Dell’essere genuini: intervista a Francesca Baroni

Francesca Baroni è un raro esempio di genuinità e freschezza.

 

«Sicuramente devo prestare più attenzione quando sono in strada, ma avendolo fatto fin da piccola per me è normale. Quello che non percepisco attraverso l’udito mi arriva attraverso le vibrazioni. Posso garantirti che quando la mia bicicletta fa un rumore strano lo avverto subito e quando arrivo dai meccanici riscontrano sempre qualcosa che non va, a riprova del fatto che le mie sensazioni sono giuste. Le ho affinate col tempo. Sono decisamente pignola ed esigente e non sono mai stata smentita». Così Francesca Baroni ci racconta come affronta in sella la problematica all’udito che l’affligge sin da bambina. Lo fa con rara spontaneità, come quando, tempo fa, in un’altra intervista ci disse: «Non sento, ma non devi preoccuparti per me. Va bene così, sto bene così. Del resto per pedalare non mi servono le orecchie, ma le gambe».

Poche parole per cancellare quella patina di timori, di ipocrisia e di perbenismo che la società impone in maniera strisciante quando si trattano certi argomenti. Poche parole per farci vergognare di essere così incapaci. Non è giusto e le persone che affrontano queste problematiche lo sanno bene. «Essere donne – spiega Francesca – significa avere la capacità di concludere e gestire al meglio i propri impegni, cercando di non imitare l’uomo, mantenendo la propria essenza». Un’essenza da custodire perché il malinteso è dietro l’angolo, soprattutto in questi tempi. Francesca Baroni ha notato, e nota sempre più, che l’opinione pubblica, quando si affaccia al suo sport, lo fa privilegiando l’apparenza e non la sostanza. «È un male della società. Si guarda molto all’esteriorità delle persone, trascurando ciò che hanno da dire. Le persone andrebbero apprezzate per quello che sono e non per quello che mostrano. Io posto più foto sporca di terra e di fango che in abito da sera: “purtroppo” mi piaccio di più così ed è giusto che mi racconti in questo modo». Nel suo caso specifico, poi, mantenere il proprio impegno è ricordarsi ogni giorno della curiosità con cui, nel maggio 2006, andò da mamma e papà.

©Claudio Bergamaschi

«Mamma, papà, esiste il ciclismo femminile? Ditemi di sì, per favore. Io voglio correre in bicicletta». Quel pomeriggio, in televisione, aveva visto Ivan Basso vincere il suo primo Giro d’Italia e le era arrivata la certezza l’unica cosa che avrebbe mai voluto sarebbe stata assomigliare a quel corridore. «Devo dirgli grazie, la mia amicizia con lui è una tra le cose più belle della mia vita». Francesca Baroni racconta che, una notte, Babbo Natale passando dal camino lasciò una mountain bike blu nel salotto di casa. Furono i suoi genitori a impacchettare quella bicicletta quando fuori era ancora buio e a lasciarla lì per il suo risveglio. Poco cambia, in fondo: dovremmo capirlo tutti. Dal giorno dopo quella bambina girava per le strade di casa, accompagnata da mamma e papà, cercando una squadra. Trovò un gruppo di giovanissimi proprio lì vicino. «I miei seguivano già il ciclismo, andavano a vedere le gare più importanti, sono stati tifosi di Saronni, Moser, Fondriest, Simoni. Poi pantaniani convinti. Quando sono arrivata io, portavano anche me a veder le gare. Posso dire di avere trasmesso a loro una passione particolare, quella che si declina in sofferenza e gioia».

Francesca Baroni nasce e cresce a Viareggio. Un giorno le capita di assistere a una tappa del Giro d’Italia di ciclocross a Lucca. Non può ancora correre, in quanto la competizione è riservata alle esordienti, ma qualcosa scatta in lei. Prova addirittura il percorso. Quando le chiediamo il motivo di questo amore per il cross, la sua maturità lascia spazio al tempo passato e si riscopre bambina. C’è qualcosa di primordiale: qualcosa che ha a che vedere con l’anima ancora prima che con la persona, con tutto ciò che non si vede ma c’è, con tutto ciò a cui, essendo sin troppo razionali, stentiamo a credere, non capendo che la risposta spesso è proprio lì: credere ad una sensazione e lasciarsi andare, per una volta deboli. «Ricordo tantissimo fango, il senso era il fango. Il ciclocross mi fa sentire bene. Parlavamo di femminilità, giusto? Ecco, io quando sono sopra una bici da cross mi sento proprio come una bambina felice che gioca con le sue bambole o con la sua mini-cucina. La prima gara di ciclocross è stata speciale, era un percorso molto divertente all’interno di un’acetaia modenese, ricco di ostacoli naturali e artificiali. Ricordo che dovevamo attraversare un rimorchio di un camion, entrando da dietro e uscendo di lato. Sono arrivata con una ruota bucata senza nemmeno essermene accorta. Ho vinto».

©BICITV, Twitter

Non è tutto semplice. C’è un senso di realtà a cui non si può sfuggire. Rifuggirlo vorrebbe dire non desiderare il bene del proprio mondo. Il cross, in particolare in Italia, ha sin troppi problemi. «Purtroppo lo vedo sempre un passo indietro rispetto all’estero, anche se piano piano il movimento sta crescendo, soprattutto a livello giovanile. Nelle categorie superiori mancano gli investimenti di un certo livello e di conseguenza non maturano i talenti; dopo gli juniores e gli Under 23 molti abbandonano, basta vedere il numero degli Élite che corrono. Spesso anche perché i programmi non coincidono con quelli delle squadre che corrono su strada e in mountain bike. Servirebbero più visibilità, disponibilità economiche e persone che credono nel ciclocross, com’è successo in Olanda e in Belgio. Se non ci si crede non si farà mai nulla. Sono fortunata: in Selle Italia-Guerciotti-Élite non abbiamo questo problema. Grazie a loro sono riuscita a correre molto all’estero».

Baroni tiene molto all’interdisciplinarità, non a caso i suoi atleti prediletti sono ragazzi che vivono la perfetta commistione tra più discipline: Peter Sagan, Mathieu van der Poel, Wout van Aert, Jolanda Neff, Marianne Vos, Pauline Ferrand-Prévot. Approfondendo il discorso, chiarisce che strada e cross sono discipline completamente diverse: una gara su strada è lunga, servono fondo, resistenza e potenza; una gara di ciclocross è relativamente corta, è secca ed è necessario dare il tutto per tutto. Sono molto importanti i rilanci, la tecnica e l’agilità nei vari movimenti di discesa e risalita dalla bici, in più è fondamentale curare la corsa a piedi. Non è semplice gestire la doppia stagione, ma con la giusta programmazione tutto è possibile, anche se spesso in Italia il ciclocross non è ben visto dalle squadre che si concentrano perlopiù sulla strada. Baroni non dubbi: una gara di ciclocross aiuta sicuramente uno stradista nel ritmo, nell’esplosività e nelle capacità di guida del mezzo, mentre una gara su strada allena il fondo di un ciclocrossista. A soli ventuno anni, una grande soddisfazione – il campionato italiano a Schio – e un rimpianto – il campionato italiano a Roma. «Non ci ho creduto sino in fondo. Sono arrivata seconda per due secondi, quanto poco sarebbe bastato?»

©Giulia De Maio, Twitter

A tratti, nella chiacchierata la riflessione torna sulla figura della donna. Sono questi i momenti che ci restituiscono una Francesca Baroni più matura di quanto la sua età non faccia intuire: parla con profonda consapevolezza di ogni virgola, parla da donna fra le donne, parla da leader. «Da sempre una donna, sia nello sport che nella vita di tutti i giorni, deve faticare molto di più per dimostrare il proprio valore perché considerata spesso inferiore rispetto all’uomo. Ultimamente le cose stanno cambiando. In particolare nello sport c’è un grosso divario tra uomini e donne: sono pochi quelli dove entrambi i sessi hanno lo stesso riconoscimento, difficilmente si ricorda più una donna che un uomo. Federica Pellegrini ci è riuscita: lei, forse, è più famosa di altri nuotatori, ma quante medaglie ha dovuto vincere? Nel ciclismo, per fortuna, stanno cominciando ad abbinare le gare femminili a quelle maschili, spingendo così gli spettatori a seguire anche noi ragazze. Duole dirlo, ma all’estero sono sempre stati più avanti come mentalità: lì alle nostre gare si vedono un sacco di persone. Una volta, in Italia, mi sono trovata all’arrivo di una gara importante e ci saranno state venti persone».

Questa visione, spiega, si riflette anche sulla visibilità: la stampa, e talvolta nemmeno quella di settore, non dedica il giusto spazio al ciclismo femminile. «Provate a contare dieci pagine di un quotidiano tradizionale: quanto spazio ci viene riservato?». Mancano i fondi, mancano gli sponsor, il dado è presto tratto. «ACCPI e Alessandra Cappellotto stanno facendo il possibile per portare in alto il nostro nome: dobbiamo tifare per loro. Credo che in alcuni settori, ad esempio la pista, la Federazione stia lavorando molto sul gruppo femminile, anche grazie ai risultati che otteniamo. Nel fuoristrada le due categorie sono equiparate. Per quanto riguarda la strada, invece, si potrebbe migliorare cercando di abbinare le gare femminili a quelle maschili, anche se penso che la cosa non sia di facile organizzazione».

©Claudio Bergamaschi

Baroni è una ragazza semplice. Niente fronzoli per la testa, nessun modello impossibile da raggiungere: piedi per terra e idee genuine. I suoi eroi sono i genitori. Vivere, per lei, significa non mollare mai, viaggiare e mettere tutta sé stessa in qualunque faccenda intraprenda. «Non guardo molto al futuro, sono sincera. Ho il profondo desiderio di diventare una ciclista professionista. Spero di riuscirci». Il periodo trascorso e la quarantena imposta dal Covid-19 hanno lasciato in lei qualche timore e, forse, una leggera malinconia, la stessa che le fa dire che non vede l’ora di ripartire. Di quei tre mesi in casa ricorda in particolare alcune videochiamate con il suo direttore sportivo, Vito Di Tano. «Vito è diventata una persona molto importante per me, un punto di riferimento, sia nel mondo del ciclismo che nella vita personale. Riesce a trasmettermi sempre molta tranquillità anche nei momenti più difficili, i suoi consigli sono buoni e giusti. Nel periodo di quarantena siamo sempre rimasti in contatto e durante le lunghe e noiose giornate passate in casa solo una videochiamata con lui rasserenava almeno in parte una situazione davvero triste».

Di Tano è, senza dubbio, parte di quel mondo del ciclismo da cui Francesca Baroni si è sentita accolta e ascoltata nei momenti difficili, derivanti anche dalla problematica che accusa all’udito. Alcuni insegnamenti derivanti dal ciclismo sono diventati parte integrante della sua personalità, al punto che li sente innati dentro di sé. «Affronto il mio problema in maniera assolutamente tranquilla. Vivo la vita quotidiana nella più totale normalità. Convivo solo con delle limitazioni e con l’obbligo di diversi accorgimenti: per esempio, non posso parlare al telefono perché faccio la lettura labiale e alle partenze delle gare di ciclocross ho bisogno  del via dato con la mano, perché non sento il fischietto del giudice. Ho conosciuto tante persone speciali. In questo momento, purtroppo, l’uso della mascherina per il coronavirus mi sta creando qualche problema nel relazionarmi con le persone perché non riesco a visualizzare il movimento delle labbra, ma risolvo chiedendo gentilmente di abbassarla. Ti garantisco che non è così facile, spesso la mia esigenza non viene compresa. Comunque vado avanti, sempre avanti. Non mi abbatto di certo».

©Claudio Bergamaschi

Detto, fatto. Come in un mulino di parole, l’attenzione si volge alle prossime settimane e il momento di sconforto sembra solo un lontano ricordo. «Con questa situazione particolare legata al coronavirus non possiamo ancora fare grandi programmi, ma vorrei disputare una buona stagione di ciclocross, soprattutto ai campionati italiani, europei e mondiali. Per quanto riguarda la strada, devo fare ancora tanta esperienza: vorrei ottenere un buon risultato alla Strade Bianche, che correrò per la prima volta nei prossimi giorni; un altro sogno che si avvera, con il mio team Servetto-Piumate-Beltrami Tsa. Chissà, magari poi ci sarà la possibilità di correre il Giro Rosa e le altre gare in calendario previste dal programma della mia squadra».

Ci riuscirà, ne siamo convinti. È lei stessa a raccontarcelo. «Proprio grazie al mio carattere mi sono sempre buttata nella mischia. In questo senso non ho mai avuto paura. E alla fine sono sempre stata apprezzata per quello che sono». E qui finiscono davvero le parole, come quando ci si stupisce della bellezza possibile. Come Francesca Baroni, oppure dell’essere genuini.

 

Foto in evidenza: ©Claudio Bergamaschi

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/