Il mio Giro Rosa: intervista a Giuseppe Rivolta

L’attualità del ciclismo femminile secondo Giuseppe Rivolta, patron del Giro Rosa.

 

Giuseppe Rivolta nasce nel 1950 a Sovico, in Brianza, a pochi chilometri da Monza. Il suo primo incontro con il ciclismo avviene intorno al 1975, quando entra a far parte in qualità di amatore del Velo Club Sovico. Da quel momento inizia a seguire anche il ciclismo femminile; non può però immaginare che, negli anni, il cammino della vita lo porterà proprio lì. Dopo vari ruoli ricoperti nelle commissioni federali, nel 2002 diventa direttore del Giro Rosa, la gara a tappe più importante del ciclismo femminile. A poche settimane dalla ripartenza del ciclismo femminile, Rivolta presenta il suo punto di vista rispetto a diverse questioni di pressante attualità.

Dottor Rivolta, dal suo arrivo alla direzione del Giro Rosa nel 2002 sono passati diciotto anni. Partirei da qui: proviamo a fare un punto sulle cose fatte e sulle cose da fare.

Anno dopo anno il Giro Rosa ha continuato a crescere. Il traguardo è sempre stato quello di creare qualcosa in più rispetto all’anno prima. Credo di poter dire che ce l’abbiamo fatta. Per me il Giro Rosa è una sorta di Tour de France al femminile. Siamo riusciti a stabilire un buon contatto con i media, anche con coloro che all’inizio credevano poco in questo progetto. Durante la corsa “La Gazzetta dello Sport” ci ospita tutti i giorni con una pagina, la Rai anche quest’anno trasmetterà la corsa all’interno del Tour sulla rete generalista e, successivamente, destinerà quasi un’ora tutti i giorni su Rai Sport; e ancora le televisioni locali, le televisioni estere, i siti internet. Inoltre, da quest’anno è nata anche una collaborazione importante con il gruppo PMG. Penso che questo sia il miglior modo di programmare il futuro. Il mio più grosso timore era che il Giro esistesse o morisse a seconda della presenza di Giuseppe Rivolta. Ora so che non sarà così: il Giro avrà lunga vita anche dopo di me. Crescendo a questi ritmi c’è la possibilità che altri si interessino ed investano in questo progetto. Quello che manca è il professionismo per le ragazze.

Quando ha iniziato a seguire il ciclismo femminile?

Ho iniziato a masticare ciclismo femminile dai primi anni ottanta. La squadra di cui facevo parte in veste di amatore, il Veloclub Sovico, aveva una squadra femminile. Abbiamo vinto il campionato lombardo e siamo andati ai campionati del mondo. Successivamente sono entrato a far parte di varie commissioni della Federazione Ciclistica Italiana. Da lì mi è stato chiesto di prendere in mano le redini del ciclismo femminile in un momento difficile, in cui si stava perdendo tutto quello che era già stato fatto. Brunello Fanini e tanti altri avevano fatto belle cose, ma il tempo stava incominciando a sbiadirle. In un primo momento avevo addirittura chiesto ai vertici federali se fossero pazzi, successivamente ho accettato e ancora oggi credo sia una delle migliori scelte della mia vita.

©Claudio Bergamaschi

Il presente pullula di domande a causa dell’emergenza Covid-19. Sarò netto: com’è stata gestita, secondo lei, questa emergenza da parte degli organi competenti?

Voglio essere altrettanto schietto: credo che tutto quello che è stato fatto per il Covid-19 sia stato fatto bene. Ora però c’è un problema: nessuno vuole prendersi responsabilità. Bisogna che ad un certo punto ognuno si prenda la sua parte di responsabilità. Abbiamo aspettato tanto ed è stato giusto farlo, ma ora basta, non possiamo continuare ad aspettare senza un limite di tempo. Adesso rimbocchiamoci le maniche e iniziamo a fare qualcosa. Chi deve dare l’autorizzazione per le gare la dia senza tentennamenti, chi deve stabilire i protocolli lo faccia con chiarezza, chi deve applicarli li applichi con decisione.

Ma a suo avviso il ciclismo femminile è stato tutelato dagli enti preposti?

Credo che tanto gli organi nazionali italiani quanto quelli internazionali potessero e dovessero fare qualcosa in più. Sarebbe bastato poco, sia chiaro, ma qualcosa in più serviva. Per fare un esempio: perché c’è questa grande differenza fra il ciclismo dilettantistico e quello professionistico? Perché per i professionisti ci sono già le autorizzazioni, o se non ci sono sono comunque in corso d’opera, mentre per il mondo dilettantistico brancoliamo nel buio? Andiamo avanti a rassicurazioni e a promesse, da un decreto all’altro. Dicono che si deve ripartire ad agosto, ma allora servono date precise, serve la collaborazione delle prefetture: sono tante le cose da decidere, se le gare non sono approvate noi non possiamo muoverci. In Federazione non c’è ancora una gara approvata, mentre la Lega ha già approvato le gare dei professionisti. Vedo differenze abissali, ma non riesco a spiegarmi il motivo.

©Claudio Bergamaschi

E a livello logistico come vi muoverete per il Giro Rosa 2020?

Ho avuto modo di leggere i protocolli, sia ufficiali che non ufficiali. Ho notato che diverse raccomandazioni da noi venivano già attuate durante il Giro Rosa. Altre cose, invece, sono indubbiamente da migliorare, ma sono richieste talmente logiche. Parlo delle zone differenziate con colori per mantenere le distanze, ad esempio: in parte alle nostre partenze questa separazione già c’era, vorrà dire che la amplieremo in modo da tenere le ragazze più lontane dal pubblico. È una cosa banale, forse, ma anche la gestione e la sanificazione delle toilette è condivisibile al cento per cento. Vale lo stesso per il distanziamento fra le varie professionalità: i giornalisti e i fotografi non devono buttarsi addosso alle ragazze quando arrivano, ma questo mi pare buonsenso. Adesso vedremo altri aspetti più complessi: se dovremo installare dei dispositivi per la sanificazione degli operatori, se dovremo controllare la temperatura corporea degli addetti, se e quando indossare le mascherine.

Che idea si è fatto per quanto riguarda il calendario?

Credo che sia da parte della Federazione Ciclistica Italiana che dell’Unione Ciclistica Internazionale siano stati fatti degli sforzi enormi per garantire agli atleti la possibilità di poter continuare a svolgere la loro attività. È ovvio, qualcuno sarà scontento per la sovrapposizione delle corse, ma di fronte a un’urgenza di questo tipo non si poteva fare altro. È stato fatto un ottimo lavoro.

Il Giro Rosa subirà molte modifiche in questa nuova versione settembrina?

No, non direi. L’unica variazione sarà nel numero delle tappe. L’UCI ci ha tolto una frazione, invece di dieci le tappe saranno nove. Questo per dare alle ragazze che dovranno andare in Svizzera per il Mondiale la possibilità di partire dalla Puglia per tempo. Probabilmente dovremo allestire il Giro Rosa in ambienti più larghi per mantenere il distanziamento sociale, ma nulla di estremamente complicato. Una cosa però mi sento di dirla e vorrei venisse sottolineata. Se nei prossimi tempi dovesse uscire qualche decreto che impone lo svolgimento del Giro a porte chiuse, Giuseppe Rivolta sospende il Giro Rosa. Su questo sono irremovibile. Se il pubblico non può stare sulla strada, se la gente non può intervenire, chiudo tutto. Credo che non sarà così, mi auguro che chi dovrà prendersi queste responsabilità lo farà con razionalità. Nel ciclismo non si paga il biglietto; il ciclismo non è il calcio: non può esistere a porte chiuse.

©Ufficio stampa G.S. Progetti Scorta

Come valuta l’introduzione delle nuove corse al femminile e i progetti che si stanno studiando per ampliare ulteriormente il calendario?

Ben vengano la Parigi-Roubaix, il Tour de France, l’Amstel Gold Race e magari anche la Milano-Sanremo. Meno male che ci sono il Beghelli e l’Emilia. Si parlava anche di una Tre Valli Varesine. Sono il primo ad esserne felice; sapete quanto bene voglia al ciclismo femminile, figuratevi se posso non essere contento per Cittiglio o per la Strade Bianche. Però c’è anche il Giro Rosa. Ripeto, ci siamo anche noi. E qualche volta se lo dimenticano, specialmente l’Unione Ciclistica Internazionale.

Vuole spiegarci meglio?

Se tu fai un calendario al femminile, e al termine esprimi soddisfazione per l’ideazione della Parigi-Roubaix e lo svolgimento della Strade Bianche, secondo me c’era lo spazio per dire due parole anche sul Giro Rosa. Questa visione mi sembra miope, ma non solo nei miei confronti, anche se in questi diciotto anni ho dato tutto quello che potevo dare: più che altro mi sembra si manchi di rispetto alle ragazze stesse. Le atlete amano il Giro Rosa. Si nota nelle interviste e nelle dichiarazioni: guarda Annemiek van Vleuten oppure Letizia Borghesi, che ancora oggi impazzisce ripensando alla sua vittoria dello scorso anno a Carate Brianza.

Si è mai chiesto i perché di queste decisioni da parte dell’UCI?

Perché tutto funziona e quindi non c’è interesse a parlare di noi. Quando le cose vanno bene, sembra scontato che sia così. Sono certo che basterebbe un nostro piccolo errore perché le critiche inizino a pioverci addosso da ogni versante. Poi si potrebbero dire altre cose riconosciute da tutti: per esempio che il ciclismo francese, da parte dell’UCI in primis, è nettamente più considerato rispetto a quello italiano. Ma qui si apre un altro capitolo. Questo non accade solo nel femminile, sia chiaro. È il ciclismo italiano ad essere messo così.

Insomma, tutti pronti a mordere nel momento giusto. La sua determinazione per continuare da dove viene?

Dalle ragazze, da loro e da tutti i collaboratori. Siamo una grande famiglia. E noto sempre di più che il mio attaccamento a questa corsa è il loro. Faccio solo un nome, quello del mio braccio destro: Pasquale Santoro. Il Giro Rosa è la sua soddisfazione, uno dei motivi per andare avanti, per progettare. È normale, noi siamo impegnati per il Giro Rosa. Anche a costo di stare lontano dalla famiglia e dalle persone a cui si vuole bene. Da loro sono sopportato e supportato.

Prima parlavamo di crescita del movimento. A che punto siamo, secondo lei?

Sono sincero: ho visto molte critiche per l’istituzione del World Tour femminile, come se questo fosse un danno. Non raccontiamoci storie: solo così si cresce. Se squadre come Movistar, Trek-Segafredo e Sunweb si interessano a questo mondo, è solo un bene per il ciclismo femminile. Il problema, semmai, è che questo accade durante l’emergenza Covid-19, in un periodo in cui le risorse vengono a mancare e si sente la crisi. Non dobbiamo mollare, consapevoli del fatto che questa è la strada giusta. Le ragazze devono avere il loro riconoscimento a livello mondiale. L’unico modo per farlo è continuare ad aggiungere dei tasselli. All’Italia servirebbe un ricollocamento dal punto di vista delle sponsorizzazioni. Chi deve interessarsene? Secondo me anche il governo stesso. Basterebbe rivolgersi alle grandi imprese italiane spiegando i vantaggi che potrebbero avere investendo nel ciclismo o nello sport in generale. Parlo di sport in generale, professionistico e dilettantistico. Questa cosa non c’è ed è un peccato. Credo che il governo debba riconoscere agli imprenditori questi investimenti magari tramite l’abbassamento delle tasse, tanto per dirne una. Il mondo imprenditoriale italiano si è staccato dal ciclismo perché non ne trae nessun vantaggio. Servono degli incentivi. Non ho conoscenze specifiche nel settore economico, magari mi sbaglio, ma io la penso così.

©Tuttobiciweb

Mi parlava di sponsor: il Giro Rosa come si gestisce?

Io ho iniziato con i miei amici di sempre, andando a battere cassa dai miei conoscenti sono riuscito a recuperare i fondi che servivano per gestire una macchina di questo tipo. Un grosso grazie devo dirlo ai vari comitati di tappa e alle regioni che, nonostante le ristrettezze economiche, hanno creduto nel Giro per la visibilità che la corsa in diretta sulla Rai offriva ai loro territori. Sono andato a bussare a diverse porte e alla fine qualcosa ho portato a casa. Se non fai niente non succederà mai niente. Certo, nessuno ad alti livelli ci ha dato una mano, abbiamo dovuto fare da soli. L’ingresso di PMG è un passo importante per muoversi alla ricerca di altri sponsor. Altra realtà importantissima è stata Colnago: nei tre anni che ha fatto con noi ci ha aiutato molto. Ora c’è un grosso gruppo bancario che ci sta dando una mano.

E qui ci ricolleghiamo al tema della visibilità del ciclismo femminile.

Ci sono ampi margini di miglioramento. Quest’anno ci sarà un importante intervento di un’azienda pubblicitaria conosciuta in tutto il mondo. Per il Giro Rosa merita un grosso encomio la Rai: quest’anno ci sarà un ulteriore aumento dei minuti di trasmissione del Giro Rosa all’interno della diretta del Tour de France, oltre all’ampia finestra su Rai Sport e su tutti i telegiornali regionali. Tutto con la regia di PMG. Come sempre, poi, sarà presente “La Gazzetta dello Sport”.

Ci sembra che molti mezzi di informazione, quando parlano di ciclismo femminile, tendano a privilegiare di gran lunga il lato estetico delle ragazze. In questo modo finiscono spesso per fermarsi alle apparenze e non raccontare altro. Non crede che questa sia un’esasperazione che fa male al ciclismo femminile, oltre che alle singole ragazze che si sentono usate alla stregua di “figurine” da esporre?

Se le ragazze se ne sentono offese o danneggiate non lo so, bisognerebbe chiederlo direttamente a loro. Io personalmente non ho notato questo fatto. Che si parli di ciclismo pedalato o che si parli di ragazze belle in bicicletta, per me non cambia molto. L’importante è che se ne parli e che non se ne parli male. Addirittura qualche anno fa c’erano persone che non volevano parlare delle ragazze. Molti stereotipi si stanno perdendo. Per me possiamo tranquillamente parlare di belle ragazze o dire che queste ragazze potrebbero fare anche le miss. Possiamo parlare della loro forza atletica. Certo, se poi si riuscisse anche ad andare oltre e a parlare di ciclismo sarebbe meglio, ma se non accade per me l’importante rimane che se ne parli.

Tom Dumoulin recentemente ha fatto un invito: questa stagione, così profondamente segnata dal Covid-19, dovrebbe essere un insegnamento affinché si possa ripensare anche al consueto calendario, magari cancellandone alcune e privilegiandone altre. Cosa ne pensa Giuseppe Rivolta?

Penso che il calendario vada sistemato in funzione della tipologia delle gare. Per quanto concerne il ciclismo femminile, penso che sia giusto e auspicabile che ad ogni gara professionistica maschile possa corrispondere una gara femminile, sopratutto per le corse più importanti. L’UCI ha il dovere di lavorare su questo punto. Personalmente, il desiderio che nutro è che il Giro Rosa continui ad essere in calendario durante il Tour de France. Il Tour è stato un trampolino di lancio per il Giro Rosa: vedere affiancate queste due gare è motivo di orgoglio, un’ulteriore occasione per guadagnare visibilità.

@Claudio Bergamaschi

In questo periodo di quarantena avrà sicuramente avuto modo di parlare con dirigenti, staff e atleti delle varie squadre. Le sono state sottoposte problematiche particolari?

L’unica domanda che mi viene sottoposta quotidianamente riguarda il Giro Rosa. Tutti, dalle ragazze ai direttori sportivi, vogliono ripartire, vogliono correre, vogliono che il Giro si faccia. E io a tutti e a tutte ripeto: state tranquilli che il Giro si farà, parola di Giuseppe Rivolta.

Fino a quando Giuseppe Rivolta resterà al Giro Rosa, allora?

Fino a quando potrò e fino a quando mi vorranno. La mia passione è troppa: non rinuncerò a questo mondo facilmente, dovranno cacciarmi.

 

 

Foto in evidenza: ©Fabiano Ghilardi

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/