La vittoria delle gambe nere: intervista a Riccardo Magrini

Riccardo Magrini racconta il personaggio, la carriera e le vittorie.

 

 

Riccardo Magrini è innanzitutto un personaggio. In qualsiasi veste lo si prenda. Quasi fosse un attore della commedia dell’arte che ha dato la sua grande umanità a tante maschere. Non maschere che nascondono, ma maschere che rivelano le sue varie personalità. Per prima quella del corridore, con cui si guadagnò i soprannomi di “Comico del Giro” e di Jerry Lewis, per il suo modo scanzonato di stare in gruppo e per le imitazioni che faceva, tra cui quella del famosissimo caratterista americano.

Poi indossò quella del direttore sportivo, carriera che interruppe, mantenendola per sei anni come secondo lavoro alla testa di una formazione di juniores, per poi riprenderla ad alto livello guidando tra gli altri nientemeno che Pantani  e Cipollini.

Ora sfoggia quella di voce tecnica del ciclismo su Eurosport, di cui è commentatore dal 2005, e dove ha instaurato un dialogo con l’ascoltatore facendolo sentire parte di un club esclusivo, dotato di un suo linguaggio. Lo definii tempo fa “Magrinese” quando mi venne l’idea, poi abbandonata, di lavorare a un triplo vocabolario per tradurlo in “Belliese”, lingua dell’altro commentatore tecnico di Eurosport, Wladimir Belli, anche lui dotato di termini personali per descrivere le situazioni di corsa, e ovviamente italiano. “Fagianata”, il tentativo individuale di uscire dal gruppo e fatto poco alla volta senza uno scatto secco per non farsi troppo notare; “miciola”, cioè la crisi irreversibile che colpisce un corridore all’improvviso quando è nel pieno dello sforzo; “Veglione del Tritello”, che si verifica quando la corsa esplode su una grande salita e i corridori sono sparsi lungo il percorso in decine di gruppetti diversi: tutti questi sono termini ormai di uso comune tra gli appassionati. Insieme a tanti altri neologismi sempre influenzati dall’idioma della sua Montecatini.

Riccardo Magrini ha portato e porta anche altre maschere diciamo minori: quella di gentleman driver nel mondo delle corse al trotto, sua altra grande passione i cavalli; quella di cantante quando si esibisce in manifestazioni di beneficenza come il Festival della Canzone Sportiva che ha vinto un anno fa ad Andora con “Una carezza in un pugno” di Adriano Celentano.

Il Riccardo Magrini  che conoscono i più giovani è il commentatore di Eurosport: se lo sono trovati così dentro la televisione o in streaming. Noi, però, avendolo a disposizione per un’intera ora per un’intervista telefonica, abbiamo voluto approfondire il periodo in cui era corridore, negli anni in cui faceva parte del gruppo. Chi scrive ha undici anni in meno di Riccardo, dunque seguiva già le corse tra il 1977 e il 1986, quando lui era professionista.

Per intervistare Riccardo Magrini non occorrono domande. Bisogna solo lasciare che la conversazione faccia il suo corso. Del resto la commedia dell’arte, prima dell’avvento di Carlo Goldoni, era pura improvvisazione attorno a un canovaccio.

Insieme a Luca Gregorio, il collega delle lunghe dirette ciclistiche. ©Luca Gregorio, Twitter

Riccardo, iniziamo dal principio e torniamo con la memoria ai primi momenti in cui hai deciso di fare il corridore.

 In realtà io non ho deciso, è stata più la causalità a decidere. Da ragazzo ero un buon mezzofondista nell’atletica leggera. Avevo vinto due gare sui mille metri con buoni tempi: 2’57”, che mi veniva indicato come buono, dunque non pensavo a fare il corridore. Successe però che chiesi un motorino come premio per una promozione scolastica, ma i miei non ne volevano sapere. Allora gli dissi di regalarmi almeno una bicicletta e con settantamila lire me ne comprarono una da corsa. Siamo nel 1970, avevo sedici anni e un cugino che faceva il cicloamatore. Che era un fatto raro all’epoca, quando la bicicletta era ancora più che altro un semplice mezzo di locomozione. Uscii con lui per la prima volta e al ritorno mi disse che gli pareva andassi proprio forte, convincendomi a provare ad esordire tra gli allievi.

Era tutto programmato per le ultime gare della stagione. Io all’epoca frequentavo l’Istituto Alberghiero a Montecatini e quell’estate lavorai, per quello che oggi si definirebbe uno stage, come commissioniere all’Hotel Croce di Malta, sempre a Montecatini. Nelle due ore di pausa mi allenavo. Per evitare di lasciare incustodita la bicicletta fuori dall’albergo la lasciavo a casa e mi muovevo per raggiungere il lavoro con un vecchio motorino scalcagnato che mi prestava un collega. Un giorno, era il 7 settembre, nel chilometro e mezzo del tragitto presi una buca e mi spaccai tutto. Dunque non potei disputare le poche gare, tre, che restavano nel calendario degli allievi del primo anno in Toscana.

Dovetti restare col braccio ingessato per centoventi giorni. Insomma, la mia carriera rischiò di interrompersi prima di iniziare. A gennaio, però, venne Franco Mazzoncini, che ancora oggi fa correre i giovanissimi nella zona, e, mentre forse ancora non avevo tolto il gesso, mi chiese: “Allora bimbo, che si fa? Ritorni?“. Io nemmeno ci pensavo più a correre in bicicletta, ma accettai e fui tesserato per il 1971 nel Gruppo Sportivo Moschini Vianova, una frazione del comune di Pieve a Nievole, a due passi da Montecatini, e iniziai a correre da allievo del secondo anno.

Riccardo Magrini ospite a Radio Deejay. ©Radio Deejay

Tre anni dopo però eri già in Nazionale per i Mondiali dei dilettanti a Montreal nel 1974.

Ho bruciato le tappe. Vinsi la prima corsa già a settembre del 1971. A quei tempi c’erano dei signori corridori in Toscana: atleti come Cardelli, Barbugli, Bonamici. Il mio rivale storico divenne presto Alessandro Cardelli, che abitava a Vianova, dove stava la mia società, ma correva per la Cantagrillo, una squadra gloriosa che negli anni successivi svezzò corridori come Ballerini, Tafi, Bartoli.

Quando l’anno successivo passai dilettante di terza categoria, visto che la Moschini seguiva solo gli allievi, dovetti cambiare squadra. Solo che nel frattempo era nata una rivalità con Cardelli. Lui era molto forte, vinceva una dozzina di corse l’anno. Io, invece, a confronto ero niente. In casa mia, però, l’obiettivo era comunque sempre quello: battere Cardelli. A Vianova, dove io già correvo nella Moschini e dove Cardelli abitava, stava nascendo un’altra squadra sostenuta da un buon sponsor, la Mobilgiannoni, che era intenzionata ad allestire una formazione molto competitiva e ci voleva entrambi. Per me e i miei tifosi, però, correre insieme a Cardelli proprio non si poteva e dunque preferii andare al suo posto alla Cantagrillo. E ci arrivai proprio il primo anno in cui avevano stretto un accordo di sponsorizzazione con la Inoxpran, importante azienda bresciana.

Alla Cantagrillo-Inoxpran cambiai marcia: vinsi cinque corse e il Titolo italiano Uisp, mettendomi quasi alla pari con  Cardelli che ne vinse otto e Bargugli che se ne era aggiudicate  dieci. La mia caratteristica era quella di essere sempre battagliero, andavo spesso in fuga e feci anche molti piazzamenti. La rivalità con Cardelli crebbe molto. Raggiungemmo entrambi i fatidici ventuno punti che occorrevano allora per salire di categoria e per la stagione 1973  fummo promossi dilettanti di seconda.

La Cantagrillo predispose una squadra anche per correre anche a quel livello: eravamo in quattro, tra cui Daniele Tinchella, atleta già affermato che arrivò a vincere una tappa al Giro d’Italia nel 1976, e Stefano Tamberi. Io vinsi una corsa, e non era facile perché come politica del gruppo sportivo non ci si accontentava di fare gare qualunque, magari le più vicine a casa, ma si andavano a cercare le corse più belle e importanti. Come la Settimana Bergamasca, dove ti incontravi con corridori come Rosani, Algeri, lo stesso Baronchelli. Nel 1974 esplosi: feci una bella stagione e vinsi diverse corse che mi valsero la convocazione per i Mondiali. In Nazionale eravamo Vittorio Algeri, Giuseppe Rodella e Angelo Tosoni dell’Itla, che tra i dilettanti era uno squadrone, poi Gabriele Mirri della Fiat, io e Giuseppe Martinelli.

In quello stesso anno il meccanico dove andavo a sistemare la bicicletta, Fernando Morini, che era il meccanico della Magniflex, insisteva sulle mie qualità ogni volta che aveva occasione di incontrare patron Magni, e mi esaltò a tal punto che Franco Magni, prima della partenza per Montréal, mi fece firmare un precontratto. Andai a casa sua a Lido di Camaiore con mio padre e mio zio. Incontrammo, suoi ospiti, personaggi come Gösta Pettersson, uno dei quattro fratelli svedesi specialisti della cento chilometri a squadre, quell’anno in forza alla Magniflex, e lo storico fotografo Penazzo, con la moglie anch’essa svedese. Ci accordammo e firmai.

Ci fu però un inghippo: essendo io andato ai Mondiali e non avendo ancora ventuno anni, avevo bisogno della deroga, come quella che aveva avuto Baronchelli l’anno prima. Deroga che non mi fu concessa: avevo la qualifica di probabile olimpico, che comportava vantaggi ma anche molti oneri visto che sui “probabili olimpici” venivano fatti investimenti da parte delle Federazione, la quale non voleva perderli proprio appena prima dell’appuntamento a cinque cerchi.

Rimasi così dilettante, e dovetti scegliere se restare nella Cantagrillo o passare alla Fiorella, che stava allestendo una squadra di alto livello per prima e seconda serie in vista della stagione 1975. Ci furono parecchie polemiche: Cesare Facetti su Tuttosport fece un articolo micidiale nei miei confronti accusandomi di restare nei dilettanti per ricevere uno stipendio da nababbo. Che poi era anche vero, perché rimasi a trecentomila lire mensili che erano lo stesso ingaggio che avrei ottenuto da professionista, con la differenza che figurava come rimborso spese ed era dunque netto. Alberto Pagni, che era il presidente della Fiorella, mi prese e in squadra ritrovai il mio grande rivale Cardelli, ma stavolta accettai di correre con lui e diventammo, e ancora siamo, grandissimi amici.

C’era una volta Riccardo Magrini, corridore. ©The Flying Wheel

Due anni dopo, la Fiorella decise di fare il salto nel professionismo portandosi tutti i corridori che già aveva tesserati, Riccardo Magrini compreso.

Sì, andò così: nel 1975 avevo avuto  una grande stagione, vincendo cinque corse; il 1976 però non andò benissimo e non venni chiamato in Nazionale. Non potei dunque tornare a Montréal per le Olimpiadi. Poi arrivò la decisione del titolare della Fiorella di passare al professionismo con tutta la squadra per la stagione 1977. Fu un anno eccezionale perché furono ben due le squadre a fare questa scelta: noi e quell’Itla, che componeva per metà la Nazionale ai Mondiali del 1974.

Le prime corse da professionista furono in Spagna, a marzo.

Col direttore sportivo Piero Pieroni andammo a fare la Vuelta Levante, l’attuale Vuelta a la Comunidad Valenciana. Alla seconda tappa andai in fuga. Si andava da Benicasim a Calpe e a noi risultava, dichiarato dall’organizzazione sul road-book, un percorso di centottanta chilometri, e così, quando il contachilometri parziale dell’auto arrivò a segnare quella distanza, dall’ammiraglia iniziarono ad urlarmi che ormai avevo vinto, che mancava poco. Tra l’altro in fondo al rettilineo che stavamo percorrendo si vedeva uno striscione, e dunque fui ancora più convinto di essere al traguardo. Quando però raggiunsi quel punto lessi sulla “pancarta”, come si chiama lo striscione in spagnolo, “meta volante”: si trattava solo di un traguardo volante. La tappa in realtà era ben più lunga, a quei tempi le distanze venivano calcolate con grande approssimazione, e superava ampiamente i duecento chilometri. Mi raggiunsero. Poi però sul traguardo di Calpe vinse il nostro capitano, lo svedese Bernt Johansson, fresco campione olimpico a Montréal l’anno prima. Prese anche la maglia di leader e la tenne fino alla fine. L’esordiente Fiorella vinse anche la classifica a squadre. Al di là della mia beffa personale, fu un gran debutto per il team.

Successivamente tra i professionisti come andò? Che ricordi hai?

 A quei tempi, più che imparare il mestiere si cercava di rubarlo. Io sono sempre stato molto attento a ciò che mi dicevano i più anziani ed esperti. In quei primi anni Mauro Simonetti fu molto importante per tutti noi neoprofessionisti: arrivava dalla Sammontana e fu una sorta di chioccia. Mi disse fin da subito che la cosa principale che dovevo capire era quale fosse il mio ruolo nel mondo del professionismo. “Prima lo impari e meglio è”, diceva. E io apprezzai molto quei consigli. E cercai di ricordarli sempre.

Quando nel 1979, dopo due anni alla Fiorella, passai alla Inoxpran, fui compagno di camera di Giovanni Battaglin e iniziai a diventare uomo di fiducia del capitano. Mi aveva contattato nell’estate 1978 Angelo Prandelli dicendomi che, visto che avevo iniziato con loro la carriera dilettantistica ad alto livello, ora che stavano allestendo una formazione professionistica dovevo assolutamente farne parte. Non potei dire di no e rinunciai alla Magniflex, che pure mi aveva ricontattato dopo lo stop al mio passaggio con loro imposto dalla Federazione nel ’74.

Quel 1979 alla Inoxpran non fu un grande anno. Avevo un ottimo rapporto con Battaglin, ma con Boifava, che ora è mio grande amico, non c’era allora gran feeling, e così cambiai nuovamente e nel 1980 arrivai alla Magniflex, là dove avrei dovuto iniziare. Ancora nel 1981 passai alla Santini Selle Italia con Beccia, Bortolotto e molti altri campioni. Non riuscivo però, per un motivo o per l’altro, ad ottenere il risultato personale.

Già nel 1979 al Giro di Puglia la mia carriera avrebbe potuto cambiare, ma era andata male. Alla terza tappa, da Locorotondo a San Pancrazio, ci fu molto vento, si aprirono diversi ventagli e io riuscii ad andarmene in solitaria: mi presero a venti metri dal traguardo. Vinse De Vlaeminck, secondo Van Linden, mentre io rimasi terzo. Nel 1981, alla Santini Selle Italia, rischiai di non fare il Giro d’Italia; ebbi diverse problematiche anche dovute al mio carattere troppo esuberante che in quel periodo non era troppo gradito. Un corridore che rideva, scherzava, faceva le imitazioni, suonava la chitarra era considerato troppo fuori dagli schemi.

Insieme a Luca Gregorio e Alberto Contador, uno dei corridori che Magrini ha apprezzato di più. ©Eurosport

Infatti anche successivamente, in occasione delle tue vittorie, tutti gli articoli dei giornali italiani parlavano del comico del Giro, ti definirono il Jerry Lewis del ciclismo.

Fu il grande Adriano De Zan che mi battezzò subito, nel 1977, al primo anno da professionista. C’è un motivo: i genitori di Adriano, padre veneto e mamma napoletana, avevano una compagnia di operetta e venivano a Montecatini Terme a fare la stagione. Dunque, lui bambino negli anni della Seconda Guerra Mondiale, era del ’32, aveva frequentato le scuole proprio a Montecatini. Quando venne a conoscermi personalmente, lo faceva sempre con tutti i nuovi corridori, e seppe che arrivavo proprio da quella cittadina, mi prese sotto la sua ala. Scoprì le mie capacità di imitatore, si divertiva tra l’altro moltissimo a sentirmi fare la sua, al punto che al Giro d’Italia, dopo la mia vittoria a Montefiascone, me la fece fare in diretta televisiva. Intanto erano nati i soprannomi.

Nel 1982, col passaggio alla Metauromobili Pinarello, arrivò anche il successo personale.

Una squadra che stava nascendo allora, la Metauromobili. Mi chiamarono e da lì non mi mossi più fino al ritiro. E finalmente uscì l’indole del gregario che però sapeva vincere le corse. Non ho vinto tanto, solo tre volte, però in prove di peso. E le ho vinte bene, non per via di fughe da lontano lasciate andare dal gruppo. Il primo successo arrivò al Giro della Provincia di Reggio Calabria nel marzo del 1982. Partii a dodici chilometri dall’arrivo e seppi tenere il gruppo a una quindicina di secondi; mi riprese l’australiano Wilson, che non conoscevo, una rarità allora un corridore da quel lontano paese, e temetti di non farcela nemmeno quella volta. Alla fine riuscii a batterlo allo sprint.

Raccontaci la vittoria a Montefiascone, 21 maggio 1983.

Partii a sei chilometri dal traguardo e respinsi Lejarreta, che arrivava velocissimo negli ultimi metri con terzo Argentin. Fu una bella cavalcata, col gruppo che inseguiva a tutta e De Zan che aveva ospite in cabina Felice Gimondi. Tra l’altro, la mattina stessa, Guerino Farolfi mi aveva chiesto di andare al dopo tappa per parlare del ruolo del gregario. E così, dopo aver fatto le interviste con Giorgio Martino, salii da Farolfi che disse in diretta:Stamattina Magrini doveva venire a parlare del gregario e oggi ha vinto una meravigliosa tappa. Che cosa è cambiato?”, e io gli risposi: “Nulla, solo che da oggi mi conoscono più persone grazie a questo palcoscenico, ma non sono certo un campione”. E Farolfi: “Ecco! È anche un campione di modestia!“.Una giornata indimenticabile che ricordo ancora come fosse ieri.

E non è finita. La sala stampa era nel comune di Montefiascone, dove c’era anche l’antidoping. Quando uscii dal controllo, c’erano Franco Calamai della Gazzetta e Denis Polverosi del Corriere dello Sport coi taccuini. Mi chiesero come fosse andata, e io: “Eh no, un momento: vinco una volta ogni morte di papa, fatemi fare la conferenza stampa!”. E loro mi accompagnarono dai colleghi, che scrivevano come matti sulle loro Olivetti. Entrai, mi misi al posto del sindaco e urlai all’improvviso: “Eccomi qui ragazzi! Potete farmi tutte le domande che volete, sono a vostra disposizione”. Silenzio totale delle macchine da scrivere, tranne una che proseguì imperterrita a ticchettare. Poi fu bellissimo, risposi a tante domande e parecchie firme importanti come ad esempio Mario Fossati e Gian Paolo Ormezzano mi fecero dei gran pezzi sui giornali del giorno dopo. Giornali dove di solito si parlava più che altro della maglia rosa che aveva Saronni. Inoltre era sabato, quindi andai sui quotidiani della domenica ed ebbi ancora maggior visibilità. Fossati titolò: A Montefiascone vincono le gambe nere”. Le gambe della fatica, del gregario. Gian Paolo Ormezzano, invece, su La Stampa titolò il suo elzeviro giornaliero: “Il Comico del Giro”.

Durante una sfida sulla lingua toscana con Alberto Bettiol. ©Eurosport

E a l’Ile d’Oléron al Tour, 8 luglio sempre del 1983?

Partii a un chilometro dall’arrivo e i velocisti riuscirono ad arrivarmi in scia senza superarmi. Secondo fu il belga Vanderaerden e terzo lo svizzero Glaus. Quinto finì Sean Kelly. Erano sei anni che un italiano non vinceva al Tour e dunque il mio successo ebbe parecchia risonanza da noi. Allora c’erano solo due inviati che seguivano la corsa francese, Beppe Conti e Piero Ratti: mi fecero entrambi degli articoloni!

Due parole invece sulla carriera da direttore sportivo.

Iniziai per vocazione già nel 1985, facendo il corso a Salò insieme a Miro Panizza, Landoni e Mario Beccia, mentre ancora correvamo. Alla fine della stagione ’86, quando mi mancò la volontà di far fatica, mi buttai sull’ammiraglia. Mauro Battaglini mi diede la possibilità di salire su quella della Vini Ricordi, la mia ultima squadra da corridore.

Successivamente approdai di nuovo alla Magniflex che aveva una buonissima squadra con corridori come Ballerini, Cenghialta, Canzonieri, Santaromita, ragazzi che poi hanno fatto una bella carriera da professionisti. Ebbi poi una fase di stop, rimasi per anni nel mondo del lavoro, sempre con attività legate alla bicicletta e feci per sei anni il direttore sportivo negli Juniores nella mia vecchia Cantagrillo.

E poi venne Pantani e mi chiese di tornare tra i professionisti seguendo la sua squadra. Accettai e feci ancora tre anni in ammiraglia. E credo di avere un record: l’unico ad essere stato direttore sportivo sia di Pantani che di Cipollini, che ebbi alla Domina Vacanze nel 2004.

E infine la carriera televisiva.

Nel 2005 ho iniziato a fare le telecronache con Eurosport. Feci anche l’esperienza del reality su Bike Channel alternandolo con le telecronache; ora sono legato ad Eurosport da un contratto in esclusiva, mentre prima mi hanno concesso qualche extra.

Ancora un argomento, la nostra comune passione per i cavalli.

Il cavallo per me è come il corridore: è un atleta. Quello dell’ippica è un mondo meraviglioso. La prima vittoria che ho fatto in sulky al Premio delle Stelle a Montegiorgio fu la finale del campionato riservato ai personaggi noti, ed è stata una gioia uguale a quella del Tour! Ho vinto dieci corse sulle cinquantadue disputate. E mi impegnavo tantissimo: ogni mattina prima di andare al lavoro andavo ad allenare i cavalli a Trucazzano e poi in ufficio a Melzo.

In occasione della Gran Fondo Magrini, qualche settimana fa, abbiamo fatto le operazioni preliminari all’ippodromo Sesana a Montecatini in contemporanea con le corse. Mi hanno dedicato la giornata dando alle gare nomi come “Premio La Fagianata” o delle località dove ho ottenuto le mie vittorie e per me è stata una grande soddisfazione.

 

 

Foto in evidenza: ©Federazione Ciclistica Italiana