Il ciclismo è un sogno da dipingere con costanza, metodo e responsabilità.

 

 

Giovanni Carboni, quando va in bicicletta, è l’effetto di quello che gli hanno tramandato il nonno, grande appassionato delle due ruote, e il padre, da sempre suo primo tifoso. Arriva da un paesino in provincia di Pesaro e Urbino, San Costanzo, dove lo scorso anno è passato il Giro d’Italia. La corsa attraversava quel piccolo comune, «la mia contea» la definisce Carboni, proprio mentre il corridore della Bardiani CSF Faizanè indossava la maglia bianca di miglior giovane. «Vedere tutta quella gente, la “mia” gente, in strada a fare il tifo: l’emozione più grande che abbia mai vissuto da ciclista». Uno scherzo del destino, oppure una di quelle situazioni raccontate come fossero partorite da una combriccola di menti brillanti. «Nel mio piccolo è come se avessi vinto quella tappa», ci dice. Impossibile dubitarne. In quel paesino torna appena può per rilassarsi scrutando il mare e la spiaggia, dove da adolescente passava intere giornate: le sue più grandi passione insieme alla cucina, al buon vino e al pesce – «la mia debolezza», specifica.

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è fatica. Suo padre glielo ripeteva sempre come un mantra sin da quando scelse la bicicletta dopo aver provato nuoto, taekwondo e pallavolo; lo ha assimilato e fatto proprio ed è la legge morale a cui risponde il suo essere corridore. «Lui mi ha avvertito che la bicicletta è dura, è fatica, bisogna pedalare forte». Ma Carboni è un testardo e nonostante il monito paterno sceglie proprio le due ruote. «Sono caparbio: se mi metto in testa una cosa è quella. Alle volte mi fa raggiungere l’obiettivo, altre mi fa sbagliare, mi condiziona mentalmente o influenza persino la mia prestazione in gara». Sincero.

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è divertimento. «Però ci tengo a precisare che è divertente quando vinci o quando ottieni risultati, oppure quando sei nel vivo della corsa o riesci a dare tutto per la squadra; altrimenti correre in bici diventa una brutta bestia». Saggio.

Il suo ciclismo, però, è anche cercare di non avere rimpianti. «A volte penso al fatto che sarei potuto essere più concreto. Ad esempio: nelle categorie giovanili sono sempre andato forte a cronometro. Da Under 23 ho chiuso tre volte sul podio la prova del campionato italiano, senza mai vincere. Più che un rimpianto, è una dimostrazione che potevo fare qualcosa di più, potevo concretizzare meglio. Ma che ci volete fare, ero un giovincello».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è essere generoso, per sé stessi e per la squadra, dare tutto quello che si ha; ma è anche una miscela di paure da esorcizzare trasformandole in occasioni da sfruttare: come nel 2017, quando un incidente gli causò la frattura dell’ulna e mandò all’aria i suoi piani. «Arrivò nel peggior momento: mi stavo preparando per le classiche di aprile, utili per rifinire la condizione in vista del Giro Under 23. Da lì, però, sono ripartito più forte di prima e ho vinto una tappa al Giro della Valle d’Aosta».

©Per gentile concessione di Luca Barioglio, Bardiani-CSF-Faizanè

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è sacrificio, da condividere con la sua compagna («Convivo con Arianna Fidanza e la ringrazio: fare in due la vita da ciclista è complicato») e con la famiglia. Ha un fratello che corre tra gli Under 23 e che secondo Giovanni «arriverà presto», mentre definisce suo padre il motore che lo spinge. «Mi supporta, è sempre presente; è il mio appiglio ed è stato fondamentale averlo accanto per venire fuori da tutti i momenti difficili».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è amare una corsa, un traguardo, sognare per trovare la propria strada. Per ogni categoria nomina una gara, spesso in conflitto con il risultato finale, come un desiderio che resta tale. «Tra gli allievi mi piaceva la Lugo-San Marino, ma purtroppo non l’ho mai vinta: settimo il primo anno e terzo il secondo. Si correva dalle mie parti e ha sempre avuto un fascino particolare: la definivo la corsa dei miei sogni». Da junior, invece, è affascinato dal Gran Premio Liberazione Città di Massa. Anche qui si deve accontentare: nel 2013 è terzo al termine di una volata vinta da Giannelli davanti a Rota. «La corsa che mi piaceva di più da Under 23, invece, in questo caso l’ho vinta: era il Giro della Valle d’Aosta; conquistai una tappa al mio ultimo anno in maglia Colpack». Se deve nominare una corsa tra i professionisti, sceglie in grande. «Vorrei vincere una tappa del Tour de France». Come diceva Van Gogh: «Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è testa, metodo, classe, motore, come quei corridori che ammira in mezzo al gruppo, attori di una pièce in cui anche lui vorrebbe recitare da protagonista. «Nibali, Dumoulin e Valverde su tutti. Quest’ultimo in maglia iridata emanava carisma solo a pedalargli di fianco: è un corridore straordinario». O come quelli che seguiva da ragazzino, appena iniziato a correre. «Contador inscenava imprese incredibili, ma quando lo osservavo ero combattuto: da una parte soffrivo perché è spagnolo, ma dall’altra mi esaltava per il suo coraggio, la sua fantasia, quella marcia in più che aveva in salita. Le sue prestazioni mi deliziavano».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è scorrazzare da ragazzino con una Battaglin («La prima corsa, però, l’ho vinta su una Carraro tutta bianca»), ma è anche avere bene in testa quello che si è, che si può diventare; crescere per gradi, non mettersi fretta, imparare dai propri errori. «Lo dico col senno di poi: aver sbagliato qualcosa in gioventù mi è servito. Sono passato professionista che avevo già qualcosa da dire e alcune idee chiare. Avevo già imparato molto nei quattro anni da Under 23, ho avuto tempo per migliorare».

©Per gentile concessione di Luca Barioglio, Bardiani-CSF-Faizanè

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è cura del dettaglio. «Sono arrivato in un momento della mia vita, della mia carriera, in cui non posso più lasciare nulla al caso: devo migliorare in tutti quei particolari fondamentali per poter emergere e ambire anche a una grande squadra del World Tour». Una squadra che magari lo aiuti anche a riprendere in mano la cronometro, specialità nella quale da ragazzo andava forte. «La cronometro in queste stagioni l’ho lasciata un po’ perdere, ed è un peccato. Nel ciclismo di oggi non ti puoi inventare niente: è estremamente esigente, sia nella conoscenza dei materiali che in fase di preparazione».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è farsi trascinare dalla curiosità e dalle ambizioni, migliorando quelle che sono le proprie caratteristiche. «Voglio capire dove posso arrivare in determinate situazioni e in determinate squadre. Io sono un corridore da salita, dotato di fondo e ho qualità di recupero importanti. Lavoro duro per coronare in pieno le mie aspettative e per farlo è necessario correre nel World Tour. Lo ritengo fondamentale, perché solo così si può ambire a fare classifica in una grande corsa a tappe».

Ma per plasmare a suo piacimento il futuro, c’è un presente da percorrere nel miglior modo possibile. «Corro in una squadra, la Bardiani, perfetta per me. È una grande realtà, attrezzata, non mi mette pressione e soprattutto è capace di far crescere e lanciare i giovani di valore. In più, mi dà la possibilità di disputare corse prestigiose». Prima di ripetere quello che è il suo, di mantra. «In futuro, però, voglio misurarmi nel World Tour».

Alberto Contador è uno dei riferimenti di Giovanni Carboni. ©Álvaro Campo

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni ha la sua massima espressione nei grandi giri. Curarne la classifica è la somma di tre fattori. «Testa, gambe e squadra». Lo scorso anno, durante la corsa rosa, ha vissuto giornate indimenticabili; ma anche terribili, di quelle che lasciano il segno, ma dalle quali ha colto sempre lezioni fondamentali per migliorarsi. «Due giornate tremende. Una è stata quella del Mortirolo: oltre alla salita, era dura persino andare in discesa. Che tappa! L’altra è la cronometro di San Marino, dove ho lasciato la maglia bianca: è stata un po’ la mia disfatta, ho perso minuti in classifica, ma mi ha insegnato tanto per il futuro. A casa ho persino la gigantografia di quel giorno. Se potessi tornare indietro, rifarei le cose diversamente».

Il ciclismo secondo Giovanni Carboni è resistere alle pressioni, gestirsi e incanalarle in forza interiore. «La pressione mi piace. Se sto bene, non mi pesa essere considerato dalla squadra e mettermi in luce, prendermi la responsabilità in corsa». L’anno con la maglia della Colpack lo ritiene fondamentale anche da questo punto di vista. «Ringrazio Bevilacqua e Valoti: in quella stagione mi hanno dato il ruolo di faro, di leader della squadra. Dovevo trainare e vincere e così ho imparato a gestire la pressione, grazie anche all’importanza che tutto l’ambiente riusciva a trasmettermi. Mi dava la giusta carica in allenamento e in corsa: restavo concentrato per raggiungere gli obiettivi».

Quest’anno correrà il Giro, con ambizione ma senza troppa pressione. «La squadra mi permette di fare la mia corsa: se sarò in grado terrò duro, altrimenti si esce di classifica e si prova a vincere qualche tappa». Che non è solo un sogno da dipingere, ma un proposito; la giusta responsabilità con cui convivere. È il ciclismo secondo Giovanni Carboni.

 

 

Immagine in evidenza: ©Per gentile concessione di Luca Barioglio, Bardiani-CSF-Faizanè

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.