Metti l’esperienza e un po’ di sincerità

L’intelligenza lo contraddistingue, la trasparenza penalizzato: si dice fiero di se stesso.

 

Roberto Damiani è uno dei direttori sportivi più conosciuti ed esperti del panorama ciclistico attuale. Classe 1959, il suo sogno era quello di diventare un ciclista professionista. Poi, dopo una lunga permanenza tra i dilettanti, ha capito di non avere il motore adatto. Passato in ammiraglia con la Unione Sportiva Legnanese, è approdato a quello che oggi chiamiamo World Tour con la Riso Scotti di Davide Boifava nel 1999 dopo essersi fatto conoscere con la Nazionale. Da quell’anno, Damiani ha diretto alcune tra le squadre più importanti del mondo: Mapei, Fassa Bortolo, Liquigas, Lotto, Lampre, alle quali vanno aggiunte preziose esperienze di secondo piano come LPR, UnitedHealthcare, GM-Europa Ovini e Tirol. Nel 2018 è tornato nel ciclismo che conta accettando l’offerta della Cofidis, una delle realtà che più hanno stupito nell’ultima stagione. Roberto Damiani non è stato solo direttore sportivo: ha fatto anche il tornitore e il panettiere avendo in tasca il diploma da geometra, mentre lavorare nel campo assicurativo gli ha permesso di avere tempo a sufficienza per dedicarsi al ciclismo. Schietto e tagliente, non ha mai risparmiato niente a nessuno: né ai suoi colleghi, né ai suoi ciclisti, né tantomeno a stampa e istituzioni. Se potesse tornare indietro, non cambierebbe nemmeno una virgola di ciò che è stato.

 

Dunque Roberto, direi di partire con una domanda che può spiazzare per la sua semplicità: il ciclismo continua ad appassionarti? O è più un’abitudine?

Sono ancora perdutamente innamorato del lavoro che faccio.

So che, in cuor tuo, avresti voluto diventare un ciclista professionista: cos’è successo mentre cullavi questo sogno?

Sai, ogni bambino che ama il ciclismo ha quel sogno: diventare un professionista. Quindi non ero molto diverso da chi aveva e ha ancora oggi questa passione. Sostanzialmente non è successo nulla: mi sono reso conto che non potevo contare sul motore che era necessario per sfondare e che invece molti altri avevano. Punto e basta, senza troppi altri discorsi. Quindi ho pensato che, potendo sfruttare la combinazione di giovane età ed esperienza accumulata pedalando, salire in ammiraglia per aiutare altri ragazzi a crescere e migliorare fosse un buon compromesso. Direi d’esserci riuscito, nel mio piccolo.

Chi erano i tuoi riferimenti?

Essendo del 1959 ricordo nitidamente i pugni alti di Smith e Carlos alle Olimpiadi in Messico del 1968. Ciclisticamente parlando, risposta fin troppo banale: Merckx. So che posso sembrare poco italiano da questo punto di vista, forse influisce l’aver lavorato in Belgio per alcuni anni. Non me ne voglia Gimondi, un grandissimo, ma Merckx era un’altra storia. Quando l’ho conosciuto e ho potuto stringergli la mano, mi tremavano le gambe. Per quanto riguarda l’ammiraglia, invece, guardavo con attenzione Boifava, che non smetterò mai di ringraziare per l’occasione che mi dette. Poi ci metto Peter Post e Cyrille Guimard. Chiudo con Giancarlo Ferretti, per certi aspetti il direttore sportivo che mi ha insegnato di più: i due anni in Fassa Bortolo sono stati decisivi per me. Qualcuno di questi è un semplice esempio, altri invece direi dei veri e propri maestri per il semplice fatto che ho avuto la fortuna e l’onore di lavorarci insieme.

La dimostrazione che lo sport può essere anche molto altro. ©Penn State, Flickr

Ricordi la prima corsa? E i primi anni da direttore sportivo?

La prima corsa penso sia stata a Donoratico (probabilmente Damiani si riferisce al Gran Premio Costa degli Etruschi, classica prova d’apertura del calendario italiano negli anni in cui è stato possibile organizzarla, ndr). Più che di primi anni, parlerei di primi mesi. Che non furono affatto semplici. Ero uno dei volti nuovi, non ero mai stato un ciclista professionista, arrivavo praticamente dall’ambiente della Nazionale e dal dilettantismo. Diciamo che la mia presenza rappresentava una strana novità. I colleghi e i più esperti del gruppo mi guardavano come a dire: e questo da dove salta fuori? C’era un po’ di distacco ma la situazione non diventò mai eccessivamente pesante. A metà stagione non ero più un intruso.

Quale momento ricordi con maggior soddisfazione? Qual è il peggiore, invece?

Fortunatamente ho diversi frammenti piacevoli che mi tengono compagnia. Prima di tutto conoscere e avere a che fare con grandissimi campioni. E’ stato fantastico dirigerli ma anche soltanto viverci insieme per un certo periodo: come dico spesso, sono loro che insegnano qualcosa a noi, anche se da fuori mi rendo conto che questo concetto difficilmente passa o viene prese in considerazione. Ho apprezzato molto l’esperienza americana alla UnitedHeathcare, diversa dalle altre che avevo fatto e che avrei fatto in futuro. Se penso ad una corsa, mi vengono in mente i due Lombardia consecutivi di Gilbert e il Tour de France di Evans; se, invece, ripercorro alcuni momenti cruciali, mi piace ricordare che mandare a casa Basso dopo una decina di giorni al suo primo Giro d’Italia si rivelò una mossa azzeccata, considerando com’è maturato negli anni successivi. Quando si vince o comunque si fa bene, l’atmosfera è carica e serena; quindi, di conseguenza, nasce anche un’amicizia. Per quanto riguarda i momenti difficili, non ho dubbi: Madonna di Campiglio nel 1999, Sanremo nel 2001. Ovvero, quelle notti infinite di dubbi, nervosismo e perquisizioni durante le quali il ciclismo sembrava tutto fuorché uno sport. Sono cicatrici che rimangono. Aggiungo l’ultimo anno alla Lampre: burrascoso. Ovviamente, niente a che vedere coi giorni terribili del doping. Poi è chiaro, in assoluto dico che si vince e si perde ma questo fa parte del gioco.

La corsa più bella che hai vinto?

La prossima.

Quella che, invece, ti manca e che sogni di vincere?

La Sanremo, senza dubbio. E non chiedetemi perché: non si conosce mai il motivo reale che ti porta ad innamorarti di una donna, no?

Alessandro Petacchi, Giancarlo Ferretti e Michele Bartoli: di Sanremo, classe e ricordi indelebili. @versiliatoday

Quali sono i corridori più grandi coi quali hai avuto a che fare? Sotto quali punti di vista brillavano?

Philippe Gilbert e Fabian Cancellara, anche se li ho avuti in momenti diversi della loro carriera. Cancellara era giovane ma andava già fortissimo: più robusto e strutturato del belga, in entrambi la mentalità vincente si è mescolata alla perfezione col talento. Se penso a Gilbert, mi viene in mente anche la classe: bellissimo da vedere ed efficace, quando punta un obiettivo diventa un animale che annusa il sangue della preda. I due Lombardia vinti furono spettacolari, ho ancora i brividi se ci ripenso. Evans era un lavoratore esemplare: ha dato tutto quello che aveva e forse, in alcuni frangenti, anche qualcosa in più. E poi, fortunatamente, molti altri: Museeuw, Bartoli, Tafi, Vandenbroucke.

Lo hai citato tu, Roberto: cosa ti è rimasto di Frank Vandenbroucke?

Fu un passaggio velocissimo, il suo: alla Fassa Bortolo non rimase nemmeno un anno. Ad un certo punto della stagione (era il 2004, ndr) sparì, i problemi di cui soffriva lo stavano ormai portando sempre più lontano da una vita normale. Di lui conservo un ricordo bellissimo. La classe di cui disponeva era nota a tutti: in più, si comportava con un’educazione e una signorilità che raramente ho ritrovato in altri corridori.

Chi ricordi, invece, con piacere nonostante non fosse un fuoriclasse?

Fornaciari e Bramati, due gregari coi fiocchi. Per le loro squadre hanno sempre svolto un lavoro esemplare.

Hai un rimpianto? Un corridore, insomma, col quale avresti voluto vincere o vincere di più.

Pozzato. Ci siamo lasciati dopo diversi anni insieme tra Mapei e Fassa Bortolo. Mi sarebbe piaciuto poter lavorare con lui ancora per qualche stagione. Ha ottenuto troppo poco, considerando la stoffa e l’enorme motore che lo sospingevano.

Qual è il complimento più bello che un diretto sportivo possa ricevere?

Un complimento in particolare non mi viene in mente, non saprei. Fondamentale, e piacevole, è invece la stima da parte dei propri corridori, dei propri colleghi e dello staff. Quando la tua squadra ha stima di te è un bel lavorare.

Qual è, Roberto, il rapporto più sano che può esserci tra un corridore e un direttore sportivo?

Professionale, competente, sincero, chiaro. Io non voglio essere amico dei corridori. Io faccio il direttore sportivo e loro i ciclisti. È chiaro che in tanti anni di attività si formano anche legami importanti: però li ho sempre coltivati al di fuori delle corse, dei ritiri, degli allenamenti. Quand’è il momento di lavorare non esistono amicizie nel senso stretto del termine.

Frank Vandenbroucke. ©Eric Houdas, Wikipedia Commons

Quanto conta, secondo te, la figura del direttore sportivo oggi? Più o meno di prima?

La realtà è che si tratta di una posizione completamente diversa rispetto alla concezione che se ne aveva fino a non molti anni fa. Ferretti, ad esempio, era letteralmente il padrone della squadra. Si occupava in prima persona di tutto: corridori, calendario, trasferte, staff, sponsor. È indubbio che oggi la musica è cambiata: né in meglio né in peggio, semplicemente è cambiata. Io ritengo che il direttore sportivo sia ancora una figura fondamentale: ha ancora il potere e le capacità di far vincere o perdere una corsa, deve essere bravo e attento a creare un certo ambiente, se la squadra sbaglia o azzecca qualcosa nei movimenti o nelle tempistiche è tendenzialmente merito o colpa del direttore sportivo. Credo sia considerato meno di quanto meriterebbe.

Cosa pensi delle radioline e del tanto parlare che se ne fa?

Smetterei di parlarne, ecco. Usando un francesismo, affermo che la questione mi ha proprio rotto i coglioni. E lo dico con estrema serenità, sia ben chiaro. Dal mio punto di vista sarebbe come dire ad un allenatore di calcio o basket di non parlare assolutamente con i propri atleti. Evidentemente a molti non è ancora chiaro quanto le radioline siano importanti dal punto di vista delle sicurezza: sai quante volte abbiamo segnalato al gruppo, ad un gruppetto o anche a un singolo corridore che dopo una certa curva si era formata una fila di ammiraglie? O magari che c’era un’ambulanza ferma per soccorrere qualcuno? Soltanto per questo motivo le radioline non sarebbero nemmeno da mettere in discussione. E quello che mi fa più riflettere, e che dovrebbe far riflettere una grande fetta di pubblico e di addetti ai lavori, è che i primi a volere le radioline sono proprio i corridori: nessuno sottolinea mai questo aspetto, come se il loro parere non contasse nulla. E loro sono i protagonisti, ricordiamocelo sempre. Se mi dite che qualche direttore sportivo ne abusa, vi dico che avete ragione: ma quello è un problema di chi ne fa un uso sbagliato, tanto del direttore sportivo che esagera quanto dell’atleta che si fa comandare a bacchetta. L’accusa che più di ogni altra mi fa ridere è quella secondo la quale noi direttori sportivi vogliamo incidere sulla corsa. Certo che voglio incidere, è il mio lavoro: sono pagato proprio per questo. Io voglio incidere, altrimenti a cosa servo? Un accessorio che toglierei, ad esempio, è il misuratore di potenza. Manterrei soltanto il chilometraggio e le tempistiche, per il resto sta alla conoscenza che ogni corridore ha di se stesso, alla sua abilità nel gestirsi. Magari tante corse si svilupperebbero nella stessa maniera. Un corridore che attacca all’ultimo chilometro, per dire, non lo fa necessariamente perché glielo suggeriscono i suoi dati: può anche darsi che quella sia la sua strategia di gara decisa fin dal giorno prima. Togliendo i misuratori, però, qualche volta l’andazzo cambierebbe. Il resto è sterile polemica. Pinot ha vinto il Lombardia con un numero da circo. Tutti lo applaudivano e mi sembra che a nessuno fregasse delle radioline o di altro.

Hai avuto particolari screzi con alcuni corridori?

No, niente di eclatante: anche questi fanno parte del mestiere. Ne ricordo uno con Cipollini, era il 2002. Lui era un campione, aveva un bel temperamento, e a questo bisogna aggiungere l’adrenalina della corsa che amplifica tutto nel bene e nel male. Comunque la risolvemmo dopo la corsa, nulla di particolare. Siamo ancora amici, a dirla tutta. Diciamo che anche Bouhanni non è il corridore più semplice da prendere, ad esempio, ma anche nel suo caso non ricordo tensioni esagerate o momenti in cui una delle due parti ha perso il controllo.

Roberto Damiani non sarà stato certamente il primo a discutere con Mario Cipollini. ©ta_do, Flickr

Eccoci arrivati ad un’altra domanda spinosa, Roberto: che tipo è Bouhanni?

Prima di tutto è un gran bel corridore e questo, un po’ per colpa sua e un po’ perché chi parla di ciclismo cerca la notizia che faccia rumore, spesso viene dimenticato. Ha ventotto anni e ha vinto al Giro, alla Vuelta, al Delfinato, alla Parigi-Nizza: più di sessantacinque volte (secondo ProCyclingStats, le affermazioni da professionista di Bouhanni sono settantasette, ndr). Lui, però, non fa niente per presentarsi al pubblico in maniera diversa. In questa stagione ho avuto modo di conoscerlo e di parlarci in più occasioni: per quello che ho potuto constatare, è un ragazzo introverso e timido. Però mi rendo anche conto che il pubblico giudica in base a quel che vede e Bouhanni, in certe occasioni, non si è comportato nella maniera più corretta.

Credevi, un anno fa, di poter tornare ad alti livelli? Te l’aspettavi una chiamata da parte di una squadra così importante, che fosse o meno la Cofidis?

Non me l’aspettavo, sono sincero. Colgo l’occasione per ringraziare una volta di più Cédric Vasseur: almeno fino ad oggi è stata un’esperienza eccezionale, anche se sono sicuro che sarà così anche nell’immediato futuro. La vera Cofidis la vedremo dal 2020 in poi. Lo stesso Vasseur è arrivato un anno fa: quando porti una cultura e una filosofia completamente diverse, non puoi pensare di spengere e riaccendere tutto come una luce con l’interruttore. Ci vuole tempo, confronto, riflessione, risultati. L’organizzazione è quella di una squadra World Tour tanto dal punto di vista numerico quanto da quello delle competenze: so che lo sponsor sta concretamente pensando al decisivo salto di categoria ma per il momento sono solo ambizioni e previsioni. Nelle ultime stagioni, la squadra si era un po’ adagiata sugli allori del glorioso passato. Però stiamo tornando e i risultati ottenuti quest’anno lo testimoniano. Bouhanni e Laporte sono due velocisti di tutto rispetto con ancora diverso tempo a disposizione, Hofstetter compirà venticinque anni a febbraio ma alla prima stagione da capitano ha conquistato la classifica dell’UCI Europe Tour. Per i percorsi più duri, invece, abbiamo puntato su uomini esperti e che hanno già corso nel World Tour: Atapuma, Berhane, Hansen. In più, corridori come Waeytens e Fortin saranno fondamentali per fornire un treno degno di questo nome ai velocisti sopraelencati. Come ho già detto ai ragazzi, abbiamo la responsabilità di migliorarci. Insomma, si sarà capito quanto sia soddisfatto e grato per questa avventura. Tra la proposta di Cédric e il mio “sì” saranno passati trentacinque, quaranta secondi al massimo: non di più. E, aggiungo, il ciclismo francese ci sta insegnando e mostrando qualcosa che forse noi (italiani, ndr) non vogliamo vedere.

A cosa ti riferisci, Roberto?

Chiunque creda in una sorta di isola del paradiso ciclistico, ecco: sappia che esiste e che è la Francia. Io sono orgoglioso di essere italiano, attenzione: ma credo che, specialmente in questo momento storico, ci voglia l’umiltà per riconoscere che in Francia stanno lavorando molto meglio di noi e che avremmo soltanto da imparare. Ho trovato una professionalità che mi ha lasciato e mi lascia tuttora basito. C’è un rispetto per gli atleti e per lo staff che io non avevo mai trovato in nessun’altra delle mie esperienze. Per un meccanico andato recentemente in pensione abbiamo organizzato una bellissima festa, degna del capitano più importante. Per dirne un’altra: ogni membro dello staff ha un giorno libero a settimana persino al Tour de France. Ogni sei giorni ne scatta in automatico uno di libertà. Viene sostituito addirittura l’autista. E io, lo ripeto, una cultura del genere non l’ho mai incontrata prima. E poi anche a livello di strutture sono un passo avanti: attenzione, non la Cofidis o la FDJ, ma il movimento ciclistico francese in generale. Lo sponsor è direttamente e totalmente coinvolto, c’è tanta passione dietro agli investimenti che fanno. Fino al 2022 abbiamo la certezza che Cofidis investirà ancora nel ciclismo: lo fanno da più di vent’anni, quando al termine di svariati studi si accorsero che il ciclismo gli avrebbe garantito un ritorno d’immagine incredibile. Non hanno più smesso. Con tutto il rispetto per le Professional italiane, non c’è paragone.

Se riuscisse a gestirsi con più tranquillità, Nacer Bouhanni sarebbe uno dei velocisti di punta del ciclismo internazionale. ©Damien, Flickr

 

D’accordo, Roberto: ma si tratta soltanto di una questione di etica e rispetto? Oppure c’è dell’altro?

Credo che in Italia non ci si renda veramente conto del fatto che sia già caduto tutto a pezzi. Ci trinceriamo dietro stupide considerazioni: meccanici apprezzati in tutto il mondo, direttori sportivi vincenti. Validissimi corridori che onorano al meglio la loro nazione, penso a Nibali e dietro tutti gli altri che sanno vincere o raccogliere risultati di prestigio. È arrivato però il momento di aprire gli occhi: le evidenti falle del sistema ciclistico italiano vengono mascherate da queste bellissime prestazioni individuali. Prestigiose e spettacolari, certo, ma pur sempre individuali. Non c’è un obiettivo, non c’è un movimento che vada avanti in blocco. Non c’è una tendenza da seguire, un disegno d’insieme. Quei pochi che si muovono lo fanno in maniera scoordinata, a pezzi e bocconi, un passo avanti e uno indietro. Mi sembra non ci siano i presupposti per fare un’analisi seria e comportarsi di conseguenza. E il dilettantismo, è sotto gli occhi di tutti, sta ancora peggio. Se non si prendono provvedimenti, questa frattura si dilaterà sempre più. E poi ci lamentiamo troppo e, storicamente, lamentarsi fa entrare in un circolo vizioso che non porta a nulla se non a stagnare e peggiorare. Com’è possibile che non ci sia nessuno pronto ad investire? Perché Segafredo, pur di non prendere l’iniziativa qua da noi, si è appoggiato ad un colosso americano come Trek? Non credo siano solo interessi, siamo l’Italia cavolo. Forse ci presentiamo male, penso io. L’ufficio stampa e l’addetto stampa non deve soltanto curare le due righe su vittorie e piazzamenti di giornata. Oggi la comunicazione è fondamentale e gran parte del successo di ogni squadra dipende da come essa si comunica al proprio pubblico. Le sappiamo, queste cose, in Italia? All’estero sì, ne ho lo prove, ma per quanto riguarda il nostro paese sono tentato dal supporre che le cose non vadano esattamente così. Come ho detto poco fa, bisognerebbe avere l’onestà di ammettere che siamo in difficoltà; poi, in un secondo momento, guardare chi lavora meglio di noi e copiarlo. Se non si hanno i mezzi o le capacità per inventare qualcosa di nuovo, copiare o prendere ispirazione possono essere delle buone alternative. A monte, però, ci deve essere la volontà: sostituirei la lamentela con la progettualità.

Dove sta andando il ciclismo professionistico? Quali problemi ha, secondo te?

E se parlassimo di opportunità? Il ciclismo sta crescendo enormemente, basti guardare all’utilizzo delle biciclette nel mondo. Anche quelle elettriche rappresentano una grandissima opportunità. L’unica pecca è che il movimento sta crescendo a velocità diverse. Certo, qualche problema c’è sempre. Parlando di doping, tanto prima o poi si tira in ballo, il ciclismo ha fatto tantissimo per combatterlo e ripulirsi. E poi garantisce un incredibile ritorno d’immagine e sono in molti a non aver ancora afferrato la questione. Ecco, qui possiamo fare ancora meglio.

Cosa pensi di aver sbagliato in carriera, Roberto?

Non dovevo tornare in Italia dopo aver vissuto benissimo in Belgio. Tornai perché vidi la Lampre in difficoltà, erano gli anni del processo di Mantova: la Lampre era un bene del ciclismo e soprattutto del ciclismo italiano, tornai volontariamente per dare il mio supporto. Sbagliai, ma adesso è facile dirlo: di senno di poi ne son pieni i fossi. A volte ci sono stati anche errori in gara, errori tecnici. Comunque ci possono stare e quando ho sbagliato non ho avuto problemi a chiedere scusa ai miei corridori.

 

Roberto Damiani è fermamente convinto che i successi dei vari Viviani, Nibali, Aru, Trentin, Colbrelli, Moscon e via discorrendo, abbiano mascherato e continuino a mascherare il pessimo stato di salute del movimento ciclistico italiano. ©caffè&biciclette

 

Roberto, tu che ha attraversato gli ultimi decenni di questo sport ci saprai rispondere: il ciclismo d’una volta era davvero migliore di questo? O è più che altro una questione nostalgica, che ogni generazione ama ripetere?

È un’abitudine molto italiana, per quanto ho potuto sperimentare. All’estero sono tendenzialmente meno nostalgici: in Francia, ad esempio, guardano tantissimo alla grandeur del passato ma allo stesso tempo si concentrano anche sul futuro. E ai giovani: che si buttino. Non è assolutamente vero che quelli di oggi hanno qualcosa in meno. Anzi, a me sembrano molto meglio della mia generazione. I discorsi di stampo passatista sono sempre esistiti e sempre esisteranno: li sentivo da bambino, me li hanno fatti quand’ero ragazzo, li sento fare adesso da coetanei. È un’abitudine che non tramonterà mai: l’importante è starne il più lontani possibile e non crederci. Il passato è fondamentale ma non può essere il nostro orizzonte.

Che direttore è Roberto Damiani?

In molti mi descrivono come un rompicoglioni, e hanno ragione: sono esigente e meticoloso, abbino la parte scientifica e quella umana e psicologica. Un corridore non finisce mica al collo: ci sono testa e cuore, paure e pensieri, ambizioni e stress. Oltre che pagare negli alberghi e studiare le tattiche, dobbiamo essere i primi motivatori. Se sei appassionato, lo fai bene. Ci stanchiamo anche noi, infatti è per questo che bisogna saper alternare il lavoro ai momenti di tranquillità e solitudine. Amo casa mia ma se devo partire per la Cina o per il Canada vado con piacere.

Sei sempre stato un personaggio diretto, talvolta forse scomodo, perché hai fatto bene anche all’estero e non hai mai risparmiato bordate all’Italia. Questo atteggiamento ti è costato?

Penso proprio di sì: nessuno me lo ha mai detto in faccia ma è chiaro che può essermi costato. In un paio di occasioni mi è stato fatto capire: non ti prendiamo altrimenti si parla più di te che di noi. Con la stampa ho un buon rapporto anche se mi fido di pochi giornalisti. Quelli che mi dicono di parlare a ruota libera ché tanto loro non scrivono nulla, ecco: di questi non riesco proprio a fidarmi. Per aggirare il problema, io dico quello che voglio: che il loro taccuino sia aperto o chiuso non m’importa. Oggi è innegabile che bisogna stare attenti alla comunicazione e ai social network: siamo giudicati anche per questo. Comunque, che mi siano dette queste cose mi dimostra che sono sulla strada giusta. Ho perso qualche opportunità professionale, ma ho ancora la mia dignità.

 

Foto in evidenza: @TeamCofidis, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.