La forza della discrezione: intervista a Edita Pučinskaitė

La storia sportiva e umana di Edita Pučinskaitė viene da lontano.

 

 

«Non ho detto niente, capisci? Non ho proferito parola». Quasi per un assurdo logico, tutte le frasi che Edita Pučinskaitė avrebbe voluto dire e non ha mai pronunciato sono racchiuse in questa domanda che nel racconto ritorna diverse volte. Quel silenzio ha radice nella timidezza che, sin dalla giovanissima età, ha fatto parte del suo carattere. Lei, nata e cresciuta nel nord della Lituania, al confine con la Lettonia, in un regime di tipo sovietico. «La politica invadeva ogni campo: qualcuno se ne occupava attivamente; altri, in particolare attraverso lo sport, cercavano di rendere onore alla propria nazione. Io facevo parte del secondo gruppo: per questo un giorno sono partita a bordo di un autobus con tantissime ragazze per affrontare le selezioni per l’ingresso in una delle due polisportive lituane. Un radicale cambiamento di vita. Praticavo atletica leggera e podismo. I risultati erano buoni. Sognavo un’Olimpiade. Nella mia mente la strada era segnata».

©BIKENEWS.IT, Twitter

Accade qualcosa, qualcosa che ancora oggi Pučinskaitė non riesce a spiegarsi. La selezione è superata dalle dieci migliori atlete: lei di fatto rientra tra quelle, ma il verdetto è negativo. Deve tornare a casa e ricominciare tutto da capo. La madre tira un sospiro di sollievo per la possibilità di riabbracciare la figlia; il padre, da sempre appassionato di sport, è desolato. «Non so cosa sia successo, ma sicuramente qualcosa di poco chiaro. Solo che io non ho reagito. Ho fatto come avrei fatto altre volte negli anni successivi: mi sono chiusa nel silenzio. Piangevo in camera. Sentivo di avere subito un’ingiustizia, ma non protestavo. Ho sbagliato. Sai la verità? Sarebbe bastato andare a fare la voce grossa con gli allenatori e le allenatrici e sarei stata scelta». Alla parola ingiustizia, Pučinskaite compie un salto temporale nel discorso: la mente va alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Un bronzo al Mondiale di Duitama 1995, le belle parole del comitato olimpico, le promesse, una stagione ad alti livelli, la vittoria al Giro di Slovacchia. E poi quella telefonata. «Non parti per gli Stati Uniti».

C’è di buono che quella ragazzina ha la grinta per sfogare sui pedali ciò che la avvelena dentro, altrimenti oggi parleremmo di una vicenda completamente diversa. O forse non ne parleremmo proprio. «Quando, convinta da un allenatore di ciclismo, decisi di affrontare le selezioni per entrare in polisportiva nella sezione ciclismo e le superai, la mia allenatrice di atletica fu chiara: “Con il tuo carattere non farai mai nulla. Se hai una possibilità, ce l’hai nell’atletica, uno sport individuale. Il ciclismo è uno sport da uomini, da belve. Dove vuoi andare? Non ti abbiamo presa perché non ti abbiamo nemmeno riconosciuta: te ne stai sempre in un angolo, da sola. Fatti valere! Hai sbagliato tutto, mi spiace dirtelo”. Eravamo irregimentati e appena potevano ci prendevano a schiaffi morali per formare il carattere. La timidezza è un valore, non ho dubbi, ma per quei pochi che la capiscono. La maggior parte delle persone, se sei timida, buona di carattere e magari anche sola, tende a fare di te un solo boccone. Quello che è successo a me».

Il ciclismo per Edita Pučinskaitė è una vendetta. Lo ammette candidamente: agli inizi non le piace, non è appassionata, non conosce nulla di questo sport salvo i pregiudizi che le vengono ripetuti a turno da insegnanti, amici e adulti. Sa solo una cosa: al Tour de France il primo della classifica generale veste la maglia gialla, una maglia importantissima, e tutto il gruppo lo rispetta. Così le ha raccontato papà. Lei con il ciclismo vuole dimostrare di essere in grado di praticare uno sport ad alto livello e di vincere. «Ho sempre abbinato una grande fragilità ad una voglia assurda di arrivare. Volevo che le persone capissero cosa potevo fare. Già da bambina. Ho imparato ad andare in bicicletta perché aveva imparato mia sorella minore e non volevo che lei fosse capace e io no. Avrò trascorso quattro ore da sola su quella bicicletta troppo grande per me; mi sono ferita ovunque, cadendo, ma ho imparato. Col ciclismo avrei voluto fare lo stesso».

Quella bicicletta, trofeo della sua prima battaglia contro il “mostro buono” della timidezza, Edita la ricorda ancora oggi con un rimpianto. «Eravamo tre sorelle con una sola bicicletta. Mio papà l’ha aggiustata decine di volte. Quando siamo cresciute era un rottame, in pratica. Per questo papà la diede ad un amico. Questo amico ce l’ha ancora e dice che un giorno o l’altro la venderà come la bicicletta di Edita Pučinskaitė. Finirà che dovrò ricomprarmela. La vorrei avere qui, a casa mia». Quando inizia a correre, prima con la Nazionale e poi con la prima squadra di club in Veneto, prova nuove biciclette: le sembrano leggerissime, ma in realtà rispetto a quelle odierne erano dei massi. Sono più belle, certo, ma non sono la sua bicicletta: la prima, quella comprata con i sacrifici di mamma e papà.

In quegli stessi anni scatta una molla che le permette di cambiare il carattere. Non è il ciclismo che colpisce duro, bensì la vita che le porta via l’amica più cara. «Era il mio modello. Ci somigliavamo tantissimo. Io volevo essere come lei: era buona, un cuore grande. Quando l’ho persa, suicida, ho capito che la vita non perdona la troppa bontà. Che se non reagisci, se non ti difendi, ti schiaccia. Sia chiaro: mi dedico al volontariato e anche quando correvo ho regalato diverse gare a compagne che meritavano. Però ho imparato a farmi valere. A rispettare e ad esigere quello che merito».

Ove la strada non è sbarrata da ciò che hai dentro, spesso è sbarrata da ciò che trovi fuori. Forse, però, proprio in quel momento l’aver saputo affrontare il tuo buio ti consente di affrontare una storia che non è quella che vorresti, quella che sarebbe anche giusto fosse. «Quando avevo quindici anni, la Lituania è diventata indipendente. È stato un bene: fossimo rimasti nell’URSS, i risultati non sarebbero di certo stati quelli ottenuti dalla Lituania negli anni ‘90. Una Nazionale fortissima e, per questo, estremamente competitiva anche al proprio interno. A che prezzo, però? Noi ci spostavamo per le gare con mezzi di fortuna, spesso mal funzionanti. Cercavamo strade secondarie per passare il confine. Gambe gonfie per il caldo o per il freddo. Poco cibo. Alloggi diroccati che dovevano servire per più gare, perché era impensabile tornare a casa e poi ripartire. Ogni volta stavamo fuori casa per due mesi. E nonostante tutto, finita la gara eravamo contente perché finalmente potevamo dormire in un letto. Potevamo lavarci in una vasca da bagno. Avevamo tanto entusiasmo, ma ripensarci adesso fa un certo effetto».

Il primo Tour de France lo corre nel 1993 proprio con la Nazionale lituana. La squadra risiede in una casa «quasi prossima alla demolizione, ma andava bene tutto. Ero al Tour de France. Quella maglia gialla di cui mi parlava mio papà la vedevo tutte le mattine». Come la voce dell’interlocutore cerca di portare la narrazione verso il Tour de France 1998, quello da lei conquistato dopo una preparazione minuziosa in altura, Pučinskaitė frena. C’è una precisazione da fare, «altrimenti sembrerebbe tutto troppo semplice. E non lo è, invece: mai. È importante ribadirlo. Ho fallito tante volte e anche malamente. Quando ho vinto il Tour de France nel 1998 ero al mio quinto Tour. Rendo l’idea?».

Ritorna un nome, anzi un soprannome, fino ad ora solo accennato: Fabi, la Lupa. «Non ho mai patito così tanto come quando scattava Fabiana Luperini. I suoi scatti erano botte che ti facevano venire da vomitare. Ti portava fuori giri ad inizio salita e per te era la fine. Una trappola letale. Lei non era di poco superiore a noi. Lei era tre volte superiore a tutte noi». A quel Tour de France, poi, Fabiana Luperini arriva con il vento in poppa: poco tempo prima ha siglato il poker al Giro d’Italia e la rosea pronostica un altro poker al Tour de France. Interviste ogni giorno, insomma. Forse, anche qualche leggenda metropolitana su questo Godzilla su due ruote che sembra distruggere le strade, da quanto macina sui pedali.

Fabiana Luperini. ©Giro-E

«Aveva un solo difetto: quando le cose non andavano come avrebbe voluto, si innervosiva e perdeva lucidità. Già all’inizio di quel Tour si diceva non stesse bene. Nella prima tappa, io e Alessandra Cappellotto riuscimmo a metterla in scacco grazie a una fuga e ad un arrivo in salita. Andai in giallo. Lei avrebbe voluto vestire la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa: mancò il primo traguardo e iniziò a vacillare. Nelle ultime tappe non voleva nemmeno salire sul palco e partire. La convincevano all’ultimo. Tenni duro e vinsi con una fatica immane».

Per sua stessa ammissione, il Tour de France 1998 è il “Tour dei giganti”: i traguardi più prestigiosi e un profilo altimetrico da far spavento. Edita Pučinskaitė ne parla con orgoglio, certo, ma anche con rammarico. «La più grossa sconfitta del ciclismo femminile, il dolore più grande, è proprio la cancellazione del Tour dal calendario. Ho un grandissimo rispetto per il Giro Rosa, negli anni successivi ho sempre puntato a quello. Devo molto all’Italia, la nazione in cui vivo. Ma non c’è paragone: il Tour de France è immenso. In Italia si arriva nei piccoli paesi che possono ospitare una gara. In Francia affrontavamo i traguardi più prestigiosi: Mont Ventoux, Tourmalet, Super Besse. Gli organizzatori erano dei pazzi, nel senso migliore del termine. Trasferimenti infiniti, ma una gara di livello assoluto. Anche il tifo era meraviglioso. È un peccato».

Il duello Luperini-Pučinskaitė è la costante nelle variabili delle gare degli anni successivi. Il pubblico diviso e la stampa che prova a scoprire le carte. Talvolta, la sconfitta viene proprio da quella rivalità esasperata: per esempio, al Giro Rosa del 1999 «Ci controllavamo in ogni frangente di gara. Eravamo incollate l’una alla ruota dell’altra. In salita io stavo a ruota, salendo regolare. Lei si girava, rimbrottandomi perché non collaboravo. Come potevo collaborare? Ero al limite. Di questa rivalità ne approfittò Joane Somarriba, che vinse con una prestazione di assoluto livello. Fabiana si ritirò, io arrivai quarta».

Poi c’è il Mondiale: sì, quello del 1999 a Verona. La corsa d’autunno, quella al cui termine si ha sempre un anno in più e una stagione in più sulle spalle. Quel giorno un anno in più ce l’ha anche il papà di Edita: è il suo compleanno e per l’occasione ha scelto di seguire la figlia, assistendo alla gara dal traguardo. «Quando ricapita un Mondiale che arriva in salita? Torricelle era una buona salita, ma non eccessivamente dura. Tutte mi temevano. Alla partenza qualcuna mi disse: “Noi seguiamo te. Tu cos’hai intenzione di fare?”. Avevo detto in ogni intervista che l’ideale sarebbe stato un percorso più lungo per sfinire le avversarie. Non so perché, ma incredibilmente gli organizzatori allungarono il tracciato. Sette giri anziché sei. Vinsi. Andò tutto come doveva andare, come avrei voluto fosse andato. Come quell’abbraccio con papà in lacrime al traguardo».

©Edita Pucinskaite, Twitter

In un palmarès di questo livello manca giusto un’Olimpiade, ma quella sembra stregata: nel 1996 non viene convocata; nel 2000, a Sidney, il percorso non fa per lei; nel 2004, ad Atene, cade nel finale e arriva nona; alla grande e ultima occasione, Pechino 2008, ci arriva ammaccata a causa di una brutta caduta. Corre con diverse microfratture alla spalla e conclude nona. «Morivo ad ogni scatto, non potevo alzarmi sui pedali. E nonostante tutto arrivai nona: chissà se non fossi caduta. Ma non ho rimpianti: nella vita non può andare tutto come vorremmo. Cerchiamo di ricordarcelo e di lamentarci meno».

Racconta che da bambina scriveva poesie e sognava di fare la giornalista. Spiega che la mamma glielo ricorda ancora oggi, «scrivi un libro, devi scrivere un libro di poesie»; e lei, sorridendo, risponde ricordando che con due figli sarebbe un’impresa non meno degna del Tour de France. Ammette però che in fondo il pensiero ce l’ha. «Per diverso tempo ho scritto per la rivista “Il Ciclismo”; poi, si sa come vanno le cose nel cartaceo: la rivista ha chiuso. Ho provato altre strade fino a quando ho deciso di mollare la presa e dedicarmi alla beneficienza. Sto bene così». L’analisi sullo stato del giornalismo odierno è netta. «Servono passione, sensibilità e tanto tempo a disposizione. Non serve un giornalismo che corra, che sforni decine di articoli. Serve un giornalismo che approfondisca, che ascolti, che sappia prendersi tutto il tempo che serve per offrire un prodotto valido. La verità? Di simile, in giro, c’è poco o nulla». Se dovesse scrivere un libro, lo dedicherebbe al racconto del ciclismo femminile. «Ho iniziato a scrivere di due ruote per quello: per far conoscere un mondo a cui pochi dedicano attenzione. Non sarà un libro dalle tante copie vendute, ma non si scrive per quello. O almeno, non si dovrebbe. Sarà di certo un libro che proverà a rendere giustizia alle tante ragazze che scelgono la bicicletta. So bene cosa vuol dire».

Il significato di quella consapevolezza è un discorso che non risparmia critiche e affondi, ma allo stesso tempo si rifiuta di limitarsi al vittimismo del “nessuno ci considera”. «Diciamo le cose come stanno: il ciclismo femminile non viene considerato come dovrebbe. Non lo è mai stato, ma ci sono delle differenze. Quando correvamo noi, io e Fabiana per intenderci, ci sentivamo delle pioniere. Immaginavamo il futuro e dicevamo: “Pensa alle ragazze che correranno fra vent’anni: grazie ai nostri sacrifici staranno meglio”. Bugia, bugia colossale. Non è cambiato molto e talvolta il cambiamento è stato in negativo. Noi a fine gara parlavamo, stavamo assieme. La costruzione del ricordo era diversa, il rapporto è rimasto: si parla di maternità, famiglia, quotidianità. Oggi si isolano con la tecnologia. Talvolta non conoscono bene nemmeno la compagna di camera. Non va bene. La società non è interessata. Nessuno sa la nostra storia. La storia di atlete come Imelda Chiappa, come Roberta Bonanomi. Siamo dei fantasmi. I tifosi, parte della stampa ma anche le stesse ragazze che corrono oggi. Studino anche loro».

Elisa Longo Borghini. ©Geof Sheppard, Wikipedia Commons

Del movimento odierno stima Annemiek van Vleuten – «un’atleta incredibile» -, Anna van der Breggen, Elisa Longo Borghini, che «meriterebbe davvero una maglia iridata», e Letizia Paternoster. «Letizia è giovane. Molto promettente, ma giovane. Ha raggiunto molti risultati, ma dovrà raggiungerne tanti altri. Non bruciamola. Le pressioni esasperate fanno soffrire e spesso sono la prima causa del calo di risultati, basti vedere Fabio Aru. Lasciamo che i giovani si costruiscano la loro strada con calma e poi vedremo. Io ho iniziato ad amare il ciclismo e ad oggi non lo cambierei per nessuno sport al mondo proprio quando mi sono tolta le pressioni di dosso. Quando ho visto la bicicletta come un mezzo per crescere, per stare bene, per seguire la mia vocazione. Insegniamo questo ai ragazzi e alle ragazze».

In una realtà che bada al solo giudizio altrui trascurando, troppo spesso, l’analisi introspettiva, Edita Pučinskaitė è un’eccezione. «Non mi sono mai rivolta ad una psicologa. Ne avrei avuto bisogno per superare tante paure: dal buttarsi in discesa in curva, all’imparare cosa significasse consapevolezza. Nel ciclismo, ma anche nella vita, il sostegno psicologico serve. Oggi le ragazze hanno qualche appoggio: ai miei tempi, invece, per nulla. Devo ringraziare mio marito: lui ha creduto in me oltre ogni mia aspettativa. Io mi consideravo un’atleta discreta. Lui, sportivo, mi ha convinto del mio valore. Mi ha sempre detto di credere alla possibilità di gareggiare per tutto ciò che trovavo sulla mia strada. Perché i test dicevano che avrei potuto. Ma non solo, perché non conta tanto il risultato che ottieni, ma la capacità di durare nel tempo, di dare il giusto valore alla persona che sei. Per questo ci si batte».

 

 

Foto in evidenza: ©Tuscany Ride A Bike

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/