Il giornalismo secondo Giovanni Battistuzzi

Come raccontare un Giro d’Italia con freschezza e umanità? Seguendolo a ruota.

Se dovessimo parlare di Giovanni Battistuzzi attraverso numeri, città e date potremmo dire che è veneto, ha trentaquattro anni ed è nato il cinque gennaio. Se dovessimo parlare di Giovanni Battistuzzi accostandolo alle sue passioni, potremmo dire che ama scrivere e scrivere di sport, ma prima ancora ama montare in sella alla sua bici e pedalare. Gli piace il buon cibo, il buon vino e la compagnia della sua ragazza. Se dovessimo parlare di Giovanni Battistuzzi con un’etichetta lavorativa, dovremmo dire che Giovanni è un giornalista de “Il Foglio” dal 2014. Certo, Battistuzzi è di fatto un giornalista, tuttavia preferisce definirsi narratore, cantastorie. Questo perché preferisce qualcosa di umano e connotativo a qualcosa di meramente tecnico e denotativo. Sceglie in questo modo i propri personaggi, unisce così il filo delle sue storie: poca cronaca, molta novità, talvolta perle rare. A Battistuzzi piacciono le cose diverse ed improvvisate. Amava il Giro d’Italia sin da bambino e voleva andarci: nel 2013 lo ha interamente seguito in treno, nel 2014 ha fatto la stessa cosa in bici. Ora sogna la Parigi-Roubaix. Nulla di facile, insomma, ma per conoscere gli uomini e le storie, quelle storie che “sono ovunque”, si deve osare. Per conoscere le storie bisogna spingersi oltre. Questa è la bicicletta per Giovanni Battistuzzi.

Giovanni, un passo indietro: prima di dedicarti al giornalismo abbiamo visto che hai sperimentato numerosi altri mestieri, spesso manuali, molto lontani da questa attività. Da giovane come ti vedevi?

Ho sempre avuto una certa “curiosità” per la scrittura ma non credevo assolutamente potesse diventare un lavoro. Io sono arrivato al giornalismo un po’ per caso e un po’ per volontà. Sono a metà tra chi sognava questo lavoro e chi vi è approdato in un certo momento per circostanze fortunate. Devo ammettere che la bicicletta mi è sempre piaciuta: seguo da tantissimi anni il ciclismo e ho sempre avuto l’ambizione di raccontarlo, ma non sono arrivato al giornalismo per questo. Ci sono arrivato per cause di forza maggiore. Ancora adesso non mi considero un giornalista: sono una persona a cui piace scrivere di sport. A me interessa la parte narrativa, non la parte cronachistica.

Quali studi scolastici hai affrontato?

Mi sono laureato in lettere con ben poche idee di ciò che avrei potuto fare da grande. Ho iniziato a lavorare dove capitava: prima in una ciclofficina, poi in bar e gelaterie, sino a ritrovarmi in cucina. Poco dopo ho ritirato fuori dal cassetto lo stage che avevo fatto all’Adnkronos e sono arrivato a “Il Foglio”. Un percorso segnato dalla casualità.

Giovanni Battistuzzi a Castellania, da Coppi.

In questo percorso ha rivestito un ruolo molto importante “Girodiruota”: un blog che si è trasformato mille volte sino a diventare libro. Come è nata l’idea di questo filone di racconto?

“Girodiruota” è nato nel 2014 per necessità di fare un qualcosa di bello al Giro d’Italia. Il Giro è sempre stata la mia corsa dei sogni. Sin da piccolo. Insieme alla Parigi-Roubaix, gara a cui spero di andare presto. Torniamo al Giro: nel 2013 feci un viaggio in treno seguendo la corsa rosa. Documentai il tutto su un blog e questo mi diede molte soddisfazioni: si chiamava “Giro in seconda”. Io, in quel periodo, lavoravo per l’ufficio stampa di una società di investigazioni private. Decisi di lasciare il lavoro per seguire il Giro. Telefonai ad un amico dicendo: “Basta. Mi sono stufato di lavorare lì. Mollerò il lavoro e resterò a casa per un periodo. Almeno potrò vedermi il Giro d’Italia.” Lui con aria spensierata mi disse: “Perché non lo segui? Seguilo”. Ricordo ancora la mia risposta ironica: “E come lo seguo? In treno?”. La sua risposta mi colpì: “Perché no? Potrebbe essere un’idea”. Detto fatto. Due o tre giorni dopo partii per vivere quell’avventura.
La stessa cosa successe nel 2014, l’anno della nascita di “Girodiruota”. Facevo lavoretti saltuari e avevo deciso di fermarmi qualche settimana per seguire il Giro d’Italia. Lo dissi ai miei amici e subito mi dissero: “Sì, e come lo segui che non hai la macchina?”. Questa volta però avevo le idee chiare: in bici, lo avrei seguito in bici. Da quel momento nel giro di un mese e mezzo cercai degli sponsor e partii per il Giro. “Girodiruota” me lo porto addosso da allora: ora è un blog all’interno della testata de “Il Foglio”, nel 2015 è stato un libro. È come se fosse la mia seconda faccia.

Che aspettative avevi quando sei partito per il tuo primo Giro d’Italia?

Volevo vedere come era il Giro d’Italia da dentro. Ero praticamente un inviato. Un inviato particolare in quanto mi ero inviato da solo. Volevo vedere cosa c’era attorno al Giro: partivo da ciò che succedeva in corsa per vedere tutto quello che c’era intorno alla carovana itinerante del Giro. Quando fai queste cose devi scovare il non già scritto, il non già detto. Mi piaceva osservare quali erano le spinte intorno alle quali il Giro si muoveva: territori, città, curiosità. Volevo che il mio fosse una sorta di diario. Non un tentativo di cronaca sportiva del Giro d’Italia.

Cosa ti ha colpito di quel Giro d’Italia? Penso, ad esempio, a qualcosa che non ti aspettavi e che invece hai trovato e hai vissuto.

Sinceramente la cosa che mi ha colpito di più è stata la curiosità e la buona volontà che tutti hanno messo per aiutarmi a finire il mio progetto. Io ero l’ultimo della banda, consentimi il termine. Fino a che si gira in pianura o in collina il treno va tranquillamente. Servono solo buona volontà e organizzazione. Quando arrivano le montagne invece inizia a porsi il problema: i treni non arrivano dappertutto. Tu sei una persona in più in una macchina che ha altre mille cose da fare e che potrebbe anche fregarsene di te e dei tuoi problemi. Io ho trovato persone che si erano affezionate a quello che stavo facendo. Persone che mi hanno aiutato e insegnato moltissimo. Penso ad un giornalista come Tony Frigo, che per me è stato un maestro rispetto alle modalità con cui muoversi all’interno di un Giro d’Italia. Penso a Marco Pastonesi, che mi ha aiutato in tutto e per tutto. Penso a Guido Fotis, che per me è stato un Caronte all’interno del Giro: mi ha insegnato tantissime cose. L’altra cosa veramente bella è la passione che trovi all’arrivo anche da parte di gente che non è poi chissà quanto appassionata di ciclismo. Persone che, però, vanno comunque a vedere le tappe, affollando strade e giardini perché hanno capito una profonda realtà. Il ciclismo è uno sport capace di raccontare tantissime storie. È come una piccola grande famiglia in cui, fosse anche solo per l’appartenenza, vieni preso in considerazione. Non da tutti. Solo da chi ha la capacità e la sensibilità per capire che si tratta di qualcosa in più di una corsa.

Nel 2014, invece, affronti il Giro d’Italia in sella alla tua bici.

Nel 2014 ho voluto provare a vedere cosa fosse il ciclismo lontano dal Giro d’Italia, se così  possiamo dire. Il mio amore per il ciclismo non nasce dal ciclismo in se ma dalla mia passione e dal mio amore per la bici. Io a pedalare mi trovo molto bene. È forse l’unica cosa che non vorrei mai smettere di fare. Posso smettere di scrivere, posso smettere di fare qualunque altra cosa ma non di pedalare. E ovviamente neanche di mangiare (ride, ndr) altrimenti sono problemi. Andare in bici è la mia più grande passione. In quell’occasione volevo vedere se c’era ancora ciclismo lontano dal percorso del Giro d’Italia. Accanto ai corridori c’è una passione enorme. Fuori dalla corsa, mentre questa si sviluppa, la passione c’è ma non è così totalizzante come quando la corsa incontra le città. In questo caso ho fatto un percorso particolare: una sorta di linea dritta che univa partenza e arrivo del Giro. Non avrei avuto la capacità e le qualità per fare il percorso dei corridori ma ho comunque fatto circa 1400 chilometri in bici. Mica pochi.

Con Massimo Franchi de “il manifesto” all’Eroica 2018.

Quante storie si trovano in un percorso di questo tipo?

Tante. Tantissime, direi. Ancora di più che stando all’interno della gara. Non c’è nulla che lega la città in cui la manifestazione non transita alla manifestazione sportiva stessa. Così incontri chi vuole essere incontrato. Chi segue il Giro al bar: seguaci di una tradizione che, in particolare in Italia, è stata molto lunga e interessante dal punto di vista narrativo. Aumentano le storie e le possibilità di conoscenza. È un arricchimento continuo. Mi ricordo un episodio al Passo della Collina: un passo che lascia la Porrettana per poi ritornare sulla Porrettana in Emilia. Proprio lì ho incontrato una persona che mi ha raccontato storie di guerra. Per nulla interessato al Giro ma molto interessato al contatto umano. In cima a quel passo, anche a causa della strada per nulla agevole, arrivano in pochi. La bici in quelle tre settimane era diventata una sorta di lasciapassare per altre storie. Una sorta di dono. In fondo la bici è un volano: una palla che ci si passa e unisce storie, identità e modi diversi di vedere il mondo. Quando incontri una persona in bici ti disinteressi completamente dell’etichetta sociale che in ogni altra circostanza, anche spinto dalla società, saresti propenso a dare. Non ti interessa da dove viene, non ti interessa che cosa fa nella vita, non ti interessano tante cose. È solo una persona in bici come te che sta percorrendo un tratto di strada. Da lì si supera tutto quel problema di conoscenza che invece si ha in altre modalità di rapporto interpersonale. Si ritorna alla famiglia: si è parte di un qualcosa e questo basta.

Quanta preparazione fisica c’è dietro il tuo Giro d’Italia in bicicletta?

Nel mio caso poco più di zero. Mi sono buttato seguendo il vecchio detto: “le gambe servono fino a un certo punto. Se non c’è la testa, non vai da nessuna parte.” Mi sono allenato per circa tre settimane ma in modo errato: usavo pochissimo la bici, correvo solo. Ho passato una settimana infernale: un male di gambe osceno e un male molto accentuato al soprasella. Poi ho iniziato a migliorare e da metà Giro sono stato meglio.

Hai finito il Giro in crescendo come i grandi campioni.

No, no. Ho finito il Giro che stavo benone. Avrei potuto farne un altro. Il problema è stato prima: non andavo avanti di un passo o di una pedalata. Quello era il problema. Bisognerebbe prepararsi e anche bene. Non come ho fatto io.

Hai un ricordo particolare legato proprio alla bicicletta? Un ricordo di bambino o di ragazzo.

Mi ricordo benissimo quando mio nonno ha iniziato a farmi pedalare in bici senza rotelle. Ricordo il sangue che mi usciva dalle ginocchia. La prima cosa di cui ho veramente ricordo è la prima volta in cui ho finito una salita. Io sono nato in collina quindi ho sempre corso nei dintorni di casa. La prima uscita che ho fatto fuori dalla via è stata per affrontare il Rigon di Colle al Brigo, lo chiamano così. Una salita di trecento, quattrocento metri con una pendenza abbastanza accentuata. Non impossibile, sia chiaro: stiamo parlando di cose facilmente affrontabili. Quella volta, subito dopo aver affrontato la salita, mi sono voltato: ho visto che la salita era finita. L’avevo percorsa tutta. È stata una soddisfazione incredibile: la più grande che abbia mai vissuto. È stata una sorta di liberazione. Stavo entrando in una nuova età: non più quella del fanciullo. Avevo sei anni, facevo la prima elementare.

Le pedalate da amatore gli regalano scorci romani davvero invidiabili.

Uno dei primi insegnamenti della bicicletta.

Certo. Intanto ho capito che ognuno deve contare su se stesso. Siamo artefici di quello che facciamo e tutta la fatica che facciamo serve per capire determinate cose che prima non avevi capito. Più fatichi, meglio è. Stai meglio tu e sta meglio il tuo cervello. Questo il primo insegnamento. La bicicletta inoltre è una forma di emancipazione da casa: entri nel mondo dei grandi pur non essendo grande. A sei anni hai ancora la bocca sporca di latte ma questo è un qualcosa che si porta sempre con sé. Ogni volta che si fa qualcosa che non si era mai fatto, ogni volta in cui si supera un’esperienza nuova. Personalmente, più mi spingo avanti nelle cose e più sono contento.

Arriviamo ora al discorso più strettamente connesso al giornalismo. Quali modelli giornalistici avevi da ragazzo? Cosa leggevi? 

I miei modelli sono molti. Quando c’era il Giro d’Italia a casa mia c’era sempre “La Gazzetta dello Sport”. Chi scriveva per la rosea è stato sicuramente un mio modello. Ricordo benissimo Zomegnan. Successivamente, quando ho capito meglio quello che avrei voluto fare, ho iniziato a leggere Marco Pastonesi, che è ben presto diventato un modello. E anche Claudio Gregori. Mi soffermavo su coloro che riuscivano a raccontare il mondo intorno alla bicicletta.

Marco Pastonesi è uno dei riferimenti giornalistici di Giovanni Battistuzzi.

Da lì hai avuto esperienze sia su carta che online. Partiamo da quest’ultimo: qual è la tua idea di racconto sportivo elettronico?

Secondo me il racconto elettronico è stata una benedizione per il ciclismo. Mi spiego meglio: alla fine degli anni novanta e anche nei primi anni duemila si è avuto un sempre maggiore disinteresse per il ciclismo. Non solo. È anche calata molto la capacità di scrivere di ciclismo. Il pubblico comprava meno e quindi i giornali si concentravano su altri sport. Il giornale, in fondo, considera sempre una logica economica: deve vendere. Da questo punto di vista l’online è stata la salvezza perché ha permesso di avere nuovi canali, siti dedicati, in cui si è ripreso a scrivere di biciclette. Non solo cronaca, come avveniva nei primi anni duemila, ma anche racconto “umano”. Questo fattore ha permesso un incremento del materiale, non sempre buon materiale sia chiaro, ma ha anche dato la possibilità di trovare un nuovo metodo di scrivere. Quello a cui mi sento più vicino: la volontà di tornare a scrivere storie e narrare il ciclismo. Non più solo cronaca, non più solo racconto veloce e asettico. Adesso ci sono dei progetti molto belli. Penso a Bidon, penso a un blog su “La Gazzetta dello Sport”, si chiamava “Quasi rete” e trattava in ciclismo in maniera bellissima. Nei grossi giornali in quegli anni c’erano solo Marco Pastonesi, Gianni Mura e pochissimi altri che portarono avanti questo modo di raccontare. Ora sembra si stia ritrovando un interesse per il ciclismo anche in nuovi progetti editoriali cartacei. Adesso mi sento di dire che c’è un nuovo rinascimento della scrittura sportiva. Non solo nel ciclismo: pensiamo al calcio. “Ultimo uomo” e “Undici” sono due realtà molto belle in cui lo sport viene narrato e non solo descritto.

Non solo Marco Pastonesi: anche Gianni Mura è tra i suoi modelli.

Gianni Mura, in un’intervista con il direttore di Repubblica.it, spiegava come la sensibilità sia una caratteristica fondamentale per chi voglia approcciarsi a questa professione. Quanto conta la sensibilità nel giornalismo?

Penso sia necessaria. Quando si parla di sport o quando si pratica sport è il punto attorno a cui gira tutto. Mura, da questo punto di vista, ha completamente ragione.

Nella stessa intervista Mura constatava come purtroppo, al giorno d’oggi, nessuno si preoccupi più di “insegnare” questa caratteristica ai giovani: tutti badano solo alla velocità. In questo senso, sottolinea Mura, c’è stato un grosso cambiamento rispetto ai tempi in cui lui ha iniziato. Cosa ne pensi?

Rispetto alla velocità credo ci sia una valutazione da fare: bisogna capire qual è il tuo core business. Qual è la cosa per cui sei nato. Ci sono giornali che puntano alla quantità e quantità vuol dire velocità. Nel mondo online velocità vuol dire arrivare prima nelle ricerche degli utenti. È un modo di intendere l’informazione che può funzionare. Chi vuole andare oltre tutto questo può comunque partire da qui: la velocità spesso comporta l’impossibilità di trattare in modo approfondito alcuni temi. Non c’è giusto o sbagliato: dipende da ciò che si vuole fare. La velocità e la sensibilità sono due aspetti di un lavoro molto difficile come quello del giornalista. Un lavoro che, a mio avviso, si dovrebbe basare in particolare sulla sensibilità, quella sensibilità che permette di raccontare il ciclismo, ma anche ogni altro sport, da un punto di vista proprio, cercando di farselo scorrere nelle vene, provando così a raggiungere qualcosa di ben più complesso di un semplice articolo. Il fatto che la sensibilità non venga più insegnata, invece, merita un ragionamento più complesso.

Spiegaci tutto.

È un discorso ampio. L’utilizzo sempre più massiccio di social network e di canali personali ha avuto due risvolti: da un lato si è ampliata la possibilità di avere fonti e raccontare; dall’altro ha reso le persone più gelose delle proprie competenze. Questo fattore ha creato una sorta di incapacità di portare avanti qualcuno che un domani potrebbe farti le scarpe. C’è una paura maggiore. Una paura derivata dalla società. Mentre invece bisognerebbe avere un atteggiamento diverso con un giovane che sta imparando un mestiere. Si potrebbe provare a insegnarglielo, per dire.

Una sorta di difesa di categoria?

No. Non è una difesa di categoria. È ancora peggio. È una difesa egocentrica. È una difesa del proprio orto dalla categoria. Si esclude chi avrebbe le capacità di fare bene quel mestiere. Soprattutto c’è un diffuso disinteresse per il bene di un giornale o di una categoria. Si pensa al proprio bene e basta. Tu hai un ruolo e non vuoi che qualcuno ti si avvicini perché temi possa farti le scarpe. Ciò è grave. Ne perde tutto il mondo del giornalismo. Serve molto entusiasmo per fare questo lavoro. Se finisce l’entusiasmo finisce tutto. È necessario. Le persone senza entusiasmo hanno rischiato di rovinare questo mondo. Per fortuna c’è stato il web. Per fortuna ha aumentato le voci creando anche un modo nuovo di approcciarsi al ciclismo. Altrimenti era finita. Io mi sono ritrovato in alcune sale stampa in cui la gente era arrabbiata. Ma come? Stai andando in giro per l’Italia, stai vedendo la cosa più bella che ci possa essere e sei innervosito? Goditela, sorridi, non dico di esultare ma vivila. Non farla sembrare una gogna. È grave, gravissimo. A certi, forse, non batte più il cuore.

Questo è l’online. Poi c’è la carta: alcuni dicono che sia alla fine. Altri, Emilio Previtali su tutti (il direttore di Alvento, ndr), spiegano che l’unico aspetto della questione che si sta esaurendo è solo un certo modo di fare giornalismo su carta. Ci spieghi la tua idea in proposito?

Sono pienamente d’accordo con Emilio. Emilio Previtali ha fatto una cosa che in Italia non c’era. C’era in molti altri paesi: Rouleur e Peloton Magazine su tutti. In Italia c’era Cycle, un periodico stupendo. Lì non si faceva giornalismo, o meglio non si faceva solo giornalismo: si raccontavano storie. Alvento sta provando a fare questo: raccontare storie su un  mezzo cartaceo che abbiano a che vedere con il ciclismo ma prima ancora con il mondo della bicicletta. Anche le interviste che ci sono, in realtà, sono dei racconti di giornate. Non sono la classica chiacchierata di cinque minuti al telefono con l’intervistato. È un modo bellissimo di fare giornalismo: approfondito, ben scritto, largo, ampio, arioso. Questo modo di fare giornalismo continuerà: i suoi prodotti sono ben fatti, sono fatti con sentimento, continueranno a piacere per la passione di cui sono intrisi. Se si vuole continuare con la carta ben venga ma bisogna fare le cose bene: altrimenti, facendo le cose male, tutti pagheranno le conseguenze. Le cose vanno fatte in maniera precisa e con un’idea precisa: chi legge non è un acquirente ma è una persona che deve avere un motivo per leggerti. È un boomerang. In Italia è calata la passione per la lettura ma la colpa è anche di chi ha portato avanti un modo suicida di relazionarsi con il giornalismo.

La domanda viene spontanea: perché alla luce di tutte queste osservazioni in molti giornali cartacei si continuano a fare le cose “male”? Perché si continua a parlare di crisi della carta e non si prova a cambiare? A impostare le cose in maniera differente?

Avrei molte domande da farti. Purtroppo non ho una risposta da darti. Ritorniamo a Tomasi da Lampedusa, ritorniamo al Gattopardo. Non vedo cambiamenti rispetto a quanto scrisse lui. Siamo in un paese che non cambia. Forse siamo anche in una società che non vuole cambiare. Una società che ha paura di cambiare: il cambiamento provoca domande, non risposte. Provoca tentativi, non soluzioni semplici. Se ti devi raffrontare alla complessità del creato, della realtà, è sempre più semplice portare avanti ciò che già c’è. Male non ha fatto e sei ancora vivo. Se vuoi cambiare le cose o hai un motivo per farlo o hai tanta buona volontà. Però ti deve battere il cuore. Altrimenti non vai da nessuna parte.

Tu ti occupi di ciclismo ma anche di calcio. Sono due mondi diversi? Parliamo di apertura all’esterno, alla stampa ma non solo.

Sicuramente il ciclismo si sta chiudendo. È meno facile parlare con i ciclisti, per esempio a fine gara. Io però li capisco bene: devono fare un sacco di chilometri, hanno tantissimi impegni, tante altre cose da fare per preparazione e scarico. Nel ciclismo siamo arrivati ad un livello di iper competitività: è cambiato il modo di correre ed è cambiata l’intensità delle gare a tappe e delle gare di un giorno. Si corre più veloci, ci sono impostazioni di corsa dettate dalle squadre che fino a vent’anni fa non c’erano, c’è anche una preparazione più attenta. Adesso sarebbe impensabile un allenamento alla Marco Pantani: senza contachilometri, basandosi solo sulla percezione delle proprie gambe. Senza un preparatore adesso non puoi quasi competere. A parte rari casi, i ciclisti di oggi non vengono più da realtà piccole e contadine come quelle di una volta. Ai mondiali di Innsbruck ho parlato con Philippe Brunel, che mi ha detto una cosa significativa. Mi spiegava che un atleta come Bardet difficilmente sarà amato dai francesi. I francesi non lo capiscono quando parla. Bardet è una persona estremamente intelligente: ama leggere, vuole essere informato, cerca un proprio modo di vedere le cose. Molti francesi non riescono a concepire questo modo di atteggiarsi. Mi ricordo Pantani: Marco è il caso emblematico di come una persona fuori dai canoni possa conquistare un paese. Pantani era uno che quando parlava ti faceva battere il cuore, lo sentivi, ti faceva impazzire: si rapportava con le persone, con i tifosi e con i giornalisti in maniera unica. Adesso questo manca, almeno in parte. Bardet sta facendo qualcosa di simile: in Italia non ci accorgiamo molto di questo perché non siamo molto bravi con il francese. Lui è anche abbastanza schivo. Un ragazzo come Gianni Moscon ha molte cose da dire. Fabio Felline è una persona splendida: ha idee e capacità di raccontarle. Lo stesso vale per Valerio Agnoli e per Matteo Trentin. Anche Pinot e Sagan sono due persone molto profonde. È gente che ha una bella testa. Il peccato è che con tutti gli impegni dei ciclisti di oggi non è più possibile parlarci per tanto tempo, raccontarli come facevano Orio Vergani o Rino Negri con Coppi. È una questione di tempi, più che disponibilità dei corridori. Loro parlerebbero volentieri ma incombono scadenze, impegni, riposo. Ci sono tante cose da raccontare e si trovano in ogni corridore. Se lavori bene, se sei una persona affidabile, se hai quella sensibilità di cui parlavamo, se sei capace di ascoltare e parlare con i giusti tempi le persone, prima o poi, si aprono. Devi lavorare bene.

Chiudiamo spaziando un attimo nella vita di tutti i giorni: quando non ti occupi di giornalismo e non vai in bici, cosa ti piace fare?

Essenzialmente mangiare (sorride, ndr). Bere buon vino e stare con la mia ragazza. Cose molto semplici. Mi piace moltissimo leggere e viaggiare. In particolare viaggiare in bici. Se posso spostarmi in bici è decisamente meglio. Sto benissimo in bici.

Foto in evidenza: ©bikeitalia.it

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/