Il mestiere dell’addetto stampa: intervista a Geoffrey Pizzorni

Con Geoffrey Pizzorni abbiamo parlato di sensibilità, di Vincenzo Nibali, di giornalismo.

 

 

Geoffrey Pizzorni è nato il 28 febbraio 1966 a Milano e dal 2017, anno in cui è nata la squadra, è l’addetto stampa di riferimento della Bahrain Merida. Con lui abbiamo parlato proprio di questo, del mestiere dell’addetto stampa: le responsabilità che deve assumersi, gli interessi che deve perseguire, il rapporto che ha con i corridori e con la corsa, l’importanza delle sensazioni e del colpo d’occhio. Emerge una figura dai tratti umani, tutt’altro che esasperata e opportunista come la narrazione comune talvolta vorrebbe farci credere; l’imperativo è soltanto uno: tutelare il benessere dei corridori.

 

Quando si incontrano Geoffrey Pizzorni e il ciclismo?

Considerando che ho cinquantatré anni, direi tanto tempo fa; e nel modo più scontato: guardando le corse in televisione e andando di tanto in tanto a bordo strada. In un primo momento sono stato un tifoso “da televisione”, poi mi sono messo a collezionare borracce e allora ho cominciato a frequentare di più l’ambiente. Comunque fino a pochi anni fa ero un giornalista. Scrivevo per Ciclismo, dignitoso mensile che ha vissuto un periodo d’oro terminato qualche tempo dopo il mio arrivo.

Curavo una rubrica che raccontava il dietro le quinte, quindi avevo la possibilità di parlare con meccanici, dottori, massaggiatori, direttori sportivi: questo mi ha permesso di conoscere il gruppo ancora meglio, di stringere qualche rapporto che mi sarebbe potuto tornare utile. È proprio grazie all’amicizia con Michele Pallini, lo storico massaggiatore di Vincenzo Nibali, che sono entrato nel ciclismo col ruolo attuale.

Dopo la vittoria a Tour de France, c’era bisogno di una persona che tutelasse quasi esclusivamente Nibali, che all’epoca era ancora all’Astana: era il 2015 e insomma, eccomi qui. Avevo già maturato qualche esperienza simile con la primissima Vini Fantini, ma questo capitolo della mia vita lavorativa lo farei iniziare nel 2015.

©Astana Pro Team, Twitter

Come si capisce d’essere portati per questo ruolo? Perché una persona dovrebbe scegliere di diventare l’addetto stampa di una squadra di ciclismo?

Molto banalmente, essere appassionati di ciclismo e di comunicazione potrebbe essere un buon punto di partenza; e poi, come dicevo poco fa, da cosa nasce cosa: gravitando intorno alle corse possono nascere delle occasioni che non erano mai state prese in considerazione. Da questo punto di vista, secondo me, il giornalista e l’addetto stampa sono molto più vicini di quanto si creda: per certi versi è come se fossero i due estremi della stessa retta.

Non credo sia un caso che molti giornalisti, nel corso della loro carriera, abbiano ricoperto almeno in qualche occasione il ruolo dell’addetto stampa. Se mi chiedi cosa serve per diventare un buon addetto stampa, allora posso dirti questo: buon senso per capire i bisogni di ognuna delle parti coinvolte nella comunicazione, rapidità e sensibilità per intuire la situazione e le necessità del corridore, umiltà per riconoscere che i protagonisti sono i corridori e non noi che li accompagniamo e proteggiamo.

Un addetto stampa non deve mai abusare del suo ruolo né apparire a tutti i costi: i suoi pensieri, altrettanto nobili se non di più, devono essere altri. Fermo restando, e lo voglio dire senza falsa modestia, che in gruppo ci sono tanti professionisti inappuntabili che hanno molte più storie da raccontare di quante non ne abbia io.

Quali sono gli aspetti del tuo mestiere che apprezzi di più? Quelli che invece ti appesantiscono?

Credo nel valore della riconoscenza e per questo dico sempre che il ruolo dell’addetto stampa non ha aspetti negativi. Sì, ci possono essere delle difficoltà, ma credo sia normale: passiamo tanti giorni fuori di casa, viaggiamo in continuazione, ci sono diversi obiettivi per cui lavorare e un’infinità di piccole azioni da compiere ogni giorno. Però non si può dire di più, altrimenti si manca di rispetto a quelle persone che si svegliano presto tutte le mattina e passano la giornata in fabbrica.

Di aspetti positivi ce ne sono molti, per fortuna: mi piace condividere, mi piace far parte di una squadra, mi piace passare il tempo con persone che perlopiù sono molto più giovani di me. E poi sono un tipo socievole, quindi mediare tra la squadra e il tifoso oppure tra il corridore e il giornalista mi intriga, lo faccio volentieri. E poi viaggi, conosci, guardi, impari: conoscere il mondo, o almeno una piccola parte, grazie al ciclismo per me è una grande fortuna, un’opportunità irripetibile. Del mio lavoro mi piace praticamente tutto, se no non lo farei.

Però Geoffrey Pizzorni non deve soltanto mediare tra le parti.

No, assolutamente. Capisco che da fuori sembra che l’addetto stampa stia dov’è solo per questo, ma in realtà deve saper gestire varie situazioni. Bisogna curare le relazioni con gli sponsor, perché come tutti sanno il ciclismo esiste grazie a loro; se c’è qualche ospite è necessario occuparsene; ma non siamo certo esenti da ruoli più pratici, come andare a prendere i dorsali se nessun’altro può andarci.

Molto dipende anche dalla grandezza della squadra per la quale lavori e dai corridori che devi tutelare. Con Nibali, ad esempio, si lavora molto perché è sempre richiesto e pressato, tanto dai tifosi quanto dalla stampa e dagli sponsor. L’addetto stampa non deve escludere e respingere, sia chiaro, ma avere a che fare con campioni del genere significa anche questo: non vorrei, ma per tutelare Vincenzo devo muovermi anche da stopper. Quantomeno non ti fa lavorare nel senso opposto: non devi pubblicizzarlo o avvicinarlo alla stampa, tanto gli basta alzare la mano o la voce e ha già tutti intorno.

Se Geoffrey Pizzorni dovesse indicare un corridore che gli sta a cuore, il nome di Sonny Colbrelli sarebbe il primo che farebbe. ©ACCPI Assocorridori, Twitter

Qual è la giornata tipo di un addetto stampa in un grande giro e in una classica monumento? Quali differenze ci sono?

Dipende tutto dai corridori che la squadra ha portato e di conseguenza dalle aspettative. Se c’è Nibali, sai che spesso e volentieri si corre per vincere o comunque per provare a farlo: quindi sono giornate lunghe, il pullman è accerchiato da persone che ti dicono che sono “l’amico di” o “il parente di”, che vogliono autografi, borracce, fotografie, maglie, cappellini.

All’estero la gestiamo meglio, ma tutelare Nibali nelle corse italiane è davvero faticoso ed esigente; al Giro d’Italia 2016, ad esempio, quando Kruijswijk cadde e la corsa si riaprì, intervenivo ogniqualvolta in cui veniva messa a repentaglio la serenità di corridori come Nibali e Scarponi: può sembrare esagerato o eccessivamente duro, ma in quei momenti ho optato per questo atteggiamento e non credo d’aver sbagliato.

Nelle classiche non cambia molto: in quelle italiane c’è un carico di lavoro maggiore, perché Milano-Sanremo e Giro di Lombardia sono corse in cui i vari Nibali, Colbrelli e Teuns hanno già fatto bene e dunque ambiscono alla vittoria; all’estero, più che altro sul pavé, la Bahrain Merida è molto più tranquilla: non siamo una delle squadre di riferimento, sono altre le squadre che devono sobbarcarsi la pressione. In generale, diciamo che un addetto stampa lavora alla partenza e all’arrivo; di tanto in tanto si ferma anche sul percorso, se ci fosse bisogno di aiutare ad un rifornimento, ma tendenzialmente sono la partenza e l’arrivo a richiedere la sua presenza.

Come si gestiscono i giorni immediatamente precedenti e successivi ad un grande appuntamento?

È un lavoro, potremmo dire una strategia, che va discusso e deciso a monte col corridore e con la squadra. Per la Milano-Sanremo di quest’anno, ad esempio, abbiamo organizzato una conferenza stampa alla vigilia così da parlare una volta sola: ci erano arrivate decine di richieste da parte della stampa, per parlare con Nibali ma non solo, e fronteggiarle una ad una ci sembrava troppo, senza dimenticare che tra gli spostamenti, gli allenamenti e i massaggi il tempo passa molto in fretta.

Ma se un corridore vuole arrivare a fari spenti, allora io e l’ufficio stampa dobbiamo lavorare in maniera completamente diversa: dobbiamo proteggerlo, dobbiamo filtrare, dobbiamo stare zitti e non rivelare niente che lui non abbia già detto. Non posso obbligare un corridore a parlare, non posso parlare al posto suo, non posso rimanere con le mani in mano se mi accorgo che in quel momento il ragazzo preferisce essere lasciato in pace. Io devo tutelare gli interessi dei ragazzi e della squadra, preservare la serenità e la concentrazione fondamentali per una corsa. Di certo non dico loro di stare zitti se hanno voglia e tempo di parlare, di aprirsi e di confidarsi con la stampa.

©Claudio Martino, Wikipedia

Credo che la figura dell’addetto stampa sia diventata necessaria, ma sono altrettanto sicuro che molte persone, siano queste tifosi, appassionati o addetti ai lavori, non ci credono. La ritengono superflua, non riescono a tratteggiarne le sembianze.

Attenzione, ormai la figura dell’addetto stampa è stata sdoganata: ogni squadra professionistica ne ha uno, perfino le Continental; magari non avranno una struttura ricca e solida, ma un addetto stampa che sa districarsi ce l’hanno anche loro. Quello che dici tu era vero fino a qualche anno fa: l’addetto stampa non è una figura tradizionale del ciclismo. Lo si vede anche nella divisione dei premi, ad esempio, dalla quale l’addetto stampa è escluso. Pensa a quante entrate ha rinunciato l’addetto stampa del Team Sky, ora INEOS. Eppure è così, non c’è niente da fare.

Tra il serio e il faceto, ho provato ogni tanto a sollevare la questione ma chi di dovere riesce sempre ad aggirarla: mi ricordano che sono fortunato perché viaggio quasi sempre in aereo e dormo in una singola, e alla fine il discorso si perde. Riconosco che l’addetto stampa sia una figura nuova, probabilmente trent’anni fa sarebbe stata addirittura inutile: ma oggi è necessaria, è innegabile. Chi curerebbe il rapporto con gli sponsor? Chi medierebbe tra tifosi e corridori? Chi gestirebbe le richieste di interviste che oggi arrivano da mille realtà diverse? Oggi la comunicazione è fondamentale e non lo scopro io. L’anno prossimo le figure coinvolte saranno circa una decina: ci sarà chi parlerà con gli sponsor, chi andrà alle corse, chi lavorerà sui social network.

A proposito di social network, Geoffrey: in che misura hanno influenzato il vostro lavoro?

Lo hanno reso più incontrollabile, è chiaro. Credo che un addetto stampa, oggi, abbia un’ulteriore responsabilità: ridurre il margine d’errore nei gesti e nelle dichiarazioni dei corridori. Non perché si debba essere perfetti e preconfezionati, o perché non ci debba essere polemica: ma per arginare il potere della tempestività. La tempestività è impulsiva, non riflessiva; non ci si fanno delle domande, non vengono dei dubbi. Si pubblica quello che si è visto o si è sentito un secondo dopo averlo visto o sentito. E quindi si insinua la strumentalizzazione, il fraintendimento, il chiacchiericcio.

Ci sono cellulari, microfoni, telecamere; rispetto al passato, i corridori devono stare molto più attenti. Devono farsi furbi, in sostanza: ci vogliono lucidità e testa. E poi, lo dico sempre, non bisogna parlare a tutti i costi; anzi, in alcuni frangenti meno si parla e meglio è, si può anche stare zitti. Se entro un attimo nei panni del corridore, la prima cosa che direi a me stesso è di lasciar perdere le critiche: spesso un atleta sa già dove ha sbagliato, non ha bisogno dell’arroganza e della cattiveria gratuita di certa gente. La comunicazione è più democratica, non lo metto in dubbio, ma lo è tanto nel bene quanto nel male. Noi abbiamo dovuto affrontare casi di stalking: niente di esagerato, per fortuna, ma coi mezzi odierni ci vuole un attimo a tartassare qualcuno.

©Tour of the Alps, per gentile concessione di Geoffrey Pizzorni

Quanti giorni passa fuori casa un addetto stampa? E da casa, invece, come si lavora?

Quest’anno sono stato fuori per circa centocinquanta giorni totali, praticamente cinque mesi pieni. Accumulare corse su corse è molto più facile di quello che sembra. Un addetto stampa ci dev’essere sempre, anche se la gara è il Gran Premio di Lugano; magari non succede nulla, ma una persona di riferimento deve andarci. Un anno, ero ancora all’Astana, andai a tutti e tre i grandi giri: viaggiai per quasi duecento giorni, davvero tanto.

Però è così, non ci si può fare niente: prendere o lasciare. Quando torno a casa ho una vita da portare avanti e mi riposo un po’, ma gli eventi da gestire non mancano. Come dicevo prima, vivere in Italia e tutelare una parte degli interessi di Vincenzo Nibali vuol dire molto: il lavoro non manca mai. Tra pochi giorni, ad esempio, ci ritroveremo per le prime visite mediche, poi dovrò andare a Lubiana per una riunione. È un lavoro a tutti gli effetti.

Che rapporto c’è tra l’addetto stampa e l’area tecnica della squadra?

Che si tratti di direttori sportivi, di massaggiatori, di meccanici o di corridori, vale lo stesso discorso: dipende dal calendario. Ci sono persone che vedo ogni settimana e altre che incontro di tanto in tanto. Una squadra è composta da tante figure proprio per questo: perché la stagione è lunga e dispendiosa e si corre praticamente sempre, da gennaio a ottobre, in ogni angolo di mondo. Piaccia o meno, è il ciclismo professionistico odierno. Diciamo così: mi informo quanto basta per essere professionale e per soddisfare la mia passione e la mia curiosità. Per scelta personale non partecipo mai alla riunione tecnica. Non mi intrometto, ma qualche domanda la faccio sempre.

Qual è la vittoria di cui conservi il ricordo più bello? E la giornata più difficile?

Di ricordi piacevoli ne ho diversi e per questo devo ringraziare Nibali: il Giro d’Italia 2016, i due Lombardia, la prova in linea dei campionati italiani 2015 che arrivava a Superga. Però ci metto anche la vittoria di Sonny Colbrelli al Tour of Oman di quest’anno, ha battuto Van Avermaet e ci teneva molto. Il momento più difficile è stato il ritiro di Rohan Dennis dal Tour de France. In un primo momento eravamo sconcertati: il ragazzo era muto, non parlava, ma arrabbiarsi non serviva a niente; tuttavia, noi non sapevamo nulla, non capivamo come mai si fosse ritirato all’improvviso. Una volta salito sul bus, era inconsolabile: era confuso e deluso, piangeva ma non apriva bocca.

È stata un’esperienza davvero unica nel suo genere: la tappa doveva ancora terminare, io ero chiuso nel bus con Dennis e il suo manager e fuori c’era un esercito di giornalisti e tifosi che aspettava soltanto un nostro segnale. Non puoi dire niente perché fino a prova contraria non sai niente, provi a far parlare il ragazzo ma lui dice di no e continua a piangere. Poi è arrivato il gruppo, la polemica si è leggermente placata e abbiamo potuto gestirla in maniera migliore. In serata Dennis è venuto a scusarsi e siamo andati oltre, anche se alla fine le nostre strade si sono separate. Non è facile resistere alle pressioni dei giornalisti dovendo tutelare, nel frattempo, la sensibilità del corridore; per disperderli avrei potuto dirli qualche bugia, ma non mi piace, non è così che voglio comportarmi con un’altra persona che sta lavorando.

Bisogna sempre rimanere lucidi, anche se sul traguardo c’è sempre confusione, anche se un tuo corridore vince o perde; può non essere bello da dire, ma le emozioni vanno rimandate, è necessario subordinarle al tuo ruolo se non vuoi far mancare niente ai tuoi ragazzi. Non devi lasciarti coinvolgere, insomma. Il più delle volte mi emoziono dopo, quando la corsa è finita da un po’. Ma non dico nulla di nuovo: giornalisti, fotografi, meccanici, massaggiatori e addetti ai lavori vivono le stesse dinamiche.

©Bettini Photo, per gentile concessione di Geoffrey Pizzorni

Tuttavia, Geoffrey, le emozioni contano molto nello sport professionistico e nel ruolo che tu ricopri.

Contano tantissimo, senza dubbio. Diciamo che con un po’ di buon senso si può diventare un bravo addetto stampa. Ad esempio, un velocista che perde una volata va lasciato stare almeno per qualche minuto. Più o meno i ragazzi sono tutti dei bravi cristiani; è l’adrenalina che ogni tanto li frega e li fa passare per quello che non sono. Il confidente tradizionale, nella storia del ciclismo, è sempre stato il massaggiatore, diciamo quello che Pallini è per Nibali.

Io non mi voglio certo sostituire: se nasce un rapporto d’un certo tipo ne sono felice, altrimenti vado avanti, non è un cruccio. Io parlo coi ragazzi e li lascio parlare, ma da qui all’intimità ce ne corre. Comunque ci sono anche corridori arroganti e irrispettosi, che ti trattano alla stregua d’un cameriere. Ma dei miei non posso lamentarmi: Nibali ha un carattere complicato, ma quando è sereno è semplice e gradevole, così come sono dei bravissimi ragazzi Colbrelli e i fratelli Izagirre.

Come dicevamo in precedenza, il giornalista e l’addetto stampa sono più vicini di quanto possa sembrare: tu stesso hai lavorato come giornalista, prima di entrare alla Astana e alla Bahrain Merida. Che idea ti sei fatto del giornalismo ciclistico, avendo operato su entrambi i fronti?

Il proliferare di tutte queste realtà digitali non è facile da gestire e comprendere, poco ma sicuro. Per il resto, la questione mi sembra piuttosto semplice: il giornalismo lo fanno i giornalisti. Prendi Ciro Scognamiglio de “La Gazzetta dello Sport”: lui è uno di quelli che la notizia va a cercarla e spesso ci riesce pure, uno di quelli che si dà da fare e che ti ritrovi sempre nel mezzo. Sui più giovani non mi sbilancio, sarebbe ingiusto nei loro confronti, e poi all’inizio è lecito pagare lo scotto dell’inesperienza.

In generale, non nutro grande fiducia, sarò sincero. Vedo tanta voglia di presenziare, d’esserci, di farsi vedere, ma pochissima iniziativa e passione. Si viene alle corse per ritirare il pass, per vedere i campioni da vicino e scattare qualche foto, per fare salotto. Di informazione ce n’è poca. Sai quante volte abbiamo letto titoli ad effetto su Nibali, nel bene e nel male, senza nemmeno sapere chi fosse il giornalista che lo aveva scritto, senza nemmeno sapere quando aveva parlato con Nibali? Tanta gente lavora così: viene alle corse, strappa e ruba qualche parola e qualche dichiarazione qua e là, usa tanta fantasia e mette insieme il pezzo.

Non devo essere io a segnalare che c’è qualcosa che non va, che questo non è il modo corretto di fare informazione. Prima parlavamo di Dennis, no? Nei momenti successivi al ritiro venne inventato di tutto: il ragazzo non aveva parlato con nessuno, nemmeno con noi, però i giornali sapevano già tutto. D’altronde, quando la tappa dice poco, si deve lavorare col contorno.

Non fraintendermi, sicuramente i costi elevati del ciclismo e i problemi generici dell’editoria contemporanea influiscono sulla qualità dei giornalisti e del giornalismo: ma se una persona è appassionata, sveglia e in buona fede, è difficile che trovi le porte chiuse. Come ho già detto, io non devo comparire, lavoro dietro le quinte, ma sono felice di questo e se posso aiutare qualcuno, anche la più piccola delle realtà, a raggiungere un corridore o ad ottenere un’intervista, lo faccio volentieri.

 

 

Foto in evidenza: ©Luigi Sestili, per gentile concessione di Geoffrey Pizzorni

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.