Gino Bartali, mio nonno: intervista a Lisa Bartali

A vent’anni dalla sua scomparsa abbiamo ricordato Bartali con Lisa, la nipote.

 

 

Gino Bartali si spegneva a Firenze il 5 maggio 2000, proprio pochi giorni prima della partenza del Giro d’Italia di quell’anno. Aveva ottantasei anni e una storia ciclistica alle spalle tale da consacrarlo fra i campionissimi delle due ruote: Ginettaccio vinse tre Giri d’Italia, due Tour de France, quattro Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia e una lunga serie di altre corse. Ma Bartali andava oltre il racconto sportivo: per le sue frasi enigmatiche, «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare»; per la rivalità con Fausto Coppi, rivalità in grado di trasformare anche uno scambio di borraccia in un gesto memorabile; per quell’indole da benedetto toscano; ma soprattutto per un silenzio. Bartali non volle rivelare la sua parte più vera, quella di uomo che durante la seconda guerra mondiale salvò ottocento ebrei dalla deportazione. Non lo fece perché contro i suoi principi, perché come diceva lui stesso «il bene si fa ma non si dice». E nessuno a casa Bartali riuscì a strappargli una parola di più, nemmeno quando negli anni ottanta, a seguito di inchieste giornalistiche, le voci iniziavano a farsi intense. In occasione del ventennale della sua scomparsa abbiamo chiacchierata con Lisa Bartali, sua nipote. Per ricostruire un’immagine di Ginettaccio che trae origine e radici dalla storia per proiettarsi nella modernità come esempio quotidiano.

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Partiamo da un ricordo personale, Lisa. Gino Bartali era tuo nonno. 

Gino Bartali era un uomo estremamente schivo in famiglia. Fuori casa no, fuori casa era un compagnone. Si fermava persino ai semafori a chiacchierare con i tifosi e a raccontare le sue imprese sportive, le uniche per cui avrebbe voluto essere ricordato. A casa, le poche volte che c’era, non amava parlare di ciclismo. Era estremamente geloso della sua privacy e scindeva nettamente l’aspetto pubblico dall’aspetto privato. Io ricordo con tenerezza i momenti in famiglia. Ricordo benissimo, per esempio, la mansarda-studio in cui teneva tutti i trofei, le maglie, le fotografie. Una mansarda che a noi bambine sembrava magica. Vi accedevamo raramente, di nascosto perché nonna non voleva, e fissavamo stupefatte ogni dettaglio. Ad oggi quella mansarda è completamente cambiata. Ogni tanto penso che sarebbe bello tornarci, poi mi ricredo: credo che mi spaventerei a vederla così diversa. Preferisco vederla in foto, ma anche le foto tolgono qualcosa ai miei ricordi e alla bellezza delle immagini di cui ho memoria. Ho un’immagine nitida del momento dell’apertura delle lettere che a nonno Gino arrivavano da tutto il mondo. Il tavolone della nostra sala pieno di carteggi e nonna e nonno che aprivano queste buste e leggevano le lettere. Passavano interi pomeriggi così; e io lì, a guardarli. Una sorta di rituale. Gino era molto metodico e professionale: leggeva e divideva le singole lettere. Metteva da una parte quelle che voleva tenere e dall’altra quelle da accantonare. Un metodo quasi scientifico.

Amava profondamente il ciclismo, ma lo considerava uno sport pericoloso: non voleva che i suoi figli o i suoi nipoti lo praticassero a livello professionistico. Suo fratello morì a vent’anni in una gara per dilettanti, questo shock lo segnò. A mio padre impose di fare un lavoro d’ufficio, l’assicuratore, in modo da avere stabilità e tranquillità. Lavoro che poi mio padre ha svolto per tutta la vita. La bicicletta ce la insegnò come momento di svago. Forse anche perché nonno, sul finire della sua carriera, aveva iniziato a vedere dei cambiamenti nel modo di fare ciclismo che non gli piacevano. Lui aveva un’immagine romantica di questo sport, ispirata alla pulizia e alla lealtà. Mi viene spesso in mente quel giorno in cui, mentre guardavamo un filmato in bianco e nero sulla rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali, nonno si voltò verso di me e facendomi una carezza mi disse: “Ricorda: rivali sì, ma soprattutto amici”. Rimasi interdetta. Era una di quelle frasi enigmatiche che ogni tanto diceva. Ma non riuscivi a tirargli fuori una parola in più. Fausto ogni tanto veniva a casa nostra: mio padre mi racconta che vedendo quest’uomo con questa immagine così austera correva a nascondersi dietro la porta. Loro però si consideravano amici ed erano amici.

La riservatezza di Gino Bartali tocca profondamente anche il suo operato nel periodo della guerra. 

Per cinquant’anni non ha mai voluto dire niente. Aveva un forte senso morale e raccontare del bene fatto sarebbe andato contro la sua natura. Per questo ripeteva che il bene si fa ma non si dice. Per essere bravi cristiani non serve raccontare ciò che si fa. Forse, qualche volta, avrà accennato qualcosa a nonna o ai suoi figli. Se pensiamo che i suoi gesti umanitari durante la guerra sono venuti alla luce solo alla fine degli anni ottanta, ci rendiamo conto di quanto fosse stato efficace il suo silenzio. Ma anche in quel caso le notizie vennero diffuse da alcuni giornalisti che avevano trovato qualche testimonianza e l’avevano inserita in un documentario poi divenuto film: non da Gino Bartali in prima persona. In questo film si intravede la figura di Gino, ma in un primo momento non si capisce chiaramente di chi si tratta. Solo successivamente nonno confermò tutto e le tesi vennero avvalorate anche da persone salvate da nonno: Giorgio Goldenberg, ad esempio, nascosto da Gino Bartali con la sua famiglia in un appartamento a Firenze, e coloro che lo avevano visto ad Assisi intento a consegnare certi documenti. Tutte testimonianze che sono venute a galla dopo il 2000 e che hanno permesso il conferimento del titolo di “Giusto fra le nazioni”, a Gerusalemme, nel 2013; ancora prima, nel 2005, gli venne conferita la medaglia d’oro al valore civile da parte del Presidente della Repubblica.

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Secondo te qual è stato il motivo fondamentale che ha spinto Gino Bartali a quel silenzio? 

Gino si sentiva parte di questa rete di salvataggio, la delegazione sull’assistenza ai migranti ebrei, a cui prese parte nel 1943. In questa rete c’erano tanti operatori che hanno fatto del bene esattamente come lo ha fatto nonno. Il punto qual era? Il suo nome avrebbe fatto scalpore. Sui giornali sarebbe finito, probabilmente, solo il suo nome e Gino Bartali non poteva permetterlo. E i parroci, i frati, le suore, coloro che modificavano e stampavano i documenti? E tutti gli altri? Sarebbero finiti nel dimenticatoio. Anche nel momento dell’uscita di quel documentario negli anni ’80, nonno minimizzò tutto. Non aveva proprio voglia di parlarne. Recentemente ho visto un video in cui si cercava di portarlo sul tema e lui sviava. Per farti capire: nel 1993 Gino Bartali scrisse un libro con un giornalista nostro amico, Marcello Lazzerini. In quel libro ci sono due, forse tre pagine che parlano del salvataggio degli ebrei. Ed è un libro di duecento pagine. Erano cose private e tali dovevano restare, non dovevano essere date in pasto al pubblico.

Torniamo un attimo al libro. È francamente difficile immaginare un uomo schivo come Bartali a confronto con un giornalista per la scrittura di un libro. Marcello Lazzerini ti ha raccontato qualcosa di quei momenti? 

Marcello mi ha raccontato che nonno preparava in prima persona degli scritti che portava agli incontri per discuterne assieme. Sarebbe dovuto essere quello il materiale per il libro. In realtà non fu così, il libro venne scritto in modo completamente diverso. Quelle pagine, in gran parte, sono la trascrizione di chiacchierate tra Marcello e nonno mentre nonno guidava e raccontava e Marcello prendeva appunti. Nonno era genuino e spontaneo, non era una persona costruita. Era molto diretto, parlava lo stesso linguaggio della gente. Per questo la gente lo amava tanto. Non tutti gli sportivi, anche toscani, erano così. Scrivere un libro in quel modo così impostato sarebbe stato tradire la sua indole. Serviva naturalezza.

C’è qualche aneddoto che vuoi raccontarci riguardo ai suoi tifosi e a coloro che gli scrivevano? 

Sarebbero tantissimi. Appena mi presento come la nipote di Gino Bartali, le persone iniziano a parlare e raccontarmi. Episodi vissuti in prima persona o episodi raccontati da parenti, amici o trasmissioni televisive. So che nonno era una buona forchetta. Nonna cercava sempre di tenerlo a dieta, ma lui non rispettava molto le regole imposte. Il suo pranzo ideale? Un buon piatto di pastasciutta al pomodoro con un poco di basilico, una bistecca alla fiorentina e un buon bicchiere di Chianti. Gli piaceva stare a tavola fino a tardi in trattoria. E mentre era a tavola chiacchierava e raccontava, tutti che lo stavano ad ascoltare. Così tutti si ricordano di quella cena con Bartali in quella particolare trattoria per quella cena o quell’evento. E infatti, se ci si fa caso, in tutte le trattorie che si trovano qui in Toscana, non so in Italia, c’è un poster con l’immagine di Bartali e Coppi firmato da nonno.

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Gino Bartali è stato uno sportivo di primissimo livello, ma anche un uomo che ha agito da benefattore in periodi storici di estrema difficoltà per il nostro paese. Questo tema, secondo noi, potrebbe suscitare una riflessione su una modalità di studio della storia che passi anche attraverso questi grandi personaggi. Cosa ne pensi? 

Credo sia molto interessante. Se gli insegnanti riuscissero ad inserire nei programmi scolastici un progetto di questo tipo, credo che la storia potrebbe essere studiata più volentieri. Un progetto che potrebbe passare per il racconto di questi grandi italiani come Gino Bartali. Sono figure di grande ispirazione che potrebbero anche incuriosire i ragazzi nel loro andare a ritroso per studiare la storia. Io, però, qui voglio tornare a sottolineare quello che è stato nonno: in primis uno sportivo. Uno sportivo con molti meriti extrasportivi, uno sportivo raro se vogliamo, ma pur sempre uno sportivo. Così vorrebbe essere ricordato lui e così è giusto ricordarlo.

Ad oggi come ti sembra la situazione da questo punto di vista? 

Per l’esperienza personale che ho avuto e continuo ad avere io, ti posso dire che ci si sta muovendo nel verso giusto da alcuni anni. Nei libri di storia non viene riportato nulla, ma lo spazio dedicato è sempre maggiore. Ricevo moltissime richieste da parte di insegnanti di scuole di ogni ordine e grado che mi chiedono di andare a raccontare ciò che nonno ha fatto. Viene sottolineato il fatto che nonno ha rischiato la vita per aiutare altre persone. È un discorso complesso. Da un lato si ricollega al fatto storico della seconda guerra mondiale, dall’altro invece è un tema che si riconnette fortemente al presente e all’idea di base di cui è portatrice la figura di nonno: un’idea di solidarietà tra i popoli. Oggi la figura di Gino Bartali è doppiamente riconosciuta, sia per meriti sportivi che per meriti umanitari: per questo gli insegnanti vogliono parlare di Bartali.

Ci sono tantissime scuole intitolate a Bartali in tutta Italia. I bambini, in particolare i più piccoli, sono attratti dalla figura di Gino. In parte perché li attrae lo sport e il racconto di ciò che quest’uomo faceva, in parte perché lo faceva in bicicletta e la bicicletta è un mezzo con cui familiarizzano sin dalla più tenera età. Un mezzo che poi non si scorda più. Dopo avermi incontrata, gli insegnanti raccontano la figura di Gino Bartali e lo definiscono un “campione di umanità”. Dal ragazzino di Ponte a Ema al Tour del 1948, per poi arrivare a Gino Bartali uomo e da lì a Bartali nell’attualità. Gino Bartali che resta una figura fortemente comunicativa: un figlio, un padre, un uomo, un esempio per l’agire quotidiano e magari per trovare la forza di affrontare periodi storici complessi. E quello che stiamo vivendo noi oggi è un periodo più che mai complesso.

Passiamo al versante sportivo. Come portare, riportare o enfatizzare questa componente didattica e formativa nello sport? Qual è il tuo parere? 

Secondo me bisognerebbe partire proprio da una riforma scolastica. Certe cose sono più forti se si insegnano e si imparano da bambini. È lì che ci formiamo e facciamo nostri quei valori della vita di tutti i giorni. Credo sia necessario inserire più ore di sport nell’orario settimanale scolastico. Due ore alla settimana a giocare in una palestra di pochi metri quadrati non possono bastare per provare a sviluppare una certa cultura sportiva. Dare più spazio allo sport, ma non solo e sempre ai soliti sport come calcio e pallavolo. Perché non portare i bambini fuori in bicicletta? Sono cose che esistono già in altri paesi, siamo noi ad essere indietro. In questo ambito devono essere bravi gli insegnanti creando una sinergia tra di loro per spiegare che lo sport non è solo competizione, ma anche solidarietà. Se un compagno rimane indietro è giusto aiutarlo. Nonno Gino diceva una cosa che credo debba essere un promemoria: “Il ciclismo deve essere scuola di vita, di solidarietà e di umanità. Altrimenti non serve a niente”.

Questo nonno l’ha anche scritto in un suo libro. Rileggendo quella frase, visualizzo spesso la foto dello scambio della borraccia tra Bartali e Coppi. Sia Coppi che Bartali non hanno mai voluto svelare chi aveva passato la borraccia. Non era importante. L’importante era che quel gesto ci fosse, che l’aiuto ci fosse. Lasciare un alone di mistero su quella circostanza serve, forse, a rafforzare ancora di più quel concetto di solidarietà. Probabilmente in quella circostanza fu Bartali a passare la borraccia a Coppi, che ne era sprovvisto, ma chissà quante altre volte fu Coppi ad aiutare Gino. Oggi io continuo a seguire il ciclismo, ma per me è abbastanza complicato. Tuttavia vorrei sottolineare una cosa: ci sono diversi gesti molto belli che vanno nella direzione di cui parlavo. Il punto qual è? Molte volte si preferisce la fredda cronaca e questi gesti vengono tralasciati, passano in secondo piano. Ecco, secondo me bisognerebbe invertire la rotta: fare cronaca, certo, ma dare debito spazio a tutto ciò che c’è dietro agli uomini. È questo il bello del ciclismo.

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Ad oggi, dopo vent’anni dalla scomparsa di Gino Bartali, cosa si sta facendo per ricordarlo? Come si è modificata l’immagine di Bartali in questi vent’anni? 

Si è completata, direi: il punto è proprio questo. Tante cose di Gino, tuttavia, non potremo mai saperle. Tanti giornalisti si stanno imputando per provare a portare alla luce aspetti magari solo accennati della sua vita e della sua personalità. La religiosità, ad esempio: Gino Bartali era un uomo estremamente religioso. Certe cose private resteranno con lui, proprio come avrebbe voluto. Prima era ammirato per le gesta sportive e per questa seconda vittoria al Tour de France a dieci anni di distanza dalla prima, 1938-1948. Adesso ha acquisito un aspetto diverso: un campione di umanità, come viene raccontato nelle scuole. La percezione di Gino si è modificata nel tempo sotto l’influsso della conoscenza di nonno che in questi vent’anni si è avuta. Una conoscenza che probabilmente Gino stesso non avrebbe voluto, ma le sue azioni in vita, anche fuori dallo sport, restano notevoli. Era inevitabile che prima o poi le persone le avrebbero scoperte, e scoprendole avrebbero riscoperto nonno.

A tuo avviso come si è comportata la stampa in questo processo di riscoperta di Gino Bartali? 

Purtroppo c’è sempre qualcuno che cerca di screditare l’operato di Gino Bartali. Esclusivamente per il gusto di provocare, credo, e attirare qualche lettore in più o vendere qualche copia in più. Nonno era una figura pulita e assolutamente inattaccabile, sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista civile. Ci sono stati giornalisti che hanno negato circostanze storiche assolutamente comprovate. A questo proposito devo fare un’aggiunta: ci stiamo rendendo conto che la figura di Gino Bartali sta acquisendo un rilievo sempre più importante anche a livello internazionale. Proprio per questo noi familiari stiamo vigilando affinché la memoria di Gino Bartali sia tutelata. La sua azione dev’essere tramandata nel modo più veritiero possibile. Non permetteremo a nessuno di manipolare alcun tratto storico che possa violare la sua memoria. L’immagine di Bartali deve rimanere fuori da ogni polemica. Gino Bartali resta un esempio di correttezza e onestà e chi prova a sporcarne l’immagine non deve riuscirci. Qualcuno che tenta, purtroppo, c’è sempre. Sono quei giornalisti che le tentano tutte per fare uno scoop e restare un po’ di più sulla bocca della gente. Ci arrivano molte segnalazioni e noi ci impegniamo a controllarle e monitorarle.

Quali sono gli eventi e le iniziative in programma per ricordare Gino Bartali? 

Sono molte, davvero. Purtroppo alcune sono saltate a causa del Covid-19, ma contiamo di recuperarle presto. Ogni anno vengono intitolate piazze e vie a Gino Bartali. Quest’anno gli verrà intitolato un parco a Castelfiorentino, la città di cui era originario il mio bisnonno, il babbo di Bartali. Sono in programma diversi incontri con scuole e cittadinanza. Ultimamente ho collaborato a titolo gratuito alla redazione di un libro illustrato per bambini su Gino Bartali. Ho contribuito dando degli spunti su degli aneddoti che mi sembravano adatti. Si intitola “Gino Bartali, un eroe in bicicletta”, scritto da Silvia e Giulia Clemente ed edito da Betty Editore. Oggi lo spirito di Gino deve rivivere prima di tutto dentro di noi, nei nostri ricordi, nei ricordi degli amatori che hanno pranzato con lui, che gli hanno stretto la mano, che hanno ricevuto una sua cartolina autografata, che hanno chiacchierato con lui. I luoghi materiali della memoria vanno bene, ma vengono dopo. Gino Bartali rivive in ogni gesto positivo che noi facciamo per il prossimo, ogni volta in cui troviamo la voglia e la forza per dare un altro colpo di pedale proprio quando sembrerebbe impossibile continuare a spingere.

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L’anno scorso, tra l’altro, Gino Bartali rientrò tra le tracce del tema dell’esame di maturità.

Fu una bellissima notizia. Una notizia che mi ha travolto: da subito tantissime telefonate, messaggi, richieste di interviste e di dichiarazioni. Appresi quella notizia in un modo stupendo. Mi ha telefonato un mio amico, parroco di Roma, Don Attilio. Lui ha inaugurato un oratorio, l’oratorio “Gino Bartali”, dove svolge tante attività con i bambini. Lavora continuamente alla memoria di Bartali, recentemente anche con delle installazioni dedicate al nonno. Io alle otto di mattina mi sono svegliata con questa telefonata che mi annunciava la notizia. Poi ha scostato la cornetta dal suo orecchio e mi ha fatto sentire come i ragazzi del suo oratorio hanno appreso la notizia: c’era un applauso che non finiva più. Tutti che gridavano: “Viva Bartali”. Mi sono venuti gli occhi lucidi. Conosco personalmente dei ragazzi che hanno svolto quella traccia, diversi mi hanno scritto dicendomi che avevano scelto proprio quel tema. Sarei anche curiosa di leggerli, quei temi. Chissà se un domani sarà possibile. Non vorrei sbagliarmi, ma credo sia stata la seconda traccia più scelta, peraltro davanti ad un gigante come Ungaretti.

Come avresti iniziato quel tema, Lisa?

Più o meno così: “Gino Bartali nacque il 18 Luglio 1914 a Ponte a Ema, un borgo di novecento anime alla periferia di Firenze. Da qui iniziò la sua corsa per le strade della vita e dello sport – come riporta la targa apposta sulla sua casa natale in Via Chiantigiana 118. Suscitò entusiasmo e passione fino a entrare nella leggenda. Ai giovani ciclisti era solito dire: «campioni si nasce, ma si può anche diventare. Non dobbiamo mai dimenticarci da dove siamo partiti e quanta strada “nei nostri sandali” abbiamo fatto». Prima di essere stato leggenda, eroe e Giusto tra le nazioni, Gino è stato un bambino con tanta forza di volontà, tanti sogni e tanto cuore”. Questo per sottolineare la tenacia non solo fisica, ma anche di carattere; la gavetta, la possibilità per ciascuno di partire dal basso e diventare grande; l’umiltà delle origini, figlio di un manovale e di una donna che faceva la ricamatrice, una famiglia che mangiava polenta tutte le sere. Lui ce l’ha fatta, nonostante tutto. Per questo bisogna partire dalle origini: non bisogna mitizzare Gino Bartali. È sbagliato. Gino era un ragazzino che pur di andare in bicicletta l’aveva rubata allo zio per cimentarsi.

Come gestite in famiglia la pressione mediatica che deriva dal cognome Bartali? 

Ognuno l’affronta a modo suo. Mio papà non ama molto rilasciare lunghe interviste. Io e i miei cugini siamo fieri di avere avuto Gino in famiglia, è il nostro orgoglio. Di certo molte volte portare questo cognome non è facile, ma più che altro per il dovere di difenderlo dalla possibile strumentalizzazione. A me fa estremamente piacere parlare di nonno. Non rifiuto mai una parola su Gino; quando qualcuno mi chiede qualcosa racconto volentieri. Quando facevo le elementari, il nonno è venuto più di una volta nella mia classe: si parlava di lui già al tempo, seppur in un’altra maniera. Erano gli insegnanti a richiedere incontri con lui. Per me era abbastanza normale, avevo contezza di chi fosse mio nonno seppur ancora bambina. Col tempo, poi, anche i compagni di classe e gli amici mi chiedevano di mio nonno. Volevano scoprire qualcosa di personale di questo nonno famoso. Ma erano in particolare appassionati di bicicletta.

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Parliamo un attimo dell’emergenza Covid-19. Mi hai detto che Gino Bartali, oggi più che mai, potrebbe essere un esempio positivo. A cosa ti riferivi? 

Ci ho pensato spesso nelle scorse settimane. Gino Bartali, per cinque anni, dovette allontanarsi dalle corse. Era il 1941. Nel 1946 ci fu il Giro della rinascita e della rivincita. Oggi siamo tutti estremamente preoccupati per i nostri progetti bloccati e per tutto ciò che questa situazione comporta. All’epoca c’era la guerra, oggi no. C’è comunque una situazione che impone di riflettere, perché siamo tutti fermi. Io ho provato a trarre ispirazione da questa grande figura familiare che ho avuto: per portare pazienza, per restare tenace, per continuare a programmare dietro le quinte senza perdersi. Come fece lui: lui non si fermò mai. Anche tra il 1943 e il 1944 fece un sacco di chilometri tra Firenze ed Assisi per aiutare gli ebrei. Un tragitto già lungo di per sé, che poi Bartali allungava per non incappare nei controlli. Pensa che oggi qualcuno vorrebbe pure scoprire con esattezza i tratti da lui percorsi: cosa impossibile. Per dire come oggi si voglia sapere tutto su Bartali. Ne ho parlato sul mio blog, Biciclettami. Nonno non si è mai pianto addosso anche grazie alla sua incrollabile fede, potenziata attraverso un percorso da carmelitano laico. Quando suo fratello Giulio morì in bicicletta pensò di abbandonare le corse, ma non lo fece. Si rifugiò nella preghiera e nella fede. Non perdere la fiducia, anche nelle proprie capacità, è un passo fondamentale. Un principio da custodire facendo leva, almeno per ora, sulla pazienza. Dobbiamo avere tanta pazienza.

A proposito di questo, affrontiamo il tema della mobilità sostenibile nella “fase 2”. Che idea ti sei fatta?

Non ho le conoscenze e le capacità necessarie per affermare con sicurezza che certe scelte governative attuate sino all’altro giorno siano state sbagliate. Però posso permettermi di dire che non le ho condivise appieno. Perché non consentire anche nella “fase 1” l’utilizzo della bicicletta? Singolarmente intendo, non in gruppo. Tra l’altro, anche ove consentito per fare dei viaggi di necessità, il ciclista è sempre stato additato per nulla. A mio avviso è stata una scelta infelice che in altri paesi non è stata nemmeno presa in considerazione. Ho degli amici in Germania che hanno continuato a prendere la bici per andare a lavoro piuttosto che per fare una girata. Io stessa mi sono trovata ad abbandonare completamente la bicicletta e a spostarmi a piedi. Ho scelto di non usare la macchina. Diciamo anche che non c’è stata chiarezza. Rispetto alla “fase 2” diversi sindaci stanno parlando della possibilità di promuovere l’utilizzo della bicicletta. A Firenze, per esempio, il sindaco Dario Nardella vorrebbe potenziare l’utilizzo della bicicletta elettrica. Sono tutte fattispecie da capire meglio.

Di certo questa potrebbe essere l’occasione buona per ripensare alle nostre città. La bicicletta è il mezzo ideale per la “fase 2” in quanto coniuga la possibilità di raggiungere luoghi non raggiungibili a piedi e la possibilità di mantenere le distanze sociali, cosa impossibile ad esempio in tranvia o in metropolitana. Sono necessarie delle campagne di sensibilizzazione che dovrebbero partire proprio dai sindaci, tenuti a dare l’esempio. Diciamoci la verità: non si possono creare da zero delle piste ciclabili. Serve tempo e noi non ne abbiamo. Però è possibile promuovere la bicicletta elettrica e il bike sharing. Un altro discorso importante riguarda l’inquinamento. Questo virus sembra essere strettamente connesso all’inquinamento. Alcuni scienziati di Harvard hanno sostenuto che le emissioni inquinanti facilitano la diffusione del virus. Ripensare alle città come mobilità ciclabile vuol dire anche pensare al fattore inquinamento stabilendo dei parametri da rispettare in una prospettiva ecologica e sostenibile. Incentivando il trasporto pubblico. Per ora la via giusta è sostenere la mobilità alternativa. Noi cittadini possiamo fare tanto, ma la direzione dev’essere data dagli organi governativi.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Biciclettami, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/