Dalla parte delle donne: intervista ad Alessandra Cappellotto

Come sta il ciclismo femminile? Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Cappellotto.

 

 

Alessandra Cappellotto nasce a Sarcedo il 28 agosto 1968. Seconda di tre fratelli, sin da bambina pratica diversi sport: pattinaggio, nuoto, ciclismo. Proprio su quest’ultimo ricadrà la scelta che condizionerà la sua vita. Una carriera di indubbio successo in team di notevole importanza: Acca Due O, GAS Sport Team, Power Plate, Conero Team, Chirio. Ad impreziosire il tutto la perla della vittoria mondiale a San Sebastián nel 1997, prima azzurra ad aggiudicarsi un titolo mondiale. Nel 2004 chiude la carriera ciclistica e per ben dieci anni crede che il ciclismo, per quanto resti una passione, non sia che sullo sfondo. A farla ricredere, nel 2014, è una telefonata di Cristian Salvato, presidente dell’Accpi, che la invita a candidarsi alla carica di vicepresidente dell’omonima associazione per tutelare il ciclismo femminile. Alessandra Cappellotto accetterà, non senza paure, nel ricordo degli insegnamenti di quel padre che sin da piccola l’aveva educata all’uguaglianza tra uomo e donna. In questo periodo socialmente ed economicamente complesso abbiamo provato ad approfondire con lei le tematiche di maggiore attualità.

Partiamo da un raffronto, Alessandra: com’è cambiato il ciclismo femminile negli ultimi vent’anni, diciamo da quando hai smesso di correre?

Sarò onesta, a differenza di quanto potrebbe sembrare da fuori, purtroppo e sottolineo purtroppo, dai primi anni 2000 ad oggi è cambiato ben poco nel nostro mondo. Dico a differenza di quanto potrebbe sembrare da fuori perché talvolta l’idea, da parte di chi non conosce la storia di questo sport, è di un ciclismo femminile dapprima completamente disorganizzato, senza grandi eventi, con squadre arrabattate e difficoltà economiche di ogni genere e successivamente, dunque oggi, di un ciclismo con grandi eventi e con ogni sorta di benessere. Non è così. Il tempo da noi sembra non essere trascorso. Basta conoscere un minimo di storia per saperlo. Io lo capii alla prima riunione in Accpi, dopo dieci anni di assenza da questo ambiente, quando per capire le problematiche e decidere come agire chiesi alle ragazze la loro situazione, i loro stipendi, le loro difficoltà. In dieci anni non era assolutamente cambiato nulla. I problemi sono rimasti e nonostante si lavori tutti i giorni per porre un argine alle differenze tra mondo maschile e mondo femminile, spesso mi chiedo: ho cinquantadue anni, fino a quando dovrò lavorare per raggiungere la parità? Lo sport maschile è sempre qualche passo avanti rispetto a quello femminile. Talvolta sono pochi passi, altre volte sono molti, troppi. Ma la parità, ad oggi, non esiste.

©Alessandro Brambilla, Twitter

Come sei arrivata in Accpi?

L’idea venne a Giorgia Bronzini. Prima l’Accpi si occupava soltanto del maschile e aveva al suo interno solo i rappresentanti di quel settore. Bronzini, parlando con Salvato, chiese se non fosse possibile inserire una rappresentante del mondo femminile. Fu così che Salvato mi telefonò. Lo ricordo come fosse oggi: era in macchina con Filippo Pozzato. Mi chiese dapprima di entrare in Accpi e successivamente di divenirne vicepresidente. Io non sapevo nemmeno cosa fosse l’Accpi. Accettai e venni votata ed eletta perché sin da piccola ho amato la bicicletta e il ciclismo. Non fu facile, avevo molte paure, non mi sentivo all’altezza. Per questo devo sempre ringraziare Cristian Salvato. Ho fatto poco, sono la prima a dirlo. C’è ancora moltissimo da fare. Tuttavia, voglio sottolineare con fierezza quanto quel poco sia stato necessario.

Quando hai capito che questa carriera poteva essere adatta a te?

Non mi piace si usi il termine carriera. La mia, la nostra, è dedizione. La carriera è un’altra cosa. Lo sport è una piccola parte della vita di una nazione, dell’economia di una nazione e di una famiglia. Io mi sostengo economicamente grazie ad altre attività. I guadagni per vivere li trovo altrove. Ma per vivere, non per sopravvivere, servono anche sogni, aspirazioni e progetti. Mio papà mi ha messo in sella sin da piccola, sei anni, massimo sette. Io, quarant’anni fa, andavo in bicicletta per le vie dei paesi di collina dove abito e sai cosa mi sentivo gridare? “Cosa ci fai in giro? Sei una donna. Le donne stanno a casa a fare la polenta”. Tornavo a casa dispiaciuta, ero troppo piccola per capire. Così chiedevo a mio padre, il quale diventava furibondo per queste parole. Eravamo tre fratelli: io, Valeria e Flavio, il maggiore. Nella nostra famiglia abbiamo iniziato tutti a pedalare presto, senza differenze di sesso. Mio papà lo diceva sempre: “Tu puoi fare tutto quello che fa tuo fratello. Niente di più, niente di meno. Se ti piace fare qualcosa nella vita, hai il dovere di farlo. Non esiste fermarsi perché uomo o donna”. A sei anni andavo in bici, pattinavo e nuotavo perfettamente. Essendo cresciuta con un padre con questi valori, valori a cui devo tutto, direi che la mia strada era abbastanza segnata.

Parliamo di cose fatte e di cosa da fare. Qual è la tua più grande soddisfazione? Hai rimpianti o rimorsi?

La nostra più grande soddisfazione è aver provato a far capire alle ragazze che siamo un gruppo e che come un gruppo dobbiamo muoverci. Da sole non si va da nessuna parte. Sembra facile, ma non lo è. Bisogna capire ciò che vogliamo e muoversi per ottenerlo, ma bisogna anche sapersi adattare. Che non vuol dire rinunciare ai propri diritti: vuol semplicemente dire non cadere nella logica del “tutto o niente”. Iniziamo a fare piccoli passi in avanti. Con pazienza e costanza, il tempo ci darà ragione. Il nostro è un grande orgoglio: essere la prima associazione di questo tipo che fa coesistere al proprio interno tanto il ciclismo maschile quanto quello femminile. L’omonima associazione francese, nata questo inverno, invece di unirsi all’associazione degli uomini ha costituito un’associazione indipendente. Va bene, sia chiaro: ma non è quello a cui aspiro io. Come diceva mio papà, non c’è differenza tra uomo e donna. Noi parliamo alle ragazze come parliamo a Matteo Trentin, a Vincenzo Nibali e a Elia Viviani. Le nostre riunioni sono uniche, stesso discorso vale per le assemblee. E non c’è ragione per non farlo. Perché se una donna ama andare in bicicletta non deve poterlo fare ad alto livello in quanto donna? Noi portiamo questa logica e a fare questa scelta siamo stati i primi al mondo. Non ho rimorsi. Rimpianti sì, invece. Non siamo riusciti a fare tante cose che avremmo voluto e dovuto fare. Per esempio, il discorso del professionismo femminile: in Italia non c’è una legge che equipari gli uomini alle donne. È frustrante. Serve pazienza, ma resta una frustrazione. Vorrei aggiungere una cosa.

©ACCPI Assocorridori, Twitter

Prego.

Parto da un esempio. La legge che obbliga gli automobilisti a tenere una distanza di un metro e mezzo dai ciclisti è stata voluta dall’Accpi e a parlare con l’allora ministro Toninelli c’eravamo io, Marco Cavorso e Paola Gianotti. Parentesi: non avremmo dovuto occuparcene solo noi, in quanto il problema è generale e riguarda tutti gli utenti della strada, professionisti o meno. Però lo abbiamo fatto lo stesso perché non è giusto che un bambino debba avere paura di pedalare sulla strada. Lo abbiamo fatto perché era giusto farlo senza stare a discutere troppo sull’organo più competente per farlo. Per il ciclismo in generale, per tutti coloro che devono avere la libertà di farsi un giro in bici. Anche per il ciclismo turistico.

Non è passato molto tempo, ma Toninelli non è già più ministro. Perché? Perché da noi cambiamo governi e cambiamo ministri ogni due anni. Che certezze possiamo avere? Questa instabilità è un fattore decisivo. Non si ha tempo di proporre un provvedimento che, con i cambiamenti a cui è esposta la nostra politica, si rischia di vederlo cancellato o variato in un attimo. Noi siamo una associazione apolitica, sia chiaro, ma l’accordo tra le parti è essenziale. I provvedimenti non possono essere sempre esposti al vento del cambiamento. Serve certezza. Per questo parlo di frustrazione. Forse, essendo stata atleta, trovo lì la forza per insistere. Molte volte verrebbe proprio la voglia di lasciar perdere, ma so già che non lo farò.

Arriviamo al nostro movimento femminile, quello italiano. Come sta la base?

Male. Chi inizia a pedalare oggi? Facciamoci questa domanda. In gran parte solo figli e figlie di genitori che hanno già praticato ciclismo. Gli altri genitori non si fidano: sono troppi i pericoli sulle nostre strade. È da irresponsabili mettere un ragazzo in strada oggi, hanno ragione. È tragico, ma è così. La normalità dovrebbe essere semplice: ho una bicicletta ed esco sulla strada a pedalare. In Italia non funziona così. La sicurezza stradale – o meglio, l’insicurezza stradale – influisce sulla pratica del ciclismo proprio a partire dalle prime categorie. Il fatto che non ci siano regole certe sulla circolazione stradale è deleterio, tanto per il ciclismo in generale quanto, se non ancora di più, per il ciclismo professionistico. Questo è il primo problema. Il secondo: i pochi bambini e le poche bambine che vengono messi in sella riescono a praticare tranquillamente il ciclismo fino all’età adolescenziale. A quel punto la domanda diventa: che futuro possono avere? La risposta negativa costringe soprattutto le ragazze a smettere.

L’unica possibilità, forse, è entrare nei gruppi militari. La riforma sembra imporre una scelta tra gruppi militari e team di appartenenza: qual è il parere di Alessandra Cappellotto?

Il fatto che questa sia una delle poche, se non l’unica, possibilità è segno che manca qualcosa. In un paese normale la possibilità per una ragazza di svolgere attività sportiva non dovrebbe essere condizionata dall’appartenenza ai gruppi militari. Detto questo, sia chiaro: noi ci battiamo per il miglioramento delle condizioni del ciclismo femminile, quindi se la coesistenza del gruppo militare e del team di appartenenza può garantire alle stesse un futuro migliore, perché dovremmo impedirla? Ovvio che un corpo militare sembra quasi penalizzare un team sorretto da uno sponsor. Lo confesso: io stessa, quando correvo, sono andata due volte a Roma a fare il test per entrare nella guardia forestale. Allora i gruppi militari di oggi non c’erano. Lo rifarei anche oggi. Non ho passato il test, ma se lo avessi passato avrei seguito anche quella strada con orgoglio. Anzi, sinceramente mi spiace molto di non aver conseguito quel risultato. Perché dovrei oppormi alla volontà delle ragazze che oggi vogliono seguire questa strada, considerando che all’epoca ho provato a prenderla anch’io? Il governo contempla questa possibilità, gli altri sport lo consentono: perché solo noi dobbiamo continuare a discutere di questo punto?

©ACCPI Assocorridori, Twitter

Parliamo di sostenibilità economica del ciclismo femminile. Molte voci autorevoli – De Candido, Amadori, Martinello – sottolineano il rischio che i passi avanti, seppur notevoli, che si stanno facendo, possano non essere sostenibili nel lungo periodo. Esiste effettivamente questo rischio, a tuo avviso?

Il World Tour è una conquista che abbiamo fatto a livello UCI per dare una certezza minima a un gruppo di atlete. Un gruppo per ora ristretto, solo otto squadre, ma contiamo che possa allargarsi. A queste ragazze abbiamo cercato di dare qualche certezza: quella di essere trattate come professioniste, ad esempio, con un minimo salariale e garanzie per quel che concerne la maternità, la pensione e molto altro. Non si può pensare che uno sport, qualunque esso sia, possa progredire senza una struttura di un certo tipo. Quant’è sostenibile? Lo vedremo proprio quest’anno. Su otto squadre World Tour almeno tre hanno già dei problemi. Qui interveniamo noi, seguendo queste situazioni e cercando di approntare contratti con le garanzie necessarie. Però cosa vogliamo fare? Vogliamo tornare indietro e togliere ogni garanzia a tutte le lavoratrici perché un sistema simile potrebbe non essere sostenibile? Stiamo parlando di diritti fondamentali: maternità, stipendi, assicurazione, pensione. Vogliamo questo? Io no, io non voglio questo. Secondo me era necessario buttare delle basi per il professionismo femminile. Seppur con tutte le variazioni sul tema che ci sono in Europa: in Italia non esiste il professionismo femminile, in Olanda sì. Anche solo guardando l’Europa, gli standard non sono uniformi.

Dicono che è difficilmente sostenibile? Forse hanno anche ragione, ma da qualche parte bisognava pure partire. In queste settimane di trattative con l’UCI, vista la situazione, una delle cose che abbiamo chiesto come Cpa è stata di riconoscere questo 2020 come anno neutro ai fini della riforma che nel corso di tre anni, dal 2020 al 2023, avrebbe dovuto gradualmente migliorare lo standard dei diritti minimi delle ragazze dei team World Tour sino al raggiungimento di una condizione soddisfacente. Abbiamo chiesto di rimandare le scadenze perché anche noi ci rendiamo conto che la situazione lo impone. È difficile far fronte alla spesa che un team World Tour richiede, lo riconosciamo e ci sottoponiamo ai sacrifici necessari. Gli stipendi sarebbero dovuti aumentare a partire dal primo gennaio 2021, aspetteremo un anno e partiremo dal primo gennaio 2022. Ma prima o poi questo passo bisogna farlo. Non basta dire che sono scelte difficilmente sostenibili per risolvere la situazione.

Spostiamoci un attimo sul tema internazionale. Si parla molto di un ritorno del Tour de France femminile. È possibile? Se sì, di che Tour de France parleremmo?

Ti rispondo, ma anche qui occorre fare una premessa. In questo campo c’è da considerare un discorso di cultura sportiva. Se oggi io vado dalle ragazze e racconto del Tour de France che ho corso con Maria Canins, seconda classificata, vinto da Longo, con gli stessi arrivi dei colleghi uomini, con Hinault su quello stesso podio, vengo guardata come fossi una extraterrestre. Non conoscono per nulla la storia del loro sport. Non sanno nemmeno cosa ci fosse in passato. Il mio primo Tour de France, a diciotto anni – oggi sarebbe vietato -, è stato quel Tour. Un Tour identico per maschi e femmine. Noi correvamo solo le ultime due settimane e correvamo solo gli ultimi chilometri della tappa, ma affrontavamo Mont Ventoux, Alpe d’Huez, Glandon. Tutte le salite più importanti del Tour venivano affrontate. Sarebbe bello tornare a quel Tour. Se il Tour potesse tornare, l’auspicio sarebbe per una corsa di quel tipo; non certo per una corsa minore o una corsa ridimensionata. Una corsa arrangiata non avrebbe senso. Per onestà, però, devo dire che il mio in questo caso è un periodo ipotetico dell’irrealtà. Ad oggi è assolutamente impossibile. Sono già tre anni che provo a parlarne con Prudhomme e Le Moenner, vertici di ASO, affinché possa ritornare quel Tour de France, il nostro Tour de France. Ma a loro non interessa, c’è poco da fare.

©ACCPI Assocorridori, Twitter

Ti hanno esposto delle motivazioni per questo disinteresse?

Le motivazioni sono differenti. Prima di tutto, è troppo complicato anche, se non soprattutto, da un punto di vista logistico. Parliamo per esempio de “La course by Le Tour de France”. Per le donne è molto importante correre sugli Champs-Élysées nello stesso giorno della corsa maschile, tanto per la copertura mediatica quanto per la soddisfazione degli sponsor. Loro però vorrebbero una corsa di più giorni e quindi abbiamo proposto una soluzione di questo tipo: le ragazze potrebbero correre il venerdì nella città in cui corrono gli uomini, trasferirsi il sabato e arrivare a Parigi per la gara della domenica. Anche questa soluzione non li convince per la difficoltà di gestire il format televisivo, gli operatori, le telecamere, gli spostamenti dei mezzi. Dunque anche su questo versante le certezze non ci sono.

La corsa a cui aspiriamo adesso è la Parigi-Roubaix. Potrebbero esserci degli sviluppi interessanti, quindi teniamo le dita incrociate. È inutile dire che sarebbe un passo importante per lo sviluppo del movimento. Per il Tour, invece, ad oggi non c’è nessuna speranza. Il progetto delle ultime dieci tappe maschili coincidenti con una corsa femminile è irrealizzabile, così come l’idea di correre in date diverse. Noi comunque continuiamo a chiedere una gara a tappe e rivelo qui che un accordo potrebbe trovarsi per il Giro del Delfinato. Questa è più di un’idea: è un progetto in corso di realizzazione, forse anche per il 2021. Dirò di più: senza questa crisi, forse, si sarebbe già mossa qualche pedina in questo 2020. L’idea è in ballo da almeno due anni. Noi siamo flessibili e tali restiamo. Fare il Delfinato ci andrebbe benissimo. Se ci fossero riscontri positivi con il Delfinato, prima o poi potrebbe arrivare anche il Tour.

Parliamo di copertura mediatica, copertura che spesso, purtroppo, in passato è venuta a mancare. Cosa si sta facendo, o cosa si potrebbe fare, in merito?

Noi come CPA Women siamo sempre stati dell’idea che adesso il movimento femminile, comunque in crescita, debba ancora “sfruttare” la popolarità di quello maschile per ottenere ulteriore visibilità. Noi dobbiamo raggiungere la nostra popolarità, la nostra credibilità. Per ora è giusto correre nelle stesse date degli uomini. Ecco perché abbiamo fatto tanto per poter fare la Gent-Wevelgem e il Fiandre anche al femminile: noi siamo certi che il pubblico finirebbe per innamorarsi del ciclismo femminile, se solo potesse seguire con costanza le prove più importanti. Non ci sono ragioni per cui il pubblico non debba appassionarsi alle gare femminili. Le ragazze non sono solo forti, atletiche e belle: sono soprattutto umane. Nelle gare femminili si vedono dei gesti di una bellezza e di una spontaneità uniche. Noi come CPA Women stiamo sfruttando la possibilità di correre con gli uomini anche per la Strade Bianche. Per metterci in mostra, s’intende, con la consapevolezza che il pubblico ci seguirà volentieri. Se poi, ad esempio, venissero a sapere che a Volterra arriverà una tappa del Giro Rosa, allora verranno a vederci anche lì. Potrebbe essere un inizio.

E per il futuro?

Il futuro del ciclismo secondo me è questo: nella stessa giornata gara femminile, gara maschile e gara amatoriale. Ovviamente scaglionate, con tempistiche diverse, in modo da riuscire a gestirle contemporaneamente. Dico futuro non a caso: non sarà l’anno prossimo, ci vorrà tempo, ma sarà comunque il futuro. Nell’atletica è già così. Prendiamo la maratona di New York: non è che il giorno prima corrono i professionisti e poi, il giorno dopo, gli amatori. A New York professionisti e amatori partono tutti lo stesso giorno. Sbaglio? Noi siamo in ritardo, ma arriveremo lì. E attenzione, un discorso di questo tipo non è utile solo per la copertura mediatica, ma è anche una soluzione di indubbio pregio dal punto di vista economico-finanziario.

©TuttobiciTECH

Alcuni addetti ai lavori, compresa l’UCI, sostengono che il ciclismo femminile potrebbe trarre giovamento nell’appoggiarsi alle grandi squadre maschili: il capitale per gestire due formazioni, una al maschile e una al femminile, non dovrebbe mancare. Cosa ne pensi, Alessandra?

Faccio un esempio per chiarire la mia posizione. Tu scegli di albergare in un hotel di lusso con la tua famiglia spendendo seicento euro a notte. Io allora vengo da te e ti dico: già che ci sei ospita qualcuno e paga anche per lui, tanto sei già lì. Non sono discorsi da fare e mi trovo in disaccordo con chi la pensa in questo modo. È inaccettabile che perfino l’UCI abbia forzato la mano in questo senso, obbligando dei team maschili ad investire nel femminile. Non esiste. Io apporto il capitale e quindi scelgo, io e soltanto io, dove e come e quanto investire. Può essere un auspicio, insomma, ma non un obbligo: la libertà di scelta dev’essere tutelata. Le ragazze, piuttosto, devono farsi vedere di più in gare importanti e fare in modo di intercettare l’interesse del pubblico e degli sponsor. L’investitore obbligato a mettere capitale sul team femminile, pur senza aver alcun interesse a farlo, alla prima difficoltà economica taglierà i fondi proprio in quel settore. Si sfruttino le gare che ci sono nel calendario maschile, ma non si obblighino tutti i team maschili ad allestire anche un equivalente al femminile.

Arriviamo all’emergenza Covid-19, Alessandra: quali provvedimenti potrebbero essere adottati per limitare la conseguenze di questa crisi? E come ne uscirà il calendario delle atlete?

Del calendario abbiamo parlato in maniera davvero puntuale un paio di settimane fa durante una riunione con l’UCI. Ci è stato presentato sia il calendario maschile sia quello femminile. È ancora tutto confidenziale, quindi non posso dire le date precise delle gare, ma per quel che riguarda il femminile, e ribadisco solo per quel che riguarda il femminile, mi sento di dire che è stato pensato e realizzato bene. Bisogna tenere conto che sono state inserite tutte le gare World Tour, salvo quelle che già avevano rinunciato, in un lasso di tempo molto ristretto. Ci saranno delle concomitanze tra gare World Tour e gare nazionali. Qui interviene il lavoro del CPA, con richieste specifiche all’UCI per allargare il più possibile il numero di partecipanti, per vagliare il criterio per decidere chi può partecipare e a quale gara e soprattutto per fissare il numero massimo delle atlete che partecipano a una gara e quante per team. A mio avviso, per garantire un regolare svolgimento della gara, dovrebbe essere il più elevato possibile.

Si è tanto lottato per avere squadre World Tour, ma questo virus ha ampliato notevolmente l’importanza che hanno i piccoli team italiani, per esempio. Solo un team italiano fa parte del World Tour: la Alé BTC Ljubljana. Le altre squadre sono il gruppo, le World Tour sono l’eccellenza. Senza il gruppo, però, non si va da nessuna parte. Questo ho detto all’UCI, questo bisogna ricordarsi. Arrivando al discorso Covid-19, è un discorso tanto complicato da un lato quanto semplice dall’altro. In ogni nazione ci sono protocolli e tempi precisi. Da noi, secondo Di Rocco, si potrebbe correre già a luglio. A livello internazionale, invece, non si potrà riprendere prima di agosto. In Olanda e in Belgio, però, qualsiasi evento sportivo a rischio assembramento è vietato fino al 31 agosto. Stiamo parlando soltanto di ipotesi e previsioni, David Lappartient è stato molto chiaro su questo.

©ACCPI Assocorridori, Twitter

Vuoi spiegarci meglio?

Ho chiesto personalmente a Lappartient se ci fosse un piano B. La risposta è stata netta: questo è il piano B, non c’è un piano C. Il tentativo di cercare di sopravvivere con il sostegno di ogni stakeholder del ciclismo è il piano B. Se non si riuscirà a portarlo a conclusione, sarà un disastro. Vorrebbe dire che il Tour de France non ci sarebbe e che in Italia non si riprenderebbe a correre: un disastro vero e proprio. Noi come CPA stiamo lavorando in collaborazione con tutte le associazioni nazionali affinché i governi diano agli atleti il permesso di uscire ad allenarsi e agli organizzatori quello di iniziare a organizzare qualche gara. Di Rocco ci ha assicurato che si sta facendo tutto il possibile per iniziare da luglio sul territorio nazionale, magari con qualche cronometro individuale e gare su pista.

Per il Covid-19 stiamo facendo davvero di tutto: mi sento quotidianamente con tutti gli addetti ai lavori, niente sabati e domeniche. Abbiamo un pool di avvocati che ci consiglia anche nell’interpretazione delle varie leggi emesse. Il punto è: è giusto che noi continuiamo a bussare alle porte dei vari governatori per chiedere di tornare in sella e per conoscere tempi e modalità? Ci sono stati tanti morti, tanta sofferenza. Va bene chiedere, va bene insistere, ma secondo me fino a un certo punto. Serve tanto rispetto, anche se tanto per noi quanto per le ragazze e i ragazzi è un lavoro. Abbiamo già scritto a tre ministri: Salute, Sport ed Economia. Al primo per assicurare le condizioni fisiche degli atleti e lo svolgimento degli esami clinici necessari, al secondo per precisare la condizione di atleti e al terzo per segnalare come non si chieda nulla per gli amatori o per categorie “minori”. Noi chiediamo soltanto che i professionisti possano tornare ad allenarsi. Stiamo parlando di centottanta persone in tutta Italia. Non se ne accorge nessuno della loro presenza in bicicletta. Consci del fatto che non si tornerà a correre prima di agosto, non abbiamo mai forzato la mano per rispetto della situazione e del dolore che ha provocato. Però crediamo che, allo stesso tempo, sia giusto che alcune persone ritornino in bicicletta all’aria aperta.

Gli organizzatori delle gare come si stanno comportando? Stanno collaborando?

A livello World Tour niente da dire. È stato poi presentato il calendario delle gare 1.1 e 2.2, ovvero le gare nazionali e le gare minori, e lì qualche problema c’è stato. Ci saranno alcune gare che si disputeranno nei giorni del Giro Rosa: a titolo puramente esemplificativo cito Giro dell’Emilia e Gran Premio Bruno Beghelli. Per arginare le problematiche derivanti da queste concomitanze, che saranno diverse, tornano in gioco quei provvedimenti che stiamo prendendo come CPA e di cui accennavo prima.

Arriviamo alla “fase 2”, in avvio in questi giorni nel nostro paese. Si parla di incentivo all’uso della bicicletta o comunque di una mobilità sostenibile e alternativa all’automobile. Cosa ne pensi? Sei ottimista a riguardo?

Sino a qualche tempo fa ero convinta che tutti stessimo imparando qualcosa da questo virus, che saremmo usciti cambiati, perfino migliorati. Negli ultimi giorni, sinceramente, mi sto rendendo conto che la gente è sempre più arrabbiata e non me la sento neanche di dare torto al risentimento di queste persone. Forse non moriremo più di coronavirus, ma continuando così moriremo di fame. Ogni piccola azienda, ogni piccolo business, ogni piccola famiglia si accorge delle crisi che c’è stata. Questo porta rabbia, stress, nervosismo. Il rischio è che quando si tornerà alla normalità questi sentimenti sovrastino ogni possibile miglioramento che questa situazione avrebbe potuto portare. Forse, col tempo, qualche miglioramento ci sarà, ma rimango pessimista. Questa situazione sta durando troppo. Non mi convincono nemmeno quei provvedimenti politici per la mobilità sostenibile. Ho dei seri dubbi. Mi spiace dirlo, ma non sono per niente ottimista a riguardo.

 

 

Foto in evidenza: CPA Women, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/