Storie di scalatori: intervista ad Alessandro Fancellu

Alessandro Fancellu corre nel segno di Contador, Basso, Pantani, Nibali e Ciccone.

 

 

Si racconta che Alberto Contador, incontrando Alessandro Fancellu nella serata dedicata al Premio Torriani del 2018, gli disse: “Non importa se vincerai un Giro o un Tour de France. Non serve quello per essere considerato un grande corridore. Tu devi dare sempre il massimo e facendo così varrai tantissimo a prescindere da quello che vincerai“.

Alessandro Fancellu è sulla buona strada, in tutti i sensi. Dà il massimo, ama fare fatica, va forte in salita e non si vuole proprio togliere dalla testa il sogno di vincere una delle corse più dure del calendario: “Il Giro di Lombardia: affascinante, dura come piace a me, e poi si corre vicino casa“.

Il cognome non tradisce le sue origini sarde: “Da parte di padre, mia mamma invece arriva dalla Valtellina“. Lui nasce e cresce in provincia di Como, per la precisione a Binago, un paesino di nemmeno cinquemila anime dove gli abitanti sono soprannominati Scusaritt, che nel loro dialetto vuol dire “grembiuli”, per via di una storia legata al folclore locale.

A Fancellu del folclore interessa il giusto, lui vuole andare forte in bicicletta e lo fa sin da ragazzino: “Ho iniziato intorno ai tredici anni. Prima giocavo a calcio, ma facevo panchina e quindi ho scelto un altro sport“. La sua prima bici è una Kuota bianca, gli piaceva da morire, ci racconta.

Se pensa alle gioie di una gara, gli viene in mente quando ne vinse una in particolare tra gli juniores con la maglia gialloblù del Club Ciclistico Canturino: “Era la Venaria Reale-Sestriere: per uno scalatore vincere lì ha un’importanza particolare“. Mentre la delusione più grande arriva qualche giorno dopo. Siamo al Giro della Lunigiana. È la terza tappa, la Casette-Casette, frazione in terra di Toscana che decide la corsa a tappe più importante per la categoria. Un ultimo chilometro durissimo e davanti lo scontro è totale fra i favoriti della vigilia. “Ci tenevo tantissimo a lasciare il segno in quella corsa“, ci dice il ragazzo classe 200o.

In quello strappo finale che portava ai 378 metri di Casette, dopo una gara a tutta, si avvantaggiano i favoriti della vigilia: Evenepoel, Fancellu, Rubino e Vacek. Vince quest’ultimo, supportato da una forma che non è più riuscito a trovare dopo il passaggio tra gli Under 23. Dietro di lui arrivano Fancellu ed Evenepoel, leader e vincitore finale della corsa e che poche settimane dopo dominerà le due gare del mondiale di Innsbruck. Fancellu sarà bronzo nella prova in linea in terra austriaca:  “Su Evenepoel cosa volete che vi dica? Aveva non una, ma due marce in più rispetto a tutti“.

Per uno dalle sue caratteristiche – “sono uno scalatore, ma quest’anno sono migliorato anche sulle salite brevi e a cronometro” –  vincere al Sestriere diventa uno snodo cruciale. Per uno che va così forte in salita e che ha come idolo “solo e soltanto Marco Pantani, anche se mi piacciono molto pure Nibali e Ciccone“, un significato ancora più rilevante.

Il pensiero di avere della pressione addosso quando gli dicono che potrebbe rappresentare il futuro italiano nelle corse a tappe non lo assilla, ma lo stimola: “Io cerco sempre di mettercela tutta, poi vedremo“. Già, come gli disse Contador quella volta.

©Álvaro Campo

Nella sua giovane carriera da ciclista non c’è solo l’incrocio con il corridore spagnolo che in salita sapeva dare spettacolo e scavare solchi importanti nei confronti dei suoi avversari, ma anche quello con Basso. Un altro che, pur non essendo uno scalatore puro, ha costruito i suoi successi più importanti sulle grandi montagne. Il varesino lo ha portato alla Kometa e lì Fancellu sta migliorando senza bruciare le tappe: “All’inizio ho fatto un po’ di fatica perché dovevo ambientarmi, ma ho scelto questa squadra perché mi permette di correre un calendario importante disputando corse internazionali. In Italia, purtroppo, diverse squadre diventano Continental, ma poi in realtà non fanno un calendario adatto ad una Continental“.

Si parla di fretta e di bruciare le tappe e sui coetanei che hanno già scelto il passaggio tra i professionisti saltando la categoria intermedia, appare quasi serafico nella sua risposta: “Se il fisico e la testa ti supportano, possono essere anche le scelte giuste“.

Per Fancellu, che vuole invece fare le cose per gradi, tutto iniziò con l’Ambrosoli, ora ACSD Remo Calzolari 1983, dove corse tra gli esordienti e tra gli allievi. In questa categoria ottenne la sua prima vittoria: “E la porterò sempre con me. Si arrivava a Legnano e vinsi, permettetemi di dirlo, con una fagianata“.

Poi il biennio con il Club Ciclistico Canturino tra gli juniores e il passaggio nella Kometa dove nel primo anno ha corso principalmente nel calendario spagnolo, vincendo la Vuelta Ciclista a León, considerata, da quelle parti, una delle corse più importanti per i dilettanti: “In Spagna il livello medio del gruppo in salita è più alto rispetto a quello che si ritrova in Italia, non esistono veri e propri velocisti che si staccano facilmente appena la strada sale, più o meno tutti tengono sulle salite corte“, la sua lucida analisi sulla differenza tra corse italiane a spagnole.

Appassionato di auto e moto “ma anche di agricoltura“, quest’estate si è diplomato all’istituto di Agraria, e ora fa un pensiero anche alla possibilità di iscriversi a Scienze Motorie, “ma ancora non ho deciso“. D’altronde, Fancellu mira dritto verso il suo obiettivo a breve termine: “Crescere ulteriormente, misurarmi con i professionisti in qualche gara e poi occhi puntati sul Giro Under 23“; e non studia alcun piano machiavellico, a differenza di Michael Scofield, il personaggio di Prison Break, la sua serie preferita.

No, Fancellu pensa semplicemente che se dovesse andare male la carriera da ciclista gli piacerebbe diventare preparatore atletico. Una cosa è certa: anche lì darebbe sempre il massimo, come gli ha insegnato Alberto Contador.

 

 

Foto in evidenza: ©Vuelta a León, Facebook

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.