Il ciclismo che verrà: interviste a Cassani, Amadori e De Candido

Abbiamo chiesto a Cassani, Amadori e De Candido cosa dobbiamo aspettarci.

 

 

In periodi come questi, almeno per chi scrive, a prevalere devono essere il disincanto e la razionalità: i motti e gli slogan durano dalla mattina alla sera e la paura non può essere uno strumento di governo degno degli anni in cui stiamo vivendo; allo stesso tempo, tuttavia, bisogna ridurre al minimo tanto l’ottimismo quanto il pessimismo: con la speranza non si mangia e le lacrime di disperazione non tolgono la sete.

Da Davide Cassani, Marino Amadori e Rino De Candido non mi aspettavo analisi precise e dettagliate: nessuno, d’altronde, è in grado di farle. Mi sarei accontentato di qualche spunto, di un paio di rassicurazioni, di un punto di vista globale che prendesse in considerazione tutti gli aspetti del fenomeno che riguarda ormai da diverse settimane. Mi è andata più che bene, devo dire.

Cassani, Amadori e De Candido fanno quello che stanno facendo – quasi – tutti dall’inizio di marzo: seguono, riflettono, rispettano, aspettano. Non solo: si tengono in contatto tra di loro e con Renato Di Rocco, il presidente della Federazione Ciclista Italiana, per monitorare la situazione. Al tavolo che hanno aperto “siedono” con costanza e lungimiranza: o almeno, ci provano.

La buona notizia è che, essendo stata l’Italia la prima nazione europea ad essere contagiata dal virus, le personalità più importanti del movimento ciclistico italiano lavorano insieme dalla fine di febbraio, da oltre quaranta giorni. «Da questo punto di vista siamo tranquilli», spiega Cassani. «Ci siamo mossi per tempo e ci consultiamo quotidianamente. Tuttavia, serve una regia internazionale: è il ruolo che spetta naturalmente all’UCI e mi auguro che sappia assolvere al dovere al quale è stata chiamata. Ci vogliono consapevolezza e coesione, dato che il momento è delicato e nessuno dev’essere lasciato indietro».

©Official SSC Napoli, Twitter

È difficile parlare dell’attualità almeno per due motivi. Il primo: in questi giorni, all’atto pratico, non sta succedendo niente. O meglio, qualcosa si muove, ma sono movimenti sotterranei, placche che si stanno spostando e che potrebbero causare un terremoto soltanto in un secondo momento, vale a dire quando la macchina si rimetterà in moto. Il secondo: l’attualità è interamente proiettata in avanti. Più che quella odierna – scusate il bisticcio -, l’attualità da tutelare è quella futura. I tre commissari tecnici, sentendoli costantemente, conoscono bene la quotidianità dei loro corridori; ma è una quotidianità monotona, uggiosa, povera d’eventi. Si pedala in casa, ci si alterna tra i rulli e gli esercizi a corpo libero.

E poi si convive con la paura: quella d’aver buttato via un anno, quella di non avere un contratto per la prossima stagione e nemmeno l’occasione per meritarselo, quella di vedere una carriera andare in fumo ché i treni, si sa, non passano a tutte le ore. Non è finita qui: c’è il fastidio di pedalare al chiuso perché si è abituati al pedalare all’aperto, la consapevolezza d’aver buttato via o quasi un inverno di allenamenti ritiri e sacrifici, il dubbio che il tempo passato sui rulli non serva a niente. Non ci sono scadenze, obiettivi, appuntamenti: e quando mancano questi, a mancare sono la testa e le motivazioni.

Proviamo a mettere ordine: quando si riparte? Secondo De Candido, si ritornerà ad una specie di normalità soltanto a luglio. «E non sarebbe poco, secondo me: rimarrebbero quattro o cinque mesi in cui correre e provare a recuperare il recuperabile», puntualizza. «La questione fondamentale, però, è un’altra: bisogna fare di tutto per salvare il salvabile, che sia luglio o agosto. Ovviamente, se l’impatto del virus si attenua e va a spegnersi. Cancellare un’intera stagione adesso, che è primavera da un mese scarso, per me sarebbe un errore madornale. Portiamo pazienza e non prendiamo scelte scellerate. Dico questo pensando agli sponsor e alla sostenibilità del movimento ciclistico italiano e internazionale».

È l’argomento del momento, di conseguenza il più complicato da dirimere. Il mondo, in larga parte, si è paralizzato; le aziende che animano il mercato, in larga parte, sono ferme; quelle che investono nel ciclismo, in larga parte, sono in difficoltà. È un’equazione piuttosto semplice: se mancano gli sponsor, mancano le squadre.

©BICITV

Si fa un gran parlare di entrate collaterali: c’è chi, come la Quick Step, sembra portare avanti l’idea di creare un brand che rafforzi la propria identità; e chi, invece, pensa ad una diversa ripartizione dei diritti televisivi, i quali sono appannaggio degli organizzatori dall’alba dei tempi. Quando chiedo ai tre commissari tecnici un parere a riguardo, a prevalere sono il silenzio e l’impotenza. Stati d’animo che potrebbero essere riassunti più o meno così: com’è possibile immaginare un modello di business diverso, se il ciclismo funziona nella stessa maniera da quando è nato? I soldi ci vogliono, non si scappa: ma come si fa a chiedere in un momento del genere ad un’azienda un investimento da svariati milioni di euro? E allora, giocoforza, le fonti devono essere diverse e diversificate: già, ma quali? E in che modo? È una delle sfide più interessanti e decisive che il movimento ciclistico internazionale abbia mai affrontato.

Detto delle squadre, non si possono trascurare le corse e chi le organizza. Un’altra bella gatta da pelare, altroché. Se non tutto, molto è nelle mani di giganti come RCS e ASO, i quali hanno lentamente inglobato e rivitalizzato un certo numero di corse cadute in disgrazia. Allo stesso tempo, è noto, organizzano la maggior parte degli appuntamenti più prestigiosi del calendario. «È da questi che bisogna ripartire», incalza Cassani. «Al di là della storia, del prestigio e della tradizione, eventi come il Giro d’Italia e la Milano-Sanremo sono i volani economici e psicologici della ripartenza: introiti ma anche interesse ed entusiasmo, non so se mi spiego».

Alle parole di Cassani fanno eco quelle di Amadori e De Candido. «I campanilismi, in questo momento, vanno assolutamente evitati. Siamo tutti sulla stessa barca e chiunque salti rischia di portare con sé qualcun altro», dice il primo. «Sarebbe molto bello se gli organizzatori si aiutassero tra di loro, ma non è semplice. Di sicuro c’è soltanto il ridimensionamento generale: se prima una corsa costava cento, domani dovrà costare cinquanta», aggiunge De Candido.

Infine, com’è naturale che sia, il discorso finisce per riguardare soprattutto i corridori. C’è il rischio, giusto per fare un esempio, che il gruppo dei professionisti si spacchi? Squadre diverse, obiettivi diversi e anche una quarantena, almeno nei primi giorni di marzo, vissuta in maniera diversa: chi poteva uscire per allenarsi e chi, invece, era già costretto in casa. Qualcuno, pensando al Tour de France, parlava già di una corsa falsata; una corsa a due velocità, insomma: quella di coloro i quali avrebbero potuto prepararsi e quella degli altri, di chi non sarebbe potuto andare oltre i rulli e le simulazioni virtuali.

©Claudio Bergamaschi

«Non credo ad una frattura», risponde convinto Cassani. «A onor del vero, il gruppo dei ciclisti non è mai stato particolarmente unito, quindi non ingigantirei la questione più di tanto. Anzi, al contrario: potrebbe essere l’occasione per cementificarlo e renderlo finalmente un corpo unico. Non deve sfuggirci che sono i corridori a fare la corsa e a rendere possibile il ciclismo; in più, sono l’anello debole della catena: alla fine sono dei lavoratori precari, mi si passi l’espressione».

Proprio per tutelare i corridori, Davide Cassani ha avanzato una proposta avallata e condivisa anche da Amadori e De Candido: congelare le categorie. Così facendo, a nessun atleta verrà conteggiata la stagione 2020: chi aveva iniziato l’anno come uno juniores di secondo anno, ad esempio, rimarrà tale anche nel 2021; e così per gli Under 23, gli allievi e tutte le altre categorie. Sembra una decisione sensata e pare che l’Italia non sia stata la sola ad avanzarla: ci stanno pensando anche molti altri paesi europei.

«Mettetevi nei panni di un dilettante che puntava tutto su quest’anno per provare a strappare un contratto tra i professionisti», rimarca Amadori. «Ti senti crollare il mondo addosso, lo capisco bene. E, altro aspetto da non sottovalutare, una decisione del genere tutelerebbe anche l’integrità dei ragazzi: non sono obbligati a mettersi necessariamente in mostra nelle corse che si correranno quest’anno, possono riprendere tranquillamente la vita di prima. Non dobbiamo dimenticarci che Evenepoel e Pogačar sono due eccezioni: la maggior parte dei ragazzi matura qualche anno dopo e noi dobbiamo essere onesti e lungimiranti nel metterli nelle migliori condizioni per esprimersi. È inutile lamentarsi dell’esasperazione se non la si prova ad arginare».

A Marino Amadori e Rino De Candido preme molto il benessere dei loro ragazzi e della loro categoria. Non hanno paura che i vertici internazionali finiscano per “dimenticarsi” del ciclismo giovanile? Amadori mi risponde con convinzione di no. De Candido, invece, è un po’ più titubante. «Un po’ di paura ce l’ho, non lo nego, ma non voglio immaginare uno scenario del genere: trascurare il ciclismo giovanile in un quadro simile significherebbe volersi male, si andrebbe a sfoltire una base già risicata di suo».

Andrea Piccolo insieme a De Candido e Cassani. ©Voce Amica Italia Web Radio, Twitter

Amadori è d’accordo. «Stiamo vivendo un’emergenza ed è giusto che la priorità ce l’abbiano anche questioni, ma l’attenzione sul tema della sicurezza stradale e della sicurezza in corsa deve rimanere altissima: non dobbiamo nascondere la polvere sotto al tappeto. Oggi i genitori hanno paura di mandare i loro figli in bicicletta per la strada; hanno paura persino di affidarli a persone appassionate, competenti ed esperte. Senza dimenticare le corse: organizzarle è sempre più complicato, dato che si devono fare i conti con degli ostacoli che le strade di qualche decennio fa non conoscevano; tuttavia, non possiamo nemmeno accettare che ogni domenica ci siano incidenti gravi, a volte così gravi da sfociare nella disgrazia. Il problema della sicurezza stradale, tanto nella vita di tutti i giorni quanto in corsa, rimane enorme e attuale».

L’orizzonte è scuro e tremolante, d’accordo. Se le difficoltà sono palesi, non si può dire altrettanto delle opportunità: questa pausa forzata ha insegnato qualcosa al ciclismo? «Sarò sincero, vedo più problemi che opportunità», ammette Davide Cassani. «Vedo un movimento in ginocchio, un ciclismo che dovrà letteralmente stringere i denti e cercare di attraversare l’ennesima crisi. È chiaro, prima o poi si riprenderà e imparerà a fare di necessità virtù, ma il contraccolpo potrebbe essere devastante».

A proposito di contraccolpo, Amadori riflette sulle ripercussioni che la probabile crisi del ciclismo professionistico riverserà su quello dilettantistico, la categoria di cui Amadori si occupa. «Una squadra del World Tour che chiude significa anche una possibilità in meno per i dilettanti di tentare il salto tra i professionisti», spiega. «La selezione, dunque, potrebbe essere ancora più spietata. E poi mi domando: cosa ne sarà di quei dilettanti che per il 2021 avevano già firmato un pre-contratto con una squadra professionistica? Anche per questo la proposta avanzata da Davide Cassani è sensata: è brutto da dire, me ne rendo conto, ma forse la cosa migliore è cancellare il 2020, comportarsi come se non fosse mai esistito e ripartire da capo nel 2021».

©F.C.I., Twitter

Al contrario di Cassani, comunque, De Candido e Amadori riescono a vedere una parvenza d’acqua in un bicchiere perlopiù vuoto. «Mi piace pensare che questa emergenza abbia insegnato qualcosa a tutto il movimento», dice De Candido. A cosa si riferisce? «A tornare coi piedi per terra, a smetterla di scimmiottare i dilettanti e i professionisti, a tenere alla larga quei procuratori che condizionano fin troppo la realtà dei ragazzi. Forse ci si renderà conto che si può fare meglio spendendo meno, che il bene dei ragazzi è la priorità; tra gli juniores c’è molta ipocrisia: tanta gente che predica bene e razzola male. Ecco, mi auguro che questo ridimensionamento ci riporti coi piedi per terra».

Amadori è sulla stessa lunghezza d’onda. «Forse impareremo a fare più economia, a dare valore all’esperienza e alla competenza e non soltanto ai soldi. Il ciclismo costa troppo, rischia di diventare insostenibile: spero che questa tragedia ci restituisca un movimento più consapevole, più affiatato, più disponibile alla collaborazione e più compatto. In una parola, più umano».

Tra paure, presagi e speranze, il movimento ciclistico italiano e internazionale ha il compito di attutire l’impatto di una crisi che appare praticamente inevitabile. I tre commissari tecnici italiani fanno previsioni simili: almeno per un paio d’anni sarà dura; per tornare a ottimi livelli ce ne vorrà qualcuno in più. Rimboccarsi le maniche sarà fondamentale, ma potrebbe non bastare: servono unione d’intenti, lungimiranza e visione d’insieme. Il 2020 sarà una sorta di anno zero per molti settori, compreso lo sport – compreso il ciclismo, va da sé. Immaginare il ciclismo che verrà è un esercizio da sciamani; tentare di aggiustarlo e renderlo più sostenibile, invece, è il minimo che si possa provare a fare.

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.