Dove il talento sgorga trasparente: intervista a Marino Amadori

La discrezione non inganni: ha lavorato con Luperini, Pantani e la Federazione.

 

Marino Amadori è nato il 9 aprile 1957 a Predappio. La sua vita va da sempre di pari passo col ciclismo. La carriera da professionista gli ha regalato poche vittorie ma buone: Giro del Piemonte, Trofeo Matteotti, Coppa Placci, Coppa Agostoni, Coppa Sabatini, Gran Premio Industria e Artigianato e una tappa alla Tirreno-Adriatico 1981. Considerato uno dei migliori gregari italiani degli anni ’80, è stato uno dei pilastri della Nazionale. Maglia azzurra che ha ritrovato qualche decennio più tardi quando, dopo esperienze nel ciclismo femminile e alla Mercatone Uno, gli è stato proposto di entrare in Federazione: donne prima, ragazzi poi. Marino Amadori ha oggi un compito fondamentale: consegnare al ciclismo giovani italiani di talento e prospettiva. La discrezione che lo caratterizza rischia di far passare in secondo piano il bel lavoro che sta facendo.

 

Che corridore era Marino Amadori? Quando si è reso conto di voler passare dall’altra parte della barricata, ovvero in ammiraglia?

Prima di tutto posso dirvi quello che non ero: un campione. Però direi d’aver compensato bene. Sono stato un buon gregario che ha lavorato tanto per i propri capitani. Le corse con la Nazionale di Alfredo Martini mi hanno dato tantissimo. Ho partecipato a undici campionati del mondo: dieci li ho corsi, ad uno ero e rimasi riserva. Arrivato ad un certo punto della mia carriera, mi sono reso conto di voler insegnare quello che avevo imparato. Con umiltà, ci mancherebbe: però sentivo che mettermi a disposizione degli altri era la cosa giusta da fare. Ripartii dalla Giacobazzi, dove corsi da dilettante. Trovai anche un giovane Marco Pantani.

Prima di entrare nel giro della Nazionale, però, ci sono state altre esperienze. La prima in ordine cronologico fu quella che la vide coinvolto nel ciclismo femminile.

Sì, una bella avventura considerando che ho avuto il piacere di lavorare con una campionessa come Fabiana Luperini (cinque volte il Giro d’Italia, tre volte La Grande Boucle Féminine, e poi campionati italiani, la Freccia Vallone, svariate edizioni del Giro del Trentino, ndr). Fu un amico a propormi questo progetto che stava nascendo nel circuito femminile italiano. Dietro c’era un sponsor importante, Sanson. Decisi dunque di buttarmi, era un settore che stava crescendo, ero curioso di mettermi alla prova. Furono anni bellissimi.

Quanto è cresciuto il movimento femminile da allora ad oggi?

Tantissimo, ma non dico nulla di nuovo, è sotto gli occhi di tutti. A quei tempi era ancora un settore particolare, non era per niente semplice lavorarci, ci si scontrava con molti pregiudizi. E di donne che pedalavano ce n’erano poche e quelle poche venivano guardate con due occhi così. Diciamo che, piano piano, andavano formandosi i presupposti per fare bene. Noi, ovvero Sanson, siamo stati un riferimento e un traino: potevamo contare su grossi finanziamenti e questo ci permetteva un’attività internazionale. Tutto ciò che di bello oggi si dice e si scrive del ciclismo femminile è meritato e giusto. Bisogna parlarne, è una realtà importante che salta agli occhi.

In Italia manca qualche sponsor che investe: per questo la nascita della Trek è una buonissima notizia. Una riflessione che mi viene in mente, invece, riguarda la doppia velocità con la quale il movimento sta crescendo. Il mondo femminile, ancora più del maschile, deve moltissimo alle piccole realtà: sono quelle che tengono in piedi la baracca. Quindi, ben vengano i grandi sponsor pronti a investire ma non ci si dimentichi del resto. Se queste certezze dovessero venir meno, molte ragazze rischierebbero di non arrivare al professionismo.

In maglia azzurra, Fabiana Luperini. Emma Pooley, Marianne Vos ed Elisa Longo Borghini sono le altre tre atlete che la circondano. ©anMarton, Flickr

Il suo periodo femminile, tra club e Nazionale, è stato intervallato dalla chiamata della Mercatone Uno. Ha ritrovato Marco Pantani al termine della sua parabola umana: quella sportiva si era già interrotta da un pezzo.

Cercavano una persona fidata (e romagnola) che potesse stare vicino a Pantani. Per me, inutile dirlo, era un onore: per quello che aveva fatto lui soltanto qualche anno prima e perché io, tutto sommato, ero ancora agli inizi. L’offerta mi interessò fin da subito, mi sembrava di toccare il cielo con un dito. La situazione, però, si rivelò difficile fin da subito. Il ciclismo degli anni ’80, il mio per intenderci, era finito: trovai un mondo diverso, cambiato, difficile. Non mi ci ritrovavo. I problemi che aveva Marco li conosciamo tutti, ormai. Comunque ho ancora la pelle d’oca a pensare a quei giorni.

Allenamenti infiniti, in bici era una macchina da guerra, faceva delle cose che non erano da tutti: solo i campioni potevano farle, e lui lo era. Nulla di nuovo, per me: lo avevo già diretto alla Giacobazzi e me lo ritrovavo spesso a ruota quando ancora correvo e uscivo per allenarmi. Lui era uno junior e io un professionista, eppure andava forte: aveva qualcosa in più, era nato per la salita. Cos’altro dire: ci ha lasciato troppo presto, ancora oggi sono addolorato e triste. Mi dico spesso: forse avrei potuto fare di più per la persona e non l’ho fatto.

Veniamo al suo ruolo attuale, Marino.

Evidentemente da corridore avevo seminato bene perché per entrare in Federazione mi chiamarono Renato Di Rocco e Alfredo Martini. Li conoscevo da una vita, con loro ho sempre avuto un bel rapporto. Nessun dubbio, ovviamente: per me l’azzurro è il colore più bello, la Nazionale è al di sopra di tutto. Dissi di sì senza nemmeno pensarci, non ce n’era bisogno. Anche qui, feci il percorso inverso rispetto a molti miei colleghi: prima il femminile, poi il maschile. Nel femminile facemmo anche buone cose, ci stavo molto bene. Poi arrivò la possibilità di prendere in mano i dilettanti. In Italia eravamo indietro, ce ne saremmo accorti negli anni successivi. Era una sfida difficile ma accettai volentieri: pensavo si potesse far bene e ne sono ancora convinto.

Come sta il ciclismo giovanile italiano?

Parto da una puntualizzazione: finché non ci mettiamo in testa che il ciclismo è cambiato tantissimo, che non è più una questione soltanto europea e che le nazioni con le quali abbiamo a che fare sono raddoppiate rispetto a vent’anni fa, continueremo a piangerci addosso e a rimanere storditi. Partiamo da questo punto fermo, che non è una scusa ma la semplice realtà dei fatti che è sotto gli occhi di tutti. Anche il caso italiano è tutto sommato facile da analizzare. Per alcuni anni abbiamo pedalato a vuoto: ci siamo chiusi a riccio nel nostro orto, abbiamo lasciato perdere le gare all’estero, la multidisciplinarietà e le cronometro. Ecco perché fino a poche stagioni fa eravamo messi così male.

La crescita di un ragazzo passa dalle prove internazionali: che risulti migliore o peggiore dei coetanei stranieri conta fino ad un certo punto. Intanto si fa le ossa, cosa che alla corsa del paese difficilmente succede. In altri paesi la multidisciplinarietà viene data per scontata: è la base. Da noi, per lungo tempo, è stata letteralmente dimenticata. Adesso, invece, è stata recuperata. La collaborazione con Marco Villa è distesa e, mi sembra, produttiva. Stesso discorso, infine, anche per le prove contro il tempo, sempre più importanti per rimanere a galla e provare a vincere i grandi giri. Per anni è stato tutto fermo: nelle ultime stagioni, invece, ci sono stati grossi miglioramenti.

Nel corso della sua lunga carriera, Marino Amadori ha avuto a che fare anche con Marco Pantani: da dilettante prima e da professionista poi. ©Jos @ FPS-Groningen, Flickr

Tira spesso in ballo l’estero: pensa a qualche corridore in particolare?

Edoardo Affini, che va veramente forte e infatti passa con la Mitchelton, non proprio una squadretta. Ha fatto una stagione bellissima. Lui è stato bravo perché nonostante la giovane età ha preso una decisione difficile e, col tempo, giusta: lasciare l’Italia e andare in Olanda. È vero, essendo un passista ha trovato un territorio e delle corse più adatte alle sue caratteristiche. Ma il resto ce lo hanno messo lui e la squadra. Ha investito su di lui e sulle sue capacità in pianura e nelle cronometro: lo ha supportato economicamente, negli allenamenti, nella scelta del calendario. Ha creduto nell’atleta. In Italia, per fare un esempio, c’è chi passa professionista e la bici da cronometro non l’ha quasi mai toccata. Non ci mancano gli atleti: credo, invece, che manchi la voglia di lavorare in un certo modo.

Parallelo tra i giovani italiani e i giovani stranieri: i secondi, non sempre ma molto spesso, dimostrano la loro stoffa vincendo o piazzandosi fin da subito; molti ragazzi italiani, invece, devono aspettare i ventisette o i ventotto anni per iniziare a raccogliere qualcosa. A cosa può essere dovuta questa differenza? Si spiega soltanto col talento, presente o assente, oppure c’è dell’altro?

Allora, il talento è una componente fondamentale e bisogna sempre confrontarcisi. Però ci si può fare poco: c’è chi nasce campione, chi lo diventa, chi si perde. Non possiamo controllarlo o prevederlo: sfruttarlo e valorizzarlo, invece, sì. Tornando alla prima parte della domanda, credo che la questione sia un’altra. Soltanto le corse a tappe permettono di aumentare i giri del motore. Ci si abitua alla fatica quotidiana, si fanno dei lavori intensissimi: corse di un giorno distribuite qua e là, al contrario, significano sforzi più digeribili e l’impossibilità ad allenarsi sul serio perché ogni tre giorni si corre. Le corse a tappe, invece, danno la possibilità di lavorare ad alti livelli tutti i giorni.

Il salto di qualità, a scorie eliminate, viene da sé: è naturale. Ecco, vale lo stesso discorso fatto in precedenza: finché non abbiamo rilanciato il Giro d’Italia dei dilettanti, il nostro paese poteva contare soltanto sul Val D’Aosta. Quando poi si sfidano i pari età stranieri, che di corse a tappe ne fanno molte, ti accorgi della differenza. Certi carichi di lavoro puoi farli soltanto nello spazio di più frazioni consecutive. L’esempio calzante è Gianni Moscon. Se è stato in grado di farsi valere fin da subito, è perché da dilettante ne ha corse diverse: tanto col suo team, quanto con noi in Nazionale. La strada è questa ma dobbiamo ancora migliorare. Secondo me tra qualche anno ci divertiremo: penso anche a Ganna e Consonni.

Qual è la caratteristica che più spesso le sembra manchi nei giovani coi quali hai a che fare?

È un problema purtroppo diffuso che non nasce tra gli Under 23, ma prima. I ragazzi se lo portano dietro fin da piccoli. Vedo troppi juniores che scimmiottano i professionisti o i dilettanti. Chiedono troppo alla loro testa e al loro corpo e così, quando arrivano a diciotto anni, sono già cotti, sfasati, senza stimoli. Da non sottovalutare anche la situazione che vivono alcuni ragazzi: da adolescenti vincevano a ripetizione e tra i dilettanti fanno fatica e si abbattono irrimediabilmente.

Da juniores basta avere qualcosa in più degli altri per portare a casa la corsa: se lo fai spesso, ti abitui a sentirti vincitore e vincente. Poi, quando maturano anche gli altri e i valori in campo si livellano, bastano due scoppole per mandare all’aria una stagione. Di casi del genere, ultimamente, ne sto trovando molti: bravissimi ragazzi ai quali crolla il mondo addosso ogni volta che perdono. Bisogna lavorare sulla testa, aiutarli a formare un carattere più stabile e solido. Reagire nella maniera giusta è difficile, specialmente a quell’età: ma fa la differenza tra chi prosegue e chi smette.

Il giovane italiano più importante col quale Marino Amadori ha avuto a che fare è Gianni Moscon: è lo stesso cittì ad ammetterlo. ©Caffè&Biciclette

Ultimamente alcuni ragazzi del gruppo e addetti ai lavori ci hanno ricordato che il dilettantismo classico, com’era una volta, è sopravvissuto solo in Italia e in Spagna. Altrimenti, sono le Continental a farla da padrone. Sono davvero la soluzione giusta, Marino?

Purtroppo non ci sono regole precise e che possono valere per tutti, sarebbe troppo facile. Per me è fondamentale avere un progetto serio e saper portare pazienza. Non basta avere la licenza Continental per sfornare giovani campioni. Per come va il ciclismo oggi, aiutano: ma, ripeto, bisogna stare attenti. Un ragazzo al primo anno in una Continental va trattato con i guanti bianchi: si fanno tante corse a tappe, all’estero, a volte anche con dei professionisti. C’è il rischio che esploda, se gestito nella maniera sbagliata. Saper aspettare e pianificare è la chiave. Da un primo anno, ad esempio, non mi aspetto mai molto: raramente guardo i risultati. E va bene così, il ragazzo prende le misure e passa un anno produttivo e sereno.

Dal secondo in poi, invece, mi aspetto qualcosa: penso a Gazzoli, Puppio, Rastelli, che nelle categorie inferiori facevano tanto bene. Gazzoli già quest’anno era nella Continental di Contador e Basso (la Kometa Cycling Team, ndr), Puppio sarà lì dal 2019. Per sottolineare che Continental non è necessariamente garanzia di successo e prospettiva: o almeno, non da subito. Riprendo ancora Gianni Moscon. Da dilettante ha corso nella Zalf, non una Continental, per di più una squadra che non va molto all’estero: eppure, tra Zalf e Nazionale, guardate che corridore è diventato.

Le riassumo il concetto espresso da Roberto Damiani in una recente intervista: Nibali che vince la Sanremo, Viviani che centra quattro tappe al Giro d’Italia oppure la Nazionale che vince o si piazza con costanza mascherano le falle istituzionali. A volte si ha la sensazione che manchino obiettivi a breve, medio e lungo termine. Cosa ci può dire a riguardo?

Che rispetto il pensiero di Damiani ma non lo condivido. Non la vedo così, sono sincero. Ormai sono nel giro da anni, quindi credo di avere un’idea chiara e una buona conoscenza dell’ambiente. Come ho già detto, sicuramente il movimento ciclistico italiano ha avuto diverse battute a vuoto nello scorso decennio. E questo ha finito per riflettersi anche su quello attuale: fino a pochi anni fa, però. Perché ultimamente la situazione mi sembra cambiata. C’è collaborazione tra i vari settori, stimiamo l’operato di ogni collega e lavoriamo sulla multidisciplinarietà. E la Federazione ci supporta, non ci fa mancare nulla. Abbiamo la possibilità di fare corse, trasferte, stage più lunghi e altri più corti. Stiamo facendo bene, l’inerzia è positiva.

Perché lavora coi giovani, Marino? Cosa le danno?

Perché ho vissuto molte esperienze e voglio trasmetterle a loro, che hanno questa passione che li spinge a praticare uno degli sport più duri e faticosi al mondo. Questa voglia di trasmettere e condividere l’ho appresa da Martini, un maestro. Vedere dei giovani che si migliorano, che imparano a soffrire, a vincere e a perdere, dà tantissima soddisfazione. Se si raccolgono bei risultati con costanza, ancora meglio. Il mio obbiettivo è di consegnare al professionismo e a Davide Cassani dei giovani già maturi, con dei valori e pronti per distinguersi il prima possibile.

Marino Amadori non ha dubbi: quando si parla di potenziale a disposizione, nomina subito Moreno Moser ed Enrico Battaglin. Crede che abbiano ancora molto da dire e tutti i mezzi necessari per provarci. ©filip bossuyt, Wikimedia Commons

Ha mai pensato alla nazionale maggiore?

No, non mi è mai interessato. Il professionismo lo conosco bene e, sinceramente, sento che non fa per me. Non mi regala le stesse emozioni dei miei ragazzi. E dire che l’ho vissuto, da ciclista prima e da membro della Federazione poi. Credo che ognuno debba sapere cosa vuole e dove vuole essere. Riconoscere i propri pregi e i propri difetti, ecco. Siccome non voglio bruciarmi inutilmente, preferisco rimanere al mio posto. E siamo tutti più contenti, io per primo.

Chi è il giovane più forte e talentuoso che le è passato tra le mani?

Gianni Moscon su tutti, ma fortunatamente non è il solo: penso anche a Viviani e Colbrelli, che sta crescendo sempre di più. Ce ne sono due, invece, dai quali mi aspetto molto: Moreno Moser ed Enrico Battaglin. Se riuscissero a liberarsi di alcuni limiti che li frenano, ci farebbero divertire. Io credo ancora in una loro definitiva consacrazione: i mezzi non mancano.

Concludiamo con una domanda sul suo mondo, Marino: quello dei dilettanti. Come si vive al suo interno? C’è molta esasperazione?

No, in Italia non ce n’è molta: per assurdo, se ne trova di più tra gli juniores. Ma di questo abbiamo già parlato. L’unico appunto che mi permetto di far notare è legato alla programmazione della stagione o del percorso di un corridore. Non è necessario vincere tanto, vincere sempre o vincere subito. Ogni ragazzo ha una storia a sé. Alcuni andrebbero gestiti meglio: senza fretta, senza stress. È inutile dominare in Italia se poi all’estero si incontrano serie difficoltà ad ogni chilometro. Bisognerebbe imparare a programmare un po’ di più, ecco. Per il resto, nulla da aggiungere: l’Italia sta meglio di quanto sembri.

 

 

Foto in evidenza: ©Claudio Bergamaschi

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.