Competenze al servizio dei giovani: intervista a Renzo Boscolo

Una chiacchierata con Renzo Boscolo, direttore sportivo del Cycling Team Friuli.

 

Renzo Boscolo nasce a Trieste, dove vive attualmente. Ha cinquant’anni e comincia a pedalare «quando ero nella panza di mia madre», mi dice con mordace cadenza giuliana. Arriva da una famiglia di ciclisti: padre, fratello, sorella, tutti appassionati. Ha iniziato a sei anni e ha smesso a ventotto, restando a lungo tra i dilettanti, «ma ci tengo a dire che andavo particolarmente… piano». La passione, unita a un giusto senso del dovere, lo ha portato a fare il direttore sportivo, quasi come se fosse un prolungamento naturale della sua esistenza. Un altro modo per dirlo: vocazione.

«Quando mio padre mi portava alle gare ero bambino, correvo con i giovanissimi. Lui mi dava la bandierina e mi diceva di stare a un incrocio a segnalare, perché, come dico sempre ai miei ragazzi, comunque bisogna dare una mano». E quel «comunque bisogna dare una mano» gli rimane dentro come un marchio da mostrare, fiero e orgoglioso del lavoro che da anni porta avanti con la sua squadra. Prima collabora con una piccola società nel Triveneto, poi, come un attaccante in cerca di un rifinitore, arriva l’incontro giusto e decisivo con Roberto Bressan. «Eravamo entrambi consiglieri regionali della Federciclismo: ci siamo conosciuti, abbiamo discusso e siamo partiti con il CTF, il Cycling Team Friuli».

Come e perché è nato il Cycling Team Friuli?

Volevo creare una realtà che innanzitutto partisse con una base importante di professionalità e competenze da parte dello staff, e i primi anni, non lo nego, sono stati un po’ duri. Poi, via via, siamo diventati quello che vedete oggi e del quale andiamo molto orgogliosi. Il team nasce nel 2005: abbiamo iniziato a crescere con Roberto Bressan e un paio di sponsor appassionati che sono tutt’oggi ancora con noi, come il Quadrifoglio Group della famiglia Cia e Luciano Mattion, il nostro presidente onorario. Hanno creduto in questo progetto e sono con noi ancora adesso perché prima di tutto fra di noi c’è un rapporto di stima e di amicizia. Siamo una squadra nata da zero e ora guarda dove siamo arrivati. Io e Roberto Bressan abbiamo fatto un anno con la Sanvitese, la squadra stava chiudendo la sua formazione dilettantistica e quindi Roberto mi ha detto: “Renzo, partiamo da zero, facciamo una società nuova“.

E da zero, in pochi anni, siete diventati la squadra di riferimento del ciclismo giovanile italiano a livello Continental e Under 23. Personalmente vi considero un team da studiare come modello: attività all’estero, ragazzi che si dividono tra strada e pista con grandi risultati. State facendo maturare corridori che si affacciano al professionismo con interessanti credenziali e state emergendo in un contesto nazionale che di certo non attraversa il suo miglior momento storico. Qual è la vostra forza?

La nostra forza è stata creare una struttura retta sì dalla passione verso il ciclismo, ma che non sia solo un insieme di persone, ma anche di competenze. All’inizio il nostro livello non era poi così elevato, ma piano piano abbiamo iniziato a reclutare ex corridori che volevano restare dentro l’ambiente, spingendoli ad andare all’università e investendo su di loro. Abbiamo così creato da zero il CTF Lab, il nostro centro di preparazione nato per sopportare la squadra. Oggi il CTF Lab lavora con le sue gambe e ottiene i suoi risultati ed è fondamentale per la crescita dei ragazzi e di tutto il team. Questo è il nostro segreto: creare delle competenze, credere nel fatto che il ciclismo sta cambiando e si sta aggiornando, sfruttare le conoscenze acquisite per far crescere la squadra e i nostri atleti.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Che cos’è il CTF Lab?

CTF Lab è una struttura all’avanguardia gestita dal dottor Andrea Fusaz, nostro ex corridore che cura anche la preparazione di Alessandro De Marchi. È un centro di preparazione sportiva nato nel 2013 a supporto dei corridori della nostra squadra, ma non solo. Quando Andrea ha smesso di correre lo abbiamo spinto ad andare all’università e da lì, insieme ad Alessio Mattiussi, Fabio Baronti, e Michele Tittonel, altri nostri ex corridori, hanno iniziato a curare e preparare i ragazzi attraverso l’innovazione: studio della biomeccanica, del posizionamento in bicicletta, dell’alimentazione.

Negli anni sono usciti dalla vostra squadra corridori come De Marchi, Fabbro, Bais, Venchiarutti, Pessot, e a breve troveremo nel mondo del professionismo, se tutto va come deve andare, anche Milan e Aleotti. Ci racconta qualcosa su ognuno di loro?

De Marchi è il nostro emblema per il suo modo di interpretare l’attività. Alessandro ha scelto di venire con noi quando non eravamo la squadra che vedete oggi. Ha rinunciato a squadre più blasonate e ha scelto di venire con noi: questo ci identifica. Per noi il Cycling Team Friuli è attaccamento alla maglia, oltre che competenze di primo livello. Per quanto riguarda gli altri, ognuno ha lasciato traccia all’interno del team a modo suo cogliendo le opportunità che gli sono state date. Pessot è un corridore su cui abbiamo investito molto: aveva giusto un paio di piazzamenti quando lo abbiamo scelto, era centosessantesimo nella classifica finale di rendimento a fine anno, ma a noi piaceva. Piaceva il fatto che fosse un attaccante, piaceva il suo carattere, aveva tanti margini di miglioramento e quindi era il prototipo del corridore su cui volevamo investire. Matteo Fabbro è un discorso diverso: era già un corridore affermato, dato che tra gli junior aveva fatto i suoi risultati, e lo abbiamo preso perché ritenevamo giusto che il più forte corridore friulano venisse in una squadra friulana.

Nicola Venchiarutti e Mattia Bais arrivano al professionismo da un Cycling Team Friuli che ormai si sta affermando e che si sta ritagliando il suo spazio nel mondo del ciclismo: ormai ci conoscono e sanno come lavoriamo, quindi adesso vogliono i nostri corridori e dicono: questi sono buoni. Quando vedono i corridori della nostra squadra dicono “sono cresciuti bene” e tutto ciò ci gratifica: è un premio al nostro lavoro. Venchiarutti non era uno degli juniores più promettenti, ma per grinta e determinazione ci ha conquistato subito. Quando abbiamo fatto il colloquio abbiamo detto: è un corridore per noi, dobbiamo portarlo a casa. Stesso discorso per Mattia Bais: se al primo anno avessimo chiesto a qualcuno di scommettere su di lui, nessuno lo avrebbe fatto. Aveva fatto solo quattordici gare, ma il suo piglio e la sua presenza sempre nel vivo della corsa ci piaceva tanto e alla fine ci ha conquistato. Per Giovanni Aleotti, invece, parlano i risultati: il suo passaggio tra i professionisti è solo una formalità. Milan è il più giovane, sta lavorando tanto e ha un potenziale enorme.

In passato vi siete affacciati all’estero ingaggiando anche il neozelandese West e il britannico Barker.

È stato fondamentale, la nostra interazione con il mondo anglosassone ci ha fatto crescere tanto. Per quanto riguarda gli inglesi, ma anche il neozelandese dato che la matrice ciclistica è la stessa, abbiamo avuto un’opportunità con un tecnico della nazionale britannica che ci ha dato alcuni nominativi di corridori interessanti. Questa interconnessione è stata utilissima per la nostra crescita. Abbiamo avuto quattro anni in cui abbiamo discusso di argomenti tecnici – pensa al sistema che noi utilizziamo per il posizionamento in sella, il cosiddetto sistema Retül, nato nel mondo anglosassone e rivoluzionato negli ultimi dieci anni. Questo continuo scambio culturale che abbiamo avuto con loro è stato fondamentale per la nostra crescita. Abbiamo modificato il vestiario, migliorandolo da un punto di vista aerodinamico; migliorie e benefici nate dal confronto con un mondo diverso.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Base friulana ma anche corridori da altre regioni; scegliete i vostri ragazzi, come ha avuto modo di raccontare, seguendo il carattere e non il risultato: non andate a prendere il più forte tra gli juniores, ma ne seguite le potenzialità e l’attitudine.

Esatto, il risultato fine a sé stesso non ci interessa, anzi. Noi durante l’inverno con i ragazzi facciamo tanta formazione, visioniamo delle slide durante gli incontri; facciamo corsi, teoria ed esercizi. Alcuni di questi esercizi servono per lavorare sulla motivazione. Una delle slide fa vedere dov’erano i corridori quando li abbiamo presi e dove sono ora che sono “arrivati”: una sorta di classifica di rendimento. Molto spesso nei primi dieci nomi visionati tra i migliori junior, sette o otto scompaiono dalla circolazione. Questo perché la categoria juniores non dà la certezza di avere dei corridori buoni in rapporto ai risultati fatti. Per diversi motivi: ci sono squadre attrezzate che fanno emergere determinati corridori che poi, quando arrivano nelle categorie superiori, si perdono.

Quindi bisogna trovare i corridori giusti e funzionali al progetto sportivo che si vuole realizzare. I corridori che arrivano da noi lo fanno per durare, per essere funzionali al progetto. Aleotti è un esempio lampante, un progetto a medio/lungo termine su cui puntiamo molto, un ragazzo con cui parliamo molto e su cui abbiamo investito. Lui arriva dalla Sancarlese, da dove abbiamo preso dei corridori interessanti perché ci piaceva come lavoravano; avevano dei direttori sportivi competenti che venivano dalla facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Bologna e lavoravano molto bene già nella categoria juniores. Da lì abbiamo preso diversi corridori emiliani: oltre ad Aleotti, anche Melloni, Petrelli e Orlandi.

Come avete gestito lo stop forzato dovuto allo scoppio della pandemia?

Innanzitutto, banalmente, lo abbiamo gestito con delle videochiamate, perché non nascondo che più di qualche ragazzo aveva bisogno di sentire il clima della squadra e di essere incentivato a lavorare. Non è facile pedalare su rulli e ciclosimulatori, quindi abbiamo cercato di stare il più vicino possibile a loro. Abbiamo proposto programmi personalizzati a ogni singolo ragazzo, lavorando e curando altre specificità dal punto di vista della preparazione. Dopo aver messo al vaglio tutti i risultati e i dati che ci arrivavano, abbiamo lanciato uno studio per capire un po’ meglio gli effetti di questa pausa, perché dal punto di vista dei dati sono migliorati tutti quanti. E quindi vogliamo capire quale, e in che termini, è stato il lavoro più produttivo. Chiaramente parliamo di dati ed è ben diverso che essere in gara: non sempre i watt poi si tramutano in risultati. Però dal punto di vista fisico sembra che i ragazzi siano migliorati: significa che abbiamo a che fare con un gruppo di qualità. Abbiamo deciso, poi, visto che è questo il lavoro che ci differenzia, di capire un po’ meglio e approfondire dal punto di vista fisico questi dati per poter inserire, un domani, determinati tipi di programmi e di esercizi.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

In che modo, invece, hanno gestito la situazione la Federazione Ciclistica Italiana e l’UCI? Siete stati tutelati in qualche maniera? Si parla di uno stop di tanti mesi che di certo non fa felici sponsor, dirigenti, organizzatori e corridori.

La Federazione Ciclistica Italiana no, al di là delle chiamate e delle call conference che sono state fatte con loro. Ad oggi – perché magari da domani ci pensa e propone qualcos’altro -, se le proposte sono quelle di scontare i tesseramenti e di rifondere tre dodicesimi della tassa che abbiamo pagato, francamente non ci siamo, mi sembra un po’ poco. Direi che ci aspettavamo molto di più, ma soprattutto ci aspettavamo una spinta verso la possibilità di riprendere l’attività in maniera più celere e sicura possibile.

In che modo?

Mi spiego: la Federazione ha preso uno studio – per così dire – di aerodinamica, una specie di simulazione. E ha preso per buono questo documento, citandolo e facendolo girare attraverso i comitati regionali. Non ci siamo proprio: siamo indietro rispetto ad altri sport. Come team che corre in tutta Europa ci aspettavamo molto di più ed era possibile farlo perché abbiamo visto come le federazioni estere si siano mosse. L’altro venerdì avevamo un invito dalla Federazione slovena per fare una gara, un criterium (a Komenda, la Coppa Tadej Pogačar, nda), ma la Federazione ci ha stoppato perché c’è un DCPM che parla di sospendere le attività in territorio nazionale. Ma noi eravamo in un paese dove il 15 maggio è stata dichiarata la fine dell’emergenza legata al Covid-19. Ecco, questo atteggiamento che non è basato sui dati e sui numeri mi fa dire che la Federazione non ha lavorato bene. L’UCI, invece, si è fatta sentire con tutta una serie di documenti, tra cui il protocollo arrivato qualche giorno fa che lascia margine di manovra ai ministeri della salute di ogni nazione. La prima corsa UCI a cui parteciperemo sarà il Tour of Sibiu in Romania, staremo a vedere cosa succederà.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Tornando al criterium organizzato a Komenda, in Slovenia, il paese natale di Tadej Pogačar, voi non avete potuto correre, ma ad esempio i professionisti – anche italiani – sì.

I corridori e le squadre affiliate in Italia non hanno potuto partecipare perché sono stati stoppati, come dicevo prima, mentre i professionisti italiani affiliati a squadre straniere, vedi De Marchi, sì. È stata una manovra discutibile: “siccome non possono correre gli altri in Italia, non lo potete fare nemmeno voi”, o almeno io l’ho letta così. C’è un detto friulano che dice: “è meglio la polenta senza niente che il niente senza polenta“. Se c’era la possibilità di aiutare alcuni corridori a ripartire, io lo avrei fatto e non avrei detto “state tutti fermi”. Per me è stata un’interpretazione errata, perché il DPCM ha senso e vale nel territorio italiano ma non in Slovenia; un’imposizione dovuta al fatto che “noi abbiamo deciso che fino a quella data non si parte”, danneggiando una regione che da sempre ha avuto dei rapporti di collaborazione con le parti confinanti.

Noi siamo una regione a statuto speciale con accordi frontalieri che ci permettono di andare a correre anche di là del confine; e non solo la nostra squadra, ma anche esordienti e tutte le altre categorie. Io l’ho vissuto direttamente perché ero sul luogo e ho visto De Marchi finalmente felice. E questo mi porta a dire che i ragazzi hanno bisogno della passione e del tifo, hanno bisogno di emozionarsi, e per farlo hanno bisogno di gareggiare anche in piccole manifestazioni come quella. E la Federazione non l’ha capito: i nostri ragazzi non sono numeri, hanno bisogno di inseguire un sogno, sentirsi partecipi di questa passione collettiva. Invece tutta questa vicenda è stata gestita da burocrati.

Tra le proposte fatte per salvare la stagione del ciclismo giovanile c’è quella di “congelare” le categorie. La vostra, di fatto, è stata anche la prima squadra in Italia a confermare in blocco l’intero organico per la prossima stagione.

Noi, insieme a Davide Cassani, siamo stati tra i primi a proporre il congelamento delle categorie, anche perché abbiamo degli accordi con società di allievi e juniores: portiamo avanti una specie di filiera per riuscire a impostare un certo discorso già dalle categorie giovanili. E nonostante avessimo nella squadra juniores quasi tutti ragazzi al primo anno, ci sembrava giusto e corretto avanzare questa proposta. Anche perché a oggi noi non possiamo andare a vedere le gare della categoria juniores perché non corrono, e quindi di conseguenza i ragazzi all’ultimo anno faranno fatica a trovare squadre. E lo stesso discorso riguarda gli allievi. Ci sembrava doveroso confermare tutti i ragazzi: un dovere nei confronti degli atleti e delle loro famiglie, visto che noi ragioniamo in un’ottica di attaccamento alla maglia. Io, quando parlo di Cycling Team Friuli, parlo sempre di famiglia bianconera.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Che impatto prevede sulla stagione del ciclismo giovanile, sia a livello tecnico e agonistico che a livello economico?

A livello agonistico quattro mesi di fermo lasceranno pesanti strascichi, le categorie giovanili sono categorie di formazione e saltare un periodo così lungo è un danno pesantissimo per la crescita dei ragazzi. Per quanto riguarda il discorso economico, l’impatto sarà molto pesante e qui mi riallaccio a quanto detto prima. Una delle poche cose che poteva fare la Federazione era quella di battersi e “premiare” le realtà che confermavano le sponsorizzazioni per i prossimi due anni, facendole godere di ulteriori benefici fiscali relativi alla tassazione così da poter scalare una percentuale un po’ più alta. Questo vale per tutto lo sport. E poi il discorso delle nazionali; ci sono federazioni, come quella del basket e della pallavolo, che hanno fatto un ragionamento che nel ciclismo non è stato proposto: siccome quest’anno la nazionale è stata ferma, di conseguenza quello che abbiamo messo a bilancio – nel caso della Federazione Ciclistica Italiana sono quattro milioni per il funzionamento delle nazionali – lo distribuiamo alle società e agli organizzatori. Tutto il sistema deve stare in piedi perché è inutile salvare i corridori e non salvare le squadre e le corse. Perché se non salviamo le squadre giovanili e le società giovanili ci ritroviamo con nulla in mano domani; se non salviamo gli organizzatori non si fanno più le corse. Secondo me ci sarebbe proprio bisogno di un qualcosa come gli Stati Generali, che tanto vanno di moda, per discutere e capire quali sono le esigenze.

E in Italia come sta il ciclismo giovanile? 

Ai miei corridori dico spesso: il ciclismo è uno specchio del paese. Io ho cinquant’anni, non ottanta, e sono passati quasi trent’anni da quando sono entrato nel mondo del dilettantismo. All’epoca certe nazionali non esistevano: l’Inghilterra aveva Sciandri e un paio di professionisti, da loro non c’erano nemmeno gare, eppure tutto il sistema inglese è cresciuto. Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia: nei confronti di queste nazioni abbiamo perso un vantaggio enorme. La nostra scuola era la migliore, ci siamo fatti superare. Il ciclismo italiano non sta bene. La maggior parte dei tecnici, dei massaggiatori e dei meccanici nel World Tour è italiana, ma che soddisfazione è dover emigrare per poter svolgere il nostro lavoro? A me piacerebbe che si realizzasse in grande quello che in piccolo facciamo qui in Friuli. Io devo sviluppare quello che abbiamo in casa, i nostri tecnici sono tutti fatti in casa, laureati all’Università di Gemona con specialistica a Udine; non devo perdere queste professionalità, non devo permettere che scappino all’estero. Per cercare di tenermi corridori, massaggiatori e meccanici devo cercare di far crescere il mio territorio. Quello che facciamo qui in Friuli con il Cycling Team Friuli mi piacerebbe vederlo replicato a livello nazionale.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Anche nel professionismo la storia è grama: si vive la fuga degli sponsor, non solo in Italia ma anche all’estero; il ciclismo è in crisi perché continua a perseguire un modello economicamente non sostenibile. Non lo dico solo io, lo sostengono anche i dirigenti delle varie squadre. Secondo lei come si dovrebbe ripartire? Esiste una ricetta per cambiare le cose?

La ricetta è sotto gli occhi di tutti, soprattutto di quelli che stanno al vertice, parlo di ASO o RCS. Il problema è uno: noi non possiamo non dare il giusto compenso agli attori che fanno lo spettacolo, e quindi società, corridori, e strutture. O i grossi organizzatori si mettono in testa che una fetta dei loro introiti dev’essere distribuita sulla base e sul territorio, oppure saremo sempre più in difficoltà. Un esempio: durante il Mondiale di calcio una parte dei guadagni ottenuti dalla vendita dei biglietti viene devoluta all’attività giovanile di quel Paese e quindi è chiaro che c’è un beneficio. Questo nel ciclismo non succede e quindi il sistema non sta più in piedi. Porto l’esempio delle Continental: spesso, quando andiamo a correre con i professionisti, siamo chiamati a salvare quelle gare e nonostante ciò veniamo quasi snobbati dall’organizzatore che ci dice: “vi pagate anche l’albergo”. Senza le squadre Continental, però, alcune corse vedrebbero al via quaranta corridori. Questo vale per noi e vale anche per le Professional, e in questo Savio e Reverberi hanno ragione al cento per cento quando dicono che loro sono fondamentali per mandare avanti il ciclismo.

Torniamo al mondo giovanile: molte squadre italiane preferiscono ancora una febbrile attività in Italia, corse del campanile dal chilometraggio ridotto e senza grosse difficoltà altimetriche. Questo, però, mette in difficoltà gli atleti, che una volta passati professionisti, o anche solo varcati i confini, spesso non sono alla pari dei migliori coetanei stranieri. Difatti, negli ultimi anni, alcuni dei nostri migliori talenti emigrano all’estero fin da giovanissimi. Voi del Cycling Team Friuli, insieme al Team Colpack, state invece perseguendo una strada differente.

Noi siamo stati i primi ad andare all’estero anche per i rapporti di amicizia che ci legano a ex corridori, che ora sono organizzatori, e poi essendo una regione di confine siamo stati anche facilitati da questo. Però ci abbiamo creduto fin da subito e per un motivo molto semplice: le gare all’estero sono più lunghe, non c’è limite di età e sono più formative per i nostri ragazzi. Tre anni fa abbiamo fatto un’analisi: l’ottanta per cento di queste gare sono delle corse a tappe e quindi è chiaro che il piccolo circuito non è altrettanto formativa per il ragazzo. Diciamo che i piccoli circuiti italiani vanno bene per completare il bagaglio del corridore e farlo correre con continuità, ma per svezzarlo e dargli un certo tipo di formazione bisogna cercare gare lunghe e corse a tappe. E infatti noi disputiamo sempre due o tre corse a tappe all’anno perché le riteniamo fondamentali nel percorso di sviluppo. In tutto questo, però, ribadisco: meno male che ci sono i circuiti in Italia, perché così facciamo correre sempre i nostri ragazzi.

Alcuni dei vostri corridori, ad esempio Bais e Aloetti, quando li ho intervistati hanno sempre posto l’accento sull’importanza di queste corse all’estero, ritenendole propedeutiche alla loro crescita.

I ragazzi quando corrono all’estero hanno un attenzione diversa, sia da parte della stampa che da parte del pubblico; devono parlare costantemente in inglese, ad esempio, e questo li prepara per quando diventeranno professionisti. Al di là del discorso atletico, sul quale cerchiamo di lavorare nel miglior modo possibile, bisogna capire che il ragazzo non è solo questo: è un unico, che va dall’aspetto atletico a quello mentale, e correre all’estero è fondamentale per acquisire metodo, disciplina e abitudine a un certo tipo di corsa, di ritmo e di mentalità.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Parlando di ciclismo giovanile, abbiamo raccontato come spesso i ragazzi arrivino nel professionismo già consumati dopo anni di attività esasperata, in cui c’è una disperata corsa al perfezionismo fisico, atletico e alimentare. Situazioni che debilitano mentalmente e fisicamente e che poi portano molti atleti ad arrivare già logori al professionismo. Non si corre più per divertirsi, ma per cercare il risultato in ogni modo e per arrivare a tutti i costi nel mondo del professionismo. Spesso questo si rivela un boomerang. Cosa ne pensa?

Il sistema, per come funziona, va ripensato, altrimenti continuiamo a perdere tanti talenti lungo il percorso. Al di là del fatto della pressione e di come vengono vissute le gare, le categorie giovanili devono essere di formazione. Noi, quando andiamo a parlare con i ragazzi, cerchiamo di capire anche questo, cerchiamo di capire se hanno ancora la passione per questo sport, se hanno voglia di migliorarsi, se si divertono ancora, perché se per loro correre da allievo e junior è diventata già una professione è difficile che possano fare il salto di qualità. Noi abbiamo le categorie giovanili da sei anni fino agli allievi, poi abbiamo fatto l’accordo con l’Uc Pordenone per coprire quello che ci manca, ma noi fino agli esordienti facciamo fare solo mountain bike e pista. E così facendo i ragazzi si divertono. Poi chi ha talento emerge ugualmente.

Se nel caso di Aleotti o di Pidcock, corridori che avrebbero avuto tutte le carte in regola per passare professionisti nel 2020, sembra che non ci sia fretta per il trasferimento nella massima categoria, stiamo assistendo al passaggio di diversi corridori dalla categoria juniores direttamente al mondo del professionismo. È vero, succedeva anche in passato, ma tra 2019 e 2020 mi vengono in mente Evenepoel, Simmons, Brenner, Rodriguez. Come giudica questa tendenza?

La trovo una stortura del sistema. Aleotti ha scelto di restare con noi, ma poteva fare anche lui il salto al primo anno. Il fatto è che c’è un progetto che lui ha sposato pienamente. Noi, quando parliamo con i ragazzi, facciamo un discorso a lungo termine, un progetto sportivo che parla anche di formazione dal punto di vista atletico e umano. Il fatto di togliere ai ragazzi una fetta d’esperienza e catapultarli in un mondo dove tutto è all’ennesima potenza non è formativo per nessuno. Di Merckx ce n’è uno solo, il Sagan di turno emerge ugualmente, quindi sarebbe molto più utile per i ragazzi fare un certo tipo di percorso. Poi, tuttavia, ognuno fa le sue scelte: capisco chi spinge il figlio, così come il procuratore col proprio corridore, ad andare direttamente nel World Tour, però non la trovo una cosa corretta e qui dovrebbe intervenire la Federazione con misure stringenti.

Parliamo di sicurezza stradale e in corsa. Amadori ci ha raccontato tempo fa in un’intervista che «i genitori hanno paura a mandare i loro figli in bicicletta per la strada; hanno paura persino di affidarli a persone appassionate, competenti ed esperte. Senza dimenticare le corse: organizzarle è sempre più complicato, dato che si devono fare i conti con degli ostacoli che le strade di qualche decennio fa non conoscevano». Il suo pensiero a riguardo?

Il discorso degli ostacoli stradali e delle condizioni diverse è lampante: non c’erano rallentatori e rotonde, ma è anche vero che non ci sono le segnalazioni che ci sono oggi, penso ad esempio alle moto-staffette. Il ciclismo da questo punto di vista può essere ancora uno sport sicuro. Il problema su cui porrei l’accento è un altro: il rispetto che abbiamo da parte degli automobilisti quando organizziamo una gara è venuto un po’ meno ed è un discorso che parte dalla stessa radice, ovvero la bicicletta che viene vista come un problema e non come una risorsa. In Europa, quando gareggiamo, le auto che incrociano una gara si fermano; le persone scendono e fanno una foto, applaudono. Questo da noi lo abbiamo un po’ perso e bisognerebbe recuperarlo. Se poi in Danimarca ci fermiamo a un semaforo, abbiamo venti bici e due macchine: capisci che è su questo che dovremmo spingere di più.

Il ciclismo non è solo una materia sportiva, non è solo agonismo: stiamo parlando di mobilità, di ambiente, di salute. I dati dell’OMS parlano di un quaranta per cento di morti dovute alla scarsa attività sportiva. Quando queste cose vengono messe in evidenza, non viene fatto passare il giusto messaggio nelle scuole, nella formazione dei ragazzi e dei genitori; bisogna parlare alla collettività, alla comunità. Se noi ci limitiamo a dire che la gara ha bisogno di rispetto e spazio, e che dobbiamo farle in circuito perché così è più sicuro, non andiamo da nessuna parte. Bisogna cambiare radicalmente il modo di pensare e di agire: non è un segreto che ci sono alcuni paesi in Europa dove i datori di lavoro incentivano pagando uno stipendio più alto a chi va a lavoro in bici. Ci vorrebbe il famigerato cambio culturale. Queste sono questioni che dovrebbero essere affrontate a livello più alto coinvolgendo la collettività e tutto il paese.

Foto per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Per chiudere, visto che ne abbiamo parlato prima e, parole sue, voi lo portate un po’ come simbolo della vostra struttura, del vostro metodo e della vostra crescita: ci racconta chi è Alessandro De Marchi?

Alessandro incarna lo spirito del nostro territorio, lo spirito che la nostra società – intesa come squadra a trecentosessanta gradi – ha cercato di trasmettere negli anni a tutti i suoi corridori. È una delle persone più carismatiche che ho conosciuto: l’altro è Roberto Bressan, che difatti ha spinto Alessandro ad arrivare dov’è ora. Una persona che ha i tratti del leader e del capitano, e queste sono cose importanti per noi. È uno dei pochi che fa trasparire la persona che è anche nello sport. La grinta e la determinazione che lo caratterizzano, l’etica e la correttezza che applica nella vita di tutti i giorni, sono le stesse che poi trasmette quando pedala, ed è per questo che viene apprezzato da tantissimi: quello che si vede da fuori è l’Alessandro De Marchi della vita di tutti i giorni. Il premio della combattività che ha vinto al Tour de France 2014 si sposa perfettamente con il suo carattere.

E poi l’attaccamento con la sua terra d’origine non si riscontra spesso nei suoi colleghi.

È quello che penso anch’io. Ce ne sono tanti che per pagare meno tasse vanno da un’altra parte o si dimenticano della società che li ha cresciuti. Anche De Marchi poteva monetizzare di più facendo altre scelte, ma per lui quello che conta è altro, ed è quello che noi vogliamo portare avanti come Cycling Team Friuli. Siamo orgogliosi del suo percorso. Io gli dico continuamente che, quando smetterà, a quarantatré o quarantaquattro anni, dovrebbe venire a correre un anno con noi; e lui, ridendo, mi risponde sempre: «Contaci».

 

 

Foto in evidenza: per gentile concessione di Renzo Boscolo.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.