Dove ritmo è la parola chiave: intervista a Chiara Consonni

Chiara Consonni ci regala uno scorcio meraviglioso: ciclista professionista a diciannove anni.

 

Scrivere di ciclismo era, prima dell’avvento della comunicazione televisiva, un mezzo di evocazione. Portare alla mente del lettore paesaggi, fatti e persone che mai avrebbe potuto vedere dal vivo. Le parole in questo senso hanno qualcosa di particolare: agiscono per associazioni e rimandi sulla base di una conoscenza comune. C’è sul fondo di ogni descrizione lessicale una prassi per cui tutti possono cogliere la percezione del narratore: quella parola nella mente di ciascuno vuol dire quella precisa cosa e rimanda a quella determinata sensazione. Chi scrive è, in fondo, qualcuno che non ha mai perso la fede in quella capacità; è qualcuno che crede che l’immaginazione data dal ritratto attraverso la lettura sia più potente di qualunque reale immagine da telecamera. Per questo, tra i tanti modi di introdurre un’atleta non è mai banale partire da una parola. Ritmo: è questa la parola.

Chiara Consonni,  nata il 24 giugno 1999 a Ponte San Pietro (Bergamo), per gli amici Conso o Chiari, combacia perfettamente con questo lemma. Nel modo di parlare, fitto e intramezzato da sorrisi e risate, ritmico appunto, nel modo di essere, si definisce “l’anima della festa” del suo team, Valcar-Cylance, e anche nel modo di correre: un’agonista vera, la ragazza che tutte le atlete del gruppo vorrebbero avere in squadra secondo Dino Salvoldi. Una ragazza che in strada butta tutto il cuore che ha. Volendo guardare a fondo, il ritmo si ritrova anche nei gusti musicali di Chiara: “Ascolto volentieri Avicii e i Coldplay. In generale mi piace la musica commerciale. In questi ultimi anni ha iniziato ad appassionarmi molto la musica latino-americana. Anche prima delle gare mi piace mettere le cuffie ed ascoltare questa musica. Mi dà carica.

Abbiamo detto: lingua comune, sensazioni comuni. Anche per questo Chiara vuole imparare lo spagnolo, forse una lingua più vicina al suo modo di essere: “Chissà, un domani quando finirò la scuola potrò studiarlo. Sarebbe il mio sogno.” Quest’anno è decisivo: è l’anno della maturità. Paure poche e ben definite: “Temo mi porti via troppo tempo per il ciclismo: giugno è il periodo in cui sono concentrate più gare. Da un lato mi spiace doverle perdere, dall’altro so che una volta conclusi quei giorni potrò dedicarmi solo ed esclusivamente al mio sport.” Chiara ci pensa un attimo e poi aggiunge: “Il ciclismo non è solo uno sport che mette in risalto le tue doti atletiche, è un ambiente in cui si creano tanti legami, tante amicizie. Con le mie compagne passiamo tutta l’estate assieme: siamo una famiglia. Siamo come sorelle. Io farei qualunque cosa per loro e loro farebbero di tutto per me.

Quando parla di ciclismo, Chiara non controlla più le parole, aumenta le risate, e mette in mostra tutto lo stupore con cui una diciannovenne guarda il mondo. In realtà questo stupore deve essere insito nella personalità: ad ogni domanda l’inizio della risposta è un guizzo. Una voce che si alza improvvisamente per la voglia di rispondere e di raccontare: “C’è stato un anno in cui correvamo in bici io, mio fratello Simone, mio fratello Daniel e i miei tre cugini. Da piccolina mi ricordo che sono andata a vedere una gara di Daniel: che tenerezza questo bimbo con il casco e la gomma da masticare in bocca che salutava tutti: ciao, ciao, ciao. A tutti lo diceva.

Simone Consonni è il maggiore in casa Consonni, cinque anni in più di Chiara; Daniel il minore, un anno in meno della sorella. Di Simone, Chiara ricorda il consiglio principe datole quando era ancora ragazzina: “Mi diceva: divertiti. Non pensare ad andare alle gare per vincere, non fare paragoni fra la tua bici e quelle delle tue compagne. Sii contenta e vivila come un gioco. Poi crescendo le cose cambieranno ma per ora deve essere così. Anche oggi che ci vediamo meno perché siamo sempre in gara e lui non vive più con noi, è per me una stella fissa. So che per qualunque cosa posso contare su di lui.” All’inizio, per Chiara Consonni il ciclismo era un pretesto per passare le domeniche in famiglia, per conoscere posti nuovi, per stare assieme e giocare.

Seguendo questa via, Consonni è arrivata tra le grandi ed ha iniziato a vincere battendo da subito rivali di tutto rispetto: “Devo ringraziare Davide Arzeni, il mio preparatore. Non ero una ragazza con degli obiettivi precisi: lui prendendomi sotto la sua ala è riuscito a pormi questi obiettivi e io ho cercato di raggiungerli. Ma tutto l’ambiente mi ha aiutato: dal presidente alle persone che lavorano in Valcar.” In squadra la diciannovenne bergamasca ha portato il suo mondo: “Sono molto estroversa. A volte anche troppo. Io dico sempre ciò che penso anche alle gare, con le persone e con le compagne. Questo non è sempre un punto a favore. Diciamo che cercherò di sfruttarlo sempre più a mio favore. Poi a me piace divertirmi. Senza il divertimento nulla ha più senso.” A livello tecnico è una passista veloce: ottimo spunto in volata e qualche difficoltà in più su salite lunghe. Il cuore la porta a cercare battaglia anche in tappe sulla carta meno adatte a lei, per questo va in fuga: “Era la sesta tappa del Giro d’Italia: eravamo all’attacco in una decina di atlete tra cui tre del nostro team. Con me c’erano Silvia Persico e Maria Giulia Confalonieri. Abbiamo lavorato tantissimo. Saranno stati quaranta chilometri all’attacco a circa trentasei di media. Giuro che ad un certo punto mi sono detta: chi te lo ha fatto fare ad andare all’attacco? Quando sono stata ripresa mi sono rilassata. Finalmente.

L’ironia punteggia il racconto. Anche sui social Chiara è conosciuta come una ragazza dall’allegria contagiosa. Allegria che non si è fatta mancare nemmeno dopo la caduta che l’ ha costretta ad abbandonare il suo primo Giro Rosa, postando una foto in cui sorrideva facendo una linguaccia, tutta incerottata all’ospedale di Omegna: “Diciamo che sono abbastanza sfortunata in questo senso. Quando sto bene mi succede sempre qualcosa.” In quel caso, cadendo all’imbocco della salita finale, l’atleta di Ponte San Pietro ha percorso tutta la strada verso l’arrivo con un gomito rotto: “Pensavo alle mie compagne. Volevo aiutare loro, potevano aver bisogno di me. Serve tanto la forza in quelle occasioni, forza mentale. Il dolore passa in secondo piano.” Qualche secondo per ripensare al male e sorridendo: “Beh, no. In secondo piano no perché lo sentivo eccome. Però passa, ecco.” Il primo Giro d’Italia è stata un’emozione forte sin da prima della partenza: “Avevo paura. Paura di deludere tutti: le mie compagne e anche il mio staff. Al primo anno da élite è una prova complessa con cui confrontarsi: sono dieci giorni. Bisogna sapersi dosare. Diciamo però che la carica che hai non ti fa sentire nemmeno la reale fatica che fai.”

Il palmarès di Chiara Consonni è arricchito da prestazioni straordinarie su pista, specialità con cui l’atleta della Valcar-Cylance ha iniziato a confrontarsi sin da giovanissima quando le condizioni meteorologiche invernali erano proibitive per l’allenamento in esterna: “Mi piace molto e mi ha aiutato tanto in particolare per le volate e le partenze. L’anno scorso ho fatto tanto strada ma spero di poter tornare a correre presto in pista. Voglio continuare a migliorarmi.” La sua specialità preferita è il quartetto: “Rappresenta non solo il singolo ma la squadra. Anzi, di più. La Nazione.”  Ritiene adatta alle sue caratteristiche di velocità e resistenza, anche la Madison. Su pista anche lei ha paura di sbagliare: “L’idea che in quattro minuti puoi rovinare tutto è abbastanza spaventosa. Quando le cose vanno male? Niente. Si capisce dove si è sbagliato e si riparte. Niente drammi.

Ci sono auspici per se stessa e per il proprio mondo nelle parole di Chiara. “Secondo me un grosso passo avanti per il ciclismo femminile ci sarà nel momento in cui si faranno coincidere le gare maschili e quelle femminile. Vedremo con la riforma. Sicuramente il nostro ciclismo è cambiato tanto negli ultimi periodi.” Per la propria carriera il sogno a breve termine è la vittoria di una gara World Tour: “Mi servirebbe per il morale, per convincermi delle mie effettive possibilità. A lungo termine sogno l’Olimpiade.” Ogni tanto se la immagina, la sua prima vittoria tra le élite: “Penso inizierei a piangere a dirotto. Tra l’altro essendo emotiva ed estroversa credo condirei il tutto con urla entusiaste a abbracci a chiunque.”

È profondamente convinta che nulla sarebbe come è ora senza il supporto e l’aiuto del papà, una figura a cui è legatissima nella vita come nel ciclismo. Quel ciclismo che racchiude il tutto della sua giovane vita: “Di getto ti direi che il ciclismo è fatica. Tanta fatica. In realtà il ciclismo è anche emozione. È troppe cose. È amore, tanto amore. Tante persone che ti vogliono bene e con cui condividi tutto. Da una parte la fatica, dall’altra un insieme di cose indescrivibili.

Foto copertina @Anton Vos, per gentile concessione dell’Ufficio Stampa della Valcar – Cylance .
Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/