rimasti gli unici due in grado di poterlo impensierire, Boudat e Gaviria sembrano lontani ma riflessioni del genere vanno fatte nella mente, al massimo a voce bassa, dirle con baldanza potrebbe rompere l’incantesimo e rovinare tutto. Norman Hansen è il campione olimpico in carica, Cavendish può sfruttare ancora la scia del picco di forma che qualche settimana prima gli ha permesso di conquistare quattro tappe al Tour de France, facendo parlare i giornali di tutto il mondo di inattesa rinascita.

Gaviria è il campione del mondo in carica dell’omnium: incrociare lo sguardo del colombiano fa tornare alla mente di Viviani dolorosi ricordi inglesi. Ancora Londra, ancora pista: non sono le Olimpiadi del 2012 ma i mondiali corsi soltanto a marzo. Cinque mesi più tardi, il veronese ha la possibilità di saldare il conto. La corsa a punti è una sfida di resistenza e velocità dove tempismo e controllo sono fondamentali. Lunga quaranta chilometri, ogni due chilometri e mezzo (ovvero dieci giri di pista) viene disputato lo sprint che assegna punti. Non è il solo modo per accumularne, però: si può anche tentare di doppiare il gruppo guadagnandone venti, i doppiati al contrario ne perdono altrettanti. In primavera fu proprio la corsa a punti a sancire il piazzamento più bruciante della carriera di Elia Viviani. La volata decisiva andò a Cavendish, che anticipò di mezza ruota il veronese. La classifica finale vedeva Gaviria, Kluge e O’Shea a pari punti: centonovantuno. Viviani quarto a centottantanove: con i due punti in più che avrebbe conquistato vincendo l’ultimo sprint, il veronese sarebbe diventato campione del mondo perché in caso di parità si considera il piazzamento nell’ultima volata. Da potenziale vincitore a spento piazzato.

La definirà “la corsa che mi ha insegnato di più”.

L’alunno intelligente non è quello che fa sfoggio delle proprie conoscenze, bensì colui che sa dove andarle a cercare e tirarle fuori quando gli servono. Sulla pista di Rio de Janeiro l’italiano fa tutto alla perfezione. Porta pazienza, osserva da lontano, si riporta vicino, supervisiona e mena le danze quando necessario. Non perde le staffe nemmeno quando una caduta lo costringe a fermarsi: Cavendish, egoista come spesso gli è successo, pensa di essere solo in pista e taglia la strada al coreano Park, che di conseguenza porta con sé altri colleghi tra i quali, appunto, Viviani. Il veronese mantiene una lucidità olimpica: “Sto bene, sono in testa, mancano un centinaio di giri. Rientro, non posso fermarmi, dice ai suoi uomini. Viviani, da ormai due giorni, assomiglia ad una biglia liscia e obbediente che gira alla velocità della luce incanalata nell’unico binario possibile. Chissà quante altre volte ripeterebbe quel movimento meccanico se non fosse per la medaglia d’oro che lo aspetta.

Mark Cavendish, pericolo principale per Elia Viviani, deve accontentarsi della medaglia d’argento. ©Simon Williams, Flickr

Villa lo guarda con occhi sognanti: racconta la paura che ha avuto quando l’ha visto tranciato via dalla bici del coreano (in una caduta simile a Melbourne Elia si scheggiò il bacino), e poi sottolinea l’importanza di questa vittoria per l’intero movimento italiano. Cassani guarda già avanti: “Questo successo gli darà sicuramente fiducia per il futuro”. Viviani, in un primo momento, non riesce ad andare oltre i ringraziamenti: Elena Cecchini, compagna e ciclista, l’unica che lo capisce veramente fino in fondo e che sa come tenerlo buono; la Nazionale tutta, che lo ha sostenuto, ascoltato, migliorato, stimolato; i genitori, che abbraccia in lacrime prima di smontare dal suo cavallo avveniristico. Poi, in una bella intervista a Undici, racconta dell’altro: che l’omnium è snervante, che quando è caduto ha temuto di perdere tutto di nuovo ma che questo pensiero è andato via in un giro di pista, che a differenza della strada l’anello è solitudine e silenzio. Promette d’esserci a Tokyo 2020. Gaviria non dirà le stesse parole: incupito per il risultato, il favorito della vigilia annuncia il ritiro dalla pista. Elia Viviani sul gradino più alto del podio fa uno strano effetto. Il suo è un sorriso intontito, un qualcosa di indefinito tra un urlo e il pianto. Non è né stupito né estasiato: è felice. Non ha il volto del vincitore: ce l’avrebbe Cavendish, famoso in tutto il mondo con quegli occhi che ne hanno viste e commesse tante; ce l’avrebbe anche Gaviria, così giovane eppure così esigente con se stesso. Viviani ha un viso comune: è quello del compagno di banco o del garzone di bottega, sereno e con la testa sulle spalle, che chiede alla clientela di fiducia cosa le serve nonostante lo sappia già. Aria ingenua, acconciatura adolescenziale, fisicamente normodotato (finché non sale su una bicicletta da corsa). La storia delle Olimpiadi si è compiuta un’altra volta: un uomo ha recitato da super-uomo.

 

 

Foto in evidenza: ©Getty Images

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.