Giovanni era un ciclista: intervista a Carlo Iannelli

Carlo Iannelli, padre di Giovanni, sta combattendo una battaglia che riguarda tutti.

 

 

Giovanni Iannelli è morto il 7 ottobre 2019 in seguito ad una caduta avvenuta due giorni prima, il 5 ottobre, a poco più di cento metri dall’arrivo dell’87° Circuito Molinese, svoltosi a Molino dei Torti, Alessandria. In un primo momento – secondo molti, purtroppo, ancora oggi – venne sostenuta la versione secondo la quale Giovanni fosse caduto autonomamente, per la velocità eccessiva, in una volata di un’ottantina di corridori. Ha impattato col pedale sinistro in una delle due colonne che delimitavano il cancello d’ingresso di un’abitazione; l’urto ha fatto intraversare la sua bicicletta, dalla quale è caduto picchiando violentemente la testa qualche metro più in là. Il muro di quella casa è uno dei pochi protagonisti inconsapevoli di questa storia: l’unico, forse.

Giovanni Iannelli non aveva ancora ventitré anni: li avrebbe compiuti di lì a poco, essendo nato il 20 novembre 1996. L’incidente fece scalpore e per qualche settimana se ne parlò molto, specialmente in Toscana, dato che la famiglia Iannelli vive a Prato. Poi sopraggiunse il silenzio. Non c’è da stupirsi: viviamo in una società che tratta le notizie e l’informazione come se fossero un prodotto; dunque, quando il prodotto non è più interessante, è lecito buttarlo via. A tenere viva l’attenzione intorno alla vicenda c’è rimasto soltanto Carlo Iannelli, il padre di Giovanni. È un avvocato civilista e il suo studio dista un chilometro dal centro di Prato.

Carlo Iannelli è il secondo da sinistra. ©TV Prato

Lo studio è accogliente nonostante il disordine, le scartoffie, il cumulo di problemi più o meno importanti che appesantiscono l’esistenza umana. Sono entrato da qualche secondo e Carlo inizia a parlare di Giovanni. Ha preso la parola con elegante irruenza, anche se di primo acchito ne rimango stranito. Capirò soltanto qualche minuto più tardi: raccontare serve per ricordare, per mantenere in vita una storia o una persona che altrimenti scomparirebbero di nuovo. Più che con lo sfogarsi, credo abbia a che fare con il metabolizzare. Ne rimango stranito, dicevo, perché non ero pronto a parlare di Giovanni fin da subito, così presto. Poi realizzo che nemmeno la sua famiglia e i suoi amici si erano preparati a perderlo così, all’improvviso. Per raccontare certe cose non serve chiedere il permesso, ho riconosciuto tra me e me.

Che Giovanni Iannelli fosse benvoluto lo testimoniano le centinaia di persone presenti al suo funerale. C’erano amici, conoscenti, colleghi, ciclisti, compagni. Quelli con cui usciva più spesso, quelli del ciclismo, quelli dell’università, quelli del bar. Nella primavera Giovanni si sarebbe laureato in diritto commerciale. «Spesso veniva qui: studiava, provava, imparava», dice Carlo mostrandomi le stanze dello studio. «Mi chiedeva tante cose, ma io gli rispondevo che da quando le avevo studiate sui libri era passato tanto, troppo tempo. E allora si finiva per rileggerle insieme, seduti l’uno accanto all’altro, come due compagni di classe».

Giovanni era un ragazzo semplice e sveglio, uno di quelli che in mezz’ora riesce a capire quello che ad altre persone porta via mezza giornata di studio e di lavoro. Il rispetto che portava a suo padre era incredibile e di questo Carlo ne va fiero ancora oggi (Giovanni era toscano e per lui, Carlo, non era il papà, ma il babbo). «Per farti capire il bene che tutti volevano a Giovanni: nei corridoi dell’ospedale di Alessandria c’erano persone incredule, distrutte, spaesate, intontite; donne e uomini che facevano fatica a camminare, che non riuscivano a realizzare, che non capivano dov’erano e perché si trovavano lì».

Nel giorno dei funerali di Giovanni Iannelli, la Piazza del Duomo di Prato era gremita. ©Necrologie

Giovanni partiva da una buona base: lui era un ragazzo con la testa sulle spalle e la sua famiglia aveva fatto il resto. Se possibile, Rebecca lo aveva migliorato. Rebecca era la sua fidanzata. Si erano conosciuti al liceo e dopo essersi annusati per qualche tempo si erano messi insieme. Da allora, erano già passati sei anni. «Una ragazza bellissima, dentro e fuori. Anche lei studia all’Università, Biologia. Erano fatti l’uno per l’altra. La scorsa estate vennero con noi al mare per quindici giorni. Di quelle due settimane serbo un ricordo preciso: Giovanni che una sera mi chiede lo scooter per uscire, io che glielo concedo volentieri dicendogli di stare attento e lui che parte con Rebecca dietro. Belli come possono essere belli due giovani innamorati. Per come sono andate le cose, averli con noi per due settimane è stata una fortuna».

Nella vita di Giovanni, il ciclismo era tanto ma non era tutto. C’erano anche la sua famiglia, Rebecca, gli amici, l’Università. Perfino il tennis ed il calcio, che Giovanni assaggiò senza apprezzare anche se era tifosissimo del Milan, passione trasmessa dall’amato nonno Bruno. «Dopo qualche allenamento, disse che il calcio non gli piaceva. Mi raccontava che era tutto un urlare, un offendere e un offendersi. Me lo ricordo ancora, mi disse: “babbo, ci trattano male”. E da quel giorno, chiuse col calcio. A me non dispiaceva più di tanto: il pallone non mi ha mai conquistato, mentre del ciclismo sono appassionato da una vita». Il ciclismo, appunto: all’inizio una festa, senza ambizioni né particolare attenzione ai risultati. Poi, una volta sbarcato negli Allievi, la situazione si fece più seria; i direttori sportivi dell’epoca, Franco e Francesco Chiuchiolo, giocarono un ruolo fondamentale.

Tuttavia, i primi frutti Giovanni li colse tra gli Juniores. Alla fine della prima stagione, arrivò la prima vittoria. «Come potrebbe mai immaginare la prima vittoria in carriera un giovane velocista, secondo te?», mi chiede retoricamente Carlo. «Non so, diciamo battendo in volata il campione toscano e il campione italiano? Ecco, andò precisamente così: Giovanni batté in volata il campione toscano ed il campione italiano». Carlo mi mostra la foto: mentre gli altri due si impegnano nel colpo di reni, Giovanni ha già staccato le mani dal manubrio; la sua bocca è spalancata in un urlo: chissà da quanto tempo se lo portava dentro, quell’urlo. All’inizio della stagione successiva, Giovanni vinse battendo il corridore che la settimana precedente, all’esordio stagionale, lo aveva anticipato. Questi risultati non passarono inosservati nell’ambiente della Nazionale.

©Carlo Iannelli, Twitter

Quando Rino De Candido chiamò per avere informazioni su Iannelli, chiese se il ragazzo fosse forte anche sul pavé. «Va come una moto», gli dissero. «Non era vero niente», sorride Carlo a ripensarci. «Come fai a sapere se un ragazzo italiano è forte sul pavé? Chi, in Italia, fa correre i giovani sul pavé? Noi non potevamo saperlo, nessuno poteva saperlo. Ma i direttori sportivi della sua squadra non volevano farsi sfuggire un’opportunità del genere: correre la Parigi-Roubaix». Giovanni Iannelli corse la Parigi-Roubaix con la maglia della Nazionale. Carlo tira fuori altre due fotografie: nella prima, Giovanni è sul palco insieme ai compagni, tra i quali riconosco Affini e Ganna; nella seconda, invece, è impegnato in un tratto di pavé. È seguito da un paio di corridori, ma ho l’impressione che non sia nel vivo della corsa. Come se si fosse staccato o stesse rimontando. «Forò dopo una quarantina di chilometri e il gruppo lo seminò. Lui dette l’anima, ma non bastò. All’arrivo, nel velodromo di Roubaix, un polacco gli scattò in faccia: una guerra tra poveri, dato che si sarebbero classificati intorno al settantesimo posto. Noi ci ridemmo, ma Giovanni era arrabbiato nero».

Un buon corridore, insomma: robusto, piantato in terra e piuttosto veloce. «Certo, non era mica Mario Cipollini, però sapeva il fatto suo. Migliorava di anno in anno, miglioramenti piccoli e quasi impercettibili che peraltro lo portavano a lottare per dei traguardi sempre più prestigiosi. E poi, era appassionato e professionale come pochi. A lui il meteo non interessava: vento, freddo, gelo o acqua che fosse, lui si vestiva e usciva. A volte, quando tornava, eravamo costretti ad avvolgerlo in alcune coperte, dal freddo che aveva nelle ossa. Avrebbe potuto fare i rulli, ogni tanto. Macché, farglielo notare non serviva a nulla. Glieli avrò visti fare tre volte, non di più».

Di quello che è successo il 5 ottobre 2019, a Carlo torna poco o nulla. Andiamo con ordine. Giovanni urta col pedale sinistro la colonna del cancello dell’abitazione, la bicicletta s’intraversa e lui cade, picchiando la testa. La gara finisce qualche secondo più tardi e vengono chiamati subito i Carabinieri. L’annotazione d’indagine redatta dagli stessi, tuttavia, è alquanto scarna ed assai superficiale: qualche decina di righe, nessuna fotografia e nessun rilevamento metrico. Strabuzzo gli occhi, mi pare impossibile.

©GALA.de

Le fotografie verranno fatte soltanto in un secondo momento. L’unico testimone che viene sentito dai Carabinieri è un componente del collegio di giuria, la quale dichiara che si sarebbe trattato di una caduta autonoma. La corsa verrà dunque omologata come se non fosse successo niente. Proprio quello che c’è scritto sul documento ufficiale che lo attesta: niente da segnalare, nothing to report, rien à signaler. «Vogliamo parlare delle transenne?», rincara la dose Carlo. Parliamone: il numero delle transenne era sicuramente inferiore a quello previsto dal regolamento tecnico.

«Vedi, le questioni sono tante», mi spiega Carlo. «La prima: di colonne come quella in cui ha sbattuto Giovanni ce ne sono a bizzeffe; così come ci sono tanti pali, tante fioriere, tanti dissuasori di sosta, tanti cestini infissi al suolo. Potenzialmente, ognuno di questi ostacoli può rivelarsi mortale. Seconda questione: le transenne devono essere oblique e lisce. Per intenderci: chi ha visto le prime gare stagionali alla televisione, avrà visto le transenne adottate alla Vuelta a San Juan. Ecco, quello è il tipo di transenna che ci vuole per delimitare la carreggiata senza che il corridore rischi di cadere. Capisco che sto facendo riferimento ad una gara di professionisti dove Gaviria ha vinto tre tappe, ma per caso la vita di un giovane vale meno di quella di Gaviria? È giovane anche lui, tra l’altro: forse non sarebbe così insensibile a certe tematiche. La vita di Giovanni non valeva meno di quella di Gaviria». La differenza d’età tra i due è minima: due anni e tre mesi circa.

«E ancora», rilancia Carlo. «Perché non è stato fatto niente, nel frattempo? Dal 5 ottobre sono passati più di cinque mesi e non è cambiato nulla. Sarebbe bastato un consiglio federale al termine del quale si ufficializzava che la transennatura minima per il finale di una corsa ciclistica saliva ad almeno trecento metri. Non come adesso: almeno cento per le prove regionali, almeno duecento per quelle nazionali ed almeno trecento per quelle internazionali. Cosa stanno aspettando? Il prossimo morto?».

Fernando Gaviria vittorioso alla Vuelta a San Juan 2020. Sulla sinistra s’intravedono le transenne a cui fa riferimento Carlo Iannelli. ©Football Addict

Il civico 45, all’altezza del quale si è verificato l’incidente di Giovanni, non soltanto non era stato incluso, come avrebbe dovuto, nella transennatura, ma si trattava di un passo carrabile che nessun uomo del personale stava presidiando. Una macchina, o un qualsiasi altro mezzo, avrebbe potuto uscire immettendosi nel percorso di gara. Magari non succede, ma se succede? Non doveva succedere nemmeno al Piccolo Giro di Lombardia 2019. Il giorno successivo all’incidente di Giovanni, il ciclista olandese Edo Maas, atleta del Team Sunweb Continental, si è trovato davanti un’automobile entrata di straforo nel percorso. Lo schianto ha avuto un esito terribile: la paraplegia. «Mi hanno tolto la carriera da ciclista», dichiarava l’olandese poche settimane fa. Maas è tornato a muovere qualche passo grazie ad un esoscheletro, ma la sua situazione appare definitivamente compromessa.

E poi, ultimo (siamo sicuri?) ma non per questo meno importante, la dinamica della caduta. In un primo momento, come detto, si parlò di caduta autonoma. Ma pochi giorni dopo, Carlo si è imbattuto in una delle tante notizie che un portale di Prato ha pubblicato su Giovanni. «Sotto c’era un commento di una persona. Per farla breve, criticava la notizia riportata con parole dure e chiare: diceva d’aver visto cos’era successo, che non si era trattato di una casualità. Quindi sono andato a cercarlo e gli ho chiesto cosa sapeva». In sostanza, un corridore ha forzato troppo ed ha causato l’incidente.

Nel frattempo, gli organizzatori della corsa non sono rimasti in silenzio. Il Circuito Molinese viene organizzato dal GS Bassa Valle Scrivia ASD. Presidente del suddetto gruppo sportivo, almeno dal 2000 al 2009, è stato Piero Angelo Cisi, attuale vice sindaco di Alzano Scrivia dopo esserne stato sindaco dal 2004 al 2014. Fino a qualche anno fa, i comuni di Molino dei Torti e di Alzano Scrivia erano uniti.

Edo Maas. ©Cycling Weekly, Twitter

È stato proprio Piero Angelo Cisi a parlare di ciclismo a “La Stampa” poche settimane fa. «Siamo tempestati da richieste continue di documenti da produrre, è uno stillicidio senza fine», si lamentava Cisi. «Eppure, siamo da sempre scrupolosi: le transenne devono essere posizionate negli ultimi 100 metri prima del traguardo, le nostre erano già collocate a 180 metri. E ancora: c’è l’obbligo dell’ambulanza, a Molino avevamo persino il medico rianimatore del 118. Il ciclismo, da noi e non solo, è fatto di volontari che dedicano volentieri il tempo libero allo sport ma che poi si trovano a dover pagare parcelle agli avvocati. Di questo passo, purtroppo si estinguerà il mondo delle corse». Insomma, ci si preoccupa del futuro della corsa nonostante la morte di un ragazzo.

Se questo modo di fare ciclismo si estinguesse davvero, Carlo Iannelli ne sarebbe orgoglioso. «Sono stato isolato, come si può capire. Battaglie come la mia sono scomode, sono imbarazzanti; bisogna evitarle, non dargli risalto, scansarle il più possibile. Io, ci tengo a specificarlo, combatto anche per la sicurezza stradale in generale. È importante anche quella, ci mancherebbe, anche io vado in bicicletta e so cosa significa pedalare sulle strade italiane. Tuttavia, io combatto soprattutto per la sicurezza nelle corse ciclistiche, che è altrettanto importante. E se mi espongo non è per farmi pubblicità, ma per tenere alta l’attenzione e per far sì che la vicenda di Giovanni non venga dimenticata. Soprattutto, affinché tragedie evitabili come questa non si verifichino mai più. Io non ce l’ho col ciclismo, come ho sentito dire da alcuni: io ce l’ho con questo modo approssimativo, povero ed ignorante di fare ciclismo».

Qualcuno ha parlato di “tragica fatalità”, riferendosi all’incidente di Giovanni Iannelli: d’altronde, in ottantasei edizioni non era mai successo niente. «Niente di più sbagliato», ribatte Carlo. «Non si tratta di una tragica fatalità, ma di una tragedia annunciata. Era chiaro che prima o poi sarebbe successo qualcosa. Se fino al 2019 era sempre andata bene, è stato tutto merito della fortuna. Poteva succedere prima e chissà quante altre volte potrebbe succedere. Non credo a quello che i signori del GS Bassa Valle Scrivia ASD dicono ai giornali».

Renato Di Rocco è il presidente della Federazione Ciclistica Italiana. ©BICITV

Chiedo a Carlo se la Federazione Ciclistica Italiana gli è stata vicino, se qualche carica istituzionale si è fatta sentire e gli ha manifestato supporto, aiuto, vicinanza. Ancora prima di rendermi conto di non essere stato sufficientemente preciso, Carlo mi guarda di taglio e ne esce con un «no comment».

Carlo Iannelli è un uomo di ciclismo che ha rivestito importanti incarichi dirigenziali: adesso è giudice federale. È cresciuto avendo come esempi personaggi grandiosi ed indimenticabili che rispondono ai nomi di Alfredo Martini e Franco Ballerini. Si è appassionato al ciclismo su strada ammirando le imprese di Marco Pantani. Dal 5 ottobre 2019, soffre enormemente per la gravissima perdita del figlio e per il futuro di questo sport, che passa anche dall’esito positivo di battaglie come quella che lui sta combattendo. Il ricordo di Giovanni Iannelli, per quanto poco possa significare, è in buone mani. Auguriamoci di poter dire altrettanto per il ciclismo.

 

 

Foto in evidenza: ©Boomer Cycling, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.