Massaggiare è un’arte: intervista a Michele Pallini

Michele Pallini non è soltanto il massaggiatore di Vincenzo Nibali.

 

 

Michele Pallini nasce il 6 luglio 1971 a Pisa. Racconta di essere cresciuto a “pane e ciclismo”, in quanto le due ruote sono arrivate in casa Pallini con la prima bicicletta dello zio di Michele. A sei anni si trovava sul tavolo di casa a sfogliare una rivista di settore, una delle prime. È attratto da quella scia colorata e rumorosa che ogni tanto invade le strade della sua Toscana, ma anche da una figura tanto poco esposta quanto importante: quella del massaggiatore. Sin da ragazzo i massaggiatori gli sembrano le figure più vicina ai corridori, un rapporto di intima confidenza: questo è ciò che lo incuriosisce. Il tutto anche grazie all’importante figura di Luigi Sarti, che inizia ben presto a girare per casa Pallini. Dopo il servizio militare e gli anni dello studio, nel 1996 inizia a lavorare alla Tirreno-Adriatico. Oggi, dopo più di ventiquattro anni di attività, Michele Pallini è un massaggiatore affermato. Per molti è “il massaggiatore di Vincenzo Nibali”. La cosa lo rende fiero, ma l’esaltazione e la vanità non appartengono al suo carattere. Piedi a terra, rispetto dei ruoli e una capacità di comprensione decisamente spiccata: così lavora un massofisioterapista ai vertici del ciclismo.

©Astana Pro Team, Twitter

Michele, partiamo dagli inizi. Dove nasce la tua passione per il ciclismo?

Il ciclismo nasce in casa. Ti parlo di mio zio, oggi ottantaquattrenne: fu lui a portare la prima bicicletta a casa. Correva nei dilettanti, è stato lui a trasmettere la passione a mio padre, mancato ormai dieci anni fa. Da lì, il passo fino a me è stato breve: posso dire di essere cresciuto a pane e ciclismo. Pensa che la prima rivista del settore di cui ho ricordo risale al 1976. Tornando a mio zio, bisogna ricordare che fece il servizio militare con Luigi Sarti, dapprima ciclista professionista e poi massaggiatore alla Bianchi, alla Filotex con Moser, alla Ariostea con Ferretti e fino all’Acqua & Sapone. Credo abbia smesso nel 2002. Prima di allora andavamo spesso a trovarlo ed è stato così che mi sono appassionato al mestiere, che poi ho appreso studiando. Non tutti sanno, però, che fino alla categoria juniores ho anche corso in bici; tuttavia mi sono presto reso conto che il ciclismo a livello agonistico non era esattamente il mio sport.

Così, quando partii per la leva militare, pensai che al mio ritorno avrei intrapreso dapprima la scuola per infermieri e successivamente quella per massofisioterapisti. Diciamo che ho provato a fare il ciclista, rendendomi conto ben presto di non essere all’altezza. Ero un grande tifoso di Francesco Moser, successivamente ho avuto il piacere di conoscere Giuseppe Saronni lavorando con lui un paio d’anni. Ricordo ancora con simpatia quel giorno alla Liegi-Bastogne-Liegi, quando chiacchierammo un intero pomeriggio, e Beppe mi raccontò diversi aneddoti della sua carriera. Confessai di esser stato un tifoso di Moser, così ci facemmo molte risate. Qualche volta ho incontrato anche Francesco Moser, ma dato il suo carattere abbastanza schivo non abbiamo mai legato molto. Ci conosciamo, ma ci osserviamo con discrezione e da lontano.

La decisione di intraprendere la carriera di massaggiatore è stata una scelta improvvisa o un’idea maturata nel tempo?

Credo entrambe le cose. Fin dai quattordici anni avrei voluto fare il massaggiatore: già da bambino, quando il Giro d’Italia arrivava in Toscana, andavo a vederlo e mi focalizzavo, oltre che sui corridori, sulla figura dei massaggiatori. Credo che questo fatto sia derivato anche dalla professione di mio padre, che era infermiere, quindi associavo le professioni sanitarie al ciclismo. Ovviamente non avevo la benché minima idea di quello che mi avrebbe aspettato, però volevo mettermi alla prova. Tra l’altro ho pensato sempre e soltanto alla figura del massaggiatore: non volevo diventare meccanico o direttore sportivo. Nei massaggiatori vedevo qualcosa di particolare, una sorta di stretto legame con gli atleti che mi stimolava. Oggi, a distanza di molti anni, so che quel legame, la sua gestione e la sua cura, è proprio uno dei segreti per svolgere al meglio questa professione.

©Team Bahrain McLaren, Twitter

Ricordi quale fu il primo corridore che massaggiasti?

Sono passati ormai ventiquattro anni. Era il 1996, lavoravo per la Glacial-Selle Italia ed eravamo alla Tirreno-Adriatico, quando sul mio primo lettino si distese un corridore colombiano. Non ricordo il nome, era un atleta di secondo piano, ma come tutte le prime volte il ricordo resta. Era il mio primo vero lavoro da massaggiatore, le esperienze precedenti risalivano al periodo degli studi, quando per raggranellare qualche soldo intrapresi una breve collaborazione con una squadra dilettantistica di calcio. Fu una proposta che accettai volentieri, in quanto mi sembrava un ottimo trampolino di lancio per fare esperienza. Di fatto, da lì passai subito al ciclismo e al ciclismo professionistico senza alcun passaggio intermedio. Diciamo che questo percorso mi ha segnato e per il primo anno ho vissuto in una sorta di bolla. Avevo la possibilità di incontrare dal vivo personaggi del calibro di Ferretti, Boifava, Quintarelli e squadre come la Banesto. Non capivo bene cosa mi accadesse attorno. Ero talmente concentrato sul mio lavoro che mi sembrava difficile anche solo seguire l’evoluzione tattica e tecnica della corsa. Lo ammetto: se qualcuno mi avesse chiesto di individuare il quarto corridore in classifica generale, mi sarei trovato in difficoltà. Le cose hanno cominciato a cambiare dopo i primi due o tre anni.

Cos’hai capito in quegli inizi?

Pensavo che il lavoro del massaggiatore fosse estremamente più semplice: mi sbagliavo. È un lavoro faticoso: le valigie, gli hotel, gli spostamenti, il rapporto con i corridori. Erano molte le varianti che non avevo messo in conto: certe volte mi trovavo a massaggiare dei colombiani che magari erano fuori casa da tre o quattro mesi, spesso non erano tranquilli, pensavano a casa, volevano tornare a casa dalle loro famiglie. Questo li innervosiva e in quei momenti dovevo essere io il loro supporto. Sai, non tutti gli atleti hanno la fortuna di vivere vicino al luogo in cui si disputano le gare, in modo da farvi ritorno non appena le stesse si concludono. E in questo caso lo staff di una squadra svolge un ruolo importantissimo. Questo aspetto io lo sottovalutavo.

Proviamo a parlare del massaggio da un punto di vista esclusivamente fisico.

È un argomento particolarmente complesso da trattare in una singola risposta. Da quando ho iniziato, nel 1996, ho cambiato totalmente lo stile e le tecniche di massaggio: con i corsi di perfezionamento apprendi continuamente nuove tecniche. Quindi l’approccio al massaggio dal punto di vista fisico è mutevole e, come mi sono reso conto, cambia in base alla persona che ti trovi di fronte: ci sono persone più sensibili o più nervose, che fanno più fatica a ricevere un massaggio o che hanno bisogno di più tempo per assimilare il rapporto che sussiste tra il massaggiatore e il corridore, anche per raggiungere un grado di confidenza che permetta al corridore di farsi massaggiare da qualcuno che conosce poco o, in certi casi, addirittura per nulla; mentre seguo altre persone che, essendo più abituate anche da un punto di vista personale, riescono a farlo più facilmente. Ci sono poi atleti che, per esempio, fra i diversi massaggiatori a disposizione di una squadra ne prediligono uno rispetto agli altri e richiedono che sia quel professionista a massaggiarli.

©YouTube

E poi secondo me è vero quel che si dice: paradossalmente è più difficile massaggiare un corridore che ha vinto rispetto a uno che ha perso, proprio per una questione muscolare, ma anche per via della presenza dei telefonini che hanno cambiato l’approccio. Finché non erano molto diffusi, quando vincevi ti chiamavano in camera ma la chiamata potevi gestirla tranquillamente dicendo che in tutta l’ora del massaggio il corridore non poteva chiamare o ricevere nessuna chiamata; quindi il corridore era certamente felice e adrenalinico, ma non era pressato, come invece accade oggigiorno, dalle chiamate, dai messaggi e dai social network. Tutto questo chiaramente produce una curiosità morbosa di sapere cos’hanno commentato i tifosi e i giornalisti e di ricevere i complimenti. Puoi immaginare come sia complicato gestire una sessione di massaggio con un atleta che riceve continuamente chiamate, messaggi o notifiche. Invece, chi ha avuto una giornata non particolarmente positiva, preferisce spegnere il telefono, staccarsi dal mondo esterno e rilassarsi, facendosi massaggiare. Quindi, da un punto di vista manuale, per noi massaggiatori così è più semplice; invece, dal punto di vista psicologico, magari è il contrario.

L’aspetto psicologico è importante nella vostra professione. Come ti relazioni con gli altri atleti e come cerchi di creare quel feeling che poi ti porta a massaggiare in tranquillità?

Anche in questo sono cambiato. All’inizio è il massaggiatore che, essendo un po’ uno sconosciuto, deve far capire al corridore certe tecniche che sta mettendo in atto, anche se poi capita che dai compagni di squadra un atleta riceva rassicurazioni sulla bravura del massaggiatore. Dopo che ho iniziato a lavorare con qualche corridore di caratura e, ultimamente, con Vincenzo Nibali, i ragazzi vengono per farsi massaggiare con una certa aspettativa e se ne vanno con un’altra. Visto che tu scrivi, credo che un esempio calzante per spiegarmi meglio possa essere la scrittura, quella manuale. Il massaggio, come tutte le operazioni manuali, è come la scrittura: ognuno ha la sua, a qualcuno può piacere e ad altri no. Ma non è la scrittura a cambiare, è la valutazione che viene data dalla soggettività della persona. Tornando ai massaggi, intendo precisare che io non sono bravo perché Vincenzo va forte, ma è Vincenzo che è molto preparato e gradisce le tipologie di massaggio che pratico: non è detto che io sia bravissimo, ma è una sinergia che si è creata tra due persone che casualmente si sono incontrate e si sono trovate bene.

In via generale poi, e non solo nel ciclismo ma anche in tutti gli sport, a me non piace quando un massaggiatore cerca di mettersi in mostra mettendo in evidenza la sua preparazione a livello teorico. Personalmente questo tipo di conoscenza la ritengo utile, indubbiamente, ma non la più importante. Noi dobbiamo relazionarci con diverse persone, con diversi atleti, dobbiamo entrare in empatia con loro nel corso del nostro lavoro. A cosa mi serve conoscere ogni dettaglio anatomico, se poi per un blocco personale o per altri problemi non riesco ad entrare in contatto con l’atleta e non lo metto a suo agio? Ho conosciuto diverse persone così: preparatissime, se non di più, ma che facevano fatica a relazionarsi con l’atleta, magari semplicemente perché sono più portate a seguire pazienti di tutti i giorni rispetto ad atleti o a persone che fanno sport ad un certo livello. Sono persone chiaramente diverse: con un paziente che fa sport ad un certo livello ti trovi a fare delle cose che magari eticamente non sono giuste. Mi sono trovato a eseguire trattamenti fisioterapici che eticamente non sarebbero stati corretti per quel tipo di soggetto o per quel tipo di malessere, ma che ho applicato, magari in maniera più soft, perché dal punto di vista psicologico e mentale l’atleta il giorno dopo sarebbe stato meglio.

Ci fai un esempio di queste pratiche eticamente scorrette?

C’è un corridore che, nonostante i grossi risultati ottenuti, sfortunatamente in bici non è molto corretto dal punto di vista posturale. Io, avendo fatto un corso di terapia posturale, l’ho portato, d’accordo con i medici della squadra, da uno dei miei insegnanti. Lui l’ha guardato e mi ha detto senza conoscerlo: «Da un punto di vista fisico questo ragazzo non ha niente, ma da bambino ha avuto dei problemi e si è chiuso: quello che consiglio è di portarlo da uno psicologo. L’unica possibilità per risolvere il problema è questa: agire a livello psicologico e non a livello posturale». Qual è il problema? Uno psicologo indaga e svela aspetti dell’inconscio che possono essere dolorosi, quindi il rischio è che l’azione dello psicologo risulti controproducente. Ovviamente, se mi fossi trovato davanti ad una persona con un lavoro da ufficio, avrei agito in maniera differente. La diagnosi del biomeccanico evidenziava nettamente i problemi, ma non era in grado di risolverli, in quanto l’errore posturale era dato da un malfunzionamento del diaframma a causa di una chiusura a livello gastrico.

©Ciro Scognamiglio, Twitter

Quanto incide un massaggio ben fatto sulla prestazione di un atleta?

Dipende in sostanza dalla condizione dell’atleta. Se ci troviamo a dicembre, prima dell’inizio della stagione, incide relativamente, in quanto la forma non è ancora ad un buon livello; se, invece, siamo in un periodo di buona condizione, anche il massaggio avrà un’influenza maggiore. Qui si ritorna alla fisiologia medica: qualsiasi marginal gain il medico metta in campo con un paziente in cattive condizioni produrrà teoricamente un beneficio inferiore di quello che andrà a produrre su un soggetto in salute. Il tutto, ovviamente, correlato alle possibilità del soggetto in questione. Mi spiego meglio: un massaggio ben fatto a Vincenzo Nibali in buone condizioni non lo condurrà alla vittoria del Tour, ma potrà dare il suo contributo. Cosa intendo con “ben fatto”? Non mi riferisco ad un concetto generale, ma alla situazione specifica del singolo atleta: il massaggio che porta benefici a Vincenzo Nibali potrebbe non avere gli stessi effetti su Chris Froome. Con Vincenzo si è intrapreso un percorso che è in continua evoluzione, tanto da parte mia quanto da parte sua. Abbiamo iniziato con un certo tipo di lavoro e poi successivamente, vedendo dei miglioramenti, abbiamo potenziato certi aspetti.

Quali differenze ci sono nel tuo rapporto con un gregario e con un campione?

Porrei la questione in maniera differente: il perno attorno a cui ruota tutto è il legame che il gregario ha con il campione. Ti riporto alle tecniche di lavoro che adottiamo con Paolo Slongo: il nostro staff non è uno staff necessariamente costruito attorno a Vincenzo Nibali, ma è uno staff che ha un’idea e la segue collettivamente. Vale per me, vale per Slongo, vale per il dottor Magni. L’idea di base è quella a cui si rifaceva anche Giuseppe Martinelli quando aveva in squadra Marco Pantani: costruire uno zoccolo duro attorno a Vincenzo Nibali. Quando andiamo in ritiro a Tenerife, è proprio questo zoccolo duro a venire con noi. In questo modo si crea coesione: quando si resta assieme, i pregi e i difetti delle persone vengono a galla come le incompatibilità caratteriali. È in quel momento che si agisce per risolvere queste problematiche.

Siamo riusciti a mettere d’accordo le idee kazache con quelle italiane e siamo riusciti a mettere d’accordo atleti come Valerio Agnoli e Tanel Kangert: ragazzi che, se vissuti per una settimana nella totalità del loro modo di essere emergono come totalmente differenti, stando insieme si sono capiti e sono cambiati. Vi ricordate Kreuziger agli inizi? Era totalmente diverso da quello odierno. L’idea di Paolo Slongo si rifà alle origini del ciclismo, quando per ogni capitano esistevano più gregari. Il cambiamento è avvenuto negli ultimi anni, perché l’evoluzione economica ha permesso alle squadre di avere più corridori in grado di guidarle, ma la base del movimento ciclistico non era quella: solo tornando indietro di pochi anni si ritrovano squadre con un capitano e diversi gregari. La prima squadra ad avere due punte è stata, credo, la Carrera. Poi a seguire c’è stata la Festina e forse anche la Pbm: erano tutte squadre volte alla globalizzazione. Pensa, infatti, che la Carrera era l’unica squadra italiana che faceva il Tour, o comunque una delle poche che lo faceva sempre.

©Twitter

Torniamo al rapporto con Vincenzo. Com’è cambiato il vostro rapporto dalla prima volta che l’hai incontrato, ci hai parlato o l’hai massaggiato?

La prima volta che l’ho visto è stata alla preolimpica di Pechino nel 2007. Era giovane. Io avevo già firmato il contratto in Lampre e sarei tornato in Liquigas nel 2008. Ero con un mio collega omonimo, Michele, che era già in Liquigas. All’inizio, per dire la verità, ero rimasto abbastanza perplesso dall’atteggiamento di Vincenzo. Pensa che sembrava indisponente nel chiedere le cose. Per esempio, quando voleva i panini arrivava da me e: «Panini!». Dico io, un grazie, un per favore: niente di niente. Quindi avevo chiesto come sarebbe andata l’anno successivo quando sarei tornato in Liquigas e Michele mi tranquillizzò dicendomi: «Stai tranquillo, vedrai che è giovane e non è come pensi». Adesso ricordo quel periodo con un sorriso. Ebbi modo di conoscerlo meglio in occasione del primo ritiro che facemmo in Spagna al mio ritorno in Liquigas, incontrandolo insieme anche a Pellizotti e Kreuziger, e parlando con Slongo gli dissi: «Il corridore su cui mi sembra di influire di più con il mio lavoro e con i miei massaggi è Vincenzo». Era una sensazione, anche sulla base delle persone su cui eseguivo quotidianamente sessioni di massaggi.

Con lui, tra l’altro, mi sentivo più in sintonia per la somiglianza del nostro carattere. Mia moglie me lo dice sempre: «Per forza andate d’accordo, tu e Vincenzo: siete uguali». Quindi abbiamo iniziato, se possiamo chiamarla così, una partnership che poi nel tempo è sfociata in un’amicizia. Io, già dal 2008, su direttiva della dirigenza della Liquigas, sono sceso in Sicilia per seguire sia Vincenzo sia Pellizotti, anche per capire com’erano i rapporti con i suoi genitori e la sua quotidianità. E questo approccio cerco di rispettarlo con tutti i ragazzi con cui lavoro: magari faccio domande un po’ invasive, ma preferisco sapere qualcosa di più sulla loro vita, sulla loro famiglia, se hanno fratelli, sorelle, se i genitori sono separati, se in famiglia ci sono problemi; e poi cerco anche di capire il rapporto che i ragazzi hanno con il padre, se magari c’è un padre dominante, perché ho capito che questo fattore può influenzare molto il carattere dell’atleta e magari la gestione di determinate difficoltà che poi il ragazzo incontrerà nel suo percorso. Faccio questo perché ormai, avendo esperienza e avendo incontrato molti corridori, ho capito che queste variabili incidono.

Qual è stato il momento più bello, anche non sportivo, con Vincenzo? E qual è stato, invece, il momento in cui ti sei sentito più utile?

Non ne sono sicuro, anche perché quando intervengono le emozioni cerco di rimanere lucido e non è sempre facile. Può darsi che a questa domanda nel tempo abbia dato risposte diverse, perché certe volte il ricordo tradisce. Rammento d’aver detto che probabilmente il momento più bello che abbiamo condiviso è stata la Milano-Sanremo. Però, ecco, in questo momento, se ci ripenso, direi che il momento più bello è stato quando ha vinto il campionato italiano del 2014: anche perché era alla ricerca di una vittoria per reagire ai risultati negativi che aveva conseguito alla Parigi-Nizza qualche tempo prima. In quell’occasione ricordo che tornai da Nizza insieme a lui, lo accompagnai prima a Lugano e successivamente in Toscana, questo per avere modo di parlarci ed eventualmente capire se ci fossero delle problematiche che io non avevo compreso.

Ricordo anche il nostro ritiro al San Pellegrino: Vincenzo era deluso, al Delfinato c’erano stati dei miglioramenti, ma Froome e Contador sembravano ancora molto lontani. Sai, io e Paolo, in base ai nostri dati e alle nostre sensazioni, gli davamo dei margini di miglioramento, ma il corridore non si basa sui dati, bensì sulle performance attuali e sulle sue sensazioni, che molto spesso divergono: per questo Vincenzo non era affatto tranquillo. Nei momenti più critici e complessi, i problemi che mi confessa un corridore possono restare tra me e lui; a meno che non riguardino la parte medica o la dieta: in tal caso queste cose le riporto al medico della squadra o al direttore sportivo, che cercano con diplomazia e tranquillità di modificare gradualmente l’alimentazione, e così su questo rapporto di fiducia si basa lo staff. Altrimenti mi sentirei solo e non mi sentirei neanche in grado di gestire una situazione simile a quella del 2013.

©Giro d’Italia, Twitter

Vuoi spiegarci cosa cambia nel 2013?

Nel 2013 non c’era nessuno staff. Ero solo. Paolo non c’era, sul campo c’ero sempre e solo io, quando c’erano dei problemi non venivano filtrati. Non c’era Emilio, non c’era un addetto stampa, non c’era neanche un direttore sportivo di riferimento. I direttori sportivi già a gennaio e febbraio mi chiamavano dicendomi che Vincenzo aveva messo su troppo peso, quindi dovevo chiamare per fargli fare delle visite: avevo grosse responsabilità, quasi quelle di un direttore sportivo, spiegandogli quali fossero i problemi. Dal 2013 ho pensato di non poter essere tre figure in una: essendo il massaggiatore, mi dovevo concentrare sul mio ruolo e sfruttare la mia esperienza  e le mie competenze al servizio della squadra, lasciando il loro mestiere alle altre figure di riferimento. Certo, in quel periodo ho imparato, ma ho pagato con lo stress, fino a perdere sette chili, e mi è rimasta una sorta di “impronta”. È come un giornalista che dopo quindici anni di politica viene passato allo sport: lui lavorerà allo sport, ma avrà sempre l’impronta del giornalismo politico.

Tuttavia, ci tengo a precisare che io sono un massofisioterapista e rimango tale. Ho fatto anche un corso di osteopatia posturale, ma non potrei mai definirmi un osteopata posturale. Il tocco mio e quello di un osteopata posturale sono completamente diversi. Personalmente ritengo fondamentale il rispetto dei ruoli, credo che ognuno debba lavorare attentamente alle proprie mansioni senza interferire con quelle degli altri proprio per una questione di correttezza e di rispetto per il lavoro di squadra, valori che ritengo molto importanti per uno staff. Sono per il rispetto dei ruoli anche per un episodio curioso. Eravamo al Tour de France del 2014 e stavo preparando il tape da applicare a Vincenzo Nibali. Lui riceve un messaggio sul suo cellulare, mi guarda e mi dice: «È un messaggio di Renzi, rispondi tu?». Puoi capire che non posso essere io a rispondere all’allora Presidente del Consiglio, ma ci vuole un addetto stampa.

Se dovessi passare in rassegna i ragazzi che hai seguito, chi sono quelli che ti hanno segnato maggiormente e quelli che, invece, ti hanno lasciato quello che ti aspettavi?

Una classifica simile non riesco proprio a farla. Ho conosciuto tanti ragazzi, tutti diversi, e con sincerità devo dire che tutti mi hanno dato tanto in certi periodi e deluso in altri. C’è sempre il rischio di dimenticare qualcuno, per questo preferisco evitare. Di certo un corridore che mi ha dato molto è Mario Cipollini. Sono stato per alcuni anni, nelle stagioni 1998, 1999 e 2000, il massaggiatore in seconda di Cipollini. Il suo primo massaggiatore era Gabriele Mugnaini. Capitava che lo andassi a trovare in inverno e che facessi con lui qualche gara. Cipollini mi ha insegnato la professionalità. Nel 2014 era presente a Parigi, al Tour vinto da Vincenzo Nibali. L’ho cercato e gliel’ho detto: «Grazie Mario, da te ho imparato molto». Rimase stupito. In primis ho imparato la professionalità. Cipollini metteva tutto sé stesso in ogni cosa ed esigeva che lo staff facesse altrettanto. Mi è servito.

Riflettendo su questo, nel tempo, ho capito anche un’altra cosa. È giusto dare il massimo, ma non si può mai esigere che gli altri facciano come te. Ti faccio un esempio: in questo periodo potrei uscire in bicicletta, mi piacerebbe e mi servirebbe anche per rimettermi in forma. Eppure non lo faccio. Perché? Perché se mi facessi male dovrei venire meno al mio lavoro e non sarebbe giusto. Io ho fatto questa scelta, ma non posso imporla a nessuno sebbene la ritenga giusta. Dobbiamo fare sempre il massimo, ma non possiamo aspettarci dagli altri quello che faremmo noi. Non sarebbe giusto. Mario non riusciva a fare questo, pretendeva il 120% da tutti. È lodevole, ma non credo sia giusto. Ognuno ha la sua testa e il suo percorso di vita. Il percorso di vita delle persone è importantissimo, bisognerebbe conoscerlo bene prima di approcciarsi ai ragazzi e allo staff.

©Alain Mouton, Twitter

Parliamo un attimo dei giorni di corsa. Ci racconti il tuo ruolo in gara?

I ruoli durante la gara vengono normalmente assegnati dal direttore sportivo, non vengono scelti dai singoli collaboratori. Da quando Vincenzo “scivolò” in Argentina dando una risposta poco saggia a un giornalista, Paolo Slongo preferisce che io vada all’arrivo. Sia chiaro, non sono l’unica persona in grado di svolgere questo ruolo, ma diciamo che nel tempo ho conosciuto Vincenzo e questo mi permette di frenarlo se nell’impulsività del momento rischia di lasciarsi andare a qualche risposta scomoda. Nibali è un personaggio, ormai, e non tutti se la sentono. Gli unici che in questi momenti provano a frenarlo siamo io e Paolo. Anche Emilio, ma in maniera più riservata. Io e Paolo siamo più schietti e se ci rendiamo conto che in gara è accaduto qualcosa di particolare riusciamo a frenarlo e a difenderlo. La professionalità nella nostra squadra è talmente alta che il lavoro che faccio io può farlo chiunque. In più ho solo questo legame con Vincenzo che mi permette di gestire al meglio situazioni complesse. Sai, Nibali ha un carattere abbastanza particolare. Nulla di grave, ci mancherebbe, solo che la cassa di risonanza che può avere lui è maggiore.

Come avete gestito questo periodo particolare legato all’emergenza Covid-19? Vi siete sentiti spesso con i corridori?

Sono sincero: no, non ci siamo sentiti più di tanto. O meglio, mi sono sentito con atleti con cui ho un rapporto particolare. Calcola che quest’anno c’è stato il cambio di squadra. Mi sono sentito anche con atleti con cui lavoravo lo scorso anno. Mi sono sentito anche con i ragazzi con cui ho lavorato di più nei primi mesi del 2020, gli stessi con cui ho lavorato a gennaio, nel ritiro di Tenerife, a febbraio e durante il periodo in Portogallo. Ci sentiamo una volta ogni quindici giorni, non di più. Ma questo accade anche con Vincenzo. Magari non ci sentiamo per un mese, poi mi scrive lui: «Ma quei calzini che ti avevo lasciato un mese fa?». Io faccio la stessa cosa: facciamo delle vere e proprie videoconferenze in cui lui mi spiega, ad esempio, come registrare il rapporto sui rulli. Io non sono molto capace.

Com’è cambiato dal 1996 ad oggi il tuo rapporto con gli atleti?

Nel 1996 ero un novizio, mi approcciavo con profondo rispetto. Avevo ventisei anni e mi ritrovavo a fare massaggi ad atleti di trentasette con vittorie e carriera alle spalle. Adesso, per quanto mi riguarda, il rapporto con i ragazzi mi sembra ottimo. Ovviamente nel contesto di una realtà completamente cambiata, ma è naturale. È normale che anche i ragazzi siano più titubanti nel parlare con le persone e più avanti nell’uso dei social network. Non c’è niente da fare, i tempi cambiano. Capisco anche i giornalisti che si lamentano del fatto che i ragazzi parlano poco, ma anche loro devono capire i motivi per cui questo accade. Un corridore, ma forse più in generale un giovane, non si metterà quasi mai a leggere un post molto lungo. Probabilmente sarà più per una frase ad effetto. Non è giusto e tantomeno sbagliato: è così e basta. Vincenzo Nibali, per esempio, fa molta fatica a fare interviste telefoniche o faccia a faccia. Poi, quando lo prendi, ha piacere di parlare e non ti molla più, ma mentalmente fa fatica ad accettare quest’idea. Perché le interviste portano via tempo e di tempo gli atleti ne hanno poco. In più lui mi dice: «Le domande sono sempre le stesse: cercano su Google e trovano tutto».

©Team Bahrain McLaren, Twitter

C’è una corsa a cui sei particolarmente legato?

Indubbiamente in prima posizione c’è il Giro d’Italia. Sono molto legato anche alla Milano-Sanremo, che ho avuto anche il piacere di vincere. In terza posizione ti dico il Giro dei Paesi Baschi: mi è capitato di vincerlo, non ci vado da molti anni ma è una corsa che mi piace molto.

Ricollegandosi a questo, quali differenze ci sono per un massaggiatore tra una lunga corsa a tappe, una breve corsa a tappe e una classica?

Cambia quasi tutto. Intanto ad essere diversi sono gli atleti. Il corridore da grandi corse a tappe, quello ideale, è tranquillo e posato. Non sente la pressione o comunque, se la sente, riesce a gestirla. Il corridore da corse a tappe ha una sorta di interruttore on-off: conclusa la tappa riesce a staccare sino al giorno dopo senza mettersi pressione. L’atleta da brevi corse a tappe e da classiche è tendenzialmente un atleta più nervoso, più vigoroso, più energico. Questi atleti sentono anche di più la gara e quindi sono sempre concentrati sulla corsa. Questo influisce anche sul rapporto che il massaggiatore ha con il ragazzo e a questo proposito ritengo opportuna una precisazione: è importante non farsi influenzare e non influenzare. Mi spiego: anche fra i massaggiatori ci sono coloro che sono più avvezzi alle corse a tappe e coloro che sono più avvezzi alle gare di un giorno. Io, per esempio, sono abituato a lavorare nei grandi giri. Ecco, se io lavoro con un corridore da corse di un giorno non devo influenzarlo col mio modo di pensare. Posso provare a consigliarlo, se magari vuole lavorare su un grande giro, ma altrimenti non devo permettermi di influenzarlo.

È più facile lavorare con un atleta introverso o estroverso?

Dipende molto anche dal carattere del massaggiatore stesso. Io sono un introverso. Se trovo un introverso che non parla durante l’ora dei massaggi non mi infastidisco. A me interessa che parli all’inizio: com’è andata la giornata e come si sente fisicamente. Il resto lo sento con i massaggi. Poi decidono i ragazzi se parlare o meno. Se vogliono raccontarsi mi fa piacere, ma non li forzo. Possono leggere un libro o rilassarsi in silenzio. Preferisco, invece, che non usino il cellulare: è un eccitante, è come venire sul lettino dei massaggi e bere un caffè. Tuttavia, ci sono delle differenze: Vincenzo, ad esempio, usa molto il telefono, ma glielo consento perché su di lui non ha un grosso effetto eccitante, e quindi riusciamo comunque a lavorare bene.

 

 

Foto in evidenza: ©Claudio Ghisalberti, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/