L’uomo contro il tempo: intervista a Marco Pinotti

L’interessante punto di vista di Marco Pinotti sulle prove contro il tempo.

 

Marco Pinotti è nato a Osio Sotto il 25 febbraio 1976. Professionista dal 1999 al 2013, ha conquistato pochi ma prestigiosi successi: una tappa al Giro di Polonia, una al Giro d’Austria, la classifica generale del Giro d’Irlanda; e poi i più importanti: sei volte campione italiano nelle prove contro il tempo, due tappe ai Paesi Baschi, un prologo al Giro di Romandia e le cronometro individuali che chiudevano il Giro d’Italia 2008 e quello del 2012. Su pista, invece, è stato campione italiano nell’inseguimento individuale. Solido in salita ed eccellente nelle prove contro il tempo, ha saputo ritagliarsi il ruolo di gregario di spicco dei vari capitani incontrati tra Lampre, Saunier Duval, T-Mobile, HTC e BMC. Il nono posto ottenuto al termine del Giro d’Italia 2010 è il suo miglior piazzamento nella classifica generale di un grande giro, senza dimenticare però i cinque giorni in maglia rosa totalizzati tra l’edizione del 2007 e quella del 2011. Le medaglie mondiali e olimpiche nelle cronometro le ha soltanto sfiorate: decimo a Plouay nel 2000, quinto a Mendrisio nel 2009, quinto ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012 e settimo ai campionati del mondo toscani del 2013. Laureato in ingegneria gestionale, Marco Pinotti ha scritto anche un libro: “Il mestiere del ciclista”, edito da Ediciclo Editore nel 2012. Ritiratosi nel 2013, Pinotti è rimasto nel mondo del ciclismo. È uno dei membri di riferimento dello staff della CCC, sorta sulle ceneri della BMC, l’ultima squadra nella quale Pinotti ha militato.

Qual è attualmente il tuo ruolo, Marco?

Sono il capo degli allenatori del team CCC e, al tempo stesso, anche uno degli allenatori della squadra. In generale mi occupo di tutto quello che riguarda gli allenamenti, dall’organizzazione alla preparazione. Nello specifico, invece, curo le cronometro, tanto quelle individuali quanto quelle di squadra. È un lavoro complesso: il giorno della prova è stressante e l’avvicinamento non è da meno.

Come alleni i tuoi ragazzi? In cosa consiste il tuo mestiere?

Credo che non si discosti poi molto dall’idea che possono avere i tifosi e gli appassionati. È un percorso fisico e mentale: questi due aspetti vanno di pari passo l’uno con l’altro. La convinzione di poter tenere un certo ritmo per un numero stabilito di chilometri nasce dal provarsi prima su distanze brevi e via via sempre più lunghe. All’inizio si dà tutto quello che si può dare sui cinque chilometri. Dopo aver ripetuto l’esercizio tre o quattro volte si aumenta il chilometraggio e così via. Soltanto così un corridore può prendere confidenza col mezzo, con la disciplina ma soprattutto con se stesso. Se decidessi di partire con un rilevamento sui quaranta chilometri sarei un folle.

In cosa si differenziano i processi mentali di un cronoman rispetto a quelli di un altro corridore?

Senz’altro sono diversi, questo sì. Nonostante fossi anche un discreto scalatore, io rimango prettamente un cronoman: quindi posso confermare che penso in una maniera particolare ma non so dire con precisione come pensano gli altri. Ci vorrebbe una controprova. Credo che ci siano dei meccanismi che, una volta adottati, uno si porta sempre dietro: anche nelle prove in linea, anche nella vita di tutti i giorni. L’essere meticolosi, precisi, in totale controllo della situazione. Oppure penso al dividere tutto in piccoli segmenti, a porsi dei traguardi intermedi: questo mi capitava spesso anche nelle frazioni mosse o di alta montagna. Ci si abitua a lasciare poco spazio alla fantasia.

©Wikipedia

Quali differenze ci sono tra una prova individuale e una di squadra?

Per affrontare al meglio un esercizio di gruppo bisogna conoscere alla perfezione i propri compagni di squadra. È un consiglio vecchio quanto il ciclismo ma è il migliore, non c’è niente da fare. Otto cronoman, per esempio, non fanno automaticamente uno squadrone. Ci vuole intesa e l’intesa si allena soltanto pedalando insieme per diverso tempo. Le velocità sono più alte e proprio per questo motivo è fondamentale una cura maniacale del ritmo, del tempo passato in testa e dell’ordine da rispettare. È una prova estremamente delicata: un corridore con una posizione non così redditizia può nasconderla se rimane all’interno del treno, ma non appena passerà in testa non emergeranno soltanto i suoi limiti estetici, bensì anche quelli aerodinamici, dato che farà rallentare l’andatura.

Ha senso ammettere che la cronometro è la disciplina più scientifica e tecnologica del ciclismo su strada?

Senza dubbio. È la disciplina che più di ogni altra viene influenzata dall’aerodinamica. Lo studio è costante, così come l’innovazione. E i cambiamenti che vediamo nelle classiche e nelle corse a tappe derivano dal mondo delle cronometro. Una sorta di laboratorio sperimentale che non può però permettersi molti errori. I cronoman non sono certo delle cavie: il risultato non dev’essere sempre subordinato alla ricerca.

Come sono cambiate le cronometro nell’ultimo decennio?

Molto più di quanto sembri. Siamo portati a non farci caso, ci abituiamo in fretta ai cambiamenti, ma se uno pensa al decennio scorso si rende subito conto di quante trasformazioni abbiano subito le cronometro. Prima, tendenzialmente, erano prove lunghe e piatte. E ogni tanto, per penalizzare meno gli scalatori e per regalare un po’ di spettacolo in più, si organizzava una cronoscalata. A mio modo di vedere una nuova concezione iniziò a farsi strada dal Giro d’Italia del 2009, quando venne proposta la cronometro individuale delle Cinque Terre (Marco Pinotti si riferisce alla Sestri Levante-Riomaggiore, dodicesima tappa del Giro d’Italia 2009, una cronometro individuale di sessanta chilometri: vinse Denis Menchov, che impiegò oltre un’ora e mezzo, nda): chilometraggio importante misto a una difficoltà tecnica mai vista prima. Salita, discesa, falsopiano, passaggi tortuosi: da quel momento in poi di prove del genere ne abbiamo viste sempre di più. Infatti ne sono state organizzate di individuali e di squadra sfruttando anche passaggi pedonali e ciclabili, ancora nell’ottica di aumentare la difficoltà tecnica. Col passare degli anni si è ridotto il chilometraggio ma sono notevolmente aumentate le insidie tecniche e altimetriche. Di cronometro lunghe se ne trovano soltanto nei campionati nazionali, oppure ai campionati mondiali e alle Olimpiadi.

E in che direzione sta andando la disciplina, Marco?

Per me mantiene il fascino immutato della sfida più vecchia del mondo: quella dell’uomo contro il tempo. Faccio fatica, però, a pronosticarle un futuro roseo. Oggi, soprattutto per motivi mediatici e quindi televisivi, c’è bisogno di spettacolo molto più che in passato. Per questo le cronometro sono sempre più brevi e più variegate: per dare il divertimento maggiore nel minor tempo possibile. E non sono nemmeno così semplici da organizzare: ci vuole il territorio adatto. L’UCI adesso sta sperimentando la cronometro mista, ovvero una cronosquadre dove i singoli gruppi sono formati sia da uomini che da donne. Vedremo, ma rimango scettico: non dico che le cronometro si stiano estinguendo, ma quasi.

Tom Dumoulin, Rohan Dennis e Victor Campenaerts. ©Granada, Wikimedia Commons

Come preparava una cronometro Marco Pinotti?

In maniera molto semplice, se devo dire la verità. La base è l’allenamento: prendere confidenza col mezzo e con la posizione. Non è sufficiente trovarne una redditizia, bisogna anche mettersi nelle condizioni di saperla mantenere per diversi minuti. Pedalavo con la bici da cronometro almeno una o due volte a settimana, a maggior ragione se nelle settimane successive avrei dovuto affrontare qualche breve corsa a tappe oppure un grande giro. Il 15% del tempo dedicato all’allenamento io lo passavo su una bici da cronometro; ovviamente un ciclista interessato alle classiche ha tutto il diritto di concentrarsi perlopiù su altri aspetti, quindi una norma non c’è e la situazione varia da corridore a corridore. Il mezzo e i materiali sono decisivi tanto quanto il motore, la predisposizione e il gesto atletico: un corridore veloce ha bisogno di una bicicletta veloce, all’avanguardia ed efficiente. Da questo punto di vista la galleria del vento ricopre un ruolo fondamentale: più che per la posizione, infatti, è molto utile per conoscere pregi e difetti dei materiali. Fornisce indicazioni precise che poi trovano conferma su strada. Per l’uomo, invece, la galleria del vento può essere interpretata come la ciliegina sulla torta quando si è già fatto tutto il resto: anche perché mantenere in gara l’assetto redditizio che si è trovato lì dentro è molto difficile.

Quali sono i cronoman che hanno influito sulla tua carriera?

Non ho mai avuto dei modelli. Non è arroganza, anzi: sono fatto così proprio perché lo sport l’ho sempre visto e vissuto da appassionato e mai da tifoso. In linea di massima potrei dire che mi piacciono gli atleti come Marco Pinotti: baciati non dal talento ma dalla voglia di arrivare e migliorarsi costantemente. Qualche cronoman che mi ha lasciato qualcosa comunque c’è. Direi Cancellara, anche se definirlo cronoman mi sembra riduttivo. Tony Martin, invece, è più puro, per così dire. Alti e bassi ma è sempre rimasto quel corridore la cui passione più grande è soffrire sulla bici da cronometro. Venendo all’attualità credo si debba fare una distinzione: sulle distanze brevi, diciamo dai dieci ai trenta minuti, Rohan Dennis ha qualcosa in più degli altri; se il chilometraggio aumenta, invece, la distanza tra lui e Dumoulin si riduce drasticamente a favore dell’olandese. In generale sono due atleti dalle prestazioni vicine. E sono i più forti al mondo, ma non devo certo dirlo io: i risultati raccolti nelle ultime stagioni testimoniano il loro talento. Poi ci sono tutti gli altri, Froome e Roglič in primis. Una cronometro non ha mai un esito scontato: si deve valutare la lunghezza, il dislivello, la tortuosità del percorso e il momento nel quale la prova arriva. Da un prologo a una cronometro impegnativa posta a metà di un grande giro c’è una differenza abissale. E dipende anche dalla forma dei corridori: quante volte abbiamo visto i favoriti che si imballavano e gli outsider che firmavano la cronometro della vita? Se dovessi fare un nome per il futuro, dico Stefan Küng: il peso, soprattutto in alcune giornate, lo penalizza ma ha margini di miglioramento.

Marco Pinotti è stato anche un discreto scalatore: in cosa differiscono queste due fatiche?

Non essendo un peso leggero, la salita mi costava molta più fatica. Avrei dovuto essere un paio di chili in meno per affrontarla con più serenità e possibilità di riuscita. I due o tre chili in più mi tornavano però utili una volta in sella alla bici da cronometro in termini di forza e aerodinamica. Sono due sforzi molto diversi, comunque: dal ruolo degli avversari a quello dei compagni di squadra, così come il chilometraggio e il dispendio energetico.

Qual era per te il momento più difficile di una cronometro?

Trovare le strade adatte per allenarsi. Ci vogliono strade libere e col minor numero possibile di interruzioni: rotonde e semafori spezzano il ritmo, è impossibile allenarsi al meglio. Per questo mi affidavo spesso e volentieri alla pista: non c’era traffico, potevo controllarmi in silenzio e con più attenzione, senza dovermi curare della mia incolumità. Ero sereno, tranquillo e rilassato. Per il resto, nient’altro: la cronometro era la mia disciplina e, al di là della giornata più o meno storta e del percorso più o meno congeniale alle mie caratteristiche, riuscivo sempre a rimanere saldo e lucido.

©Marc, Flickr

Hai nominato la pista, Marco, dove hai conquistato anche un campionato italiano nell’inseguimento individuale. Come può essere sfruttata per sviluppare e migliorare le proprie attitudini nelle prove contro il tempo?

Come detto, in pista c’è la possibilità di lavorare in sicurezza e in silenzio: e in certi momenti è fondamentale poter concentrarsi sulla cadenza, sulle sensazioni e sul mezzo. E più silenzio c’è, meglio si lavora. Comunque anche la pista è una lotta contro il tempo. E quando l’uomo lotta contro il tempo, anche un secondo può fare la differenza. Ecco, se c’è una cosa che la pista insegna è la cura del dettaglio, la maniacalità che spinge un corridore alla ricerca del materiale più all’avanguardia e della posizione più redditizia. Un cambiamento lo si percepisce in maniera più netta, dunque più chiara.

Cosa rappresentava e rappresenta tuttora per te la cronometro? È soltanto l’esercizio per il quale eri più portato oppure toccava corde più intime?

L’occhio di riguardo che ho per questa prova deriva anche dal fatto che era la mia, quella dove ho raccolto i miei risultati più importanti e le soddisfazioni più belle. Ma c’è anche altro, non lo nego. Il piacere di correre contro se stessi, per esempio. E poi l’imparzialità: una cronometro premia chi sta bene e castiga chi sta male. È la cartina al tornasole della condizione, insomma. Bisogna conoscere se stessi e le proprie qualità: la sensazione di aver dosato lo sforzo alla perfezione è unica. E l’aspetto tattico è ovviamente minore di quello tecnico. Quello che fanno gli altri conta poco: conta quello che fai tu.

 

Foto in evidenza: ©James Boyes, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.