Pedalo dunque sono: intervista a Cristiano De Rosa

Un pezzo di storia del ciclismo italiano si racconta senza filtri.

 

 

Cristiano De Rosa è nato nel luglio del 1963. Compirà cinquantasei anni tra pochi giorni, anni vissuti nel segno della bicicletta e del retro-futurismo. Il retro-futurismo è una scelta di vita: guardarsi indietro per guardare avanti; guardare avanti per guardare indietro e al presente, per restare saldamente qui e ora. De Rosa legge la contemporaneità in questa ottica. Le sue biciclette non vogliono essere solo un prodotto ma una scelta, una sensazione, un’emozione. Lui sceglie la bicicletta per andare a lavoro, per fuggire dai pensieri la domenica mattina alle cinque e per prendere decisioni importanti, anche alle otto di sera con quarantuno gradi in un soffocante inizio di luglio. Da ragazzo la scelse anche per correre. L’imprinting del padre resta nei sessantasei anni di storia dell’azienda: partire dal basso, ascoltare tutti per imparare, adottare il punto di vista dell’umiltà. Per questo il nuovo logo dell’azienda è stato disegnato da Pininfarina: per la capacità di ascoltare i De Rosa e di estrapolare dalle loro parole l’essenza del loro lavoro, durante svariate interviste realizzate in studio. Cristiano ha imparato da Ugo, il padre, e impara continuamente da Nicolas e Federico, i suoi figli, entrati in azienda per scelta e spirito di sacrificio. Si definisce una spugna in mezzo a tanti spunti per crescere e migliorare. Suo padre è un fuoriclasse; lui, per sua stessa ammissione, un uomo in divenire che deve ancora dimostrare. La sensibilità, invece, non gli manca; quella traspare dalle lacrime di cui si riempiono i suoi occhi quando racconta del padre e in quel “è bellissimo”, sussurrato a malapena, mentre si scusa per un’interruzione di qualche minuto durante la nostra chiacchierata.

Cristiano De Rosa. ©De Rosa

Cristiano, partiamo da una definizione: bicicletta, secondo il vocabolario De Rosa.

Ho cinquantacinque anni. Ho sempre pedalato e sono sempre andato in giro in bicicletta. Mio padre, proprio per questo, mi chiamava e mi chiama ancora strolig: strolig in milanese sono i giostrai, coloro che sono sempre in giro. La bicicletta è uno strumento per esplorare qualsiasi momento di libertà della mia vita: mezzo di trasporto, vettore di felicità, senso di comunità con gli altri. Prima di tutto, però, è senso di libertà. La domenica mattina, certe volte, alle sei meno un quarto sono già fuori in bicicletta; alle otto e un quarto sono già su qualche vetta ed è stupendo. Sono un ciclista dipendente dalle ruote, dalla catena, dagli ingranaggi, dal manubrio, dalla sella, dai rapporti. Tutte le decisioni più importanti della mia vita le ho prese in bicicletta, lavoro o meno. La bicicletta porta benessere: lo dicono tutti ma un conto è dirlo, un conto è viverlo. Io lo vivo ed è così.

Sembra assurdo chiedere a De Rosa, produttore di biciclette, se per caso ricorda la sua prima bicicletta. Qual è stata, Cristiano?

Ero al secondo anno da esordiente, bicicletta azzurra di seconda mano, misura quarantotto. Era una Garosi in acciaio. Colore: azzurro Spagna. Ero ancora piccolino. L’anno successivo sono alzato di quindici centimetri. Non potevo più usare quella bicicletta, così mio padre me ne regaló una nuova. Ma i primi anni correvo con una bicicletta usata. Tra l’altro, piccola curiosità, non ho mai capito perché quel colore si chiamasse azzurro Spagna: la Spagna solitamente si associa ad altri colori.

Parliamo di Ugo De Rosa, Cristiano.

Premetto che papà è la persona più importante della mia vita. Non come imprenditore, sia chiaro, ma come genitore. I valori che mi ha insegnato sono fondamentali di vita: la coerenza, la correttezza, il rispetto. Dal punto di vista imprenditoriale, mio papà ha sempre lavorato dalla mattina alla sera senza risparmiarsi. Una cosa abbiamo in comune, una delle poche: l’aver corso entrambi in bicicletta. Ci sono persone che si vantano di aver corso in bicicletta: a noi non conviene. Non eravamo buoni corridori. Molte volte, quando parlo con lui, mi dice: “Corso in bici? No, non ero io. Ti confondi“. Mio papà ha fatto questo tipo di lavoro perché gli piaceva. Credo sia una delle pochissime persone al mondo che possa dire questo. Quando qualcuno gli dice: “Potevi fare di più. Potevi diventare…“, la sua risposta è sempre quella: “È vero, ma io ho fatto quello che mi è piaciuto“. Questa è la sua ricchezza. La cosa peggiore è quando hai qualche soldo in più in tasca ma non sei soddisfatto della tua vita, quando fai qualcosa che non ti piace. Allora sei ricco o povero? Ricco di soldi ma povero di esperienze, di emozioni, di sensazioni, di voglia di vivere. Mio padre si è sempre accontentato della sua ricchezza professionale, non ha mai guardato agli altri con invidia. Ha sempre fatto quello che voleva ed è stato contento di quello. Nel suo caso, inoltre, sono arrivate anche tante soddisfazioni: il risultato più grande che un imprenditore possa conseguire. E poi è tutta una questione di consapevolezza. Secondo me, se tu capisci cosa vuoi fare e cosa sei capace di fare, sei già a metà strada. Lui ha fatto prima il meccanico, poi il costruttore, poi si è ingrandito e così via. Non ha mai costretto i figli a fare il suo lavoro: siamo stati noi ad avvicinarci a questa professione. All’inizio per aiutarlo, a dire il vero. Vedevamo che faceva quindici, sedici ore al giorno di lavoro: dietro ci sono fatica e sacrifici.

Ugo De Rosa. ©De Rosa

C’è un ricordo, un insegnamento, un rimprovero di Ugo De Rosa che ti ha segnato?

Di rimproveri ce ne sarebbero tantissimi, alcuni conditi anche con qualche calcio nel sedere: e meno male, dico io. Quello che più mi resta è l’idea di fondo che ha guidato la sua vita professionale: da un lato il rispetto per il cliente, punto fermo della nostra visione imprenditoriale, dall’altro saper capire le esigenze di chi va in bicicletta e provare ad anticiparle. È un’attenzione che va sviluppata giorno dopo giorno, ascoltando tutte quelle figure che fanno parte di questo ambiente: il cliente, il corridore professionista, il distributore, chiunque possa arricchirti di idee. Noi dobbiamo ascoltare loro, le loro esigenze. Chiunque si rapporta con te, ti sta dando delle informazioni preziose: sei sciocco, se le butti al vento con arroganza.

Prima hai detto: “Una delle poche cose che abbiamo in comune è l’aver corso in bici”. Siete diversi caratterialmente?

Diciamo le cose come stanno: lui è un fuoriclasse, io devo ancora dimostrarlo. Il fatto che andavamo entrambi piano è vero. Ci accomuna un grandissimo rispetto per quello che facciamo. Per arrivare ai suoi livelli ci vorrà tempo. L’attenzione alla bellezza della bicicletta è comune, anche se ci arriviamo seguendo strade diverse. Faccio un esempio: per lui l’eleganza di una bicicletta si esprime con il colore blu, mentre io posso proporre anche un rosso, un grigio o un nero. Lui ascolta, ma resta della sua idea. Ecco, se proprio dovessi trovare un suo limite, sarebbe questo. Ma alla base c’è la volontà di creare un prodotto bello. Quando guardi una bicicletta devi sentire il massimo dell’emozione. Noi stiamo delle ore a discutere per dei dettagli che, alla maggior parte della gente, sembrano assurdi. Quante volte abbiamo passato delle ore a discutere per il colore del nastro del manubrio. Io lo dico sempre: se fossi il sultano del Brunei eviterei anche di prendere i soldi, ma cercherei lo stesso di consegnare un prodotto unico. I soldi, invece, mi servono per vivere, dato che ho tre figli. Il bello di questo lavoro rimane comunque emozionarsi ed emozionare: non ci sono paragoni con le soddisfazioni economiche.

Di padre in figlio, dunque: la tradizione continua.

Due dei miei figli sono già in azienda. Il terzo ha sostenuto la maturità giusto pochi giorni fa; mi auguro possa far parte dell’azienda, tuttavia non voglio né forzarlo né illuderlo: solo se manifesterà interesse, passione e qualità potrà riuscire in questo lavoro. Gli altri due figli, Nicolas e Federico, sono in azienda rispettivamente da cinque e due anni. Appena diplomati ci siamo parlati chiaramente e abbiamo optato per l’inserimento in azienda, invece che per la carriera universitaria. Nicolas e Federico sono due figure diverse tanto fuori quanto dentro l’azienda, ma entrambi hanno doti che consentono loro di svolgere al meglio il proprio compito. A differenza mia, per dirne una, non hanno mai corso. I miei risultati erano scarsi, ma ho toccato con mano la realtà: all’epoca estremamente arretrata, peraltro. Ci alzavamo alle cinque e prima di andare a correre dovevamo mangiare una bistecca grande così. Oggi le bistecche non le vedi neanche a gara finita. Allora ci raccontavano un sacco di inesattezze. Tra il serio e il faceto, dico che molte persone che hanno insegnato il ciclismo in quegli anni dovrebbero essere cacciate, se ancora sono in questo mondo. Alcuni si comportavano come dei santoni. Poi, per fortuna, è arrivata la scienza, la tecnologia, lo studio: e il ciclismo è migliorato nettamente. Penso alla tecnica, allo studio, alla biomeccanica: oggi è in corso un’evoluzione ciclistica senza precedenti. Questo per dire che ciclismo di oggi mi piace molto di più di quello eroico.

Nicolas De Rosa. ©De Rosa

In azienda sei stato figlio di Ugo e adesso sei padre di Nicolas e Federico. Cosa ti ha insegnato questo cambiamento di ruolo?

Mi permetto di dire una cosa: è molto più bello imparare dai giovani che dalle persone adulte. I giovani ti portano un sacco di informazioni. Io mi trovo in mezzo a due generazioni: quella di mio padre e quella dei miei figli. Ascoltare i genitori è bello e giusto, sempre. Ma altrettanto bello e giusto è ascoltare i figli e, più in generale, i giovani. Se ti poni umilmente; se non dici “Io sono papà e ho ragione“; se non dici “Ah, ma sei giovane, quando crescerai potrai parlare“; se riesci a stare con i piedi per terra, stando sintonizzato sulla stessa linea d’onda, riesci a percepire tantissime informazioni. Io leggo con più attenzione le cose che dicono i giovani. Io imparo moltissimo, per esempio, stando a sentire gli amici dei miei figli. Sono una spugna: assorbo in continuazione.

Chi sono i corridori preferiti di Cristiano De Rosa?

Le 525 vittorie di Eddy Merckx sono un patrimonio ciclistico unico al mondo: non mi permetto di paragonare nessun atleta a lui. Partendo da questo possiamo provare, ogni anno oppure ogni dieci anni, ad individuare i campioni che hanno caratterizzato un dato momento storico. Per quanto riguarda gli anni settanta dico Merckx, mentre per il decennio successivo Argentin, un corridore fortissimo e attento. Poi c’è Bugno, unico proprio perché ha vinto molto meno di quello che avrebbe potuto vincere. Inoltre, non ci si può e non ci si deve dimenticare di un corridore come Marco Pantani. Noi De Rosa abbiamo messo in sella moltissimi corridori: come si fa a sceglierne uno? Con molti di loro c’è anche un’amicizia forte. Se ne nominassi qualche decina, ne rimarrebbero fuori altrettanti. Quindi vada per Merckx. Potrei dire che Merckx è come la giacca blu con i pantaloni grigi: sta bene ovunque, vince ovunque.

Arriviamo al recente cambiamento del logo. Perché questa esigenza, questo bisogno di cambiare?

Ma sai che sinceramente, almeno per me, non è cambiato nulla? De Rosa deve essere coerente. A mio avviso stiamo facendo delle belle biciclette, delle buone biciclette: biciclette contemporanee. La bicicletta giusta, al momento giusto, alla persona giusta. Mi hanno stufato quelli che vivono solo nel marketing. Per intenderci, quelli che ti dicono: “Tu inizia a far sentire il profumo della bistecca, anche se questa non è così buona“. Assolutamente no. A me piace la bistecca buona, lascia stare il profumo. Perché parlo di biciclette contemporanee? Perché vengono da un’ottima materia prima, hanno belle geometrie, sono leggere, sono performanti e sono veloci. Questo è il ciclismo di oggi. Per fare tutto questo devi avere un’idea ben precisa: questa idea, questo messaggio, deve arrivare a chi acquista le nostre biciclette. E che dire del rapporto con Pininfarina? Vero, profondo, sincero. Hanno passato giornate intere ad intervistare me e i miei figli: volevano sapere tutto. Mio papà non è mai venuto, ma in compenso si sono documentati su di lui con passione e attenzione. Hanno trovato una vecchia intervista nella quale mio papà spiegava perché aveva scelto il cuore, perché con quella forma e tutti gli altri perché che stanno dietro a quella scelta. Loro ce lo hanno detto subito: “Possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma una cosa sia chiara: il cuore rosso all’interno della o deve rimanerci”. Per questo dico che non c’è stato un cambiamento, bensì solo un’attualizzazione.

Se Cristiano De Rosa dovesse scegliere un campione, sceglierebbe Merckx. ©Nijs, Jac. de/Anefo, Wikipedia

Se dovessimo esprimere con una parola il messaggio che De Rosa vuole far passare, potremmo dunque usare “contemporaneità”?

Si, senza dubbio. Certe persone sono scettiche, quando parli di contemporaneità. Io sono fiero di definirmi contemporaneo, invece: se oggi vivo bene vuol dire che ho avuto una bella esperienza e sto buttando le basi per il futuro. Non vado molto d’accordo con le persone che vivono nel passato. Stessa cosa per quelli che pensano solo al futuro: goditi il presente e così vivrai meglio il futuro.

Col cambio del logo cambia anche qualcosa nel vostro modo di pensare alla bicicletta?

Un logo non può far cambiare molto. Semmai, può stimolare il miglioramento e il cambiamento. Credo che ci si debba porre un obiettivo. Serve una via da attraversare. Ci deve essere la volontà di rendere quella bicicletta più bella, più veloce, più attenta, più aerodinamica. In sostanza, migliore.

Perché proprio Pininfarina per il cambiamento del logo?

Perché sono bravi. Quando vado da loro trovo tantissimi ragazzi. Hanno proprio un bel modo di lavorare: ti intervistano, tirano fuori il meglio di te e poi lo applicano. Ho imparato tanto da loro. È un ambiente giovane, fresco, dinamico, multiculturale. Se impari da loro migliori la qualità ed è quello che voglio. Le cose belle mi appagano; alcuni dicono che l’importante è il contenuto, credo invece che un contenuto bello sia ancora più importante.

De Rosa è impegnata con tre realtà Professional: NIPPO Vini Fantini Faizanè, Caja Rural e Israel Cycling Academy. Che idea ti sei fatto di questi progetti?

Quella con la NIPPO è stata una bellissima esperienza. Essendo una squadra italo-giapponese, c’è la possibilità di unire due culture molto diverse. E questo si nota. Io vado spesso in Giappone e dal Giappone ho imparato moltissimo. Il rispetto che insegna la cultura giapponese è prezioso. È molto bello vivere l’ambiente ciclistico dividendosi tra due culture e imparando da entrambe. Caja Rural, invece, è un progetto che mira ad incrementare le vendite in Spagna; servono anche i numeri, d’altronde si vive di profitto. Quello con la Israel Cycling Accademy è un progetto ancora più complesso: basti pensare che la squadra è formata da trenta atleti di ventitré nazioni diverse e di quattro religioni diverse. Ogni squadra ci ha portato a raggiungere un obiettivo diverso.

©De Rosa

Il progetto della NIPPO culminerà con le Olimpiadi di Tokyo 2020 e nel corso degli anni si è sempre distinto nella lotta contro il doping. Quanto è stato importante per De Rosa far parte di un progetto del genere?

Io credo che la trasparenza che ha utilizzato la NIPPO debba essere un punto di riferimento per tutto l’ambiente. Pur non avendo nessun obbligo, ha messo online non solo il passaporto biologico, ma tutti i dati. Faccio davvero i miei più sinceri complimenti, un’azione che ho apprezzato. Il ciclismo purtroppo viene sempre collegato al doping, piaga che oscura tutto quello che c’è di buono. Ma il buono c’è, eccome: trovare degli atleti giapponesi che vengono a correre in Italia, un paese che non conoscono ed estremamente diverso dal loro; e vengono qui a lottare, a combattere: per me è un messaggio che va oltre il ciclismo. Secondo me questa squadra ha contribuito a trasmettere un bellissimo messaggio culturale. È stato fatto un gran lavoro. Il pubblico capisce queste cose. Guardiamo quanto è stato applaudito Hatsuyama al Giro d’Italia. La sua cultura è questa: quando si fa qualcosa lo si fa al massimo. Sho Hatsuyama, a mio avviso, è proprio bello da vedere in bicicletta; mi sembra abbia una grandissima eleganza. Si merita tutto il successo che ha riscosso a livello mediatico. Il Giro d’Italia della NIPPO mi è piaciuto moltissimo. Il ciclismo non è una partita a scacchi: la creatività è il bello dei corridori e loro hanno dimostrato di essere dei creativi.

Cosa c’è nel futuro di De Rosa?

Nel futuro di De Rosa c’è l’impegno per fare sempre delle buone biciclette. C’è la possibilità di fare biciclette a pedalata assistita, ad esempio. A me piace provare i prodotti: con una nostra bicicletta a pedalata assistita ho fatto buona parte del Giro E. Molta gente non sa nemmeno cosa significhi pedalata assistita, pensano che la bicicletta vada da sola. Pensate cosa significa per la storia della nostra azienda: da prodotti in acciaio a prodotti in carbonio con un motore all’interno. Serve molta elasticità mentale. Spero che De Rosa sia in grado di interpretare a modo suo il tempo che passa.

Una delle novità più importanti è il cablaggio integrato.

La bicicletta si è spesso identificata col peso: più era leggera, più costava. Il valore era quindi nel peso. Dopo il peso si è iniziata a valutare l’aerodinamicità, dunque le forme dei tubi e le geometrie. Questo ha generato un cambiamento: aumentando le dimensioni del telaio, aumentava anche il peso. Il connubio peso-aerodinamicità strideva. Non si poteva aggravare il peso ma nemmeno trascurare l’aerodinamica, fondamentale da una certa velocità in poi. L’aerodinamica contrasta però con tutti i cavi esterni. Con l’avvento del freno a disco abbiamo potuto lavorare inserendo i cavi all’interno del telaio. La bicicletta è diventata molto più complessa: cambio elettronico o elettromeccanico, cablaggio interno e anche idraulica se si adottano freni a disco. Dal punto di vista della manutenzione, ci siamo complicati la vita. Però la bicicletta è più bella, non c’è niente da fare. Per la manutenzione occorreranno dei meccanici sempre più specializzati, meccanici con la emme maiuscola.

Di padre in figlio, ieri e oggi. ©De Rosa

Quanto può incidere il cablaggio integrato sulle prestazioni di una bicicletta?

Sopra i cinquanta chilometri orari direi molto. Anche le simulazioni che abbiamo fatto nella galleria del vento in Pininfarina dicono questo. L’atleta rimane comunque l’influenza maggiore: come posiziona le spalle, le mani, quale casco usa. Noi possiamo migliorare la bicicletta all’infinito, ma l’atleta rimane al centro di questo processo.

Prima parlavi di e-bike, Cristiano. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Il Giro E è stata una grande esperienza. Prima del Giro E mi sono concesso duemila chilometri con una bicicletta a pedalata assistita per capire quali potessero essere i problemi e le esigenze. Io mi sono divertito moltissimo, lo dico per esperienza. Non perché non si faccia fatica, ma perché si vive la bicicletta in maniera completamente diversa. È un mondo che bisogna sapere interpretare nella giusta maniera.

Direi di concludere con una domanda sulla mobilità sostenibile, un tema a cui De Rosa è particolarmente legata.

Io ho la fortuna di andare a lavorare in bicicletta. Avendo solo due chilometri e mezzo da percorrere, per me è particolarmente agevole. Non voglio cavalcare in modo polemico il tema mobilità, ma vorrei far capire alle persone che la bicicletta è il modo migliore per muoversi, specialmente se si parla di brevi distanze. È vero, c’è il problema delle biciclette rubate: succede anche a Milano, è un tema da risolvere. A Tokyo, al contrario, sono attrezzatissimi e queste preoccupazioni non ce le hanno; addirittura, dato che la temperatura corporea cambia dopo aver percorso cinque chilometri, sono previste delle docce per rinfrescarsi. Da noi sembra non esistano nemmeno i parcheggi. Mi confrontavo qualche giorno fa con un nostro ingegnere: a suo figlio è stata rubata una nostra bicicletta da città e ora dovrà comprarne un’altra. Vorrei che la mobilità fosse sostenuta in modo concreto, non soltanto a parole. Io mi muovo in bicicletta perché sto meglio così. Anche per quanto riguarda la sicurezza ci sarebbe molto da parlare. Qualcuno ha provato a farmi notare che non essendo sulla pista ciclabile avrei potuto essere considerato un fuorilegge, in quel momento. Ma se la pista ciclabile non c’è, io cosa posso fare? Sulla salita della Onno non c’è la pista ciclabile. Io ciclista devo poter andare sulla strada e ho gli stessi diritti di un automobilista. Mobilità sì, ma che sia sostenuta come si deve.

 

 

Foto in evidenza: ©Luca Barioglio, NIPPO Vini Fantini Faizanè/De Rosa

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/