Potere alla parola: intervista a Jvan Sica

Jvan Sica è uno degli autori più interessanti del panorama letterario italiano.

 

 

Autore eclettico, originale, sperimentatore; profondo conoscitore dello sport e del calcio e così appassionato da definirsi calciomane («sul campo volevo essere un centrocampista con la furia di Berti e il piede di Bortolazzi»). Jvan Sica è una breccia nel mondo della narrativa sportiva italiana. Nato a Salerno nel 1980, Sica scrive di sport ma non solo: dimostra versatilità e allarga la palla da buona mezz’ala sul vasto campo della cultura, mettendosi in gioco tra teatro e televisione, web e carta stampata.

Sempre usando sfumature particolari, ha scritto libri concentrandosi su un personaggio come Garrincha in “Garincia“, oppure film come “Maradonapoli”; ha portato a teatro, insieme a Buffa, lo spettacolo “Berlino 1936”, e anche molto altro, come vedremo nel corso della chiacchierata. Dalle Football City Guides al blog d’autore “Letteratura Sportiva“, curandone poi su Facebook la corrispettiva pagina; dai podcast e le newsletter, fino al prossimo progetto in uscita: “1977. L’anno dei tre campioni”, scritto con Francesco Gallo e Alessandro Mastroluca. Il tutto evidenziandosi come uno degli autori più interessanti e ricchi di spunti di quello che lui definisce “il genere degli anni ’20”: la letteratura sportiva.

Jvan, partiamo proprio parlando di letteratura sportiva.

Come concetto sia editoriale che di mercato, la letteratura sportiva in Italia esiste da pochissimo tempo. Nel contesto del giornalismo italiano c’è sempre stato chi ha scritto qualcosa di culturalmente interessante trattando la tematica sportiva, ad esempio Brera; ma era difficile considerare, ai tempi, il principio secondo il quale lo sport fosse visto con gli occhiali di una cultura di alto o medio livello. Adesso, invece, è stata smossa la terra da autori rivoluzionari come Modeo, il primo nome che mi viene in mente; ma anche Condò con “I Duellanti”, che partendo da un retroterra giornalistico e di reportage ha fatto una operazione culturale importante. Ecco, iniziando da questi autori e proseguendo con buona parte dei libri più interessanti della casa editrice Limina Edizioni, che ha messo sul piatto o per meglio dire sugli scaffali della libreria il concetto di libro di sport, tutta una serie di autori giovani italiani stanno creando la letteratura sportiva italiana. Autori che traggono spunto da tanti concetti differenti che vengono principalmente dal mondo anglosassone, da Stati Uniti e Gran Bretagna, dove esistono già da tempo questo concetto e questa idea: l’idea che possa esistere una vera e propria letteratura sportiva. Le influenze arrivano anche da altre discipline e questa è una delle peculiarità più interessanti. Mettendo tutto assieme si stanno creando delle opere di alto livello e si stanno gettando le fondamenta della letteratura sportiva.

Definiresti questo movimento che porta a una narrazione sportiva di qualità come una sorta di riscoperta e quindi di Rinascimento?

Se vogliamo parlare di rinascimento in senso artistico, assolutamente no, perché si tratta di riscoperta dei classici e qui non ci vedo classicità. Perché non esiste un substrato classico dove autori e progetti, come anche il vostro, si basano: è tutto nato da pochi anni. Da dieci anni, direi, da queste voci rivoluzionarie già citate come quella di Modeo prima di tutto. Da un punto di vista autoriale possiamo considerare dentro anche Buffa, oppure altri che non si occupano solo di libri ma che spaziano all’interno di espressioni differenti come televisione e teatro. Voci che sono nate poco tempo fa, ma sono già innervate da riflessioni culturali che troviamo nei libri dei giovani autori della letteratura sportiva. Se proprio devo pensare a una corrente culturale, la definirei piuttosto una sorta di avanguardia, più che un Rinascimento. Esistono degli elementi di base, ma proprio come le avanguardie nelle arti questi autori ora stanno mettendo insieme gli elementi già esistenti facendo qualcosa di completamente nuovo.

©Jvan Sica

Parliamo di linguaggio. Tu sei autore di opere teatrali, testi per la televisione, ma anche libri e podcast. Scrivi articoli sul tuo blog e su altri siti e curi anche una newsletter sulla nazionale italiana. Raccontaci un po’ qual è il tuo modo di approcciarti a questi differenti mezzi di comunicazione, che richiedono un linguaggio diverso.

C’è un termine che definisce tutto: storytelling. Sono consapevole che per molti è una parola abusata, ma spiega bene il concetto ed esplica quello che stiamo vivendo: la costruzione di una narrazione intorno a una raccolta di dati e di informazioni. Io parto da quelle informazioni e poi da lì le sviluppo. La logica è sempre quella, che tu la trasmetta in un scritto per il cinema, in un testo per il teatro o per la televisione, oppure in un libro. Cambiano le applicazioni espressive: a teatro sviluppi un dialogo, in un libro magari lo stesso concetto lo spieghi in tre pagine. Applicazione diverse, ma in fase di lavorazione della storia la caccia ai dati è sempre la medesima. Poi, una volta che hai questo, sta alle capacità dell’autore cercare di muoversi in maniera differente.

Tra i vari media in cui ti districhi e che utilizzi c’è anche il podcast: prima curavi quello sulla nazionale italiana di calcio, ora quello chiamato Letchkov. Qual è il tuo pensiero su questo mezzo che in Italia resta ancora poco esplorato, se non da alcuni programmi alla radio o da alcuni media generalisti?

Io, più che autore, mi definisco un fruitore di podcast: tra quelli sportivi ascolto praticamente tutto. Il podcast per me è il mezzo ideale per raccontare questa epoca: perfetta espressione culturale del mondo e del vivere contemporaneo. Ti permette di continuare a vivere; ti permette di non mettere tra parentesi la tua vita, mentre tutte le altre espressioni culturali non te lo consentono.

In che senso?

Mi spiego: non puoi leggere un libro mentre cammini o mentre stai cercando il binario del treno, mentre il podcast lo puoi ascoltare. Ti permette di vivere il quotidiano mentre apri una parentesi culturale nella tua mente, mentre stai facendo altro. L’altro giorno, ad esempio, stavo ascoltando un podcast mentre spingevo mia figlia sull’altalena: è l’unico mezzo che me lo permette. Non potrei leggere un libro o vedere un film oppure un’opera teatrale mentre lo faccio. Al massimo potrei ascoltare musica, ma la musica è un accompagnamento, mentre il podcast invece ti prende di più dal punto di vista cerebrale. Ha un impatto culturale molto più forte. Poi, da un punto di vista espressivo e narrativo, c’è davvero della lava bollente che spinge questo mondo. È fatto da tante realtà e da giovani autori: anzi, oserei dire che è il vero genere dei giovani autori. I giornalisti affermati, le radio e i giornali lo vedono come l’appendice di un programma radiofonico e quindi è il semplice taglio di un’espressione culturale che è già esistente.

Invece i giovani autori lo stanno ripensando da un po’ di anni con un altro approccio, con una logica narrativa semantica specifica e propria del podcast. Ad esempio, il talking di Suiveur, “Oltre la corsa”, è il giusto approccio, mentre chiamare qualcuno al telefono è un modo totalmente differente; è già una vecchia idea più vicina alla radiofonia. Interessante anche quello che ha fatto Ronzulli di Quattrotretre con il podcast sul Foggia: è un’ulteriore idea di come sviluppare questo strumento. Il podcast è un prodotto culturale nuovo in cui i giovani autori si affermeranno prima, se ne approprieranno e lo svilupperanno meglio.

A te piace sperimentare, spaziare, persino sbizzarrirti in diverse tematiche sempre mantenendo il gusto dell’originalità. Da queste tue idee innovative nascono, ad esempio, soggetti particolari come le performance romane di Garrincha nel libro “Garincia”, oppure la “Football City Guides” edita da InContropiede. Raccontaci come nascono queste tue scelte originali.

L’idea di base è questa: tu ad esempio guardi la realtà con gli occhi del ciclismo, ed è una cosa che può capire solo chi è angosciato dalla sua passione, è completamente preso e cannibalizzato dal ciclismo e vive la realtà con gli occhi di chi segue il ciclismo. Io, tutto quello che mi circonda, lo vivo con gli occhi del calciomane e quindi le idee mi vengono da questo: metto assieme nella vita di tutti i giorni la mia passione furente per il calcio e per lo sport. Poi cerco di avere delle idee in relazione a quello che sto vivendo, attingendo anche dal quotidiano. Ad esempio in questi giorni ho scritto un pezzo su un binge watching calcistico che ho fatto il giorno di Pasquetta. C’era il sole, ma non potevamo uscire, e allora mi sono accordato con mia moglie e mia figlia che mi hanno permesso di seguire sedici ore di momenti calcistici. È un’idea venuta in relazione alla costrizione che viviamo. L’idea di “Garincia” è venuta per raccontare Garrincha da un punto di vista nuovo, che nessuno ha mai considerato o raccontato in questo modo. Per quanto riguarda le guide, invece, lavorando nel turismo mi sono accorto che non esistono strumenti per il turismo tematico, non esistono guide. Si parla di tematizzare il turismo ma non esistono elementi tecnici, e quindi una delle prime cose che mi è venuta in mente è stata creare delle guide ad hoc per visitare e scoprire le città dal punto di vista calcistico. E così, grazie ad Alberto Facchinetti e Antonio Di Bonito e alla Edizioni InContropiede, abbiamo portato avanti questo progetto.

Sei d’accordo con l’affermazione che lo sport oggi ha perso la sua valenza sociale ed è solo spettacolo e ricerca del risultato? E questo, poi, come influisce anche nel modo di raccontare lo sport?

Siamo a un bivio. Ora incombe, con il problema del coronavirus, la parola “meno”: meno soldi, meno partite, meno impegni, meno grandi eventi. E quindi: o si trasforma il “meno” in “meglio” oppure bisogna calcare la mano, accelerare sulla parte dello show business e creare eventi che verranno sviluppati principalmente, se non esclusivamente, per la televisione. Ci saranno e ci sono problemi legati alla questione sanitaria, quindi lo sport in questo momento di crisi deve decidere cosa vuole essere. Per me che sono cresciuto con il calcio e le partite allo stadio con mio padre e mio zio, oppure con “Tutto il calcio minuto per minuto”, l’elemento sociale è la cosa più bella che ci sia, perché poi è da lì che nascono le storie da raccontare. Ed è vero che noi raccontiamo i campioni e gli eventi, ma tutte queste cose le faceva chi aspettava il corridore per ore sulla strada o guardava le partite allo stadio o a bordo ring e viveva l’atmosfera insieme a migliaia di persone. Creava quell’atmosfera e la descriveva. Ora le strade sono due: o si torna indietro verso questa visione trasformando il meno in meglio, come dicevo, anche se non so come si fa, altrimenti sarei il Ministro dello Sport; oppure un’altra strada che non so a cosa potrebbe portare, e che non condivido, è enfatizzare la componente spettacolare e far diventare tutti gli eventi sportivi degli eventi mediali.

©David Guenel, Twitter

Parliamo di immagini: oltre al linguaggio e alla parola, tu sei anche molto legato alle immagini e ai ricordi. Personalmente, se chiudo gli occhi, vedo Gelindo Bordin che bacia la pista a Seoul ’88, oppure gli occhi spiritati di Schillaci durante i mondiali di Italia ’90 e la cavalcata di Chiappucci verso il Sestriere al Tour del 1992. Questi sono i miei primi ricordi sportivi. E i tuoi?

La primissima partita di cui ho un ricordo è stata giocata dopo che mio padre mi mandò a dormire. Ho questo flash: aspettai ore con mio padre sul divano che la partita iniziasse ma mi mandò a dormire perché dovevo andare a scuola. Era Juventus-Liverpool del 1985. La prima partita vera e propria, invece, è Italia-Francia di Messico ’86: io che piango disperato sul divano e mia madre che mi fa la camomilla. Riguardo agli altri sport ricordo benissimo la finale di volley del mondiale del ’90 in cui battiamo Cuba: per me loro erano dei mostri che saltavano oltre sei metri. Nel mio immaginario di bambino ho sempre avvicinato le caratteristiche dei supereroi ai gesti sportivi e infatti nel ciclismo il primo supereroe che pensavo fosse imbattibile fu il Roche del 1987. Poi ricordo quando odiavo, sportivamente parlando, Indurain: vinceva Giro e Tour mentre Bugno e Chiappucci non lo staccavano mai, oppure lo staccavano quando non serviva più. Avevo otto anni ma soffrii come una cane, invece, per il Flavio Giupponi del Giro 1989. E poi tutto quello che ricordo lo porto appresso come un’esperienza di socialità e convivialità. L’80% degli eventi sportivi li ho visti nel bar o nel circolo del paese, prima che mi trasferissi, ed ero sempre in mezzo ad altre persone che non ti facevano capire nulla di quello che stava accadendo. Ma era il massimo, era straordinario dal punto di vista della socialità. Si vedevano quasi sempre partite di calcio, ma non solo. In questo teatro dell’umano, in questa assemblea di gente, trovavi persone di ogni genere: dal medico della zona, all’operaio dell’Idaff – che poi chiuse perché il presidente dell’Avellino fu arrestato nel periodo pre Tangentopoli; oppure c’era il contadino che raccoglieva nocciole, l’ingegnere, il professore universitario perché vicino c’è l’Università di Salerno. Si mettevano assieme queste teste diverse con storie diverse, che parlavano e guardavano le partite: e io risultavo essere sempre il più piccolo di tutti. Ero un bambino e restavo a vedere tutte le partite, mentre gli altri miei coetanei erano in giro a giocare. Mi mettevano davanti, in prima fila, e ricordo che l’immagine per me era sempre pulita: io davanti allo schermo e dietro un mondo di commenti e di parole.

Qualcosa da cui trarre ispirazione.

Esatto. Il mio mondo dello sport è sempre stato questo: non ho mai sentito i commenti perché c’era un casino pazzesco dietro di me; l’intermediario culturale che ti voleva decrittare quello che stavi vedendo l’ho scoperto a trent’anni e più. Avevo la purezza dello sport davanti e i commenti del “popolo” dietro di me. E questa cosa è rimasta nel mio bagaglio culturale: cerco di mettere insieme la purezza da una parte e la visione delle persone dall’altra. Pensa a “Maradonapoli”: abbiamo messo assieme l’icona del giocatore rimasta in città, in tutta la sua purezza, con la voce del popolo; senza parlare con ex giocatori o magazzinieri oppure con l’avvocato che gli ha fatto il primo contratto. A me interessavano questi due estremi: l’idea di Maradona che è rimasta tra la gente e le opinioni e le idee che avevano su di lui. E questo mi viene da come io ho usufruito dello sport sin da piccolissimo.

Continuando a parlare di immagini: tu parli spesso di bellezza sportiva.

La bellezza sportiva si sta un po’ perdendo. La riflessione giornalistica culturale e sportiva sugli eventi, sul campione, sull’atleta, si sta perdendo. Non è l’elemento globale che io critico, perché sono d’accordo che commentando una partita bisogna porre l’accento sull’aspetto tattico e sottolineare l’elemento che va al di là dell’evento sportivo. Ti porto l’esempio del pezzo che ho scritto di recente sulla carne dello sportivo: spiego che bisogna tornare alla critica della carne, cosa che ad esempio facevano i giornalisti che parlavano di ciclismo tanti anni fa. Stiamo perdendo l’idea che lo sport è anche una espressione del corpo in senso assoluto, non solo nell’attuazione di un elemento intellettuale come può essere l’applicazione di uno schema o lo sviluppo di una manovra offensiva nel calcio; oppure, se guardo al ciclismo, il fatto che una squadra intera possa dominare una corsa perché si muove in maniera armonica, come un elemento unico, organico. Secondo me nella scrittura dello sport e nella critica, nella riflessione giornalistica, deve ritornare l’elemento di riflessione sull’atleta inteso come corpo: questa cosa si è persa oppure è secondaria, e se riuscissimo a fare questo potremmo davvero fare interessare di nuovo le persone allo sport e alla sua narrazione.

Perché fare cronaca, adesso, è davvero inutile. Per le immagini che abbiamo, che non sono solo immagini di uno sviluppo dell’evento: accendiamo la televisione e usufruiamo della partita dal primo all’ultimo minuto, oppure rivediamo i momenti salienti sul tablet. Capirai che rileggere la cronaca su “La Gazzetta dello Sport” diventa senza senso. Dobbiamo tornare a parlare del corpo dell’atleta, della sua bellezza, del fatto che noi lo vediamo in quel momento, lo possiamo quasi toccare, giornalisticamente parlando. In quel pezzo che ho citato parlavo di Napoli-Barcellona, l’ho vista dalla prima fila dei distinti: sentivo i corpi che cozzavano, sentivo i protagonisti sbuffare. Mentre la visione della tribuna stampa è una visione diversa, globale e olistica e che apre per forza di cosa all’elemento tattico, al come si muove la squadra da un punto di vista organico come unico elemento. Ma bisogna andare nel dettaglio e per farlo bisogna scendere in campo o per strada a seguire una corsa. Solo allora si può di nuovo fare la cronaca, ma in maniera diversa.

Hai autori a cui ti ispiri?

Mi accorgo che, quando scrivo, in alcuni passaggi mi sento vicino a come Buffa organizza e sviluppa i suoi discorsi: ma non tanto come lo fa nelle sue trasmissioni, piuttosto come lo faceva nelle telecronache del basket. Apriva una marea di parentesi e questa è una logica di sviluppo narrativo che mi è rimasta dentro. Come “padri”, passami il termine, noi giovani autori sportivi non abbiamo tanti riferimenti dal punto di vista della scrittura: abbiamo nonni e cugini, ma padri veri e propri no. Ci affidiamo molto a quello che leggiamo di non sportivo: nel mio caso Pasolini e Sciascia su tutti. Mentre ti posso dire degli autori a cui vorrei assomigliare per la costruzione, l’analisi, la comprensione dei fatti e degli eventi: il duo formato da Gaber e Luporini. Ascoltando le loro opere ti accorgi che scrivevano cose che sarebbero successe anni dopo: eccezionali. Si parla molto di loro per l’elemento poetico e sociale delle canzoni, ma loro erano profetici, guardavano alle cose che accadevano capendo cosa sarebbe successo anni dopo. Mi piacerebbe emularli, ma non ci riesco: non riesco a raggiungere quelle vette di intelligenza e di analisi. Ecco, loro due sono i miei “padri” dal punto di vista dello sviluppo narrativo.

©Edizioni InContropiede

All’inizio del lockdown hai scritto un pezzo sul vuoto in cui siamo piombati noi sportomani, come li definisci, in assenza di sport. Cito: “Per Cioran bisogna accettare e convivere con questa vertigine, perché conoscendo la vertigine del vuoto riusciamo anche a trovare strade alternative per non caderci dentro“. Come si convive e come si accetta questa situazione?

Premessa: se penso al problema sanitario e alle morti tutto si ridimensiona. Se penso che sono stufo e non ce la faccio più, subito dopo tiro il freno a meno, rifletto sul fatto che c’è gente che muore e lo sport passa in secondo piano. Arrivati a un certo punto, e vista la situazione, non so se nemmeno se c’è voglia di riempire il vuoto o se c’è solo stanchezza del vuoto. È una cosa difficile su cui riflettere in questo momento. Il vuoto poteva essere sfruttato in meglio se, proprio come dice Cioran, ti rendi conto di cos’è il vuoto. Se il vuoto fosse un grande cratere e tu abbassi lo sguardo per vedere cosa c’è dentro, può fare bene, ma se guardi cosa c’è in alto sperando che ti vengano a salvare allora non ti serve a nulla.

Hai scritto un pezzo sui numeri 10 dove a un certo punto dici: “Il numero 10 inizia così un cammino nel deserto (anche perché con Kierkegaard “il genio è fuori della condizione comune” e non può semplicemente spegnersi)“. Chi sono stati grandi numeri 10 di altre discipline?

Nel ciclismo Argentin. Lo ricordo per la fantasia che aveva nel modo di correre e che lo può associare a un numero dieci. Nel ciclismo contemporaneo, invece, i fantasisti, i numeri dieci, sono diventati tutti degli esterni di fascia. Come nel calcio: Insigne vent’anni fa avrebbe giocato dietro le punte accendendosi e spegnendosi e dando fantasia, oggi è cambiato tutto e lui gioca in fascia. Potrebbero essere dei dieci van der Poel ed Evenepoel perché hanno grande talento: vediamo se sono quei dieci che appaiono e poi scompaiono oppure si consacrano e diventano dei Baggio. Negli altri sport: atletica leggera e sciabola maschile hanno avuto grandi numeri dieci, mi vengono in mente slavi e sovietici, geni incredibili che hanno sempre portato un passo avanti le loro discipline. E poi nel volley il numero 10 per me è Luca Cantagalli: tecnica e fantasia meravigliose.

Parliamo un attimo proprio di ciclismo: qual è il tuo rapporto con questo sport?

La prima cosa che amo del ciclismo è che vedo il mondo: il ciclismo è l’unico sport che ti fa vedere la geografia del mondo. A me fa impazzire il paesaggio intorno a quello che succede in corsa: le Ardenne, il Giro d’Italia, il Tour de France. E poi vedere luoghi come l’Oman e l’Australia a me fa impazzire: certo, lo so che voi le criticate perché sono corse che tolgono spazio alle corse più storiche e importanti. Ma poi anche la geografia minima, passare dal Tonale al Gavia, dove se stai attento vedi le differenze, è sempre stata un’esperienza meravigliosa. Quando ero piccolo mi ricordo che a matita rifacevo il contorno dell’Italia e della Francia, poi mettevo i punti dove c’erano le tappe e controllavo sull’atlante dov’erano e poi collegavo sedi di arrivi e di partenza: io così ho imparato la geografia più che a scuola. E poi conosci il mondo stando seduto mentre gli altri fanno una fatica pazzesca. Prendi il mondiale nello Yorkshire: non ci sono mai stato, ma mi sono immaginato in un pub a bere perché lì piove sempre, oppure mi sono immaginato le persone in fabbrica perché lì le fabbriche esistono da prima della rivoluzione industriale; mi sono immaginato la storia e la geografia mentre mi godevo la corsa. Mi sono portato a casa, soltanto guardando la gara, delle informazioni che ho fatto mie: è come se avessi conosciuto quel posto, in quelle sei ore, senza esserci stato. Nessun altro sport ti riempie in questa maniera.

Il 2020 doveva essere l’anno dei giochi di Tokyo: che cosa sono per te le Olimpiadi?

È come il Natale che arriva ogni quattro anni; è come se mettessi la testa nell’acqua e quando apri gli occhi vedi i pesci, i coralli, gli arbusti che sono sotto l’acqua. Lo sport lo vivi ogni giorno, è vero: calcio, ciclismo, scherma, pallavolo, ti sembra quasi di “possederli”; ma poi vedi le Olimpiadi e sembra tutto diverso. Sono il massimo della forma atletica, il momento in cui sono tutti al meglio e dove tutti vogliono vincere: è il massimo dell’espressione sportiva. E poi le diversità: il tiratore con l’arco che pesa più d’un quintale in contrapposizione alle ginnaste di quaranta chili. È tutto così grande e incredibile che durante la manifestazione scrivo pochissimo: le redazioni devono obbligarmi, riesco solo a essere pubblico, non riesco a staccarmi dalla visione. Se fossi stato atleta le avrei vissute malissimo, mi sarei dovuto concentrare sulla mia parte senza godermi quello che offriva.

Come sta il giornalismo sportivo in Italia? Parlo di mainstream, stampa generalista, quotidiani. Come viene raccontato lo sport?

Io la ricetta la dico a tutti e tutti mi dicono che è sbagliata: secondo me l’unico modo per migliorare è riavvicinarsi alla parola, soprattutto in questo periodo in cui non abbiamo immagini e dunque la parola torna al centro del discorso. Bisogna renderla il più possibile di qualità. Le riflessioni qualitative in relazione al racconto dello sport sono quelle vincenti. Tutti mi dicono che così non si vende: posso accettarlo, posso accettare dove pende il mercato, il pubblico, il target. Ma le cose devono cambiare.

In che modo?

Bisogna mettere in campo delle firme in grado di farti vedere lo sport da un punto di vista diverso, rendendo la fruizione del post-evento più interessante attraverso la qualità. La riflessione sull’evento stesso diventa inutile perché noi a fine partita abbiamo visto le immagini, abbiamo soddisfatto la fame dell’evento in ogni modo, rivisto una corsa decine di volte e quindi diventa un’appendice inutile quella di comprare un giornale o persino una rivista che ci racconta la cronaca. E  quindi il giornalismo mainstream che fa? Si è spostato nel raccontare quello che c’è intorno, verso derive assurde come ad esempio il gossip, oppure una visione come la tattica, il quartiere dov’è nato un atleta, la sua famiglia. Questi ultimi elementi in una ottica globale ci devono essere, però si deve riflettere dal punto di vista qualitativo, per riaccendere la voglia di leggere lo sport attraverso un innalzamento del livello della scrittura e della narrazione. Poi, però, ogni volta che parlo di questo mi scontro con chi è nel settore editoriale, perché mi dice che non vende e non funziona. Io penso che i prodotti culturali popolari come i giornali o gli stessi siti devono anche educare, non è giusto usare il paradigma del “devono seguire le tendenze”. Metti che oggi la tendenza è quella del cicloturismo, per voi che siete del settore ciclismo: non è giusto che tu la debba seguire per forza. Sei tu che devi creare la tendenza ed educare secondo quella che è la tua idea. Bisogna mettere insieme tante voci autorevoli, e allora anche il mainstream cambia.

E il web?

Diversamente il web dà al fruitore la possibilità di scelta. Dal punto di vista editoriale nasce già con l’idea che il generalismo è morto, è perdente. Il web lo costruisci da solo con quello che ti piace: scegli tu di cosa fruire ed è una grandissima ricchezza. Invece quando vai a parlare con chi muove i soldi, ecco che ti chiede i click, ti chiede quanta gente si interessa a quello che scrivi, qual è il target. Ed è un altro elemento profondamente obsoleto e sbagliato. Moltissime agenzie non lo hanno ancora capito, in Italia, e questo è un grave deficit per le nostre maggiori case editrici di giornalismo popolare, perché esistono tanti target da aggredire sotto diversi punti di vista che ti portano un ritorno commerciale e di visibilità. Purtroppo sono tutti ancora fortissimamente legati all’elemento generalista come modello centrale, classico, senza comprendere che la notizia ormai ce l’hai gratis su mille siti e questo ti porta a perdere ogni giorno un lettore. Se tu invece quel lettore lo vai a prendere, lui sa che su quella piattaforma ha la possibilità di leggere quello che gli piace nello specifico; ma se sul tuo sito trova quello che può trovare ovunque, che è appunto la notizia, oppure la cronaca di una partita e di un evento, non lo trattieni più.

Credo che uno dei motivi fondamentali di quest’epoca sia fare rete. Tu stai facendo un lavoro superbo con la pagina Facebook “Letteratura Sportiva”, davvero una goccia dissetante in un deserto pieno di accidiosi predoni come quello dei social network.

E qui torniamo al discorso del bar e del circolo. A me piace tantissimo ascoltare gli altri e leggere gli altri; prendo spunto dalle riflessioni degli altri perché mi fanno cambiare idea e mi dicono cose più intelligenti di quelle a cui pensavo. E poi mi danno punti di vista diversi, mi fanno vedere quello che non avevo visto, mi fanno notare cose di cui non mi ero accorto. E poi, voglio dire, se leggo gli articoli vostri oppure de L’Ultimo Uomo mi succede una cosa fondamentale: imparo. Conosco nuovi atleti, eventi che non conoscevo. Ecco, queste realtà bellissime che io chiamo factory, sono delle fucine autoriali interessanti e fondamentali: sono la base della letteratura sportiva italiana. E poi ripeto, imparare è la cosa che mi gasa di più. Seguire qualcuno che ti dice delle cose che non sapevi è un orgasmo, soprattutto in campi di cui non sono esperto.

 

 

Foto in evidenza: ©Jvan Sica

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.