La paura dura un attimo: intervista a Maximiliano Richeze

Una chiacchierata con Maximiliano Richeze, uno dei corridori più stimati del gruppo.

 

 

«Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi», disse una volta Jorge Valdano. Come Riquelme e Valdano, anche Maximiliano Richeze è argentino. E come ogni argentino, è piuttosto sensibile agli avvenimenti calcistici: tifa Boca Juniors, mette Riquelme sopra tutti gli altri e Martín Palermo, che del Boca Juniors è il miglior marcatore di sempre, subito dietro. Tuttavia, facendo un mestiere diverso da quelle di Riquelme, Richeze non può permettersi di scegliere nessuna tortuosa strada panoramica.

Richeze è un lanciatore di volate, un pesce pilota, un ultimo uomo; vale a dire un corridore piuttosto veloce, un velocista di secondo piano, che sacrifica la gloria personale sull’altare della longevità. «Arrivai alla Lampre nel 2013. Ormai avevo trent’anni e potevo garantire soltanto qualche vittoria. Sarebbero state comunque troppo poche, per un velocista. Un velocista, un vero sprinter di razza, ha bisogno invece di vincere tanto. Mi suggerirono di reinventarmi, facendomi notare che se ci fossi riuscito avrei allungato la mia carriera e la mia permanenza nel World Tour: avrei avuto un carico di pressioni minore e nessuna vittoria da promettere. Avevano ragione».

©Sidi Sport, Twitter

I velocisti che si sono affidati all’esperienza e al colpo d’occhio di Richeze sono quattro: Modolo («il primo, il capitano col quale ho iniziato»), Kittelimbattibile in pianura, ma bastava una salita perché si perdesse»), Gaviria («il più forte») e Vivianiil corridore che mi ha insegnato di più: è meticoloso, ambizioso, professionale»). Altro che strade panoramiche: Richeze deve impostare la traiettoria migliore – spesso la più breve -, deve calcolare il momento giusto, deve trovare il pertugio prima di chiunque altro e gettarvisi senza pensare alle conseguenze. «È una questione di velocità, di adrenalina, della linea d’arrivo che si avvicina». E di fiducia, aggiungo io: un elemento imprescindibile, quando si pedala a sessanta all’ora ad un palmo di distanza dalla ruota che precede.

Evidentemente, fidarsi di Richeze dev’essere piuttosto semplice: è esperto, scaltro, devoto. Ed è molto veloce, dettaglio che in molti, erroneamente, tendono a dimenticare, quando si parla di un gregario. Non ci si sofferma mai abbastanza sul talento dei gregari: come se fossero buoni soltanto a patire, a professarsi umili, a rifornire i compagni di squadra. E invece, oggi più di ieri, succede che il livello sempre più alto raggiunto dal ciclismo obblighi degli ottimi corridori a reinventarsi per non soccombere, per non retrocedere. Richeze è uno di questi: troppo forte per essere un rattoppatore di fughe e troppo debole per diventare un velocista di riferimento, uno di quelli intorno ai quali vengono allestite intere squadre.

©Georges Ménager, Flickr

Richeze è il campione argentino in carica e nel 2019 ha vinto la medaglia d’oro nella prova in linea dei Giochi Panamericani. Nel 2018, ad esempio, vinse soltanto due volte, ma che vittorie: la quarta tappa della Vuelta a San Juan davanti a Nizzolo e la prima del Giro di Turchia davanti a Bennett. Nel 2016, a trentatré anni, vinse la quarta tappa del Giro di Svizzera davanti a Gaviria e Sagan per poi aggiudicarsi, pochi giorni più tardi, la classifica a punti della corsa. Nel palmarès di Richeze risultano addirittura due vittorie di tappa al Giro d’Italia 2007: Riese Pio X e Milano, diciottesima e ventunesima frazione, ovvero due delle cinque gioie che vennero negate a Petacchi in seguito all’affaire Ventolin. Alla Vuelta a España 2019, praticamente qualche mese fa, fu secondo sul traguardo di Oviedo, l’unico corridore che uno straripante Bennett non riuscì a umiliare. Da giovane, da quanto era esplosiva la sua uscita dai blocchi, Mario Sabato di ESPN lo soprannominò inequivocabilmente “el atomico”.

Vero è che Richeze non poteva che diventare un velocista. «Tra l’Italia e l’Argentina ci sono quattro ore di differenza, per via del fuso orario. Ecco, io ricordo precisamente che scappavo da scuola per tornare a casa e vedere le volate di Cipollini. Un grande, quando vinceva e anche quando esagerava. Ha cambiato il ciclismo e la percezione del pubblico nei confronti dei velocisti». Quando gli chiedo di allenamenti e sicurezza stradale, accenna una risata: «Vivo in centro a Buenos Aires, milioni di abitanti e tantissime autostrade: credo basti questo», e ha ragione.

Ecco un altro vincolo che lo ha quasi costretto alle volate: l’assenza di salite intorno alla città. «Adesso mi sposto verso San Juan e rimedio, ma quand’ero giovane non potevo farlo. Pedalavo tantissimo in pista, invece. È lì che conobbi Mirko Rossato. All’epoca un extraeuropeo poteva venire in Europa soltanto al terzo anno di dilettantismo: quando arrivò il mio turno, lo contattai e venni in Italia. Un altro mondo, specialmente nel ciclismo, uno sport che in Argentina era poco conosciuto. Feci tanta fatica, all’inizio, specialmente in salita: mi sembrava di aver ricominciare da capo, come se non sapessi pedalare e fossi un ragazzino alle prime armi».

©Vuelta a San Juan OK, Twitter

Dopo le due vittorie a tavolino dell’anno prima, Richeze voleva dimostrare di poterne conquistare almeno una sulle strade del Giro d’Italia 2008. Nelle settimane che precedevano la corsa vinse tre volte, ma proprio alla vigilia dell’appuntamento più importante venne disarcionato: positivo dopo il successo nella quinta tappa del Circuit Cycliste Sarthe, l’undici aprile. La sostanza è lo stanozololo, la stessa che costò a Ben Johnson l’oro olimpico nei cento metri alle Olimpiadi di Seul nel 1988. Quando gli ricordo l’accaduto, Richeze non si scompone e risponde con la serenità di chi non ha mai avuto niente da nascondere. «All’inizio stavo malissimo, tant’è che non riuscivo a dormire. Ero sicuro di non aver sbagliato, di non aver provato a fare il furbo. Quando l’UCI capì che quella sostanza si trovava in dei normalissimi integratori americani, mi tranquillizzai. Pensavo che il malinteso fosse risolto». Pensava male, povero Richeze.

«Tornai a correre verso la fine della stagione. Poi mi dettero due anni di squalifica, come se tutto quello che era stato detto nei mesi precedenti non valesse più nulla». Tolte le corse, a Richeze rimaneva soltanto la bicicletta. «Ero pieno di rabbia e pedalare era l’unico modo che conoscevo per sfogarla. Ogni tanto mi capita di ripensare a quel periodo, agli allenamenti che facevo: talmente duri e lunghi che mi chiedo, ancora oggi, cos’avessi in testa all’epoca. Vere e proprie simulazioni di gara, non scherzo. Mi allenavo molto più di adesso». Al ritorno, nel 2011, dovette accontentarsi della D’Angelo Antenucci-Nippo Corporation, diventata Team Nippo nel 2012.

Richeze non si dilunga molto su questo periodo della sua vita: si limita a dirmi che l’ambiente era meno professionale ma forse più umano, più leggero, più familiare. Ma non era il suo, poco da fare. «Nel 2012 vinsi sedici volte, ma erano prove di secondo piano, non lo nascondo. Di lì a breve firmai con la Lampre, ritornando così nel World Tour. Ma i dirigenti furono chiari: più che per le mie qualità, mi avevano preso perché avevo accumulato un punteggio alto nel circuito asiatico e a loro, quei punti, facevano comodo».

©InfoBiker, Twitter

Da allora sono passati sette anni. Più gioie che dolori, considerando che gli ultimi quattro Richeze li ha vissuti nella Quick Step. Da quest’anno, invece, correrà con la UAE-Team Emirates; d’altronde, le pressioni di Gaviria erano diventate insostenibili. «L’ho conosciuto alla Quick Step e in un primo momento ci siamo avvicinati soltanto perché entrambi sudamericani. Per fare gruppo, per sentirsi un po’ meno soli, per parlare più o meno la stessa lingua». Dopodiché sono nate, nell’ordine, un’amicizia ferrea e un rapporto di lavoro proficuo.

«Nonostante lui sia di undici anni più giovane di me, gli devo tantissimo. Quel pizzico di notorietà che ho guadagnato deriva soprattutto dai suoi successi: un lavoro di squadra, certo, però finalizzato alla perfezione da lui. Di notorietà, comunque, ne ho guadagnata pochissima: a San Juan mi riconoscono perché è la regione ciclistica dell’Argentina, ma a Buenos Aires non mi riconoscerebbe nemmeno il mio vicino di casa. E dire che anche i miei tre fratelli – Roberto, Mauro e Ádrian – sono diventati ciclisti professionisti». Rilanciare Gaviria sarà stimolante, ma di certo non semplice: Richeze lo sa molto bene. «Come tutti i sudamericani, anche lui ha fatto fatica ad ambientarsi e a fidarsi di persone sconosciute. Quest’anno ritornerà il Gaviria che tutti conosciamo».

Eppure, nel 2014, Maximiliano Richeze accarezzava l’idea del ritiro. Nacque Rebecca, sua figlia, e con lei la paura per le volate. Richeze cominciò a tirare i freni, a temere per la sua incolumità, a perdere di vista i risultati della squadra e dei suoi compagni. Solitamente, un velocista che tocca i freni in volata è arrivato al capolinea. «È quello che mi disse Giovanni Lombardi: se continui così devi smettere, non è più il caso; o decidi autonomamente oppure sarai costretto a ritirarti perché nessuna squadra si fiderà più di te». Col tempo, sua moglie e Lombardi riuscirono nell’impresa di instillare di nuovo la fiducia e il piacere in un corpo che li aveva persi. Nel frattempo, Richeze ha ripensato al ritiro: a marzo compirà trentasette anni, si può capire. Vorrebbe lavorare nel mondo del ciclismo argentino, vorrebbe insegnare ai ragazzi del suo paese quello che lui ha avuto la fortuna e il merito di apprendere in Europa. Prima, però, c’è ancora qualche dorsale da spillare.

©Maximiliano Richeze, Twitter

«Almeno due: la Milano-Sanremo, la classica dei velocisti, e una tappa al Tour de France. La prima non posso vincerla io, ma Gaviria sì: l’ha già sfiorata, è sempre stato sfortunato. Ho sentito che una parte del percorso potrebbe saltare: mi auguro non aggiungano altre salite. Per vincere una tappa al Tour de France, invece, sono ancora in tempo, ma per ora rimane quello che è sempre stato: un sogno». Sono curioso di sapere se le volate gli fanno ancora paura: mi risponde di sì, ma cerca di non pensarci più di tanto. «È solo un attimo», aggiunge. Un attimo, quello della paura, che non va respinto né evitato, bensì attraversato. Per riscoprirsi un po’ più grandi, un po’ più maturi, un po’ più resistenti: inaspettatamente vivi.

 

 

Foto in evidenza: ©Rouleur, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.