Dentro il vulcano c’è qualcosa che ribolle

La pista non è una perdita di tempo: parola di Marco Villa.

 

Marco Villa è nato ad Abbiategrasso l’8 febbraio 1969. La pista è il suo habitat naturale: vive da sempre nei velodromi di tutto il mondo e le sue giornate sono scandite dal susseguirsi delle prove che la pista prevede e dal ticchettare dei cronometri che registrano i tempi. È stato due volte campione del mondo nell’Americana con Silvio Martinello, riuscendo anche a salire sul terzo gradino del podio alle Olimpiadi di Sidney nel 2000. I numeri relativi alle “Sei Giorni” non sono precisi ma rendono comunque l’idea del campione che è stato: per comodità, diremo che ne ha vinte più di venti, correndone oltre centosessanta. Da quando ha smesso di pedalare, Villa è passato dall’altra parte della barricata. Dopo i primi anni di sofferenza, gli ultimi hanno regalato a lui e agli italiani risultati di cui andare fieri: in campo europeo, internazionale, olimpico. L’oro di Elia Viviani è solo la punta dell’iceberg: sotto il livello del mare, un blocco gigantesco fatto di confronti e discussioni, sconforto e forza di volontà, allenamenti e traguardi sempre più importanti.

C’era una volta Marco Villa, eccezionale pistard.

Marco, la prima domanda sembra quasi obbligata: come si riesce a lavorare con successo con ragazzi che per la maggior parte del tempo si allenano per la strada o sono proprio sulla strada a correre?

Il merito è loro. Non lo dico per piaggeria o falsa modestia, lo dico perché è la realtà dei fatti. Sono loro stessi che, spesso, mi chiamano per chiedermi se c’è la possibilità di fare qualcosa in pista. Anche se il loro obiettivo in quel momento della stagione è la strada, anche se non c’è niente di programmato o obbligato. Ci si organizza finché è possibile con i ragazzi e con le squadre, ovviamente, ma poi la differenza la fanno il talento e la maturità di ognuno di loro.

Quali sono le Nazionali di riferimento nella pista? L’Italia ha qualcosa in meno? Oppure il problema è “solo” a livello infrastrutturale?

Sì, direi che il talento non ci manca, anzi. E con altrettanta certezza e serenità dico che sì, il nostro problema riguarda l’assenza di infrastrutture adatte. Però mi permetto di fare una critica.

Prego.

I vari Villa, Martinello, Lombardi, che qualcosa hanno vinto, si allenavano spesso e volentieri anche su piste scoperte. In Italia, finché c’era, si giocava il jolly Montichiari, al coperto. Ma le piste scoperte non vengono usate nemmeno quando è il tempo della bella stagione. Allora non è soltanto un problema di infrastrutture, c’è anche dell’altro. Non abbiamo, non certo da oggi, la mentalità giusta o comunque adatta ad interpretare la pista in un certo modo. Nazioni come Australia e Inghilterra, specialmente la seconda, non possono contare su un clima così clemente. Eppure so per esperienza che si allenano come capita, se necessario. E vincono tanto su strada quanto su pista. Personalmente non credo sia un limite dei ragazzi, quanto piuttosto dei direttori sportivi che li seguono.

Si spieghi meglio.

L’Italia ha una grande tradizione di direttori sportivi. E gli attuali non sono da meno: sono molto bravi, sono tanti, vincono bene o male tutti e nella maggior parte dei casi sono stati ciclisti professionisti. Il problema, se così si può chiamare, è che vengono tutti dalla strada. Tendono ad indirizzare i loro corridori secondo le scelte che facevano quando erano giovani, quando erano loro a correre. È per questo che spesso la pista viene vista come un timore, un rischio, una perdita di tempo: perché in molti lo pensavano già quando correvano. Ne ho viste tante, in questi anni. Anche bravissimi ragazzi venuti in pista per allenarsi e prenderci confidenza letteralmente spariti nel nulla dall’oggi al domani, senza preavviso né spiegazioni.

Rio de Janeiro, 15 agosto 2016: Elia Viviani vince la medaglia d’oro olimpica nell’omnium. @bicitv

Perché, come sostengono molti, pista e strada non dovrebbero andare d’accordo? Ci sono dei reali motivi, secondo lei?

Assolutamente no, e non lo dice soltanto Marco Villa: lo testimoniano gli ordini di arrivo e le prestazioni sui quali discutiamo ormai da anni. Ripeto, è una questione di mentalità, di cultura. Dal mio punto di vista, il percorso giusto dovrebbe prevedere la pista come partenza e la strada come eventuale destinazione. Per molti motivi: perché la pista torna utile anche per le prove su strada, perché la pista ha più discipline olimpiche che possono fungere da stimolo, perché permette di costruirsi un bel palmarès fin dalla giovane età e spendibile su strada. Penso ancora agli inglesi e agli australiani: se per anni non avessero brillato nei velodromi di tutto il mondo, chissà con quanto ritardo li avremmo conosciuti.

Quindi non c’è davvero nessuna controindicazione? Nemmeno di carattere tecnico e fisico?

A maggior ragione in questi ambiti la pista è funzionale alla strada. Sono tanti i direttori che mi dicono: “Te lo manderei anche ma domenica c’è una gara con tanta salita, la pista gli fa male”. Ma chi lo dice? Io ci rimango male quando sento queste cose. Mi capita di impostare dei lavori di forza resistente che probabilmente gli atleti non riescono a fare nemmeno su strada. Sono volumi importanti, che non possono non tornare comodi per le gare del sabato o della domenica. Aggiungo anche che la pista garantisce una sicurezza che ad oggi la strada non dà: in pista non c’è nessuna buca, nessun semaforo, nessun camion a impedire una preparazione serena e mirata.

Quali sono gli italiani interessanti in prospettiva?

Intanto non scordiamoci che c’è un certo Elia Viviani che può avere ancora qualcosa da dire. Il resto della Nazionale è estremamente giovane e già pronto: Ganna, Consonni, Lamon, Scartezzini. Scavando nelle categorie inferiori mi viene in mente Boscaro; e ci metterei anche Piccolo, nonostante sia uno di quei ragazzi che dopo un po’ non si è più fatto vedere. Evidentemente chi lo dirige si accontenta dei risultati su strada e pensa vada tutto bene così com’è. Comunque bisogna essere fiduciosi: i ragazzi ci sono.

Mi sembra, Villa, che non si parli a sufficienza di lei. È un demerito della stampa e della televisione oppure un merito suo, che non ama le luci dei riflettori e sa come scansarle?

Che della ribalta mediatica me ne interessi poco, credo sia sotto gli occhi di tutti. Sono appassionato da tutto il resto: le ore di lavoro in pista, i confronti coi ragazzi, le prove con le medaglie in palio. Un aspetto di cui mi dispiaccio, però, esiste: non provo piacere ad andare controcorrente, a dire la verità non è proprio una mia intenzione. È che in Italia, per retaggio storico, chi la pensa come me va automaticamente controcorrente. Siamo in pochi, direi. Anche se, come ho appena sottolineato, non vado a cercare la polemica. Ormai so come gira questo mondo. Prendo il meglio e il peggio e quando posso mi faccio sentire.

Diego Bragato, Filippo Ganna e Marco Villa.

A cosa è dovuta, secondo lei, questa passione per la pista riscoperta da tanti giovani italiani?

Tre fattori principali, non fate caso all’ordine, non è d’importanza. Primo, la fortuna di avere ragazzi così uniti, così disponibili, così appassionati e soprattutto così forti e maturi nonostante abbiano ancora dieci o quindici anni di carriera davanti. Secondo, il bel lavoro che abbiamo fatto noi tecnici. Ho sempre preteso la massima collaborazione da parte di tutti: di Bettini prima e di Cassani poi, ma anche della Federazione e quindi del presidente Di Rocco. Mi sono stati vicini: io, ad esempio, assisto anche alle gare su strada e Cassani fa altrettanto per quelle in pista. Ci sentiamo spesso, ci scambiamo pareri, ci organizziamo al meglio per non pestarci i piedi. Terzo, un nome e un cognome: Elia Viviani.

In diverse occasioni, entrambi avete ricordato quanto siate importanti l’uno per l’altro.

Non soltanto un rapporto professionale: c’è stima, complicità, amicizia. Per molto tempo siamo stati gli unici due rappresentanti della pista italiana: abbiamo condiviso le rispettive solitudini. Viviani è un campione. Dopo l’oro di Rio de Janeiro, promise subito il ritorno alle Olimpiadi di Tokyo non prima di essersi concentrato sulla strada per almeno due o tre stagioni. È stato di parola: corridore più vincente del 2018. È bene che si sappia che la pista la frequenta ancora nonostante le soddisfazioni che si è già tolto: viene per respirare aria di casa, per passare del tempo insieme alla sua famiglia, per preparare gli appuntamenti da stradista. Trovarsi è stata una fortuna: forse più per me che per lui. Ha fatto da traino per le nuove generazioni, è stato il miglior esempio che si potesse desiderare. Vive questa realtà come la vivo io, è dalla mia parte, è stato un supporto fondamentale. Quando Bramati mi chiamò per dirmi che avevano preso Elia, mi chiese: “Cosa dobbiamo aspettarci?”. Gli dissi: “Davide, di campioni ne avete avuti tanti, ma come Viviani non credo. Vedrai che ti darà qualcosa in più di tutti gli altri”. Credo di aver avuto ragione.

Cosa c’è nel suo futuro? Ha mai pensato di candidarsi ad un ruolo ancora più importante?

No, finché sentirò la fiducia da parte delle istituzioni continuerò con piacere il mio lavoro di commissario tecnico. Mi piace ancora guardar girare i ragazzi e cronometrarli. Mi piace insegnare loro l’importanza della concentrazione, la bellezza dello sforzo, la fatica della pista. Guardo le corse con occhio critico: non mi sono ancora annoiato, cerco sempre di migliorare quel che si può migliorare. La prestazione è più importante del risultato, che può essere ben più casuale della prima. Lo reputo un modo sano e produttivo di vedere le corse. Concludo dicendo che non ho mai curato il mio orticello e basta: mi sono dato da fare a trecentosessanta gradi, quindi per quanto mi riguarda sono sereno e soddisfatto.

Un Villa pensieroso, come spesso gli è capitato di essere specialmente qualche anno fa.

Quali emozioni trasmette la pista a differenza della strada?

Rispondo dicendo che intanto mi piacerebbe che ogni vittoria venisse celebrata per quello che è, senza curarsi molto del corridore o della specialità in questione. Una vittoria è una vittoria, un trionfo azzurro è sempre un trionfo azzurro. Per il resto, direi che le differenze sono quelle che più risaltano: l’intensità e la durata dello sforzo, la dinamicità della pista che raramente si ritrova su strada, la varietà dell’una contrapposta alla staticità dell’altra. Per me sono entrambe bellissime, sono due esperienze da vivere. Sono complementari. La nota positiva per quanto riguarda la pista è il numero di spettatori che riempiono i velodromi: mi è giunta voce che a Rio ci fossero problemi di posto, vale a dire che ce n’erano pochi considerando la domanda del pubblico.

Villa, un’ultima domanda. Mi viene da pensare che molte volte lei si sia sentito solo, talvolta anche abbandonato. Ha mai pensato di mollare? Ha mai detto “chi me lo fa fare”?

Difficoltà ce ne sono tuttora, lo sconforto ogni tanto si ripresenta. Uno dei tanti motivi, ad esempio, è la chiusura del velodromo di Montichiari. Tutto si complica, purtroppo. Così come non è stato facile far squillare a vuoto certi cellulari: probabilmente chi avrebbe dovuto rispondere leggeva che la chiamata arrivava dalla pista, e allora si inventano impegni, problemi, scuse. Adesso il vento è cambiato. I risultati sono arrivati e continueranno ad arrivare, ho Viviani con me che fa da traino per l’intero movimento e una schiera di ragazzi pronti a conquistarsi un posto al sole. La pista non è una perdita di tempo.

 

Foto in evidenza: @bicitv

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.