La quarantena del giornalismo sportivo: intervista a Francesco Caremani

L’Heysel, Alfredo Martini, il giornalismo sportivo: Francesco Caremani si racconta.

 

 

Avendo compiuto cinquant’anni il 30 novembre scorso, Francesco Caremani sta vivendo una parentesi nella quale i bilanci vengono piuttosto bene: sulla carta e sul digitale, sullo sport, sul passato e sul futuro della professione, sui traguardi raggiunti e su quelli da raggiungere. Cinquant’anni, penso io che ne ho la metà, mi sembrano un compromesso accettabile tra avanguardia e retroguardia, conservazione e innovazione, consapevolezza e incertezza. I cinquant’anni di Francesco Caremani, giornalista freelance che parla del mondo con la scusa dello sport, simboleggiano l’equilibrio tra il rispetto d’un passato da preservare e la necessità di svecchiare una professione che di rispetto per il passato rischia di soffocare.

Partirei da uno degli ultimi spunti, Francesco. Cosa significa essere un giornalista freelance nell’Italia del 2020?

Un giornalista che vuole definirsi tale, che sia freelance o meno, non può prescindere da questi tre doveri: conoscere a fondo l’argomento che sta trattando o la materia di cui si occupa abitualmente; conoscere l’italiano, tanto nel parlato quanto nello scritto; e saper scrivere bene, affinché al lettore arrivi un messaggio il più giusto e coinvolgente possibile. Detto questo, dal mio punto di vista ci sono altri due aspetti che ai giorni nostri rivestono un’importanza ancora più decisiva: la capacità di utilizzare le diverse piattaforme che compongono il sistema mediatico e l’intuito nel trovare una nicchia nella quale specializzarsi. Ovviamente del giornalismo sarebbe bene conoscere anche il mercato: come sta evolvendo il mestiere, quanti e quali sbocchi professionali ci sono, chi lavora in un certo modo e chi in un altro. Prima o poi ogni giovane che vuole diventare un giornalista deve confrontarsi con la realtà dei fatti, quindi conviene sbatterci la testa il prima possibile e non farsi trovare impreparati. Rispetto al passato, e poi chiudo, un giornalista contemporaneo non può evitare il confronto diretto coi lettori e con gli utenti dei social network: se prima il giornalista viveva sul pero, adesso si è trovato costretto a scendere e a relazionarsi col pubblico. Ti dirò, i social network mi hanno insegnato proprio questo: a ridurre al minimo la permalosità, a lasciar correre un po’ più spesso, a sostituire la sfuriata col dialogo.

Perché un giornalista sceglie questa strada, secondo te?

Non posso parlare per gli altri, ma ti racconto volentieri la mia storia. La faccio breve: nell’aprile del 2002 nasce mia figlia e dopo due mesi appena, a giugno, mi dimetto da Calcio 2000 perché non mi sentivo libero di scrivere secondo le mie inclinazioni e i miei ritmi. È una decisione maturata all’improvviso, anche con un po’ di follia e incoscienza, diciamolo pure. Infatti, in breve tempo, mi resi conto che non avevo ben chiaro quello che stavo facendo. Ho imparato col tempo, con l’esperienza, con gli errori. Alla fine dal 2002 sono passati diciotto anni, il numero di collaborazioni avviate e terminate non può che essere alto. È chiaro, la quotidianità cambia radicalmente: devi occuparti dell’aspetto economico della faccenda, devi organizzare la tua giornata, devi aggiornare costantemente le tue competenze, devi imparare a conoscere il giornalista che funge da tramite tra i tuoi pezzi e la redazione. Dall’altro lato, invece, a guadagnarci è la libertà di cui uno gode. Ogni mattina, quando mi alzo, devo pensare a cosa proporre alle diverse testate con le quali collaboro: è esigente, si capisce, ma allo stesso tempo è stimolante. È una bella sensazione, insomma. Essendo abituato a pensare in questo modo, paradossalmente vado in difficoltà quando mi viene assegnato un pezzo preciso. È un pungolo che ti spinge ad essere sempre sul pezzo, a guardarti intorno, a cercare la storia più originale. È vero anche che ci sono diverse questioni spinose. Il giornalista freelance, non essendo il dipendente a tempo pieno di un giornale, è meno tutelato sotto tanti punti di vista; e a differenza dell’estero, dove il freelance viene pagato di più proprio perché non ha un contratto stabile, in Italia si viene pagati meno rispetto a chi lavora quotidianamente in una redazione.

Il Manifesto, Avvenire, L’Unità, Il Riformista, Guerin Sportivo, Tuttosport, Il Foglio: questi sono solo alcuni dei giornali coi quali hai collaborato o collabori tuttora. Cosa ti hanno insegnato queste esperienze?

Ho portato via qualcosa da ognuna di esse: osservavo e ascoltavo i più bravi, li leggevo, mi ponevo tante domande. Più in generale posso dire d’aver imparato a prendere lo sport per quello che, almeno secondo me, rappresenta: una lente d’ingrandimento sul mondo e sulla società in cui viviamo. Non soltanto, quindi, la prestazione, il risultato e i protagonisti, ma anche le implicazioni sociali ed economiche. Lo sport mi permette di coniugare tutto questo, insomma. Senza dimenticare l’aspetto storico, essendo io appassionato sia delle storie sportive sia della storia intesa come disciplina.

A proposito di studi e passioni, Francesco: tu sei laureato in Scienze Politiche, un traguardo che ci riporta indietro agli inizi della tua carriera giornalista. Quand’è che ti sei avvicinato allo sport e al giornalismo?

Fin da subito, tant’è che non ho mai dovuto chiedere a me stesso cosa volessi fare da grande: lo sapevo già, ce l’avevo dentro, non c’era bisogno di ulteriori domande. Recentemente ho ritrovato alcuni quaderni delle elementari che lo testimoniano: alla domenica andavo a vedere la partita e il giorno dopo, quando a scuola ci chiedevano di raccontare il nostro fine settimana, io mettevo in scena quello che avevo visto con parole e disegni. Praticamente furono i miei primi reportage, per così dire, anche se i disegni erano quel che erano perché disegnare non mi è mai riuscito. L’unico momento complicato fu la scelta dell’Università. Siccome mio padre era un medico, allora scelsi Medicina, ma alla fine del primo anno non ne potevo più: non era quello che volevo fare. Dopo diverse discussioni con mio padre, presi coraggio e mi iscrissi a Scienze Politiche, dato che all’epoca le scuole di giornalismo e Scienze della Comunicazione ancora non c’erano. Scelsi l’indirizzo storico, la storia mi piaceva allora e mi piace tutt’oggi. Poi entrai alla Gazzetta di Arezzo e piano piano presi il via. La data che mi è rimasta impressa è il 19 marzo 1994, per me la mia carriera giornalistica è iniziata quel giorno, quando iniziai a lavorare al Corriere di Arezzo.

©ArezzoWeb.it

Non mi hai ancora detto quasi niente dello sport, però.

Anche quello c’è sempre stato, anzi, forse la passione per il giornalismo è nata grazie alla passione per lo sport. Il calciatore per il quale stravedevo era Dino Zoff, infatti il primo libro sportivo che lessi era una sua biografia e se non ricordo male lo comprai in un autogrill. L’altro sportivo che ammiravo era Francesco Moser, anche se nella mia zona, l’aretino, c’erano gli stabilimenti della Del Tongo e per l’appunto era pieno di saronniani. Un’altra figura fondamentale dei miei inizi è stata Roberto Beccantini, un giornalista che leggevo e ascoltavo molto volentieri e che mi ha insegnato forse la cosa più importante: l’imparzialità e la professionalità. Nonostante tifasse la Juventus e lavorasse per giornali di proprietà della famiglia Agnelli, non ha mai risparmiato niente a nessuno. È stato coraggioso e il suo esempio mi accompagna da allora.

Come sta il giornalismo sportivo italiano secondo un giornalista sportivo italiano?

Non molto bene, direi. Si vive d’istanti, c’è troppa fretta, e invece per capire e mettere in fila quello che succede ci vogliono tempo e voglia d’approfondire. Un problema di qualità, insomma, di non-notizie che vengono spacciate non soltanto come notizie, ma come notizie fondamentali e sconvolgenti. Prendi le ultime settimane: è tutto fermo, il mondo si è ritrovato sconquassato dall’oggi al domani, lo sport ha scoperto le sue fragilità e le testate più autorevoli cosa fanno? Scrivono che Cristiano Ronaldo rischia il contagio perché a venti chilometri dalla sua villa di Madeira è stato rilevato un focolaio. Nulla di nuovo, s’intende: la norma sono i selfie, le mogli dei calciatori, i video delle loro famiglie che giocano in casa, al mare o in piscina. Questo è gossip, non è giornalismo sportivo. Invece di provare a cambiare, gran parte dell’editoria italiana continua ad arrabattarsi con quello che c’è rimasto: ma cosa c’è rimasto, ancora? E per quanto continuerà ad esserci, questo poco? Per inciso, è stato dimostrato che il clickbait nel lungo periodo non funziona: quindi, oltre ad essere un’idea meschina di giornalismo, è anche un progetto destinato a morire. Soltanto la qualità dura nel tempo. E poi, a maggior ragione per uno come me che è cresciuto leggendo e ascoltando Beccantini, l’altro grande problema del giornalismo italiano è la faziosità. Mi rendo conto che essere imparziali sia complicato, forse impossibile: ma un giornalista ha il dovere di provarci e di avvicinarcisi il più possibile. Si tifa dal divano di casa, non quando si lavora. Ci sono alcuni giornalisti che non hanno represso il loro attaccamento a una certa squadra e continuano a lavorare molto bene: tanto di cappello, bisogna riconoscerlo, ma sono una minoranza. La maggioranza, purtroppo, urla, tifa, salta e scalcia. Intendiamoci, in molti a comportarsi così ci guadagnano, il loro atteggiamento non è casuale. Una linea sdoganata in tutto e per tutto, se è vero che molti salotti televisivi e pseudo giornalistici cercano proprio il giornalista-tifoso. Dal mio punto di vista è inaccettabile: chi si comporta così non è né credibile né autorevole, subordina persino la sua reputazione al tifo e a una gloria di plastica.

Scatti dall’Heysel. ©Giornale La Voce

Forse va meglio nell’editoria sportiva, un altro settore che conosci piuttosto bene avendo scritto diversi libri.

Il fermento c’è, è innegabile. Tuttavia, al di là delle enormi difficoltà attuali legate al periodo eccezionale che stiamo attraversando, c’è un’altra questione centrale che continua ad essere aggirata: la quantità di libri che vengono pubblicati e le storie che vi si raccontano. A molti non farà piacere sentirselo dire, ma la mia impressione è che si stia continuando a scrivere tantissimo su argomenti già conosciuti, approfonditi, raccontati e divulgati. L’idea dev’essere originale, altrimenti si accatastano libri su libri che non leggerà mai nessuno, che non hanno niente di nuovo da dire, che ripetono quello che già si sapeva. Scrivere un libro è un sogno di molti, lo capisco bene, ma lavorare in questo modo, oltre che insensato, è deleterio. Che senso ha, mi domando, continuare a parlare di Coppi e Bartali se non si aggiunge nulla rispetto ai lavori degli ultimi decenni? O approfondisci il tema, o ti concentri su un aspetto inedito della vita di un personaggio già conosciuto, altrimenti conviene avere un’idea generale. Pubblicare dei libri che riciclano quanto è stato detto in precedenza non è necessario né importante.

Quanto è stato importante, per te, parlare dell’Heysel? Probabilmente si tratta del tuo libro più conosciuto, mi permetto di aggiungere anche quello più sentito.

Sì, senz’altro, un libro di sofferenza personale e professionale. Sulla storia dell’Heysel non mi soffermo, sia perché ci vorrebbe troppo tempo sia perché comunque è abbastanza conosciuta. La sofferenza e la complessità del lavoro è stata mitigata dalle soddisfazioni professionali che sono arrivate. Con un pezzo uscito nel 2015 su Il Foglio, ad esempio, sono arrivato terzo agli Sport Media Pearl Awards, gli Oscar del giornalismo sportivo mondiale, nella categoria Writing Best Column. Erano presenti anche giornalisti del The Guardian e de L’Équipe, mentre io sono un giornalista che vive ad Arezzo e il pezzo era uscito su Il Foglio. Eppure, ad essere sincero, la mia carriera non ha c’ha guadagnato, bensì rimesso. Ho messo in fila gli errori, le incompetenze, le mancanze, le responsabilità e le fragilità delle istituzioni europee: non potevo non aspettarmi delle ripercussioni. Il pubblico ti premia, per così dire, ed è un riconoscimento impareggiabile, ma per tante altre persone sei un rompiscatole. Ogni presentazione è una sfida, non tutti ti vogliono. Resta comunque il mio libro più importante, quello a cui sono più legato.

Senza nulla togliere ad Alfredo Martini, un altro grande personaggio con cui hai avuto la possibilità di lavorare e di scrivere un libro.

Non potrei mai dimenticarmi di Alfredo. Era un fuoriclasse: intelligente, appassionato, umile, competente. Non l’ho mai sentito né invidioso né presuntuoso, aveva delle qualità umane straordinarie. Dell’esperienza fatta insieme posso soltanto dire che è stata magnifica. Andavo a casa sua, a Sesto Fiorentino, e una volta entrati nel suo studio avevo il privilegio di assistere alla sua quotidianità: spediva fax, si appuntava qualcosa su un foglio di carta, chiamava e riceveva chiamate in continuazione. Quando lo salutavo e uscivo di casa, mi sembra ieri, mi diceva sempre di chiamarlo non appena arrivavo ad Arezzo, almeno era più tranquillo. Da un punto di vista strettamente tecnico, stiamo parlando del padre del ciclismo italiano, quindi il lavoro non poteva venire male. C’è tutto, è una laurea in ciclismo: le storie, i retroscena, la memoria, le vittorie e le sconfitte, la psicologia del corridore, i gregari e i campioni. Fatta eccezione per il tema, l’altra grande differenza tra il libro sull’Heysel e quello su Alfredo Martini è che il primo l’ho scritto, mentre il secondo l’ho curato. A parlare è lui, insomma. Tuttavia, anche in questo caso il mio lavoro ha suscitato del malumore. Quando Alfredo disse che il libro più bello sulla sua vita e sulla sua carriera era il mio, quello di un giornalista che si occupava perlopiù di calcio e che nel ciclismo aveva fatto soltanto un’incursione, altri giornalisti del settore non la presero bene. Nulla di esagerato, intendiamoci, però qualche frizione c’è stata. Forse, a rileggerlo a qualche anno di distanza, una mancanza c’è.

©Casentino Più

A cosa ti riferisci, Francesco?

Al doping, di cui Alfredo non fa mai menzione in tutto il libro. Sai, io di doping mi ero già occupato per L’Unità, quindi sapevo di cosa si parlava e non mi sarei certo scandalizzato. Però lui decise così e io non potevo certo oppormi: se questa era la sua volontà, io l’avrei rispettata. Il titolo, “Ciclismo brava gente”, riassume alla perfezione la visione che Alfredo aveva del ciclismo: uno sport duro e semplice, fatto da brava gente per la brava gente, dove la fatica e l’impegno vengono prima di tutto. L’ho sempre detto, se fosse stato il commissario tecnico della nazionale di calcio gli avrebbero intitolato strade, piazze e scuole, costruito statue e lo avrebbero fatto senatore a vita. Il libro è una sorta di testamento, lascia un’eredità inestimabile. Aver contribuito alla stesura rimane un onore, uno dei riconoscimenti più importanti della mia carriera. Quando ci penso mi tremano i polsi.

Per il prosieguo della tua carriera, Francesco, sarà fondamentale indovinare il futuro della professione. In che direzione sta andando il giornalismo italiano?

Bella domanda, proviamo a mettere un po’ d’ordine. Parto dalla carta, visto che collaboro con diversi quotidiani italiani. Non è detto che la carta scompaia del tutto. Certo, da questo periodo anomalo uscirà ancora più ridimensionata, ma secondo me può rimanere a galla. A patto che venga ripensato il sistema, si capisce. Faccio un esempio: se le edicole chiudono, bisognerebbe trovare un altro modo per distribuire i giornali. Nelle ultime settimane l’Italia sembra aver scoperto la consegna dei giornali porta a porta, nella cassetta della posta. Ora, non dico che questo passaggio salverebbe il giornalismo cartaceo italiano, però dimostra che allora ci sono altre strade più o meno percorribili che vengono in mente anche a noi. La mia domanda è: c’era bisogno di una crisi del genere per guardarsi intorno? In teoria i cambiamenti andrebbero portati avanti nei momenti di pace, così da sopravvivere meglio quando sopraggiunge un qualsiasi momento di difficoltà. Nei periodi più complicati le fragilità emergono in un attimo e rimettono in discussione tutto. Poi c’è il discorso della rivoluzione digitale, fortemente osteggiata dagli editori italiani che promuovono politiche finanziarie e non economiche. Non c’è lungimiranza, talvolta manca anche la competenza: l’importante è riempirsi la pancia oggi, tutto e subito è quel che conta. E infatti, conseguenza prevedibile, gli editori italiani si stanno muovendo malissimo: mancano i soldi e hanno paura, sentono che andrà sempre peggio. Il paragone con l’estero è imbarazzante: il digital divide che noi scontiamo non è quello infrastrutturale.

Qual è, Francesco?

Quello culturale. In Italia non c’è cultura digitale: non si è più disposti a pagare per le notizie, ci si accontenta di quello che si trova in giro, ci sono ancora le crociate contro gli e-book. Lo riscontro ogni giorno, dato che dirigo una collana di soli e-book. L’impoverimento culturale degli ultimi decenni e una rivoluzione volutamente osteggiata hanno portato a questo: ad accontentarsi di un giornalismo da quattro soldi, a disaffezionarsi alle notizie e all’approfondimento. Chi non leggeva più i quotidiani cartacei si è ritrovato a leggere le notizie sul sito di quei quotidiani che aveva smesso di comprare soltanto poco tempo prima. E le testate più autorevoli e rinomate sono quelle che hanno più colpe, per inciso. Quelle poche realtà italiane interessanti che esistono non appartengono al mainstream, questo la dice lunga sullo stato del giornalismo italiano. L’esempio di The Atlantic, noto mensile americano, è emblematico: qualche settimana fa ha reso disponibili gratuitamente tutti i suoi contenuti digitali e il pubblico lo ha ripagato con trentaseimila abbonamenti. Trentaseimila persone che avrebbero potuto usufruire gratuitamente di quegli articoli hanno deciso di abbonarsi: forse per premiarli, forse per ringraziarli, forse perché si è capito che l’approfondimento richiede tempo e denaro. Non lo so, fatto sta che è successo. E in Italia, mi domando io da giorni, cosa sarebbe successo in una situazione del genere?

Il giornalismo non è morto e probabilmente non morirà mai, ma perché si ha la sensazione che sia più morto che vivo?

Perché all’avanguardia si preferisce la retroguardia. Ad essere morto non è il giornalismo, ma l’idea italiana di giornalismo: contratti faraonici, redazioni sterminate, baroni e salotti. Quel giornalismo è morto e non è nemmeno detto che sia un male. Nel bene e nel male, la rivoluzione digitale ha scompaginato le carte in tavola e ha imposto un cambiamento che non può più essere rimandato. Bisogna parlarne, bisogna affrontarlo, ne va del futuro della professione. Non si può dare la colpa agli italiani che non leggono se dall’altra parte c’è un giornalista che non ascolta, che non sa scrivere, che non sa nemmeno di cosa parla e s’accontenta di fare il tifoso e di arrivare a sera. È un atteggiamento troppo comodo e da ora in avanti non attacca più. Sono convinto che sulla rete ci sia spazio per tutti, specialmente per chi vuole fare un bel lavoro. Quello del giornalismo è un mondo complesso e talvolta spietato, ma non mi piace che passi solo questo: fare il giornalista non significa soltanto imparare a sgomitare.

 

 

Foto in evidenza: ©Uffici Stampa Egv, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.