Lo sport è un fatto culturale: intervista a Mauro Berruto

Mauro Berruto è un uomo di sport: praticato, allenato, osservato, scritto.

 

 

Apparentemente, Mauro Berruto e il ciclismo non c’entrano niente l’uno con l’altro. Berruto, infatti, il suo successo sportivo l’ha costruito altrove. Nella pallavolo, soprattutto: una promozione in A2, una promozione in A1, due volte la Coppa Italia di A2, una Coppa di Grecia e due volte la Coppa CEV; senza dimenticare i bronzi e gli argenti conquistati con la nazionale italiana in giro per il mondo, su tutti il bronzo ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Poi è arrivata la possibilità di entrare nel giro del tiro con l’arco, tuttavia un’esperienza imparagonabile a quella pallavolistica per durata e risultati. Concretamente, dunque, è un avverbio più giusto di apparentemente per descrivere il non-rapporto che lega direttamente Berruto e il ciclismo. Il fatto è che Mauro Berruto – laureato in filosofia, figura fondamentale della Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco – non è semplicemente un uomo di pallavolo o di tiro con l’arco: è un uomo di sport. Ama lo sport, viverlo come praticarlo come raccontarlo. Ora, almeno è ciò che mi auguro, si dovrebbe capire meglio cosa ci fa Mauro Berruto su un sito che tratta di ciclismo.

©Mauro Salvini, Twitter

Magari quel che ho scritto non è sufficiente, Mauro. Lo chiedo direttamente a lei: quali sono i suoi rapporti col ciclismo?

Da un punto di vista pratico direi modesti, anche se conservo gelosamente la maglia arancione del Gruppo Ciclistico Canavesano, di cui ho fatto parte. Ma non mi stupisco: sono stato un pessimo giocatore di pallavolo e non ho mai preso in mano un arco in vita mia. Al ciclismo in senso ampio, invece, mi legano diverse cose. Prima di tutto, i suoi valori: quello che ha a che fare con la fatica mi entusiasma, e quindi da amante dello sport non posso non considerare il ciclismo come uno dei più importanti. E poi è uno degli sport più letterari, uno di quelli che si presta meglio al racconto; non sono io il primo a dirlo, insomma, è sufficiente ripensare alle penne che si sono cimentate nell’impresa di raccontarlo: penso a Dino Buzzati e alle sue pagine sul Giro d’Italia 1949, una lettura alla quale obbligo i ragazzi della Scuola Holden quando l’argomento è la letteratura sportiva. Infine, al ciclismo mi legano due amicizie che mi onorano: quelle con Giancarlo Brocci e Alessandro De Marchi. Due persone innamorate del loro sport, che lo vivono in maniera sana e intelligente; due persone che fanno bene al ciclismo, insomma.

Mauro Berruto è laureato in filosofia, scrive di sport parlando d’altro e scrive d’altro con la scusa dello sport. Libri, contributi, articoli per “Il Foglio Sportivo”. E di libri ne legge tanti, peraltro. Quando si è reso conto che lo sport non esclude la cultura e viceversa?

Non so risponderti perché per me è sempre stato così. È come se questa consapevolezza fosse dentro di me da sempre, da quando sono nato. Il percorso che ho compiuto, senz’altro atipico rispetto alla tradizione sportiva italiana, è causa ed effetto allo stesso tempo: gli studi e le letture hanno contribuito ad arricchirmi, è chiaro, ma se non avessi avuto dentro di me quella consapevolezza fin da subito probabilmente non mi sarei avvicinato né agli uni né alle altre. Non ho dovuto pensarci, non mi sono fatto domande a riguardo: non ho mai creduto che sport e cultura fossero due mondi distanti, lontani, impossibili da integrare; nemmeno paralleli, nel senso di procedere accanto senza mai intersecarsi. Per me non producono valore rispettivamente l’uno dall’altro, ecco: non saprei come altro dirlo.

Magari per lei no, Mauro, ma per molte altre persone sì. Mi riferisco in particolar modo ad una grossa fetta di “addetti ai lavori”. Qualcosa dev’essere andato storto, se fino a qualche decennio fa il giornalismo italiano raccontava lo sport in una certa maniera e oggi lo racconta in un’altra, tendenzialmente più rumorosa, sciatta e brutta.

Credo che ci sia una iper-valutazione del risultato finale; cioè, il risultato finale è diventato l’unico metro di valutazione. Un aspetto che, almeno secondo me, va a braccetto col fenomeno delle scommesse sportive che negli ultimi anni ha generato un volume economico immenso, senza precedenti: se il risultato finale diventa così importante da spostare tali quantità di soldi, è chiaro che diventa l’unico argomento di cui vale la pena parlare; se non l’unico, quantomeno quello preponderante. Se il punto di vista è quello economico, non può che andare così; una sponda ideale, ovviamente, per la polemica, per il becero, per il chiacchiericcio. E invece a me piacerebbe conoscere la storia del secondo classificato, o di chi arriva a metà classifica o a metà gruppo; o la storia dell’ultimo, perché no: la bellezza, la grazia e l’armonia che le vicende dei vincitori a volte non possiedono.

©Scarp de’ tenis, Twitter

Tuttavia, il ruolo della scuola rimane fondamentale: in negativo, direi, nel senso di una mancanza, di un’assenza. Voglio dire, prima lei raccontava delle letture e delle discussioni che la Scuola Holden, di tanto in tanto, incentra sulla letteratura sportiva. Dov’è lo sport, invece, nella scuola pubblica italiana?

Non c’è, lo dico a malincuore. La scuola italiana, dal dopoguerra in poi, ha avuto la brillante idea di uscire dalla partita, delegando alle federazioni e alle associazioni il compito di insegnare e diffondere lo sport. C’è un disperato bisogno di riappropriarsi della dignità della disciplina sportiva e questo spetta alla scuola, che deve cominciare a trattare lo sport come una materia scolastica: alla pari di italiano, matematica, inglese, storia. Fatto questo, il passo successivo sarebbe pressoché naturale e automatico: ci si renderebbe conto dell’utilità dello sport come strumento per raccontare, divulgare e spiegare le altre discipline. Se a un ragazzo si parla della Primavera di Praga raccontandogli la storia di Emil Zátopek, oppure della guerra fredda attraverso una partita di ping pong piuttosto famosa, io sono convinto che il ragazzo si sente più coinvolto e capisce meglio e prima quello che gli si sta spiegando. Per raccontare il mondo e i suoi cambiamenti, lo sport è uno strumento fondamentale.

Così come la tecnologia, tanto per il presente quanto per il futuro.

Sì, direi di sì. Non so se la tecnologia è effettivamente neutra, ma sicuramente è possibile utilizzarla nella giusta maniera: vale a dire come strumento d’appoggio, di crescita, di sviluppo e di conoscenza. E dovrebbe essere così per tutte le parti coinvolte: per chi allena, per chi scende in campo o in strada, per chi racconta, per chi insegna. Non dev’essere l’unico strumento, ovviamente, ma provare soltanto paura e repulsione nei suoi confronti mi sembra un peccato; direi riduttivo, un’occasione persa. Per me, se usata consapevolmente, è un elemento potenziante. Io, ad esempio, grazie alla rete ho conosciuto alcune storie che prima non conoscevo. Non le avevo trovate sulla carta, sui giornali, nei libri e nemmeno in televisione. Tutto sta nel modo in cui si decide di vederla e di usarla. La comprensione di un mondo diverso non è immediata, si capisce, ma partire prevenuti complica tutto il resto.

Tuttavia, l’avvento della rete è relativamente recente. Lei si è avvicinato e interessato allo sport e alla letteratura in un periodo in cui era ancora la carta a farla da padrone. Quali erano i suoi modelli?

Mi sono sempre piaciuti quelli sportivi che hanno qualcosa da dire, che non si chiudono in sé stessi, che hanno un’opinione e non temono d’esporla. Quegli sportivi, diciamo, che vivono nella realtà del loro tempo e hanno la consapevolezza di poterla cambiare. Dico Muhammad Ali per rendere l’idea, ma non è il solo: oltre a stimare la persona e il personaggio, faccio il suo nome quasi per identificare una categoria. Sportivi che lasciano un segno indelebile nella loro disciplina e uomini che riescono a rompere il muro dello sport, arrivando ad influenzare la società e il mondo. Al contrario, non mi piacciono gli sportivi che si limitano al loro ambito, che si chiudono in sé stessi, che danno l’impressione di non avere mai un’opinione o un punto di vista. Certo, non basta aprir bocca su un tema di dominio pubblico per passare alla storia. Tuttavia, chi ha qualcosa da dire al di là dello sport che pratica mi affascina molto.

©Mauro Berruto, Twitter

Considerando la sua passione per la scrittura e la letteratura, Mauro, non posso non chiederle quali sono i suoi riferimenti culturali e letterari.

Più che ad un autore preciso, mi rifaccio ad un certo modo di raccontare lo sport. Di Buzzati abbiamo già parlato in precedenza e sicuramente il suo è uno di quei nomi ai quali penso spesso. Così come Gabriel García Márquez, che ha scritto alcune pagine bellissime sul ciclismo e che, come Buzzati, è stato giornalista ancor prima che scrittore. Ammiro, poi, la passione con cui viene raccontato lo sport in Sudamerica: calcio, perlopiù, va detto, ma Osvaldo Soriano è imprescindibile. Poi c’è Ernest Hemingway, un grandissimo appassionato di sport e di ciclismo: per quanto mi riguarda, “Il vecchio e il mare” è la miglior trasposizione dell’agonismo mai realizzata. Mi piace citare anche Alessandro Baricco, scrittore col quale ho avuto la fortuna di lavorare alla Scuola Holden. In sintesi, diciamo che nel mio piccolo cerco di rifarmi all’esempio di questi giganti: unendo la cultura, la storia e lo sport, partire da un’idea e raccontarla in maniera affascinante.

Perché sport e cultura possano fondersi, dovranno pur servire dei punti di contatto. Secondo lei, Mauro, quali sono?

A riguardo, parlando del Tour de France, Roland Barthes scrisse dei passaggi bellissimi. Credo si possa dire così. Ogni sportivo, non importa se in un campo o lungo una strada, fornisce uno spettacolo agli spettatori attraverso la sua performance; ovvero, quello che fa la letteratura. Significa trascorrere il tempo in un certo modo, avere la possibilità di ispirarsi, vivere per un momento più o meno lungo una vita che non è la nostra. Recentemente parlavo con alcuni editori sportivi di un dato bizzarro ma indicativo: i libri di fiction sportiva, vale a dire storie e racconti inventati che ruotano intorno allo sport, vendono meno delle opere che raccontano la vita e le imprese degli sportivi realmente esistiti; come a dire che il fascino delle grandi biografie è più che sufficiente, che è già tutto lì: le storie, gli esempi, i significati.

Poche settimane fa, quando l’ho intervistato, Emanuele Dotto mi ha detto che per lui la cultura sportiva non è nient’altro che una declinazione della cultura in senso ampio. Come a dire: se manca quest’ultima, non può esserci l’altra. E lei, invece, cosa intende per cultura sportiva?

Sostanzialmente due cose. La prima: quella forma di intelligenza che contraddistingue i campioni dello sport, siano essi atleti o allenatori. Nelle esperienze che ho fatto non ho mai conosciuto uno sportivo di alto livello che fosse un ignorante. Il contrario della narrazione comune, se vogliamo, che per lungo tempo ha fatto passare l’idea del grande campione poco pensante. Io, al contrario, ho riscontrato una certa intelligenza e una certa curiosità che si avvicina molto al concetto di cultura. La seconda declinazione che io do alla cultura sportiva riguarda tutti: è la cultura del movimento, dell’attività fisica, del benessere personale, della prevenzione. Lo sport è la medicina più efficace per curare sé stessi. Le infrastrutture sono importanti, sono d’accordo, ma la loro eventuale assenza o fatiscenza non dev’essere una giustificazione: bastano due gambe e via, non so se mi spiego. Tornando a quello che dicevamo prima, è fondamentale il ruolo della scuola primaria: è lì che si deve insegnare ad un bambino l’importanza e il divertimento dell’attività fisica. Attenzione, però: soltanto uno su mille riesce ad intraprendere la carriera sportiva e quindi è fondamentale occuparsi degli altri novecentonovantanove che non ce la fanno e che non sono interessati a perseguirla. Lavorando nella maniera giusta, avremo novecentonovantanove persone in più consapevoli dei benefici dell’attività fisica. Lo sport è spettacolo, cultura, valori e tutto quello che vuoi, ma è anche se non soprattutto una medicina. La letteratura scientifica dimostra che un’attività sportiva sana, consapevole e costante contribuisce sensibilmente a far diminuire il bisogno di farmaci e ospedalizzazione. Credo sia anche una forma di rispetto nei confronti della società in cui viviamo: penso al risparmio di cui godrebbe il servizio sanitario nazionale, ad esempio. Per me, questo è un passaggio fondamentale e bisogna impegnarsi al massimo perché raggiunga il maggior numero possibile di persone.

©FestivalDirittiUmani, Twitter

Chiuderei con l’attualità, Mauro. Un’attualità che non ha bisogno d’essere descritta, dato che coinvolge ognuno di noi da diversi giorni. Lei, tra l’altro, tiene compagnia ai suoi lettori con dei brevi video quotidiani nei quali racconta alcune delle storie sportive più importanti degli ultimi decenni. Che idea si è fatto del periodo che stiamo vivendo? Quando tutto questo sarà passato, la società e lo sport si scopriranno diversi oppure no?

Per una serie di motivi abbastanza palesi, non posso rispondere in maniera precisa e definitiva. Provo comunque a dire la mia. In un primo momento, io ero uno di quelli che diceva e scriveva che sarebbe andato tutto bene, che questa esperienza terribile e inaspettata ci avrebbe reso persone migliori, che tutto o quasi sarebbe cambiato. Adesso non sono più così convinto. Noi, e di conseguenza la società e lo sport, saremo cambiati se non dimenticheremo. Se dimenticheremo, tutto tornerà come prima, se non peggio. Se non dimenticheremo, invece, cambieremo senz’altro in meglio. Dobbiamo rimettere l’uomo al centro della società. Tuttavia, non possiamo limitarci a sperare. Serve una strategia, altrimenti sarà complicato. Che le strategie sono fondamentali lo insegna lo sport, no?

 

 

Foto in evidenza: ©Vita

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.