La carriera di Andrea Vendrame ha preso la strada della Francia.

 

 

6 aprile 2015, Giro del Belvedere. Nella riunione del mattino, Luciano Rui, direttore sportivo della Zalf Euromobil Fior, avverte i suoi: «Se arriviamo all’ultimo passaggio sul Canalet insieme a Power e Mühlberger, loro due diventano i favoriti, sono più forti di noi, ci staccheranno». Andrea Vendrame ascolta con attenzione, memorizza la strategia e rilancia. Vive il ciclismo come un attimo. Sa leggere le situazioni sia in corsa che a distanza di anni e ci racconta come andò quella volta, quando conquistò un successo che resta quello a cui è più legato fra quelli ottenuti durante la sua militanza nella categoria Under 23: «Si entra nel circuito finale. Due passaggi sul Canalet. Ho deciso di anticipare. Parto e mi viene dietro Lizde e in discesa ci raggiungono altri tre corridori. Proseguiamo fino all’imbocco dell’ultimo passaggio in salita. Abbiamo quindici secondi sul gruppo: o la va o la spacca, penso, e attacco nuovamente in cima. Scollino con nove secondi sul resto del gruppo e mi dico: proviamo a rischiarla, male che vada mi ritroveranno per terra».

Il corridore della Zalf pennella la ripida discesa “a tomba aperta” – così avrebbe definito la sua azione Mario Fossati. Vendrame è di quelle parti e conosce bene la strada. In fondo, nell’abitato di Sarmede, mancano circa cinque chilometri all’arrivo: «Terminata la discesa ho cinquantacinque secondi sui primi inseguitori: è andata. Resisto al ritorno di una ventina di corridori che chiudono alle mie spalle con una manciata di secondi. Ho fatto l’impresa, ma non solo: ho calcolato tutto perfettamente. Sul palco delle premiazioni c’è Rodella, il fotografo, che quel giorno riprendeva con le telecamere per la Rai. Mi si avvicina e mi fa: “Tu sei scemo. In discesa non ti seguirò mai più».

Andrea Vendrame non è di certo uno scemo. Forse un po’ incosciente, ma d’altronde che mestiere è quello del ciclista? Un misto di azzardo, stress, coraggio; un pizzico di genio, vita da giramondo: «Per tanti viaggiare non è un peso, ma per me, invece, dopo un po’ lo diventa . Siamo sempre via di casa, ma c’è poco da lamentarsi: è il nostro lavoro».

Casa, per lui, significa provincia di Treviso: «Sono nato a Conegliano Veneto, ma ho sempre vissuto a Santa Lucia di Piave. Lì ho mosso i primi passi come corridore e lì ritorno appena posso». Alla ricerca di qualcosa di confortante; ricaricare le pile anche attraverso piccoli riti e abitudini, come andare a godersi i suoi piatti preferiti: «Carne e pesce vincono su tutto il resto. Quando rientro a casa ho due posti che frequento abitualmente: mi conoscono e sanno quale piatto portare e come prepararmelo».

Quel mestiere da corridore, invece, tempo fa ha messo a rischio la sua vita: «Era il 7 aprile 2016 e mi stavo allenando dalle miei parti, verso la salita di Cansiglio. Un’auto proveniente dal senso opposto ha girato, come se niente fosse, a sinistra e non mi ha visto. Io ho provato a sterzare all’ultimo, ma era troppo tardi e sono finito di faccia all’interno dell’abitacolo. Cinquanta punti interni e sessanta esterni sulla parte destra del viso».

Un Joker con la testa sulle spalle

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Andrea Vendrame è un Joker, è il suo simbolo. Ce l’ha disegnato sul casco ed è anche il suo film preferito. «Insieme a The Wolf of Wall Street», ci racconta, dove un Leonardo DiCaprio magistrale e sopra le righe interpreta Jordan Belfort, broker americano che tra fine anni ’80 e primi anni ’90 truffò l’America con il sistema di vendita delle penny stock.

Chiacchierando con Vendrame trovi la profondità di un personaggio che si distingue, ben descritto e ricco di sfumature. bianco né nero, ma piuttosto sul grigio: un vero e proprio Joker. E non c’è differenza se ci immaginiamo quello dei fumetti oppure uno di quelli portati sul grande schermo da Jack Nicholson, Heath Ledger o Joaquin Phoenix. Diversi tra loro, ma accomunati dalle medesime sfaccettature.

Vendrame, difatti, è un ragazzo con diversi punti di vista sul mondo; spesso in controtendenza con quello che lo circonda: lo trovi allegro e ricco di aneddoti, come quando racconta il suo approccio con il ciclismo. «Avevo sei anni e me ne stavo in giardino a scorrazzare con la bicicletta. Passa il portalettere, mi nota. Mi inizia a dire: “ma dai, perché non vieni a provare la bici da strada al campo sportivo?”. Coincidenza volle che quel postino era anche il direttore sportivo dei giovanissimi del mio paese. Dopo un po’ di insistenza decisi di provare. Vinsi la prima gara in sella a una Ciclo Piave tutta gialla e da lì non mi sono più fermato».

Diventa serio e senza mezze misure quando esprime il suo pensiero sulla sicurezza stradale: «Si dovrebbe partire da una legge fatta dal Governo che tuteli noi ciclisti. Ci vorrebbe un netto cambio di mentalità che coinvolga anche le scuole guida per la patente: dovrebbero insegnare che siamo noi l’elemento debole della strada. Noi rischiamo la vita, e ogni giorno si sentono incidenti che coinvolgono auto e ciclisti: succede solo in Italia ed è ridicolo. Le piste ciclabili per noi sono inutilizzabili. C’è un limite di velocità, ma noi lavoriamo in bicicletta e quel limite lo superiamo. Poi spesso sono costruite vicino le abitazioni e allora ti esce un bambino, un automobilista distratto e noi siamo sempre a rischio. Viaggiamo ad alta velocità, non siamo l’amatore che si fa due ore di pedalata in tranquillità; noi lavoriamo con la bicicletta e rischiamo la vita tutti i giorni. Lo so, è un messaggio difficile da interpretare per molti, è un fattore culturale che andrebbe cambiato alla base».

Si adombra, ma è lucido nel raccontare il rapporto tra la sua voglia di emergere come ciclista e il pensiero dei suoi genitori, lui che, se non avesse trovato modo di continuare a fare il corridore, avrebbe sfruttato il diploma da “Tecnico dei Sistemi Energetici”: «I miei sono divorziati da quando io avevo tre anni ed erano divisi anche sulla mia scelta di correre in bicicletta. Mio padre, quando ero ragazzo, non ha mai assecondato questa scelta. Diceva che non sarei mai diventato un campione. Poi passato in Zalf, con i primi risultati di peso, ha cambiato idea. Mia madre, invece, ha sempre dato il suo consenso».

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Lo scorso anno è stato uno dei pochi corridori a battere van der Poel. Succede nell’ultima tappa del Circuit Cycliste Sarthe: van der Poel prova ad attaccare da lontano, ma il suo tentativo non sortisce alcun effetto e allora è decisivo l’allungo nel finale di un terzetto che sarà proprio Vendrame a regolare. «Van der Poel è forte, vincente, guida benissimo la bici, non c’è ombra di dubbio sia un campione e lo abbiamo visto tutti all’Amstel Gold Race cos’è stato capace di fare. È un ragazzo tranquillo, ma a volte se ne esce con delle sparate che nessuno capisce e ci fa chiedere: ma è normale questo? Sta provando la gamba o vuole vincere così? Anche al Circuit Cycliste Sarthe è partito a trenta, quaranta dall’arrivo e nessuno ha provato a seguirlo. Poi lo abbiamo ripreso e sono riuscito a vincere io. È un tipo un po’ particolare, ma che fa bene al ciclismo».

Van der Poel è manna dal cielo per il movimento ciclistico, se è vero che sposta le platee: basta vedere il seguito che genera nel ciclocross o il pubblico che lo segue anche sui social network, dove sono numerosi i fan club che nascono settimana dopo settimana. Vendrame, però, pensa ad altri corridori se gli si chiede un punto di riferimento in gruppo: per la loro classe ed esperienza anche al di fuori delle corse, infatti, sceglie Gilbert e Alaphilippe. Il primo è un mostro sacro per lui come per altri ragazzi che corrono in bicicletta e Vendrame sogna magari di scontrarsi con il belga sul traguardo finale della Milano-Sanremo: «Gilbert mi piace come corridore, mi piace come si avvicina alle corse. È un campione incredibile, un esempio per tutti come eleganza e classe in bici, ma anche come stile fuori dal ciclismo. Ha una mentalità incredibile: quando punta una corsa difficilmente sbaglia e poi si è sempre distinto nelle corse che piacciono a me, come le classiche di un giorno, soprattutto quelle del Nord. Se dovessimo trovarci testa a testa nel finale della Sanremo sarebbe una battaglia serrata fino alla fine, con l’unico rammarico che vestiamo due maglie differenti. A fine corsa, però,» aggiunge in tono scherzoso «pretendo almeno un abbraccio o una stretta di mano».

Anche Alaphilippe guadagna posizioni nella sua personale classifica: «Nel 2019 Alaphilippe è stato stratosferico. In un certo senso preferisco lui a Sagan. Poi le sue gesta stanno spopolando: vi rendete conto che per poco non vinceva il Tour?».

Quando era un ragazzo, invece, Andrea Vendrame racconta che inizialmente faceva fatica a trovare un vero idolo, un corridore da seguire, e le sue preferenze non potevano che essere particolari: «Mi piacevano i corridori col caschetto. Guardavo le corse e dicevo: mi piace quel corridore perché indossa il casco». Poi, una volta cresciuto e acquisita la consapevolezza, inizia ad apprezzare in particolare Damiano Cunego, «per come ha vinto il Giro d’Italia da giovanissimo» e Oscar Freire. Per certi versi, Vendrame ricorda lo spagnolo tre volte campione del mondo.

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Andrea Vendrame non è solo svelto e lucido a parole, ma in bicicletta in queste stagioni si è dimostrato un corridore completo e adatto a diverse situazioni di corsa: «Sono un corridore da classiche. Riesco a leggere bene le gare e l’evolversi della situazioni. Ho cambio di passo e anche dal punto di vista mentale sono svelto, attento, sempre concentrato. Grazie a queste caratteristiche vado forte un po’ ovunque: cambi di ritmo sulle salite brevi che richiedono esplosività o persino volate di gruppo con cinquanta o sessanta corridori, al termine magari di corse impegnative. Invece, al momento, non digerisco le salite lunghe».

Secondo voi un tipo così si pone dei limiti? «Io faccio sempre l’esempio di Wiggins: da campione su pista si è trasformato in vincitore del Tour de France. Negli anni abbiamo visto tante metamorfosi: quindi magari in futuro posso pure pensare di provare a fare classifica in qualche corsa a tappe. Però non vorrei snaturarmi in un ciclismo dominato spesso dalle specializzazioni: essendo piccolino ed esplosivo, nelle cronometro prenderei troppi minuti».

E per premio un maialino

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Andrea Vendrame è lesto, geniale, un po’ folle, ma di quella pazzia che per Erasmo da Rotterdam non è altro che il modo per godere meglio di ciò che si ha o per capire a fondo la condizione umana – Erasmo, a modo suo, non troppo diverso da Joker.

Lo scorso anno, Vendrame si è sbizzarrito in una delle gare più complicate e affascinanti dell’intero calendario: il Tro-Bro Léon. È il primo italiano nella storia a vincere la corsa dei ribinou – sterrati, in bretone. Con i suoi «dentro e fuori», come li definisce lui, «curve e controcurve, come tutte le corse francesi che si sposano perfettamente con le mie caratteristiche» e dove avviene una battaglia infuocata, a ogni singolo metro, per prendere i tratti fuoristrada nelle prime posizioni del gruppo.

Una corsa particolare non solo per il tipo di tracciato, ma anche per il premio che riceve il vincitore: «Alla vigilia della corsa arriva Cheula, il nostro direttore sportivo, e mi fa: “Guarda che domani dobbiamo fare bene: in premio danno un maialino e ci terrei a vincere“. Confesso che pensavo mi stesse prendendo in giro: lui ama sempre scherzare. La sera stavo scrivendo alla mia ragazza e le parlavo di questo maialino che davano in regalo, ma non ero troppo convinto di ciò. La mattina alla partenza c’è pure Chiappucci. Mi si avvicina e mi fa: “Guarda che al vincitore danno un maialino”. Allora penso: non è una bufala. Beh, alla fine vinco, e quando mi danno il maialino sono un po’ in imbarazzo. Mi chiedo: e ora dove lo metto? Come faccio a portarlo a casa? Alla fine, per fortuna, lo hanno lasciato al primo bretone classificato perché è una razza protetta e volevano restasse all’interno della Bretagna».

Una corsa che tra le peculiarità annovera anche il panorama in cui è immersa: «A fine corsa il meccanico che ci seguiva in ammiraglia ci ha mandato dei video mentre filmava la corsa. Sapete che bel panorama si vedeva? Nulla, nemmeno un paesaggio. Solo polvere, muri bianchi che si alzavano ad ogni passaggio sullo sterrato, a malapena vedevi la ruota del corridore davanti. Polvere su polvere: ed è esattamente quello che ho visto io. A un certo punto mi sono distratto per guardare una baia, ma è stato un momento; in una corsa così non hai tempo di fare altro, anche perché devi sempre stare sul pezzo, prendere i settori nelle prime venti, trenta posizioni. Una guerra; forse per godertelo ci devi tornare come turista».

La vittoria al Tro-Bro Léon è stato uno dei successi più importanti nella stagione della Androni Giocattoli: «Ringrazierò sempre la famiglia Androni per la possibilità che mi hanno dato e per i tre anni passati con loro. E Gianni Savio, poi: che grande personaggio! Come lui non ce ne sono molti. Ricordo quando il primo anno alle riunioni si metteva nella sua classica posizione con il ginocchio un po’ altino e ci spiegava la tattica di gara con i moduli del calcio, e io mi chiedevo: ma giochiamo a calcio o andiamo in bici? Davvero unico».

©https://androniteam.it/

Nel 2019, Vendrame ha vissuto due momenti che ricorda con meno piacere, ma dai quali ha intenzione di ripartire in questa stagione: «La tappa del Giro a San Martino di Castrozza: sono arrivato secondo per colpa di due problemi meccanici. Quest’anno sogno la rivincita: vorrei conquistare una tappa al Giro. E poi la mancata convocazione per il Mondiale. Premessa: ringrazio Cassani per la chance che mi ha dato. Andavo forte, e infatti il CT mi aveva chiamato nella preselezione, ma poi mi ha lasciato a casa. Peccato, il tracciato era adatto a me e poi vado forte con il maltempo, come ho dimostrato tutta la stagione in Francia».

Quelle corse francesi che in questi anni gli hanno permesso di farsi conoscere e di trovare un contratto con una squadra prestigiosa come l’AG2R. Vendrame in questa prima parte di stagione punterà tutto sulla Milano-Sanremo: «La corsa che mi si addice di più», anche se quella dei sogni resta l’Amstel Gold Race. Dopodiché sarà battitore libero al Giro: «La squadra sarà per Bardet – bravo ragazzo, metodico e gran lavoratore – ma io avrò carta bianca per provare a vincere qualche tappa».

Mentre di Tour ancora non se ne parla e lì, il sodalizio savoiardo, avrà in Latour il capitano: «È un giocherellone, scherza sempre, lo trovo simpaticissimo. Però in bici va davvero forte: ha avuto qualche problema fisico di troppo l’anno scorso e questa per lui sarà una stagione cruciale».

Vendrame è lucido quando ci deve spiegare la differenza tra una squadra Professional e una World Tour: «Qui è cambiato tutto e non lo dico per sminuire l’Androni. È come passare da lavorare per un’azienda a conduzione familiare a una multinazionale. All’Androni hai tre direttori sportivi, qui ne hai dieci. Devi relazionarti con tante persone: più meccanici, più fisioterapisti; hai il preparatore che ti segue, il nutrizionista, il micronutrizionista».

E in chiusura espone i motivi per i quali lui in Francia in questi anni è sempre andato forte, fino quasi a spopolare: «I percorsi sono adatti alle mie caratteristiche: tracciati nervosi, salite corte ed esplosive, corse anarchiche e atteggiamento garibaldino del gruppo. Ricordano un po’ le classiche del Nord. Non c’è mai una corsa lineare, a differenza di quello che succede tra Spagna e Italia».

Vendrame è un Joker, un incendiario, anarchico e un po’ folle; non importa chi lo interpreta o chi lo scrive, è sempre chiamato a soverchiare l’ordine precostituito e le gerarchie imposte dal sistema. La Francia, come dimostra la storia, è sempre terreno che ispira le rivoluzioni. E quella di Vendrame è appena iniziata.

 

 

Foto in evidenza: ©Aivlis Photography

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.