Con fierezza tra rocce e radici, Bertolini cerca la sua strada

 

Se Gioele Bertolini osservasse “Sogno del cavaliere” di Raffaello Sanzio, probabilmente si rivedrebbe nel protagonista di quel dipinto. Sfondo campestre delimitato da verdi colline, colori accesi come quelli di una corsa in bicicletta e il “sogno di una maglia iridata, la più bella che ci sia” per lui che si riterrà soddisfatto se fra dieci o quindici anni avrà “conquistato qualche bella medaglia tra europeo e mondiale e partecipato a un’olimpiade”.

Per Bertolini correre tra fango, sentieri e polvere non è solo sogno di un’evasione, ma è una chiamata concreta, è vocazione: “Per me ciclocross o MTB non fa differenza: è passione, è voglia di correre e confrontarmi sempre”. Ha sguardo acuto e tempra da combattente, un sentimento che lo spinge a non fermare mai le gambe o a cercare conforto al caldo di una tenue pausa stagionale: “Faccio ciclocross perché non riesco a stare fermo senza corse durante l’inverno”.

Confrontarsi su strada come altri grandi del ciclocross e della MTB gli piacerebbe: “Soprattutto le Grandi Classiche primaverili, corse dure e tanti strappi brevi”, ma quando ha provato ad assaggiare l’asfalto da ragazzino ha capito che “non fa per me, sono nato su una bici da ciclocross, quando ho provato a correre su strada mi trovavo solo e senza squadra e soffrivo i rapporti che usano gli stradisti”. Una questione di forza, ma anche di agilità, fierezza e intuito che rendono Gioele simile a uno stambecco: “Amo correre tra sentieri e in mezzo alla natura e districarmi tra rocce, salti, radici”.

Per spiegare cosa sono Van Aert e Van der Poel, azzarda un parallelismo calcistico: “Quei due sono come Ronaldo e Messi, due fenomeni assoluti”, leggendo bene le differenze: “Van Der Poel è talento allo stato puro, un cannibale che con naturalezza vince ogni corsa. Van Aert un calcolatore che con il lavoro duro raggiunge gli obiettivi prefissati”. Paragone che non nasce per caso: “In Belgio il ciclocross è come il calcio da noi. Ogni corsa è trasmessa in televisione: è una festa. Per assistere devi pagare un biglietto. Ci sono tendoni enormi, si beve birra, si mangia”. Studia la disciplina e osserva i migliori, perché è così che si impara il mestiere: “Ho un idolo e punto di riferimento: Marco Aurelio Fontana, ma cerco di strappare ogni segreto da tutti i più forti”.

Gioele nonostante i soli 23 anni porta il pesante fardello – dato anche dai due titoli italiani e da diversi piazzamenti di spessore a livello internazionale – dell’ essere al momento l’unico azzurro di rango nel ciclocross maschile: “Essere il capofila italiano della specialità non mi disturba, anzi, mi responsabilizza e più la posta in palio è alta e più riesco a dare il meglio” cosciente che la musica suonata dalla Nazionale italiana tra le ruote grasse ha note più liete: “Si raccolgono più risultati perché molti usano il ciclocross per prepararsi alla stagione in MTB”, mentre lui scivola via tra entrambe le discipline sapendo che “prima o poi dovrò fare una scelta” .

Il 6° posto nell’ultimo Mondiale di ciclocross a Valkenburg ha fatto crescere le aspettative e le attese: “Soprattutto da parte mia; quest’anno sono partito più piano rispetto al passato cercando la condizione corsa dopo corsa, ora sto raccogliendo meno di quello che credevo, un po’ per sfortuna un po’ per errori miei” con un obiettivo scritto nella sua mente come col gesso su una lavagna: “Il prossimo europeo si correrà in Italia a Trebaseleghe e se ci prepareremo a puntino si può ambire a una medaglia”; sapendo che di fronte a Van Der Poel e Van Aert è difficile mentire: “Se non sbagliano loro qualcosa è praticamente impossibile stargli non dico davanti, ma anche al fianco, ma si sa che a volte le gare secche possono tradire”.
Perché in fondo, che sia strada, fango o sentieri andare in bicicletta resta sempre il sogno di un cavaliere.

Foto in evidenza: ©Facebook, Gioele Bertolini

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.