È stata una bella avventura: intervista a Francesco Pelosi

Francesco Pelosi ci racconta la storia della NIPPO Vini Fantini Faizanè.

 

 

Francesco Pelosi è il general manager della NIPPO Vini Fantini Faizanè e continuerà ad esserlo fino alla fine della stagione, quando la squadra cesserà ufficialmente la propria attività. Come leggerete tra poco, non è stata una decisione presa a cuor leggero: si tratta di lasciare a casa diverse persone, di arrendersi ad un ambiente che un giovane imprenditore come Pelosi vorrebbe diverso, di rinunciare ad una certa idea di ciclismo, lo sport che Pelosi ama da sempre e che ha anche praticato fino ai ventidue anni. Tra una lamentela e un pianto, a volte viene il dubbio che questo ciclismo pianga lacrime di coccodrillo, buone in ogni circostanza ma inutili – se non deleterie – quando arriva il momento di affrontare situazioni delicate.

©NIPPO Vini Fantini Europa Ovini

Francesco, partirei dalla fine: la NIPPO Vini Fantini Faizanè chiude.

Ci pensavamo da un anno, da quando si cominciò a parlare di questa imminente riforma che avrebbe rivisto, tra le altre cose, il ruolo e l’attività delle Professional. Non ci sono state le modifiche che il movimento italiano auspicava e allora non abbiamo potuto prendere nessun’altra scelta se non quella di chiudere: non ci è possibile proseguire dovendo rispettare le nuove regole. Faccio qualche esempio: il criterio di assegnazione delle wild card diventa ancora più selettivo, aumentano i costi a fronte di minori garanzie, ci sono ancora diversi punti da chiarire e quelli già stabiliti assomigliano a delle sentenze.

Se io devo ingaggiare nuovi corridori perché il numero minimo degli stessi è stato alzato, significa che devo assumere anche nuovi direttori sportivi, nuovi meccanici, nuovi massaggiatori; e se voglio far correre tutti devo partecipare a qualche corsa in più, con tutto quello che ne consegue. No, a malincuore torno a dire che per noi non c’erano alternative.

Quali sono le sensazioni che prevalgono di più?

Con estrema sincerità, escludo la rabbia: non è un sentimento che mi appartiene. Se dovessi individuarne una, direi la delusione. Una delusione che è strettamente legata alla consapevolezza che l’UCI sta sbagliando tutto, incapace di capire l’importanza della Professional: sono dei polmoni dai quali attingere, l’unica possibilità di arrivare al professionismo che hanno tanti ragazzi ingiustamente trascurati. Sembra che si voglia far credere che il ciclismo sia uno sport elitario: e invece non lo è, perché la bicicletta non è un mezzo elitario o esclusivo. Il nostro mondo non dovrebbe assomigliare così tanto alla Formula Uno.

Le parole di Pelosi sono le stesse di Savio, Citracca e Reverberi. ©Androni Sidermec, Twitter

Come si comunica alla squadra una scelta del genere? Cosa vi siete detti?

Vorrei sottolineare la sensibilità che tutti i membri della squadra hanno dimostrato, sono stati solidali e intelligenti nel capire la situazione e le relative difficoltà, e per questo non finirò mai di ringraziarli: aiutarli nel ricollocamento è il minimo che possa fare. Anche loro sanno che lo stato dell’economia italiana non ci viene in contro, così come non ci favorisce il modello di business che regola il ciclismo: le squadre dipendono interamente dagli sponsor, quasi una sorta di assistenzialismo; e gli sponsor, in diverse occasioni, non investono seguendo un piano ben preciso, ma per passione. Non che la passione non serva, anzi, ma credo che il ciclismo da questo punto di vista debba andare avanti.

A mio giudizio c’è bisogno anche di nuove figure professionali: fresche, con competenze diverse, al passo coi tempi. Il ciclismo è uno sport vecchio, è uguale da troppo tempo: e come se questo non bastasse, quando cambia qualcosa sembra che cambi in peggio. Questi cinque anni, due dei quali senza poter partecipare al Giro d’Italia, sono stati davvero difficili. Quest’anno c’eravamo e abbiamo anche vinto una tappa, ma poi entra in vigore la riforma e ti chiede di crescere di un ulteriore 50%. E noi, come detto, abbiamo capito che non ce l’avremmo fatta.

Qual è il futuro del ciclismo italiano, secondo te?

Da una parte mi verrebbe da dire preoccupante, però voglio rimanere positivo e propositivo e quindi dico: quello che saremo in grado di costruire. Io credo che il ciclismo italiano sia rimasto troppo ancorato ad una sorta di provincialismo: veleni, lotte, battaglie, guerre, discorsi del genere. Per me è arrivato il momento di appacificarsi e capire che quel modo di vivere il ciclismo non ce lo possiamo più permettere, perché a differenza di trenta o quarant’anni fa ci sono meno soldi e meno corse.

Le personalità più competenti, rappresentative e coinvolte dovrebbero sedersi ad un tavolo e unirsi, perseguire gli stessi obiettivi. E poi, ben venga un ricambio generazionale; concreto, però: nessuno sembra essersi accorto che io sono entrato a trent’anni ed esco a trentacinque. E non saranno tutti questi ex professionisti a salvarci; attenzione, io non sono contro di loro, ci mancherebbe: alcuni di loro hanno delle conoscenze invidiabili, ma più in generale a loro dovrebbero essere affiancate delle professionalità qualificate. Sono essenziali, ma tendono a monopolizzare la scena.

Uno scatto di qualche anno fa. ©www.bicitv.it

E il dilettantismo, invece, come sta?

Altrettanto male. Tutte le categorie giovanili hanno sofferto e soffrono ancora per la mancanza dei fondi necessari ad andare avanti: le squadre chiudono, le corse saltano, le regioni che prima sfornavano corridori su corridori adesso hanno visibilmente rallentato. Non bisogna andare molto lontano per trovare le cause: la crisi economica che attanaglia l’Italia da ormai un decennio ha contribuito pesantemente, ma anche la politica – sportiva e non – non ha fatto molto per scongiurare tutto questo. Lo ripeto una volta di più: il ciclismo è rimasto lo sport di trent’anni fa mentre il mondo è andato avanti.

Dal tuo punto di vista, qual è la mancanza più grave da parte degli organi ciclistici?

L’incapacità di leggere i cambiamenti e di aggiornare questo sport bellissimo, con un passato di assoluto valore ma che ha un disperato bisogno di andare avanti e scrollarsi di dosso qualche dita di polvere. Faccio qualche esempio sparso ma che a mio modo di vedere permette di mettere a fuoco la situazione. Penso agli obblighi economici e di partecipazione che hanno le squadre del World Tour; penso all’effetto che ha avuto la rivoluzione tecnologica, con prestazioni sempre più incredibili e livellate; penso anche a quanto la tecnologia abbia cambiato il modo di vedere e pubblicizzare il ciclismo: sono cambiate le modalità di fruizione, soprattutto la televisione, e non possiamo permetterci di pensare che i social network e tutte le altre piattaforme non esistano o non abbiano contribuito.

Ecco, questi sono solo alcuni degli argomenti più importanti da affrontare. Anzi, aggiungo due parole sullo stato generale delle squadre. Il fatto che ce ne siano così tante direttamente dipendenti dai rispettivi governi è preoccupante: vuol dire che i privati si tengono alla larga. E perché no, tiriamo in ballo la globalizzazione, che va di pari passo con la selezione. È un processo spietato, siamo d’accordo, ma posso accettare che il pesce grande sopravviva sempre meglio e che finisca per mangiare quello piccolo; il problema è che i pesci piccoli stanno morendo e quelli grandi fanno sempre più fatica. Evidentemente il modello di business che ha nelle sponsorizzazioni il piatto forte non va più bene.

La vittoria al cardiopalma di Damiano Cima al Giro d’Italia 2019. ©Giro d’Italia, Twitter

Francesco, poco fa ricordavi la tua giovane età, ancora più impressionante se si considera il ruolo che hai ricoperto fino ad ora e che ricoprirai fino al termine della stagione. Che tipo di responsabilità hanno la tua, e più in generale, le nuove generazioni nei confronti del ciclismo? Cosa potrebbero e dovrebbero fare?

So che non si dovrebbe rispondere con una domanda, ma tant’è: quante persone della mia età sono impegnate nel mondo del ciclismo? Pochissime, te lo posso assicurare. Anzi, siamo scivolati nell’eccesso opposto: ce ne sono tante anziane, probabilmente troppe. Li conosco bene, quindi posso dirlo con cognizione di causa e senza mancare di rispetto a nessuno: Gianni Savio è sopra i settant’anni, Bruno Reverberi è vicino agli ottanta, Angelo Citracca è molto più giovane ma è sulla cinquantina, circa quindici anni più grande di me. Credo ci sia bisogno di nuova linfa, nuove competenze, nuove proposte, uno sguardo diverso.

Penso a Di Rocco, che fa parte delle istituzioni nazionali e internazionali da diverso tempo: nei cinque anni di attività non mi ha mai chiamato, sono sempre stato io a farlo; non ha mai dimostrato complicità e interesse nei confronti dell’attività della NIPPO, mancando così di rispetto a tutta la categoria delle Professional. In più, essendo il vice presidente dell’UCI, avrebbe dovuto essere il primo a puntare i piedi contro la riforma per tutelare il movimento italiano: e invece ha dato il suo consenso senza tanti discorsi. E a me questo ha infastidito in particolar modo, dato che sono stato io il primo a sollevare la questione della riforma ancor prima di Savio e Reverberi. Dico io, ci fosse stata una figura decisa a mettere tutte queste persone intorno ad un tavolo: c’è sempre stato qualche problema, e quel poco che abbiamo ottenuto lo abbiamo organizzato autonomamente.

Tuttavia, Francesco Pelosi non è soltanto il general manager della NIPPO Vini Fantini Faizanè.

No, è vero. Al ciclismo devo tantissimo: mi ha regalato momenti bellissimi ed una passione smisurata. Ho smesso quando mi sono reso conto di non poter approdare al professionismo. Dopodiché, mi sono laureato (in Operatore Giuridico Informatico, ndr) e, insieme al mio socio Nicholas Figoli, abbiamo dato vita a Sun-TIMES, agenzia di marketing e comunicazione che oggi conta trenta dipendenti e due sedi, La Spezia e Milano. Lavoriamo sia con grandi brand multinazionali come Huawei, Philips e GrandVision, sia con realtà ciclistiche come RCS, Alé e De Rosa. Nel 2014, dopo aver seguito i loro team per diverse stagioni, ci siamo staccati da Citracca e Scinto e abbiamo colto la palla al balzo con la NIPPO Vini Fantini De Rosa, che allora faceva parte delle Continental, portandola tra le Professional. E dopo cinque anni come general manager, eccomi qui.

Marco Canola è uno dei corridori più rappresentativi della storia della NIPPO Vini Fantini Faizanè. ©NIPPO Vini Fantini Faizanè, Twitter

Se tu dovessi fare un bilancio di questo lustro, cosa verrebbe fuori?

Di tutto, e non esagero. Non aver brillato abbastanza con Cunego e Moser mi è dispiaciuto molto, ad esempio: per motivi diversi, questi due talenti cristallini non hanno saputo esprimersi al meglio delle loro possibilità. Così come incassai con amarezza la prima esclusione dal Giro d’Italia. Fortunatamente, però, ci sono stati anche tanti momenti memorabili: la vittoria di Damiano Cima all’ultimo Giro d’Italia, probabilmente il corridore che mi ha dato di più e che incarna meglio di chiunque altro la filosofia delle squadre Professional; oppure il 2017 di Canola, un’annata d’oro che gli – e ci – portò sette vittorie tra cui il criterium e la prova vera e propria della Japan Cup, una corsa alla quale tenevamo tantissimo data la nostra partnership col Giappone.

Siamo in chiusura, Francesco. Quando ti rivedremo?

Quando cambieranno le regole d’ingaggio: non credo più in un ciclismo che pensa di sopravvivere soltanto grazie alle sponsorizzazioni. Però non provo astio; non potrei mai, considerando tutto quello che mi ha dato il ciclismo. Infatti pedalo ancora oggi, non appena la quotidianità me la permette. Sono sereno perché ho la sicurezza d’aver dato il massimo e di continuare a darlo per garantire un futuro a tutte quelle persone che hanno condiviso con me questa avventura. Io sono un imprenditore nel mondo del marketing e della comunicazione, e la mia agenzia ha due sedi tra La Spezia e Milano: la mia vita continuerà, la mia passione per le due ruote non scemerà e il ciclismo avrà sempre una posizione di riguardo tanto nel mio cuore quanto nelle mie proposte di investimento.

 

 

Foto in evidenza: ©NIPPO Vini Fantini Faizanè, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.