Io non sono Don Chisciotte: intervista a Gianni Savio

L’età non lo ha scalfito, una riforma piuttosto discutibile potrebbe definitivamente allontanarlo.

 

Giovanni Savio è nato il 16 aprile 1948 a Torino. Il ciclismo è il suo mondo da più di trent’anni e col tempo ha cambiato persino nome, da Giovanni a Gianni. Una presenza costante e garbata, quella di Savio, che ha saputo lanciare una miriade di giovani e revitalizzare tanti corridori reduci da periodi di squalifica e di scarse motivazioni. La sua storia e il destino delle Professional sono stati due degli argomenti più battuti di quest’intervista: avendo attraversato gli ultimi tre decenni abbondanti di questo sport, Gianni Savio ha molto da raccontare e tanto da dire.

 

Prendo la rincorsa, Gianni: come sei arrivato al ciclismo?

Gran parte del merito l’ebbe mio nonno materno, Giovanni Galli: all’inizio del ‘900 fu campione italiano tra gli indipendenti e corse addirittura con Girardengo. In sostanza, io sono figlio di questo lascito e della passione che in me c’è sempre stata e non mi ha ancora abbandonato. Nel 1985 la Federazione Ciclistica Italiana organizzò un corso per team manager e io fui uno dei partecipanti. Ho un ricordo positivo di quel ciclo di lezioni: erano tenute dal professor Gianfranco Piantoni della Bocconi e da Italo Allodi, personaggio storico dello sport italiano, figura di spicco anche di Inter e Juventus. Alla fine di quel corso mi venne rilasciata la licenza da team manager. Poi, nel 1993 feci un ulteriore passo: in un solo anno superai i tre corsi previsti dalla Federazione Ciclistica Italiana per avere la licenza da direttore sportivo. Penso di essere stato uno dei pochi e uno degli ultimi: adesso, e giustamente aggiungerei, chi supera il primo livello deve esercitare tra i giovanissimi almeno per un anno. Ecco come sono approdato al ciclismo. Sono passati ormai trentacinque anni e questo sport, almeno ai miei occhi, continua a essere quel che è sempre stato: una maledetta passione.

“Maledetta” in che senso? Come dobbiamo intendere questo aggettivo?

In senso buono, ovviamente. Il ciclismo, seppur piccolo rispetto ai tanti altri nei quali entriamo e usciamo quotidianamente, è un universo a sé stante. E quindi è regolato dalle dinamiche che ben conosciamo dalla vita di tutti i giorni: alti e bassi, successi e sconfitte, gioia e delusione. Oggi vorresti smettere e domani sei ancora lì, più arrabbiato, appassionato e motivato di prima. Maledetto anche da un punto di vista esclusivamente manageriale. Prima gli onori pareggiavano gli oneri, adesso invece dirigere una Professional è dura: ci sono più oneri che onori.

Gianni Savio (foto © Claudio Bergamaschi)

Hai introdotto la prossima domanda, Gianni. Com’è cambiato il ciclismo da quando ne fai parte?

Prima di tutto porrei l’accento su quanto è cambiato: tantissimo. Se mi chiedi come, in che modo è cambiato, ti dico: in meglio. Ci sono stati tanti miglioramenti. L’UCI, che in passato ha sbagliato e continuerà a sbagliare e che io stesso ho criticato in più occasioni, ha però introdotto alcune regole ferree delle quali si può soltanto renderle merito. Penso all’obbligo di presentare per tempo i bilanci che devono essere approvati e al deposito della fideiussione bancaria: quante volte abbiamo assistito a squadre che reggevano a malapena qualche mese per poi lasciare a piedi decine di corridori a metà stagione? Sono consapevole che molti scuoteranno la testa, ma anche per quanto riguarda l’alimentazione, la preparazione e la logistica sono stati fatti dei passi in avanti. Mi rendo conto che bus e motorhome rappresentino un lusso al quale il ciclismo non era assolutamente abituato, ma vederne solo gli aspetti negativi mi pare esagerato: non è soltanto una questione di immagine, non c’è la volontà di isolare i corridori. A guadagnarci è il comfort degli atleti. Fino a pochi anni fa si viaggiava con le ammiraglie e con i camper: non dico che fosse un brutto viaggiare, ma che ora si viaggia meglio. Chi segue il ciclismo conosce gli spostamenti che ogni squadra deve coprire per andare alla partenza oppure per tornare in albergo dopo una tappa di duecento chilometri. Io credo che se questi trasferimenti possono essere coperti con mezzi all’avanguardia, i ciclisti, che sono i personaggi principali di questo mondo, ne traggono grossi benefici.

Gianni Savio c’era anche nel periodo più buio del ciclismo, iniziato negli anni ’90 e arrivato fino al decennio scorso.

È stato il momento dell’ipocrisia. C’era un vizio di forma: l’Epo era proibita ma non rintracciabile. Come se fosse legalizzata, praticamente. E ho la sensazione che alcune grandi case farmaceutiche avessero tutto l’interesse nel fare pressioni affinché l’Epo non venisse rilevata: ribadisco, però, che è solo una mia idea, non è una verità e non voglio accusare direttamente nessuno, dato che non ho nessuna prova reale in merito. È un discorso ampio che nelle ultime stagioni è stato affrontato più volte: da una parte c’è il ciclismo, che ha le sue colpe, con una buona parte di addetti ai lavori che non hanno fatto il necessario per combattere questa battaglia; dall’altra ci sono gli altri sport, che l’hanno sempre passata liscia facendo ricadere tutte le colpe solo sul ciclismo, il capro espiatorio perfetto. Quando sento dire che nel calcio, per esempio, il doping non serve, mi faccio una risata. Io vengo dal mondo del calcio, so come funziona: la tecnica conta, certo, ma per poter giocare il pallone bisogna averlo tra i piedi e per averlo tra i piedi bisogna arrivarci per primi. E per primi ci si arriva anche grazie alla condizione fisica, il paziente sul quale il doping opera. Le generalizzazioni le lascio agli altri: il ciclismo ha avuto le sue colpe e si è adoperato per migliorare la sua situazione, tanti altri sport sono stati tutelati ma questo non significa che abbiano sempre agito in malafede. Comunque sono d’accordo con Dumoulin: il fenomeno si è notevolmente ridotto ma non è scomparso e i recenti fatti di cronaca lo testimoniano.

Ti vengono in mente scelte o mosse che non rifaresti?

[Ci pensa in silenzio per almeno un minuto] No, sinceramente no. Ne ho prese tante e di difficili ma nel bene e nel male rifarei tutto quello che ho fatto.

©Sadhbh O’Shea, Flickr

Quali sono i corridori ai quali sei rimasto particolarmente legato e dei quali conservi un buon ricordo?

Nelson “Cacaíto” Rodríguez è il ciclista che mi ha dato di più. Andò così. Ero il team manager della ZG Mobile e presi questo ragazzetto colombiano che veniva da una bella batosta: la Kelme lo aveva rispedito in Colombia giudicandolo non adatto al ciclismo professionistico. Quando arrivò da noi, la mia idea era quella di affiancarlo a Leonardo Sierra: il ruolo di luogotenente lo avrebbe fatto sicuramente crescere. Non credo di dover ricordare chi era Leonardo Sierra: quello del primo Mortirolo, era il Giro d’Italia del 1990, transitò in testa da solo, cadde due volte in discesa e vinse all’Aprica. Tra l’altro fu il primo sudamericano che portai in Italia. Insomma, in breve tempo mi accorsi che “Cacaíto” Rodríguez non solo andava bene in salita ma recuperava con un facilità impressionante. Gli dissi che avrebbe dovuto abbandonare la mentalità del gregario per abbracciare quella del capitano. Al Tour de France del 1994, nella tappa di Val Thorens, vinse Nelson “Cacaíto” Rodríguez: secondo Ugrumov, terzo Pantani, quarto Virenque, quinto Indurain e sesto Zülle. Una soddisfazione enorme. Potrei citarne tanti altri: Tafi, Vainšteins, Pellizzotti, Felline, De Marchi, Diego Rosa, Davide Ballerini, Bernal, Iván Sosa. Voglio fare una menzione speciale per Scarponi, un ragazzo che mi ha dato tanto sia dal punto di vista sportivo ma soprattutto umano. Ho sempre detto, e lo ribadisco ancora oggi, che a suo tempo venne squalificato perché finì nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Dei più recenti cosa posso dire: Ballerini farà vedere di che pasta è fatto, Bernal è un fuoriclasse e fui il primo a dirlo, ha l’equilibrio psicofisico di un trentenne, mentre Sosa è bravo in salita ma tutto sommato scarso a crono, per questo penso che Bernal sia molto più avanti.

E i corridori sui quali hai puntato molto ma che, per vari motivi, non hanno rispettato le attese?

Uno su tutti: José Rujano. Lo lanciai gradualmente fino al podio del Giro d’Italia 2005. Avrebbe potuto fare grandissime cose: era forte in salita e si difendeva a cronometro. Un campione dal punto di vista atletico ma con una mentalità particolare. È venuto a trovarmi alla Vuelta al Táchira di gennaio. Abbiamo scambiato due parole e rivederlo mi ha fatto davvero piacere. Gli ho ricordato il corridore che avrebbe potuto essere e che invece non è stato. “Tu tenía razón”, continuava a dirmi.

Nel corso della tua carriera hai lanciato e rilanciato atleti il cui passato era claudicante: giovani che non avevano mai brillato, sudamericani nei quali nessuno aveva creduto, trentenni reduci da stagioni anonime o passate scontando una squalifica. Cosa bisogna guardare per vincere queste scommesse?

È una bella domanda ma non credo d’avere una risposta all’altezza. Ognuno di noi ha pregi e difetti, e questo lo sappiamo più o meno tutti. Io credo d’avere intuizione. La capacità di poter leggere in anticipo situazioni che si verificheranno nell’immediato futuro: non saprei come altro descriverla. E non ci sono leggi, sintomi o segnali: è un qualcosa che si sente, che io sento quando mi trovo a prendere certe scelte. Penso a De Marchi. Da dilettante vinceva poco ma possedeva una qualità preziosa: la regolarità. Per chi sa leggere certe dinamiche è semplice intuire che dietro la regolarità ci sono un fisico integro e una testa forte, solida. Come si suol dire, il tempo mi ha dato ragione.

Franco Pellizotti è uno dei tanti corridori che Gianni Savio ha saputo ascoltare, galvanizzare e revitalizzare. ©Sean Rowe, Flickr

Arriviamo a una terra a te cara, Gianni. Com’è nato il rapporto col Sudamerica?

Era il 1989 e invitarono la mia squadra al Tour de las Américas. Era una corsa bella e importante, ricordo che in quegli anni partecipavano anche Bugno, Rooks, Theunisse, Delgado. Fummo invitati perché uno dei miei corridori, Roberto Gaggioli, aveva fatto bene negli USA vincendo anche la classica di Philadelphia, gara prestigiosa del calendario americano. Insomma, lo conoscevano e per questo ci invitarono. Rimasi affascinato fin da subito dal piglio e dal carattere coi quali una popolazione così povera come quella venezuelana riusciva ad andare avanti, a dare così tanto colore a giornate nelle quali non c’era niente da ridere. Un mondo fatto di contraddizioni e allegria. La mentalità positiva che si respirava in quelle terre mi entrò dentro, ecco. E così anche in Colombia. E fu così, un po’ per passione e un po’ grazie ad alcune amicizie che si instaurarono col tempo, che il mio destino e quello del Sudamerica si incrociarono. Mi piace ricordare le mie esperienze da commissario tecnico della Colombia prima e del Venezuela poi. Con la Colombia partecipai alle Olimpiadi di Atene 2004, col Venezuela invece a Pechino 2008 e Londra 2012. Non posso non ricordare la medaglia d’oro vinta da Santiago Botero nella prova a cronometro dei campionati del mondo di Zolder: era il 2002, quasi vent’anni fa. E anche le mie squadre hanno risentito di questo rapporto. Prima, infatti, fu il turno della Colombia-Selle Italia col patrocinio del Coldeportes; poi cambiarono i vertici, la sponsorizzazione volse al termine e subentrò il Venezuela. Il resto è storia recente: lo sponsor che non paga, la squadra che al 30 aprile 2014 non riceve le somme pattuite, le difficoltà nello strappare solo un terzo del totale al 30 agosto 2016. Per la parte restante sto ancora trattando, ma considerando il tragico momento che il Venezuela sta attraversando ci vorrà pazienza. Sono state avventure particolari, diverse, stimolanti: la mentalità non può che aprirsi e diventare più elastica. Siamo ancora in ottimi rapporti, quando lasciai i vari incarichi venni premiato e salutato calorosamente. La prova di quanto dico sono gli inviti che riceviamo periodicamente.

Come sta il movimento ciclistico sudamericano?

È uno spazio troppo vasto e diverso, bisogna entrare nello specifico. La Colombia è in gran forma ma ha una cultura ciclistica che viene da lontano, basti pensare a Lucho Herrera e a Fabio Parra. In Colombia il ciclismo è lo sport più apprezzato insieme al calcio. Negli altri paesi, invece, le cose cambiano drasticamente. In Venezuela, per esempio, non c’è una cultura ciclistica vera e propria. Finché ho potuto farlo, ho cercato di dare una svolta secca all’ambiente. Avevo iniziato un processo che, col tempo, avrebbe potuto portare i suoi frutti. Portai sei ragazzi venezuelani in Italia per farli correre tra gli Under 23: andarono in Bretagna, in Galizia, fecero anche il Giro del Friuli. Poi sono subentrati altri fattori: rovesciamenti politici, invidie da parte di altri dirigenti, dissidi e contrasti. A quel punto ho rinunciato al posto di commissario tecnico. Mi dispiacque perché ero convinto d’essere sulla strada giusta per rendere il Venezuela una nazione ciclisticamente interessante. Stiamo a vedere cosa succederà d’ora in poi: chi dirige la Federazione mi ha interpellato e quindi ci potrebbero essere delle piacevoli novità.

Una piacevole novità l’hai introdotta tu stesso: mi riferisco al premio di valorizzazione. Di cosa si tratta?

È un’introduzione che mi porto dietro dal mondo del calcio. Prendo i casi di Bernal e Sosa perché sono i due corridori che mi hanno fatto accendere la lampadina. Io metto sotto contratto per quattro anni il giovane atleta che ho scoperto. Nessun trucco e trasparenza massima, tanto nei confronti del procuratore quanto nei confronti del ragazzo: la base non è il minimo salariale e sono presenti dei bonus per il secondo, terzo e quarto anno. Poi c’è una clausola: se io sono in grado di pareggiare l’eventuale offerta di una squadra del World Tour, allora il giovane rimane con noi; se, al contrario, noi non siamo in grado di corrispondere l’offerta arrivata, il corridore è libero di accasarsi altrove ma a quel punto la squadra che lo ingaggia ci paga il premio di valorizzazione per aver scovato e cresciuto il ragazzo. Prima veniva definita “penale” ma non mi piace. Chi risulterebbe penalizzato? Nessuno, direi: chi acquista si trova un ciclista ancora giovane ma già smaliziato e a chi si priva del corridore viene riconosciuto l’intuito e il duro lavoro di sviluppo svolto.

©Caffè&Biciclette

Arriviamo al ciclismo italiano, Gianni.

È un discorso complesso. Partirei con un aneddoto, però. Ricordo che un anno, d’accordo con Reverberi, allestimmo una squadra per partecipare al Tour de France con Lucien Van Impe. Avevamo anche Daniele Caroli e Davide Cassani, giusto per fare due nomi italiani. Un organico di livello medio con un budget ridotto: eppure andammo al Tour de France e vincemmo la Milano-Torino. Una mossa del genere nel ciclismo d’oggi non sarebbe soltanto folle ma impraticabile. Una realtà odierna con le disponibilità che aveva quella squadra, ovviamente facendo i giusti rapporti, oggi non riuscirebbe a resistere nemmeno fra le Professional. Figurarsi fare la Grande Boucle. Tornando alla domanda, secondo me il movimento giovanile non sta così male. Si potrebbe forse fare meglio, ma quand’è che non si può fare meglio? È il professionismo che sta soffrendo, altroché. Per non offendere nessuno o tirare in ballo altre squadre parlo della mia. La stagione di una Professional italiana dipende quasi interamente dalla partecipazione al Giro d’Italia. La prima domanda che gli sponsor fanno è: il Giro d’Italia lo fate o no? A quel punto bisogna spiegare come funziona: grazie alla wild card che viene assegnata alla vincitrice della Ciclismo Cup ci sono ottime possibilità di farcela, quindi per chi investe c’è un rischio calcolato e limitato. Se poi si vuole sorpassare questo ostacolo non c’è nessun problema: l’investitore mette sul piatto quindici milioni di euro e non uno o due e allora si può provare ad allestire un team da World Tour. Altrimenti la trafila è quella che ho descritto poco fa. I nostri trascorsi al Giro d’Italia non sono sempre stati piacevoli. Nel 2016 rimanemmo esclusi ma capii la scelta di RCS. Mi venne spiegato che al posto nostro, dato che avevamo preso parte alla corsa spesso e volentieri, sarebbe stata selezionata un’altra squadra: una sorta di turnover che accontentasse tutti e che permettesse a tutti di rimanere a galla. Quando nel 2017 RCS sacrificò ancora l’Androni io non esitai a dire che si trattò di una grande ingiustizia. Per noi il turnover non ci fu e al Giro d’Italia ci andarono realtà peggiori della nostra. RCS può fare quello che vuole ma che ci dica almeno la verità. Mario Androni voleva lasciare, vivemmo giorni difficili. Lo convinsi a rimanere promettendogli che avrei e avremmo fatto di tutto per conquistare il diritto di presenziare al Giro d’Italia dell’anno successivo. Se adesso uno sponsor mi chiedesse se ci saremo o no, cosa potrei rispondere?

Immagino ti riferisca alla tanto vituperata riforma che entrerà in vigore dal 2020.

Se venisse davvero attuata, le Professional rischierebbero seriamente di scomparire. Ridurre le wild card da quattro a due e stabilire che gli unici due inviti verranno assegnati alle prime due squadre della classifica di categoria significa ammazzare un movimento. L’Androni nel 2018 è stata la terza Professional al mondo dopo Wanty e Cofidis e poco sopra la Direct Energie. Le tre realtà che ho appena elencato sono, sotto l’aspetto economico, delle vere e proprie potenze. C’è un divario spaventoso da colmare soltanto coi risultati: ma non è facile tesserare i corridori giusti per fare i risultati necessari se altre squadre hanno un budget triplo rispetto al nostro. Ci guardiamo costantemente in giro in cerca di nuovi sponsor ma tra cercare e trovare c’è una bella differenza. E ti dirò di più: il ciclismo non può permettersi un World Tour con diciotto squadre. La bozza originaria della riforma ne prevedeva quindici, che a mio avviso rimangono comunque tante ma perlomeno lascerebbero una fetta consistente di spazio in più alle Professional. Ci sono alcune squadre che sono grandi soltanto nel budget e non nello spessore tecnico. Quando prima parlavo di una risposta alla fatidica domanda dello sponsor, pensavo proprio a questo: se gli inviti disponibili sono soltanto due, e considerando che ancora non sappiamo se la vittoria nella Ciclismo Cup garantirà o meno il posto che fino a ieri era assicurato, quali garanzie si possono dare? C’è anche chi ha parlato di ridurre ulteriormente il numero dei corridori in gara così da aprire un ulteriore buco per le Professional: non credo che le grandi squadre siano d’accordo, tenendo conto del fatto che un uomo lo hanno già perso. Vedremo come si svilupperà la faccenda. Io sono sempre stato affascinato dalla figura del Don Chisciotte ma di combattere contro i mulini a vento non se ne parla. Se potrò continuare lo farò molto volentieri, altrimenti arrivederci e grazie. Farò di nuovo il commissario tecnico di una nazione straniera, possibilmente sudamericana, e continuerò a dar retta alla mia maledetta passione: quella di scovare e valorizzare giovani corridori.

 

Foto in evidenza: ©Twitter Androni

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.