La pazienza come paradigma: intervista a Elena Cecchini

Col piglio di una veterana, Elena Cecchini ci racconta il suo ciclismo

 

Scriveva Mauro Corona: “Il friulano è nato in posti ripidi perciò ha molto equilibrio. Difficilmente si lascia andare a enfasi sonore o entusiasmi sboccati. Aspetta, studia, non si sbilancia. Pratica l’attesa del cacciatore alla posta. Il friulano è come la torre di Pisa, si piega ma non crolla. È difficile abbattere i friulani.“. Quando parli con Elena Cecchini ti basta un attimo per vedere il significato di quei termini prendere forma. Dalle sue parole, fitte come pioggia che bagna le sue terre, puoi notare un carattere spesso e deciso: “Il mio obiettivo è arrivare a fine stagione con una medaglia mondiale al collo, Yorkshire ha un percorso impegnativo, ma mi si addice, e poi ho quasi 27 anni, è il momento di raccogliere, no?“.

Il tipico cadenzare friulano si riempie di orgoglio e fierezza quando Elena Cecchini racconta dei suoi esordi e dei suoi modelli in gruppo: “Da junior ho avuto modo di allenarmi con la Nazionale in pista e guardavo sempre a Bronzini e Guderzo.” Ha un debole in particolare e lo dice senza nascondersi: “Stravedo per Marta Bastianelli; quando vinse il Mondiale nel 2007 a Stoccarda ero proprio una sua fan. Se devo avere dei punti di riferimento preferisco trovarli in casa: con le ragazze italiane ci confrontiamo, parliamo, condividiamo le nostre esperienze. Mi hanno insegnato tantissimo e poi quello che hanno fatto per il nostro ciclismo è incredibile.”

Elena Cecchini racconta con calma frenetica la passione, lei ciclista nel DNA, corridore per vocazione, pedalatrice dalla nascita: “A casa tutti facevano ciclismo, è sempre stato lo sport di famiglia. Ho iniziato a sei anni, ho provato altri sport, ma per me è stato naturale proseguire sulle due ruote.

E restando in famiglia, se Elia Viviani è arrivato dopo di lei a conquistare la maglia tricolore: “La mia vittoria più bella è il campionato italiano con arrivo a Superga. Percorso impegnativo e vittoria inaspettata: quel giorno andavo davvero forte.“, Elena Cecchini vorrebbe pareggiare i conti con almeno due corse: “Vorrei vincere a Plouay dove ho raccolto un secondo e un quarto posto nelle ultime tre stagioni.”  e naturalmente l’Olimpiade: “Dopo Rio mi sono detta: ok sono giovane, ho fatto la mia esperienza, ma a Tokyo, se mi meriterò la convocazione, dovrò esserci per una medaglia su strada.

Negli anni sta completando la sua maturazione fisica: “Da piccolina ero veloce, vincevo gli sprint di gruppo e faticavo in salita, ora con gli anni sto acquisendo fondo e mi sento adattissima alle classiche più impegnative; al Nord mi piace il Fiandre corsa per corridori completi, ma anche l’Amstel. Sono corse complicate: il vento, la strada, gli strappi, deve anche girare tutto a favore, ma ho già dimostrato di poter correre per vincerle entrambe.” E anche quella caratteriale: “Quando ti guardi indietro ti accorgi che prima eravamo Longo Borghini  ed io le giovani; ora in un attimo siamo diventate le veterane, il punto di riferimento per le nuove leve che si affacciano a questo mondo. È un mix di sensazioni, ma che mi fa capire anche come sia arrivato il momento di iniziare a raccogliere tutto quello che ho seminato perché sono arrivata all’età della maturità per una ciclista. La nostra carriera non è infinita.

Testa salda, lavoro duro, una parola d’ordine: “Pazienza. È fondamentale nel mondo agonistico, ed è ancora più importante in uno sport come il nostro dove da atleta junior vieni catapultata nel mondo delle professioniste e ti scontri con un’altra realtà. E allora devi lavorare duramente, ma con pazienza. Lo scorso anno mi ero allenata bene poi una serie di fattori a inizio stagione non mi hanno fatto raccogliere quello che volevo. Ho continuato ad avere pazienza e la seconda parte di stagione è stata decisamente migliore e l’ho coronata con lo splendido oro a Innsbruck nella cronosquadre, in maglia Canyon-SRAM, che ci ha ripagati del quarto posto dell’anno prima. E poi il titolo italiano a cronometro a fine anno: una soddisfazione incredibile.

C è spazio anche per la Nazionale femminile, che diverse gioie ha dato al ciclismo italiano in questi anni: “Premessa: correre contro le olandesi è complicato, hanno una superiorità disarmante. Noi quando le affrontiamo in Nazionale ci trasformiamo ed è qualcosa che non saprei nemmeno spiegare. Salvoldi è un perfetto alchimista che crea l’amalgama scegliendo le ragazze giuste. Noi abbiamo questa capacità di fare gruppo che non ha eguali e loro, che corrono con un po’ di superbia e un forte individualismo, ci temono.” E nonostante la superiorità tecnica, l’Italia a volte se le mette dietro, come a Glasgow: “Una vittoria bellissima quella di Bastianelli, una vittoria del gruppo con lei splendida finalizzatrice. Il suo successo va al di là del mio quarto posto, che in realtà non è stata una delusione: non c’avevo nemmeno pensato. L’obiettivo era tirare la volata a Marta, e dopo aver lavorato con questo obiettivo tutto il giorno, così è stato. Certo col senno di poi se avessi continuato a sprintare sarei potuta arrivare terza.

Ma nonostante le medaglie e un movimento sempre più in crescita, il ciclismo femminile ha poco spazio sui media: “Se penso che il Giro Rosa non ha la diretta televisiva, o anche corse come il Fiandre fino a qualche anno fa. In Italia, poi, mediaticamente siamo poco conosciute, anche i giornali o le riviste specializzate ci danno poco spazio. All’estero alcune mie compagne di squadra nella Canyon-SRAM sono considerate delle vere e proprie eroine

Decisa e senza troppi giri di parole, dice la sua anche sulla questione sicurezza: “È vero che l’automobilista è spesso indisciplinato e distratto da qualcosa mentre guida e serve rispetto, ma dobbiamo essere anche noi ciclisti a fare la nostra parte, per esempio usando le luci e non occupando tutta la corsia.” Ora però è tempo di rimboccarsi le maniche; il lavoro chiama, le gambe, impazienti, iniziano a fremere: la stagione è iniziata.

Immagine in evidenza: @Caffè & Biciclette – Emanuela Sartorio

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.