Non vedo l’ora di ripartire: intervista a Roberto Damiani

Abbiamo raccolto la testimonianza di Roberto Damiani, costretto alla quarantena all’UAE Tour.

 

 

Fino ad oggi, salvo qualche sporadico accenno qua e là, la redazione di Suiveur non si era mai espressa sull’affaire COVID-19. È stata una scelta discussa e consapevole: non volevamo perderci nel mare magnum dell’opinione pubblica, avventurandoci in sentenze che non possiamo permetterci e che rischierebbero di diventare estremamente pericolose. Un parere, da qualsiasi parte arrivi, non è mai richiesto; ragion per cui ci siamo astenuti dal darlo. Manterremo questa linea fin quando ci sembrerà giusto farlo, oltrepassandola quando ci parrà di aver qualcosa di costruttivo da aggiungere al dibattito. Questo è uno di quei momenti, anche se a parlare non è Suiveur: bensì Roberto Damiani, uno dei direttori sportivi della Cofidis nonché uno dei più esperti del gruppo. Chi meglio di lui, infatti, può raccontare le vicende dell’UAE Tour, l’evento ciclistico che per primo ha risentito di questa emergenza sanitaria?

©Team Cofidis, Twitter

Come stai, Roberto?

Bene, grazie. Negli ultimi giorni questa domanda me l’hanno fatta in tanti: capisco e ringrazio, ci mancherebbe, ma ho l’impressione che non si sia capito bene come abbiamo vissuto noi laggiù. È stata una situazione inaspettata e difficile, non lo metto in dubbio: in decenni di carriera non mi era mai capitato niente del genere e spero non risucceda mai più, non avrei mai creduto di dover sacrificare una fetta importante della mia libertà. Però, allo stesso tempo, non dimentichiamoci il contesto: eravamo costretti in una struttura all’avanguardia, non ci mancava niente e non siamo mai stati lasciati da soli. Per intenderci: non eravamo in guerra, nessuno ci ha sparato addosso. Quante persone ci sono, in tutto il mondo, che vivono quotidianamente situazioni peggiori? Anzi, colgo l’occasione per ringraziare tutte quelle persone che ci hanno manifestato solidarietà e vicinanza: sono state tantissime, non me l’aspettavo; il loro supporto, seppur minimo e immateriale, è stato fondamentale. Una volta ritornato, qualcuno mi ha chiesto se fossi stanco: ho risposto di no, dato che siamo stati due settimane in un albergo. Perché mi dovrei riposare, adesso?

Riavvolgiamo il nastro, Roberto. Cos’è successo all’UAE Tour?

È successo che si sono corse cinque tappe su sette. L’ultima, la quinta, l’ha vinta Pogačar: era la seconda volta che si tornava su Jebel Hafeet, la salita più importante della competizione. Quella stessa sera, era il 27 febbraio, i rappresentanti delle squadre vengono convocati: in sostanza, a mezzanotte ci viene comunicato che la corsa è finita, l’ha vinta Adam Yates. Il motivo è presto detto: pare che ci siano alcune positività al cosiddetto coronavirus. Ecco, i due giorni successivi sono stati probabilmente i più difficili: le informazioni che ci arrivavano erano incerte e frammentarie, non ci era permesso uscire dall’albergo e la tensione cresceva di ora in ora. La bolla ha cominciato a sgonfiarsi quando la maggior parte delle squadre sono state fatte rientrare in Europa e a quelle rimaste è stata chiarita la faccenda: dovevamo metterci l’anima in pace e rimanere in quarantena fino al 14 marzo.

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Perché molte squadre hanno avuto il via libera per ritornare a casa mentre la Cofidis è stata costretta a rimanere laggiù?

Il problema veniva dal quarto piano, dove alloggiavano tre squadre: la Cofidis, appunto, e poi la Groupama-FDJ e la Gazprom-RusVelo. Due corridori della Gazprom sono stati ricoverati per motivi febbrili e quindi, almeno in un primo momento, era stata ipotizzata un’eventuale positività al coronavirus. Ecco perché siamo rimasti là più a lungo delle altre squadre. Comunque, questo ci tengo a specificarlo, nessun membro della Cofidis è risultato positivo: ci hanno controllato addirittura tre volte, quindi possiamo stare tranquilli. Ho sentito anche Konychev, uno dei direttori sportivi della Gazprom, e mi ha detto che la situazione era tranquilla. Mi auguro, e auguro a loro con tutto il cuore, che dopo un ulteriore controllo risulti tutto negativo così da poter tornare a casa.

[Purtroppo, la vicenda ha preso un’altra piega. Abbiamo parlato con Roberto Damiani martedì 10 marzo, quando la situazione era effettivamente quella descritta dallo stesso Damiani. Il giorno dopo, mercoledì 11 marzo, è stata confermata la positività di un corridore della Gazprom-RusVelo: si tratta di Dmitry Strakhov, ventiquattro anni, il quale tuttavia ha dichiarato di sentirsi bene.]

Quanti membri della Cofidis sono rimasti coinvolti in questa spiacevole vicenda?

Sedici, in tutto. I corridori erano sette: i fratelli Herrada, Attilio Viviani, Hansen, Haas, Berhane e Rossetto. Abbiamo cercato di trarre qualche insegnamento da quest’esperienza: sia per convincere noi stessi di non aver buttato al vento due settimane, sia per cementare ulteriormente il gruppo. Credo di poter dire che ci siamo riusciti: la Cofidis è uscita rafforzata da questa vicenda surreale. A questo proposito, voglio fare i miei più sinceri complimenti allo staff della Cofidis che era con me e i ragazz all’UAE Tour. Sono emersi valori fondamentali, quelli che permettono di proseguire insieme con armonia e rispetto. Avendo con noi tutte le figure più importanti, compreso il fisioterapista, abbiamo organizzato una sorta di ritiro collegiale, un’essenziale routine sportiva da rispettare per simulare la normalità, o comunque qualcosa di molto simile. Ovviamente, passando tanto tempo insieme abbiamo imparato a conoscerci ancora meglio: sono venute fuori le reazioni, le personalità, le soggettività. Lo staff è stato esemplare, lo ripeto; i corridori si sono comportati abbastanza bene, anche se qualche capriccio c’è stato.

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Direi anche qualcosa in più di un semplice capriccio, Roberto. José Herrada e Rossetto hanno usato parole forti nei confronti dell’organizzazione: si sono entrambi schierati contro una certa idea di ciclismo, accusando RCS di voler globalizzare il ciclismo a discapito della saluta e del rispetto dei corridori.

Sono molto arrabbiato con loro, non lo nascondo. Ne abbiamo discusso a lungo e i diretti interessati sanno che sono ampiamente in disaccordo con quello che hanno detto. L’organizzatore, che sia RCS o ASO, è un’azienda che deve rispettare dei fatturati: cosa c’è di strano se per una questione di business decidono di correre in certi paesi e non in altri? Se un corridore non condivide queste scelte, non ha che da dirlo. L’UAE Tour, peraltro, pur facendo parte del circuito del World Tour, non era nemmeno una corsa alla quale eravamo obbligati a partecipare. Se non ci siamo rifiutati, ci sarà un motivo. Io credo che i corridori siano troppo viziati. Fanno un bel mestiere e lo sanno fare bene, non voglio sostenere il contrario; concentrandosi esclusivamente sull’aspetto pedalato del ciclismo, però, tralasciano tutto il resto e non lo reputano importante come la corsa in sé, l’evento che loro stessi animano e rendono possibile. Accusare l’organizzazione come hanno fatto loro è sbagliato, molto semplicemente. Certo, anche RCS o ASO possono sbagliare e il dovere di tutte le parti coinvolte è provare a fare sempre meglio. Ma attaccarli in questa maniera è esagerato, non mi sta bene. Come se i corridori, poi, corressero per beneficienza. C’è la passione, non lo metto in dubbio, ma l’aspetto economico è tutt’altro che secondario: e chi fa parte della Cofidis, ve lo assicuro, non ha niente di cui lamentarsi da questo punto di vista.

Tuttavia, anche questa incomprensione ci è servita e ci servirà per lavorare meglio in futuro: non è facile essere il responsabile di un gruppo di ragazzi che erano venuti lì per correre e che, invece, si ritrovano chiusi in camera o al massimo limitati nel corridoio del piano. Nell’albergo c’erano anche la piscina e la palestra, per dire, ma noi non potevamo accederci. A volte, qualcuno dei ragazzi me lo chiedeva. Io ero chiaro: se non rispettiamo le regole, veniamo accusati di attentato alla salute pubblica del paese; ad una cella credo sia preferibile una confortevole camera d’albergo.

Analizziamo il ruolo delle parti coinvolte, Roberto. Mi riferisco perlopiù alle ambasciate, a RCS e alla Federazione Ciclistica Italiana.

Sinceramente non so cosa avrebbe potuto fare la Federazione Ciclistica Italiana, ma se proprio vuoi saperlo io non sono stato contattato da nessuno durante la permanenza forzata. Per quanto riguarda le ambasciate e RCS, non posso che ringraziarle e applaudire il loro operato. Non ci hanno mai lasciato da soli, si sono interessati alla causa e non ci hanno fatto mancare niente. Potevamo rivolgerci a loro in qualsiasi momento, ventiquattr’ore su ventiquattro, e loro ci ascoltavano e ci venivano in contro. I due responsabili di RCS del posto sono stati fondamentali: senza il loro aiuto, non avremmo potuto usare né le biciclette né i rulli, che negli ultimi giorni hanno spezzato l’apatia e il malumore che ogni tanto serpeggiavano. Siamo stati trattati bene, con cordialità e fermezza. Certo, se fossimo stati in Italia e avessimo potuto confrontarci con un governo che parlava la nostra stessa lingua, sarebbe stato ancora meglio. Ma non possiamo davvero lamentarci. Più che assegnare le colpe a qualcuno, penserei a ringraziare chi ci ha aiutato, supportato e seguito.

©Team Cofidis, Twitter

È un bene che tutto si sia risolto per il meglio, insomma. A maggior ragione perché, almeno in un primo momento, la situazione veniva raccontata con dei toni accesi, quasi drastici. Si è esagerato, Roberto?

Col senno di poi, probabilmente sì. La nostra quarantena doveva terminare il 14 marzo e invece è terminata l’8 marzo, quando le autorità competenti si sono accorte che stavamo bene, quindi siamo tornati a casa prima del previsto. Col senno di poi, tuttavia, è facile riscrivere gli eventi. Bisognava esserci, per sentire la tensione delle prime ore e dei primi giorni: centinaia di persone coinvolte, tutte quante costrette a rimanere in albergo, nessuna certezza riguardo all’esito dei primi tamponi. Da quel che ho capito, Stefano Rizzato è stato il tramite principale della vicenda per gli appassionati italiani: ecco, io sono sicuro che oggi userebbe toni diversi e racconterebbe gli eventi in un’altra maniera. Io stesso, in un eccesso di foga, avevo minacciato uno sciopero della fame: per un giorno e mezzo non abbiamo potuto contare né sulla pulizia delle camere né su una quantità di cibo giusta. Mi sembrava doveroso alzare la voce e forzare la mano, consapevole che stavo esagerando: speravo che potesse servire a valutare la situazione nella maniera corretta. Ora come ora, mi rendo conto che talvolta abbiamo esagerato. Ma giudicare oggi dall’Italia non serve a niente; bisognava essere presenti e coinvolti, per capire la stranezza e la complessità della faccenda.

Tornato in Italia, purtroppo, hai trovato una situazione tutt’altro che semplice. Che idea ti sei fatto, Roberto?

L’idea che può essersi fatto una persona che non ha delle competenze specifiche e che, per qualche settimana, ha vissuto una situazione altrettanto delicata lontano dall’Italia: quindi, un’idea confusa e approssimativa. Se devo essere sincero, non ho ancora ben capito l’entità reale del problema. Questo mi porta a pensare che l’informazione non sia stata organizzata e divulgata nella maniera giusta e che la politica italiana non abbia saputo gestire con chiarezza la situazione. Credo sia comprensibile, almeno in parte: come dicevo prima, distribuire le colpe non serve a niente e questa emergenza ha preso in contropiede la società intera. Tuttavia, qualche dubbio mi rimane. Ad infastidirmi è il modo in cui è stata trattata l’Italia dagli altri paesi: una terra di appestati che si è tirata la zappa sui piedi, in pratica. Nei prossimi giorni vedremo se abbiamo avuto ragione o meno, per quanto poco importante sia aver ragione in un contesto del genere. D’altronde, non c’è da stupirsi più di tanto: certe guerre si combattono anche sul terreno della comunicazione.

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La confusione generale ha condizionato anche il mondo dello sport.

Non poteva essere altrimenti. Un’altra decisione che non ho capito, ad esempio, è stata quella di fermare le corse ciclistiche e non le gare calcistiche: si è giocato un turno di Serie A, seppur a porte chiuse, e si continuano a giocare le coppe europee. Per quanto ne so, a prevalere dovrebbero essere la salute e la compattezza: bisognava fermare subito qualsiasi manifestazione sportiva, secondo me. La confusione c’è anche nel ciclismo, ovviamente: da noi non si corre, ma la Parigi-Nizza va avanti; non sappiamo ancora se si disputeranno le classiche del nord e i grandi giri, a partire dal Giro d’Italia. Si rischia di ipotizzare il niente, insomma, e quindi preferisco non pronunciarmi. Per una squadra professionistica, i problemi sono lampanti: dobbiamo mantenere l’ambiente il più coeso e sereno possibile; dobbiamo rivedere i programmi di allenamento e i calendari delle corse; dovremo essere bravi ad adeguarci quando le corse riprenderanno. E dobbiamo confrontarci con gli sponsor, anche se da questo punto di vista noi siamo fortunati: Cofidis è uno sponsor unico. Unico in tutti i sensi: il solo col quale dobbiamo confrontarci, essendo lo sponsor principale della squadra, e il migliore che si possa desiderare in una situazione simile, dato che ci ha manifestato solidarietà e vicinanza fin da subito. È un piacere lavorare in un ambiente che antepone il rispetto e l’etica del lavoro ai risultati. Da un punto di vista strettamente economico, ovviamente è un disastro: si tratta di un investimento da milioni di euro che viene momentaneamente bloccato e che rischia di finire bruciato, se la faccenda non dovesse risolversi in tempi brevi. Siamo tutti sulla stessa barca, purtroppo.

E tu, Roberto, come hai vissuto questa vicenda?

È stata dura, come dicevo: nuova, improvvisa, complicata. Ho letto molto, se devo essere sincero: il tempo a disposizione non mi mancava e leggere mi è sempre piaciuto. Qualcuno, scherzando, mi ha detto che forse avrei fatto meglio a rimanere dov’ero; non scherziamo, ho risposto io: la situazione sarà difficile anche in Italia, ma perlomeno sono insieme alla mia famiglia. Non ci resta che continuare a lavorare e aspettare dei miglioramenti. Non vedo l’ora di ripartire.

 

 

Foto in evidenza: ©MathildeLAzou

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.