Alvento non è soltanto una rivista

Emilio Previtali pensa, elabora, riflette, fotografa, corre, scrive, scala, inventa, racconta, pedala.

Emilio Previtali nasce il 5 marzo 1967 a Bergamo. La sua vita è caratterizzata sin da giovanissimo dall’amore per lo sport e per l’attività fisica: così la scelta della scuola superiore, così il suo lavoro. Previtali si afferma come alpinista: scala diverse vette e prepara le scalate andando in bicicletta sulle sue strade. Oltre allo sport, il giovane Previtali ha un’altra passione: la scrittura. Capirà negli anni che le sue esperienze meritano un racconto, capirà leggendo altri progetti editoriali che la narrazione sportiva soffre di una malattia diffusa: la nostalgia del passato, la convinzione che, in fondo, il tempo migliore, quello epico, lo sport lo abbia già vissuto. Niente alibi: si dota degli strumenti del mestiere, quello giornalistico questa volta, e inizia a raccontare mettendo al bando facili malinconie. I suoi progetti cercano lo straniamento nel quotidiano, cercano la sensibilità del narratore e l’umanità degli atleti. Dapprima in edicola con la rivista sull’alpinismo denominata Freerider, poi una scommessa su un numero speciale dedicato alla bicicletta, Freebike, ha aperto la via alla progettazione di Alvento, magazine ciclistico italiano su carta a cadenza bimestrale. Da quest’estate quell’idea è realtà e il suo giornale vende al di sopra delle aspettive. I punti vincenti Previtali li assegna ad una ritrovata espansione della narrativa che non si pone limiti di spazio, al mix vincente con foto di reportage e ad un giornalismo che prima di fare domande e ricevere risposte vuole conoscere, vuole capire.

Emilio Previtali.

 

Emilio, partiamo proprio dalla tua passione per lo sport. Come nasce questo interesse?

Diciamo che lo sci e l’alpinismo sono stati il mio lavoro principale fino a un paio di anni fa: facevamo spedizioni, scalavamo e scendevamo montagne con sci o snowboard. Ero con il team The North Face. La bicicletta, fino ad allora, era il mio allenamento, per mettere fatica nelle gambe, per fare endurance. A livello scolastico ho fatto l’ISEF: direi che questo ben esprime la mia passione per lo sport. Il fatto è che praticando attività sportiva ho capito che la stessa meritava un racconto scritto, una narrazione; di più, ho capito che mi sarei dovuto munire io stesso degli strumenti per raccontare. Così ho fatto la scuola Holden, ho fatto alcuni master allo IED, approfondendo quella che per me era sempre stata una passione: la scrittura. Negli anni 2000 ho poi fondato una rivista di sci-alpinismo, si chiamava Freerider, e sono riuscito a farla funzionare mettendo assieme tutte le competenze fino ad allora acquisite.

Quanto aiuta aver praticato lo sport che si racconta?

Quando io racconto quello che accade stando sui pedali so di cosa sto parlando perché sono sensazioni che ho provato io stesso. Non solo in bici. In diversi sport. Quello che può essere uno svantaggio, non essere stato specialista in nessuno sport, può anche essere un vantaggio perché apporta maggiore apertura e conoscenza al racconto.

Qual è la tua visione sul mondo amatoriale di oggi?

Ho una mia idea però devo fare una precisazione. A me la competizione con gli altri fondamentalmente non interessa. Mi interessa, invece, la competizione con me stesso: magari “usando” gli altri come punto di riferimento ma sempre partendo da me. In questo senso mi rendo conto di essere molto alpinista e molto poco ciclista. Ho frequentato il  mondo amatoriale e francamente non è un mondo che mi entusiasma molto: ci sono persone in gamba ma anche tante persone frustrate che non sono come vorrebbero. In quelle persone non riesco proprio a riconoscermi.

Ci sono punti di contatto tra alpinismo e ciclismo? Parliamone.

Ci sono aspetti molto simili sia per quando riguarda la pratica ma anche, soprattutto, la narrazione e il racconto. Per quanto concerne la preparazione sono entrambe attività basate sull’endurance, sono attività che richiedono una certa intelligenza tattica, e c’è un discorso di lavoro in gruppo che unisce fortemente i due versanti. La parte più interessante, secondo me, è riferita al modo di raccontare: il ciclismo e l’alpinismo soffrono delle stesse difficoltà. È tutto basato sull’epica della vicenda. Purtroppo è anche la malattia di queste attività: soffrono della nostalgia del passato. Ci sono storie belle da raccontare ma il problema è proprio questo.

Spiegaci meglio.

Secondo me quello che manca al ciclismo di oggi è la capacità di vedere l’epica nelle cose che succedono ogni giorno in gruppo, nelle gare o nell’agonismo. Purtroppo vediamo l’epica solo nelle vicende passate: quasi tutti i progetti editoriali si rifanno agli stessi valori. Ci sono valori anche più moderni o che comunque possono essere raccontati in modo più moderno. I valori del ciclismo vanno raccontati ma trovandoli nelle storie di oggi, non cercandoli nel passato. Stessa identica cosa per l’alpinismo. Questo è lo sforzo che cerco di fare io.

 

In cima all’Izoard. ©Gianmarco Dodesini Valsecchi

 

Quali sono i tuoi riferimenti? Giornalistici o letterari, ma anche sportivi.

I miei riferimenti vengono da mondi molto diversi da quelli del ciclismo e dell’alpinismo. Ogni volta che viaggio spendo ore in negozi che vendono riviste: le più interessanti parlano di musica, di design o di psicologia. Offrono una apertura immensa sul mondo. A me interessa parlare di ciclismo ma non necessariamente fatto da persone che si intendono di ciclismo. A me interessano le persone sensibili, le persone che sanno vivere lo straniamento, quei soggetti che riescono a vedere le cose di tutti i giorni in modo diverso spacchettandole dalla carta che la società ha loro assegnato. Ogni difficoltà ha la sua storia. Leggo anche tante riviste di ciclismo ma non sono quelli i miei riferimenti.

È un problema di società, a tuo avviso?

Credo di sì. Quando vado nelle aziende proponendo progetti nuovi mi rendo conto di quanto si faccia fatica a comprenderli. Si tende sempre a ricondurre tutto a qualcosa di già vissuto, di passato, magari anche glorioso, ma trascorso. Non ci si rende conto che bisogna tuffarsi nel futuro, reinterpretando quei valori con il nuovo che ci circonda. Lasciando da parte la nostalgia e la polverosità dei ricordi. Per questo arrivano tante aziende nuove e si impongono: noi non siamo in grado di governare la narrazione della nostra storia. Ci sono innovatori e persone che si adeguano: la differenza nasce lí. È questione di intelligenza: bisogna capire che anche il marketing conta. Bisogna unire il marketing alla narrazione, ai prodotti, alla storia e alla qualità.

Arriviamo alla tua rivista. Da cosa nasce il titolo Alvento?

Da una mia idea che riprende il doppio significato di questa espressione. Una più epica: buttarsi al vento per andare avanti, per guidare la gara, per dominarla. L’altro riguarda, invece, le retrovie del plotone: quando fori e non riesci più a rientrare e devi arrivare all’arrivo solo con le tue forze, distruggendoti anima e muscoli. Noi mettiamo insieme questi concetti per parlare di tutto: di amatori, di andare piano. ma anche di andare veloci. C’è un terreno comune tra questi due mondi. È proprio questa sensazione di buttarsi al vento: alcuni lo fanno in testa alla corsa, altri in coda. Entrambi lottano per qualcosa. L’amatore ed il professionista si incontrano in questo concetto.

Quando è nata l’idea di una rivista di ciclismo?

Per quando mi riguarda, l’idea è nata nel 2005. Convinsi il mio editore a Freerider a fare un numero speciale dedicato alla bicicletta. Lo chiamammo Freebike: andò benone, in un’epoca in cui le case editrici soffrivano e il mondo editoriale veniva stravolto. Questa idea è rimasta nel cassetto per molto tempo fino a quando l’anno scorso proposi a Davide Marta un altro progetto simile. Contemporaneamente cercavo di convincerlo a pubblicare la rivista e studiavo tutte le riviste sul mercato per imparare, per innovare, per cogliere idee. Il primo numero di Alvento di questa estate è frutto di questo percorso.

Le tue scommesse sono due: il modo di trattare il ciclismo e il supporto su cui lo tratti, ovvero il cartaceo, in un periodo in cui molti lo danno per spacciato. Ci spieghi il motivo di questa scelta?

Io penso che la carta non sia alla fine. La carta non sparirà mai. Alla fine è un certo modo di fare i giornali. Quello sparirà. Quel modo di raccontare sparirà. Quei mini articoli che raccontano fatti già trattati dal web giorni prima: quello non esisterà più. Noi facciamo articoli di venticinque pagine. Se una storia è lunga merita tanto spazio. Non è vero che la gente non ha tempo o voglia: altrimenti nessuno più andrebbe al cinema o comprerebbe libri. Invece al cinema vanno ancora tutti e i libri si vendono. La differenza sta nella qualità delle storie e nel contenitore che le raccoglie. Bisogna pensare le riviste in modo più moderno ed in modo che si integrino col web, con i social media, con la possibilità di narrazioni dal vivo. Quando mi dicono che la carta è alla fine, io sono contento: come se fossi un ciclista in fuga e vedessi il gruppo che si allontana. Se finisce quel modo di raccontare su carta è meglio. Ma finisce quel modo, non la carta. Teniamo i piani distinti.

Mi sembra di capire che la tematica principale sia il tempo.

Esatto. Purtroppo ci hanno convinto che il mondo debba andare veloce, che tutto debba essere rapido e quindi anche la narrazione debba essere rapida, veloce. Lo si vede dai social, ad esempio, che mettono paletti allo spazio del racconto. Ci sono cose che non si possono raccontare in così poco. Se vuoi capire la letteratura russa, per fare un esempio, devi investire tempo, non puoi pensare di capirla in poche righe. Se vai a vedere un film non ci sono diversi formati da vedere: quello di dieci minuti, di venti o di trenta. Se vuoi fare quell’esperienza devi investire quel tempo: non di meno, non di più. La stessa cosa vale per i libri, per i viaggi, per ogni ambito di vita. Tu puoi conoscere l’Africa in quindici giorni a Zanzibar (e conoscerai ben poco) oppure puoi scegliere di dedicare anni a viaggiare in Mauritania o in Etiopia. Lì, forse, conoscerai qualcosa.

Alvento, una delle piacevoli novità ciclistiche della seconda parte del 2018. Emilio Previtali è il direttore editoriale. @Emilio Previtali, Facebook

 

Applichiamo questo discorso ad una rivista.

Molta gente non legge ciò che compra. Dice di aver letto un libro ed in realtà ha letto cinquanta pagine. Molte persone non comprano riviste per leggerle ma per trasmettere un certo messaggio. La stessa cosa succede con l’abbigliamento, con le biciclette o con i giornali. Ci uniformiamo alla massa. Informarsi richiede tempo. Non basta avere la libreria piena di libri: devi leggerli. Per fortuna c’è ancora gente che legge le riviste, che apprezza le storie lunghe, che cerca di andare al fondo delle cose. Sul primo numero di Alvento c’era la storia di Froome e della sua fuga al Giro cercando di spiegare l’umanità e la persona. Cercando di spiegare come è nata l’idea. Per una narrazione di questo tipo ci vogliono trenta pagine, ci vogliono pagine, ci vuole tempo.

Per capire questo concetto credo aiuti l’aver provato determinate esperienze. Esatto?

Aiuta l’aver provato a stare per ore in sella, aiuta l’aver faticato, l’aver capito le difficoltà che ci sono nelle cose che si vogliono fare, i sacrifici e il sudore. Froome da quando ha iniziato a correre ha perso diciassette chili: da quando correva nella Barloworld ad adesso non è solo un altro atleta, è proprio un altro uomo. Quando si racconta bisogna aver presente che dietro c’è un uomo. In questi mesi ho avuto a che fare con atleti molto bravi. Il punto è che a causa dell’incadenza del mondo che li circonda, dei giornalisti che li circondano, hanno la tendenza a disumanizzarsi. Ti danno le risposte che tu vorresti sentirti dare, rispondono a monosillabi, fanno fatica ad andare oltre con il loro racconto. Per arrivare ad ottenere la loro versione migliore bisogna avere pazienza.

Chiarificaci il concetto di pazienza in ambito narrativo.

Bisogna stare con i ciclisti, parlarci, ascoltarli, mangiare con loro, pedalare con loro. Non puoi andare da un ciclista a chiedere di risposte profonde senza aver speso nemmeno un minuto con lui. Col mio progetto cerco di stare vicino alle persone e magari capire le cose. Capire senza chiedere. Capire mettendo assieme dei segni, delle cose che noi abbiamo visto. Spetta a noi giornalisti questo salto dalla visione al racconto.

In quest’ottica bisogna parlare della figura dell’addetto stampa che, indubbiamente, ha reso più complesso il lavoro del giornalista. Qual è il tuo parere su questa figura e sul ruolo che oggi svolge nel rapporto tra giornalista e atleta?

Il sistema è costruito per dire no, per scoraggiarti. È così perché, purtroppo, i giornalisti a volte vogliono trattare l’argomento ma hanno già in testa quello che vogliono scrivere. Bisogna pensare che lo staff è terrorizzato dall’idea che il ciclista dica qualcosa di ambiguo, che possa essere male interpretato. Tra i giornalisti ci sono molti specializzati nel mettere in bocca ad un atleta maldestro, che non è specialista della comunicazione, affermazioni che in realtà non si riferiscono all’ambito in cui sono inserite. Capisco la necessità di proteggersi, non capisco il metodo che è decisamente antiquato. Non siamo negli anni ’50: il metodo migliore è insegnare ad un atleta cosa deve dire e cosa non deve dire. Non impedirgli di parlare.

Quale obbiettivo ti poni con Alvento?

Io non voglio essere un esempio con la rivista. Non voglio rappresentare niente. Non voglio dire delle cose. Voglio che ciascun lettore possa arrivare alle proprie conclusioni: questo è più ciò che fa la letteratura che il giornalismo. La letteratura non si pone come obbligo quello di dare una morale, si pone l’idea di raccontare delle storie e di fare in modo che l’interlocutore arrivi alle proprie conclusioni. Anche totalmente differenti da quelle dello scrittore. Questo, anzi, è il mio scopo. Mi auguro che ogni lettore, in base al proprio vissuto e alle proprie esperienze, arrivi a delle conclusioni circa l’argomento di cui si tratta. Ancora meglio se le conclusioni sono per ciascuno diverse.

Emilio Previtali intervista Filippo Ganna. ©Federico Ravassard

 

Un aiuto importante nella comunicazione giornalistica su Alvento viene dalle foto. Qual è la tua idea in proposito?

Se tu prendi una rivista qualunque, o si predilige la foto o il testo. Torniamo al discorso di prima: se dai troppo poco spazio devi per forza togliere qualcosa. Quindi, o foto o testo. Se dai più spazio, che poi è lo spazio giusto per il racconto, puoi mettere entrambe le cose. Noi scegliamo foto di reportage: azione più contesto. Il contesto è importantissimo. Si lavora su set di fotografie: da lì capisci cosa vuole realmente trasmettere il fotografo. Il focus non è sul personaggio, o per quanto non solo, ma su ciò che lo circonda. Sulla realtà in cui la persona va ad inserirsi.

Qual è il profilo ideale di un fotografo di Alvento?

A me interessa la persona. Il fotografo è una persona. A me interessa il loro sguardo, il loro punto di vista, ciò che loro vedono. Questo è il profilo più interessante. Non lo scatto fotografico: quello viene dopo. Ogni giorno ricevo un sacco di mail che si propongono di collaborare con la rivista: quando vedo il materiale mi accorgo però che quelle foto raccontano bugie. Non mi dicono ciò che sente il fotografo; mi dicono ciò che il fotografo pensa che io voglia sentire. Una fotografia deve darmi uno schiaffo. Quando la guardo deve dirmi qualcosa che non mi aspettavo di vedere. Altrimenti è inutile guardare la foto: lo scontato non mi interessa.

Come è composta la redazione di Alvento?

Per me non c’è un soggetto che va bene per la rivista e uno che non va bene. A me interessano le storie. Chiunque può fare cose interessanti per il mio progetto. La redazione è composta essenzialmente da freelance, credo quello sia l’unico modo di conservare indipendenza nella selezione dei progetti. A me interessano persone propositive: non voglio in redazione persone che si siedono, che si accontentano. Chiunque ha una storia da raccontare ed è in grado di raccontarla in modo autentico è un potenziale collaboratore di Alvento. La casa editrice è della provincia di Torino, la redazione vera e propria è a Bergamo, il grafico è di Varese e lavora da lì. Lavoriamo moltissimo su internet. Ci sono, poi, tantissimi profili di collaboratori che sono sparsi in tutta Italia. Mi piace dire che noi siamo una redazione diversa.

Perché?

Noi facciamo un giornale su carta ma non ci troviamo nello stesso posto per farlo. È alla fine l’idea della redazione che sta in un solo posto, che lavora fianco a fianco, che fa la riunione di redazione al mattino. Noi la riunione di redazione la facciamo con Skype o trovandoci a Piverone un paio di volte al mese. Ma lavoriamo al mattino: al pomeriggio andiamo in bici.

La montagna, in tutte le sue declinazioni, è tutto per Emilio Previtali: un chiodo fisso, una passione, una sfida. @Emilio Previtali, Facebook

 

Ad oggi Alvento esce ogni due mesi: la cadenza sarà sempre questa?

Per il primo anno ci siamo proposti di fare sei numeri e li faremo. Anche qui: la periodicità di un certo tipo è alla fine. Bisogna capire che serve una determinata flessibilità perché consente di risparmiare un sacco in termini monetari. Spostare la rivista di quindici giorni consente di risparmiare circa il 30% del costo della rivista. Il mio editore si occupa anche di altre riviste: se armonizziamo le uscite riusciamo a risparmiare. Se non siamo flessibili spendiamo circa il 50% in più. Al lettore non cambia nulla se il giornale esce un giorno prima o un giorno dopo. Noi siamo e resteremo bimestrali. Quando entrano a bordo le aziende bisogna considerare le loro esigenze. Ad oggi le nostre tempistiche sono andate bene a tutti coloro che con noi collaborano. Il nostro impegno maggiore è con i lettori.

Come sta andando la pubblicazione di Alvento?

La rivista sta andando molto bene. Abbiamo venduto molto di più rispetto a quello che pensavamo di vendere. Abbiamo avuto molto riscontro in edicola, cosa che per noi è importantissima. Si potrebbe anche saltare le edicole ed optare per altri tipi di distribuzione ma, alla fine, quello che ti identifica come progetto editoriale è proprio il fatto che tu la rivista la compri in edicola. Noi facciamo questo sforzo: in edicola vogliamo esserci. Siamo super soddisfatti di quello che siamo riusciti a fare dal punto di vista di vendita: la rivista è andata esaurita in tutti i distributori. Questo è un ottimo segnale. Ovviamente buona parte dei costi che vengono sostenuti per la progettazione della rivista viene assorbita dalla distribuzione. Questo è un nodo centrale, non solo di Alvento.

Spiegaci meglio.

Tu devi raggiungere le edicole con più materiale di quello che si venderà. Il costo è moltissimo. Molti giornali rendono ma non perché acquistati dai lettori ma perché pieni di pubblicità. Alcuni stampano giornali fregandosene dei quantitativi venduti. Noi non possiamo permetterci di fare questo ragionamento. Noi lavoriamo per il lettore perché se vogliamo stare in piedi la rivista dobbiamo venderla. E per ora, come dicevo, si vende bene.

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/