Il vizio di voler capire: intervista a Giovanni Ellena

Giovanni Ellena è uno dei più esperti direttori sportivi italiani.

 

 

Di tutti i direttori sportivi, Giovanni Ellena è uno dei più particolari: vincente e pacato, esperto e taciturno, esigente e alla mano. Al ciclismo c’è arrivato autonomamente e in maniera fortuita, le porte del professionismo non gli si sono mai dischiuse. I tanti anni da dilettante, tuttavia, gli hanno dato una bella infarinatura: al resto c’hanno pensato il caso, la curiosità e le opportunità. I nomi dei corridori coi quali ha avuto a che fare danno la misura della sua esperienza e del tempo che passa: Rujano, De Marchi, Rosa, Ballerini, Bernal, Sosa. Ha visto cambiare il ciclismo, Giovanni Ellena, e non è assolutamente d’accordo con chi sostiene che “il ciclismo s’è sempre fatto così”. Gli credo: Ellena è un lettore appassionato della storia del ciclismo e tendenzialmente chi conosce la storia ha uno sguardo più vasto – più esatto, dunque. E a differenza di quanto possa sembrare, non è affatto scontato trovare un professionista appassionato della storia del proprio mestiere.

©TuttobiciTECH

Se il ciclismo non s’è sempre fatto così, Giovanni, come si faceva una volta?

Non so dov’erano una ventina d’anni fa quelli che oggi sostengono che il ciclismo non è cambiato. A me pare che l’unica cosa rimasta uguale sia il gesto tecnico, il pedalare: poi, per il resto, nient’altro. Se non vado errato, la Fassa Bortolo all’epoca disponeva grossomodo dello stesso budget di cui dispone l’Androni oggi. E potrei continuare a lungo: i costi, gli stipendi, il World Tour. È passata un’eternità, lo riconosco, ma fino all’inizio degli anni ’50 non esistevano le sponsorizzazioni extraciclistiche; per una cinquantina d’anni il ciclismo ha funzionato coi soli sponsor ciclistici che investivano, eppure ha funzionato lo stesso: ci sono stati Coppi, Bartali, Magni e tanti altri campioni. Il ciclismo non è sempre stato così come lo conosciamo oggi. E io, pur rispettando le difficoltà e i lutti, mi auguro che il periodo che stiamo attraversando porti ad un ridimensionamento: non si può più andare avanti così. L’esempio della INEOS è emblematico: una squadra ricca, vincente e solida, forse la squadra di riferimento degli ultimi dieci anni, che inizia a scricchiolare. Se INEOS dovesse defilarsi, Brailsford dovrebbe trovare un altro rubinetto che butta quaranta milioni. Ecco, non aggiungo altro: chi vuol capire, capisce.

Non sei il primo a dirmi queste cose. A proposito dell’attualità, che idea ti sei fatto? Si corre? E se non si dovesse correre, cosa significherebbe?

Sarebbe un disastro, senza mezzi termini. Per gli sponsor è un anno buttato via, se dovessero farsi da parte bisognerebbe comprenderli: magari da un punto di vista etico non sarebbe la soluzione più condivisibile, ma commercialmente parlando avrebbero le loro ragioni. Come faremmo a contrattare e a convincere uno sponsor dopo una stagione simile? Anche se, al di là di tutto, io sono convinto che gli appuntamenti più importanti verranno disputati: a porte chiuse potrebbe essere la soluzione migliore, dolorosa ma allo stesso tempo imprescindibile per salvare la parrocchia. Di criticare a destra e a manca non mi va: secondo me sono state prese le giuste decisioni e qualche errore di valutazione era inevitabile. Non si poteva fare altrimenti. Noi dell’Androni ci confrontiamo quasi quotidianamente e nel frattempo monitoriamo la situazione. Di certezze non ne abbiamo, staremo a vedere come evolveranno gli eventi. Un’idea potrebbe essere quella di lavorare con due o tre gruppi chiusi, al massimo con qualche riserva, e ogni gruppo partecipa ad un blocco di corse: così da non mescolarsi, augurandoci che possa bastare a tutelare la salute dello staff e dei corridori. È un anno anomalo e non possiamo farci niente: il dovere del movimento è provare a salvare il salvabile.

Al netto della situazione che stiamo vivendo, perché il ciclismo italiano sta faticando così tanto nell’attrarre degli sponsor di primo piano? Una comunicazione sbagliata, il passato legato al doping, le scarse entrate generate: quali sono le cause?

Quelle che hai appena elencato, anche se non saprei in quale ordine e in che percentuale. Sicuramente le vicende legate al doping hanno avuto un contraccolpo devastante; a maggior ragione in Italia, uno dei paesi più forti e allo stesso tempo più coinvolti negli scandali. C’è paura, sfiducia, incertezza. Bisogna dire, però, che il ciclismo negli ultimi anni ha fatto molto per riabilitare la propria immagine: oggi è un altro mondo rispetto a una ventina d’anni fa, anche qualcosa meno. E allora subentrano le scarse capacità comunicative: stiamo sbagliando qualcosa, evidentemente, ma non saprei dire cosa. Forse il ciclismo viene visto come uno sport vecchio e noioso, e da questo punto di vista le dirette televisive integrali non aiutano di certo, specialmente quando la tappa si risolve in un nulla di fatto.

©Pier Carlo Bertotti, Twitter

Ma senza biglietto d’ingresso e diritti televisivi dov’è il guadagno?

Nel breve termine non c’è. Se uno si concentra sul singolo anno o sul biennio, secondo me non cava un ragno dal buco. Il discorso, secondo me, cambia sul medio-lungo termine. Penso alla AG2R: magari all’inizio non raccoglieva molto, ma alla lunga e a suon di vittorie si è costruita un’identità forte. Se dopo tutti questi anni decide ancora di investire così tanto nel ciclismo, vorrà dire che questo sport qualcosa gli avrà pur restituito. Guerciotti, che tra il 2007 e il 2010 fornì le biciclette alla nostra squadra, negli anni successivi mi ha raccontato che le vittorie e i risultati raccolti da Simoni e Scarponi sulle strade del Giro d’Italia continuavano a fruttargli tantissimo: gli amatori volevano quella bicicletta e quel modello, non qualcos’altro. Ecco, questo mi pare un esempio virtuoso.

Hai nominato Michele Scarponi, uno dei corridori al quale l’ambiente della Androni è rimasto più legato indipendentemente dalla sua scomparsa. Sbaglio?

Assolutamente no, uno dei privilegi del mio lavoro è quello di poter conoscere da vicino molti professionisti e il ricordo di Michele Scarponi è uno dei più cari che porto con me. Il nostro primo incontro fu anche molto istruttivo, imparai molto su di lui e su come “funziona” l’uomo. Era il 2008, la sera antecedente al suo rientro alle corse dopo la squalifica, doveva essere la vigilia del Gran Premio di Camaiore. C’eravamo sentiti soltanto via telefono e non è proprio la stessa cosa. Quella sera parlammo a lungo e di tutto: del passato, del presente, del futuro, dei suoi errori e delle sue paure. Era un’altra persona rispetto a quella divertente e scanzonata che eravamo abituati a vedere in televisione. Quella chiacchierata mi rimase impressa più di molte altre.

Ci sono altri corridori ai quali sei rimasto particolarmente legato?

Sai, dovendo essere uno dei riferimenti della squadra è naturale iniziare a vedere i tuoi corridori come dei figli: è chiaro, dipende dal carattere del direttore sportivo e dall’atteggiamento dei corridori, ma spesso e volentieri è così. Finisci per affezionarti, alcuni continui a sentirli anche quando le strade si dividono. A dire la verità sono rimasto particolarmente legato anche ad alcuni ragazzi che non sono mai arrivati al professionismo: l’esser stato sincero con loro, invitandoli a lasciar perdere il ciclismo perché probabilmente non avrebbero mai sfondato, ci ha avvicinati; in un primo momento mi avranno odiato, ma poi hanno capito e mi hanno ringraziato. Tornando ai nomi più conosciuti: di Scarponi ho già parlato; di Bernal e Sosa hanno scritto i giornali e i giornalisti per me: averli avuti a due passi da casa mia, qui in Piemonte, ha voluto dire molto; li ho visti crescere e vincere, ci hanno dato molte soddisfazioni. Poi aggiungo Rosa e Felline, piemontesi anche loro. E infine Davide Rebellin, forse l’atleta che mi ha insegnato di più: so che in molti storceranno il naso per alcune vicende legate al suo passato, ma il corridore non si discute. Come si vive la vita del ciclista, come si prepara una corsa, come ci si rapporta con gli altri: abbiamo lavorato insieme soltanto pochi mesi, ma ho imparato tantissimo.

©Velodromo Francone, Twitter

Prima parlavi dei privilegi di cui gode chi ricopre la tua posizione: quali sono gli altri? E di cosa, invece, faresti volentieri a meno?

Vivere in ammiraglia ed essere in corsa piace a tutti, me ne rendo conto: è una risposta banale, ma è la verità. Cerco sempre di fare del mio meglio: parlare coi ragazzi, assisterli, motivarli, consigliargli. Condividere con loro la fatica del gesto atletico, anche: mi basta sapere che con la mia presenza e il mio supporto gli risparmio qualche pensiero e qualche grattacapo. È bello anche il prima e il dopo, ovviamente: gli allenamenti, l’avvicinamento alla corsa, la vigilia e il dopocorsa, l’organizzazione del calendario e la scelta delle tattiche. Ancora meglio se il contesto è quello delle classiche: senza nulla togliere al Giro d’Italia e al Tour de France, l’aria che si respira tra marzo e aprile tra Francia e Belgio è impareggiabile. Non è diluita in tre settimane: è concentrata ed esasperante e si sentono il peso e l’importanza della corsa vissuta come rituale. A piacermi poco del mio lavoro, invece, sono le mansioni d’ufficio: non ci si pensa mai, ma ci sono anche quelle. Essendo abituati perlopiù al ciclismo pedalato, lavorare in ufficio è molto meno stimolante ed adrenalinico: però tocca farlo, quindi meglio mettersi l’anima in pace. Non mi piace nemmeno fare delle scelte: non è bello essere obbligati a lasciare a casa qualcuno dal Giro d’Italia, per dire. Fa parte del mio ruolo e lo accetto, ma non ci si abitua mai.

Chi ti ha insegnato a prendere delle scelte? In sostanza, chi sono i direttori sportivi ai quali ti sei rifatto e ti rifai tutt’oggi?

Marco Bellini, ex manager e direttore sportivo dell’Androni, è uno di questi: mi ha insegnato parecchio, gliene sono grato. Stimo molto anche Riccardo Magrini, che di ciclismo ha sempre capito molto: lo scorso anno, alla vigilia della tappa che poi Masnada avrebbe vinto, mi chiamò dicendomi che già sapeva che all’indomani avremmo fatto di tutto per provare a vincere con Masnada. Magrini conosce bene il ciclismo e quali tasti toccare, sa leggere bene tanto la corsa quanto i corridori. Più di tutti gli altri, Damiani e Guercilena sono i due direttori sportivi ai quali mi ispiro. Guercilena è diverso da tutti gli altri, una figura culturalmente superiore. Damiani è quello che sento più vicino a me per il percorso simile che abbiamo seguito per arrivare al professionismo: non siamo stati dei ciclisti professionisti, non ci conosceva nessuno e abbiamo avuto a che fare con l’iniziale diffidenza dell’ambiente. Alfredo Martini è fuori concorso: pacato, deciso, sensibile, carismatico. Il più grande di tutti.

Direttore sportivo di una squadra professionistica senza essere stato un corridore professionista, buon corridore da dilettante nonostante in casa non si masticasse ciclismo: altro che percorso anomalo, il tuo, Giovanni.

Sì, effettivamente il mio è un caso più unico che raro. Il ciclismo iniziò ad incuriosirmi dal giorno in cui mi accorsi che la squadra cicloturistica del paese si ritrovava alla fermata del pullmann che io frequentavo praticamente tutti i giorni. Andavo alle medie. Iniziò tutto così. Mi è stato raccontato che mio nonno, ai tempi, andava in bicicletta a vedere il Giro d’Italia. Lo investirono quando avevo quattro anni, non gliel’ho mai potuto chiedere: non che non mi fidi, ma ho come l’impressione che sia una leggenda metropolitana. Insomma, tra una cosa e l’altra corsi tra i dilettanti fino ai ventisei o ventisette anni: senza infamia e senza lode, mi divertivo e guadagnavo qualche soldo. Passai dall’altra parte della barricata alla metà degli anni ’90 grazie a Rocco Marchegiano, attualmente vice presidente federale, e alla Borgonuovo Collegno. Qualcosa iniziò a muoversi quando ancora correvo: leggevo, studiavo, curiosavo. Di libri tecnici sul ciclismo ce n’erano pochissimi ed erano all’acqua di rose, così mi concentrai su quelli di atletica e di nuoto. Devo ringraziare la mia curiosità, quel vizio di voler capire. Pensa, negli ultimi due o tre anni da dilettante preparavo le tabelle d’allenamento per me e per i miei compagni. All’Androni sono arrivato nel 2006.

©SelfLoops, Twitter

Sostanzialmente hai lavorato nel ciclismo giovanile per un paio di decenni, tra bicicletta e ammiraglia: cosa si può fare per rilanciarlo e tutelarlo? Senza dimenticare il tema della sicurezza stradale, inseparabile dal ciclismo giovanile.

Anzi, la sicurezza stradale è alla base di tutto, viene ancora prima del benessere del movimento: di più, il movimento non può star bene se la base è fragile e talvolta addirittura assente. Per anni ci è stato detto che il problema era lo spazio e la sua scarsità. L’emergenza che stiamo attraversando, al contrario, ha messo a nudo i problemi culturali del nostro paese: a mancare non è lo spazio, ma una certa idea di strada e di mobilità sostenibile. Basti pensare alla rapidità con cui tante città si sono adattate alla nuova situazione, penso a Torino e a Genova. E infatti, com’era naturale, anche gli italiani hanno risposto in maniera positiva. A mancare nel ciclismo giovanile, invece, secondo me sono l’esperienza e la professionalità. Sai quanti professionisti ho conosciuto che sapevano pedalare poco e nulla su una bicicletta da cronometro? Oppure le difficoltà che avevano alcuni a scendere fino all’ammiraglia per prendere una borraccia. L’esasperazione, il problema princiaple del ciclismo giovanile italiano, deriva da questo: chi non ha esperienza, chi non conosce il ciclismo, chi s’improvvisa tecnico, confondono la vittoria col successo. Ai ragazzi bisogna insegnare il mestiere e lasciare il tempo d’apprendere e di sbagliare. Se poi hanno la stoffa, la vittoria arriverà di conseguenza: ma non può essere il fine da perseguire ad ogni costo, l’unico metro di paragone. In Francia, ad esempio, l’hanno capito più di vent’anni fa: hanno investito tanti soldi, hanno creato strutture valide e solide e infatti il loro movimento è in salute. Non guardiamo soltanto i risultati, possono ingannare: ricerchiamo la professionalità e il buon senso, piuttosto.

È qui che interviene una Professional come l’Androni Giocattoli-Sidermec: puntando sui corridori maturati in ritardo, valorizzando quei giovani che non hanno trovato spazio nel World Tour, scommettendo su dei nobili decaduti. Serve a questo una Professional, no?

L’elenco è lungo: Diego Rosa, Davide Ballerini, Fausto Masnada. Oppure Alessandro De Marchi: ecco, quando dico che un ragazzo non si può valutare soltanto in base ai risultati raccolti, penso a lui. Ricordo ancora la prima corsa che disputò con noi, era la Parigi-Bruxelles 2010. Lo troviamo all’aeroporto di Parigi seduto sulla sua valigia: e questo dove vuole andare?, penso dentro di me. In fuga, ecco dove voleva andare. Il giorno dopo, nella riunione pre-gara, gli dissi che centrare la fuga di giornata sarebbe stata una bella vetrina. Non ci credevo molto, lui invece sì. Rimase davanti quasi tutto il giorno e fu quello che tirò di più. Anche la storia dei colombiani è emblematica. Bernal lo conosciamo tutti, probabilmente prima o poi qualche grande squadra lo avrebbe ingaggiato: ma all’inizio non lo conosceva nessuno, i primi timidi tentativi di proporlo alle squadre del World Tour si risolsero in un nulla di fatto. Ancora più significativo il caso di Sosa: il suo talento cristallino era oscurato dalla scarsissima conoscenza delle tattiche di gara. Bernal ci aveva assicurato che in salita andava davvero forte, ma noi in un primo momento eravamo titubanti: lo prendemmo, sì, ma non eravamo così convinti. E invece, non appena ha imparato ad adoperare gli strumenti del mestiere, si è rivelato un bel talento. Il World Tour è l’approdo naturale dei migliori corridori, siamo d’accordo, ma per alcuni di loro è fondamentale passare da una Professional: da questa parte si vive quasi come una famiglia, dall’altra invece l’atmosfera è quella di una multinazionale. Sosa e Bernal hanno vissuto a pochi chilometri da casa mia, li avevo sempre sott’occhio, facevamo anche colazione assieme.

Non voglio parlare di delusione, tanto so che non mi diresti la verità fino in fondo; e poi, forse, delusione è un termine esagerato. Ma c’è qualche corridore da cui ti aspettavi di più?

Sì, ecco, delusione è una parola grossa: diciamo che ci sono corridori che valgono di più rispetto a quanto hanno mostrato. Diego Rosa è uno di questi, ne sono sicuro, così come Fabio Felline: sono entrambi piemontesi, li conosco bene. A Diego, probabilmente, non ha giovato la permanenza alla Sky. A Fabio, invece, ogni tanto si spegne la lampadina: ha un potenziale enorme, secondo me, e a volte l’ha fatto vedere; se con la testa riuscisse a rimanere più concentrato e motivato, sono convinto che potrebbe togliersi delle bellissime soddisfazioni. Il terzo, anche se non sono mai riuscito a conoscerlo davvero, è José Rujano: con un carattere diverso sarebbe il padrone del Venezuela.

©carlo guardascione, Twitter

Unisco due punti che abbiamo toccato: Roberto Damiani e il ciclismo contemporaneo. Un paio d’anni fa, quando la polemica sulle radioline era tornata d’attualità, Roberto Damiani mi disse che non bisognava toccarle: per una questione di sicurezza, certo, ma anche perché è sacrosanto che un direttore sportivo voglia partecipare alla corsa, altrimenti cosa ci sta a fare? Qual è la tua idea in merito, Giovanni?

Allora, io sono il primo a utilizzare i supporti tecnologici e li trovo piuttosto utili: siccome le strade non sono più quelle di vent’anni fa, tra rotonde e spartitraffico, per me è fondamentale sapere cosa mi aspetta un chilometro più avanti quando devo sorpassare un gruppo per riportarmi su quello successivo. Non dico d’adattarsi supinamente ai tempi correnti, ma finché si parla di un miglioramento perché dovrei oppormi? Delle radioline cosa vuoi che ti dica: secondo me l’impatto che hanno sulla condotta di gara viene sopravvalutato. Sono utili per la sicurezza dei corridori e di chi segue la corsa, ma ai fini del risultato non le reputo così decisive: un direttore sportivo non fa in tempo ad accorgersi di quello che succede davanti che le squadre si sono già organizzate autonomamente per rispondere. Un vero corridore non si fa condizionare: fa quello che sente, ha imparato a sentire nella maniera giusta e di conseguenza ci sono ottime possibilità che faccia la cosa giusta. Vale lo stesso per i valori dei corridori: a volte basta un gel o un sorso d’acqua in più o in meno per alterarli, quindi i corridori sanno che non possono farci affidamento al 100%. Il budget di cui dispone il Team INEOS, ad esempio, mi sembra un problema più concreto e più interessante: quando puoi permetterti di ingaggiare otto o dieci capitani e di addormentare il Tour de France, secondo me la questione è seria. Non saprei come risolverla: tetti, tagli, compromessi, non so. Dovrebbe essere l’UCI a muoversi, spero che la questione economica sia al centro delle loro riunioni.

Giovanni, siamo davvero sicuri che un ciclismo diverso sia possibile?

Ne sono convinto: in passato il ciclismo era uno sport diverso, non vedo perché non possa essere diverso già nell’immediato futuro. Con diverso intendo migliore, s’intende. Certo, diverso significa disporre di budget più esigui e accontentarsi di stipendi ridotti. Non dico di tornare indietro di un secolo, ma nemmeno di sostenere che questo sia l’unico ciclismo possibile: questo sport esisteva anche quando le corse erano più improvvisate e i ciclisti non erano milionari.

 

 

Foto in evidenza: ©Giovanni Ellena, Facebook

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.