Perché un giorno il futuro delle volate potrebbe proprio passare da qui.

 

Matteo Moschetti è un calcolatore in continua progressione. Ha studiato ragioneria (“A scuola non andavo né bene né male, semplicemente andavo. Stavo attento il più possibile per capitalizzare il tempo, il ciclismo ha sempre riempito quello che mi rimaneva“), misura e quantifica le parole come fossero successi in volata: “Una, tre, cinque vittorie: in realtà non c’è un numero per il 2019. Voglio maturare e mantenere il feeling con la vittoria: dai risultati arriva la fiducia nei propri mezzi. Se devo darmi un obiettivo dico tre parole: esperienza, crescita, conoscenza.

Fare esperienza in corsa, non solo come uomo di punta in volata, ma anche in appoggio a quelli che scruta come dei tòtem: “La prima parte di stagione starò vicino a Degenkolb in funzione delle sue volate.Crescere, attraverso gli allenamenti: “I miei compagni alla Trek hanno due marce in più, vorrei colmare questa distanza perché vorrebbe dire essere tra i migliori ciclisti in gruppo“. Conoscere ogni segreto: “Stuyven è un corridore formidabile, va forte da dicembre a ottobre, è la risposta al ciclismo contemporaneo. Da loro voglio imparare più segreti possibili“.

Ha un paradigma: Alberto Contador. Le caratteristiche sono agli antipodi, ma lui si lancia come fosse una cartuccia nel caricatore del Pistolero più celebre delle due ruote: “Quando fece il discorso motivazionale a inizio stagione, rimasi colpito dal carisma che esprimeva non solo con le parole, ma da quella scintilla che vidi nei suoi occhi: fossi stato un suo compagno di squadra avrei dato l’anima per aiutarlo a vincere un Grande Giro. In  Spagna, quando portavamo in giro il suo nome attraverso la squadra, venivamo accolti come degli eroi: ha lasciato un segno indelebile nel ciclismo“.

Un inizio di carriera che è un crescendo rossiniano e poi nel 2017 il salto di qualità che gli schiuse le porte della Polartec-Kometa: “Vinsi il titolo italiano, un successo inaspettato arrivato dopo tre stagioni in cui la mia crescita fu graduale.” Che gli diede anche la spinta mentale: “Iniziai a pensare in grande e ad acquisire fiducia nei miei mezzi.Nella squadra di Basso e Contador trovò poi terreno ideale per far germogliare il suo talento: “In Italia sono riuscito a correre bene e senza pressioni, ma al mio passaggio in Spagna iniziai a fare tutto diversamente, ritiri al caldo in Spagna, allenamenti differenti, un calendario fatto di corse in giro per l’Europa a confrontarmi con i professionisti. In Europa a livello Continental ci sono squadre attrezzate, il pedigree degli avversari è superiore: un passaggio intermedio fondamentale per progredire. 

La Parigi-Roubaix è la corsa dei suoi sogni: “Al Nord ho poca esperienza e quella che ho fatto spero possa servire in futuro: correre in quelle strade è complicato, servono esperienza e giuste sensazioni. Bisogna sapere dosare le energie e usarle al momento giusto, chissà che studiare da Stuyven, Degenkolb e Pedersen possa aiutarmi un giorno a far scoccare la scintilla.” La Milano-Sanremo quella più adatta: “Corsa incerta, ma ideale per le mie caratteristiche.”

Si sente giovane, ma non giovanissimo: “Caleb Ewan  ha due anni più di me e lo scorso anno fece secondo a Sanremo: noi ragazzi italiani maturiamo un po’ più tardi è vero, però vorrei iniziare a fare bene da subito, senza bruciarmi, ma dimostrando di valere la categoria.” Magari battendo Philipsen: “L’unico rammarico del 2018 è la volata persa al Giro Under 23, brucia ancora, magari avrò la possibilità di prendermi la mia rivincita al Giro dei grandi“. Oppure Viviani: “Sono realista, ma mi piace sognare. Battere Viviani significherebbe stare davanti al velocista più forte del mondo“.

In gruppo ammira tutti: “Perché essere un ciclista, anche se arrivi ultimo, è un merito. Un corridore fa cose incredibili e deve essere incitato sempre” e si scaglia contro chi gratuitamente attacca il ciclismo italiano: “Leggo spesso forti critiche che sostengono come i ragazzi non vogliano mettersi in gioco, o accettare le sfide: io ho colto al volo l’occasione e l’anno in Polartec mi ha cambiato. Ma non è sempre facile, bisogna fare scelte e sacrifici.
Moschetti parla da veterano: “Bisognerebbe provare un’esperienza all’estero a prescindere da risultati o passaggio nel professionismo. Sono esperienze che formano la persona, puoi viaggiare confrontarti, studiare, imparare: tutto può tornare utile nella vita. È vero che a una prima impressione sembra che all’estero le squadre guardino poco ai corridori italiani, ma la musica sta cambiando.” Come nel caso di Affini, protagonista nel 2018 in Olanda: “Grande corridore. Quello che ha fatto quest’anno è stato grandioso e io lo ringrazio sempre perché la mia vittoria con la Nazionale per l’80% è sua. A me do il 20% di merito per la volata.

Moschetti chiude la sua progressione dicendo di sentirsi veloce, ma non abbastanza: “Non ho lo spunto di Mareczko o Viviani, amo partire da lontano anticipando la volata per paura di rimanere chiuso. Non ho mai avuto un treno a disposizione, forse sarà per questo motivo?“.

Immagine di copertina: @Emanuela Sartorio – Caffé & Biciclette

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.