Quando parlo io, si arrabbia sempre qualcuno: intervista a Silvio Martinello

Il ciclismo ha bisogno della serietà e della schiettezza di Silvio Martinello.

 

Silvio Martinello è nato il 19 gennaio 1963 a Padova, dove vive ancora oggi. La quasi ventennale carriera da ciclista gli ha regalato successi indimenticabili. Su strada vale la pena ricordare due tappe al Giro d’Italia con annessa maglia rosa indossata per quattro giorni nel 1996, una frazione alla Vuelta e ancora successi alla Tirreno-Adriatico, al Giro di Svizzera e alla Setmana Catalana. In pista ha vinto tutto: Sei Giorni con lo storico compagno Marco Villa, campionati italiani e del mondo e soprattutto le due medaglie olimpiche, bronzo a Sidney con Villa e oro ad Atlanta nell’individuale a punti. Nelle ultime stagioni è diventato una delle voci di riferimento dello sport italiano e del ciclismo mondiale. Martinello è tutto ciò che di buono ci hanno lasciato i telecronisti del passato: competenza, padronanza della lingua italiana, professionalità, tono di voce sempre adatto al contesto. La passione che lo alimenta permea ognuna delle sue risposte, le quali denotano una caratteristica ben precisa: Silvio Martinello, pur essendo aperto alle critiche, non scende a patti con nessuno.

 

Guardiamo in casa nostra, Silvio. Come sta il movimento professionistico italiano?

Lungi da me essere negativo, ma direi non benissimo. E non mi riferisco soltanto al movimento italiano: penso al complesso. Questo ciclismo costa sempre di più, lo testimoniano tutti quegli sponsor che abbandonano. Dal punto di vista organizzativo, la situazione in Italia non migliora. Fatta eccezione per RCS, il Gruppo Sportivo Emilia di Adriano Amici mi sembra la sola realtà, per così dire, tranquilla e pienamente efficiente. Va a finire che l’unico ambito che ci fa rimanere fiduciosi è quello prettamente sportivo: corridori, direttori sportivi, meccanici. Spesso vengono criticati e invece sono il nostro fiore all’occhiello. Da Nibali e Viviani a chi lavora dietro le quinte, le professionalità non mancano di certo. Manca una squadra World Tour che batta bandiera italiana, questo sì: ma guardiamo anche quanta Italia è sparsa qua e là.

Nelle categorie giovanili non va meglio, purtroppo.

Premetto che non le conosco tanto quanto il professionismo, però mi confronto spesso e volentieri con addetti ai lavori. Sono preoccupati e hanno ragione ad esserlo. Quello degli juniores è un ambiente esasperato. So per esperienza diretta, e ciò mi viene anche raccontato, di ragazzi con ingaggi da buon professionista. Arriva la multinazionale di turno, strappa l’atleta alla squadra nella quale è cresciuto e mette insieme un gruppo che domina la categoria. Una condotta del genere ha tante controindicazioni. Prima di tutto la squadra del paese che vorrebbe tentare un salto in avanti non lo fa perché si ritrova costantemente privata degli elementi migliori, quelli che garantirebbero qualche risultato. Mancando questi presupposti, di qualsiasi ambizione non se ne fa più nulla. Poi, si capisce, i valori in campo non sono reali ma falsati: a volte si leggono ordini di arrivo quasi interamente occupati da una sola compagine. E magari il corridore buono, quello che un domani riesce a guadagnarsi un posto tra i professionisti, è il dodicesimo di quella lista: soltanto che spesso questa include i primi dieci e chi è arrivato dopo non viene nemmeno menzionato. È fondamentale, quindi, che un direttore sportivo vada direttamente sulla strada: altrimenti rischia di prendere un granchio. L’ultimo aspetto, ma forse il più importante, è quello economico. L’esasperazione di alcuni ragazzi, e di conseguenza di una bella fetta della categoria, nasce dall’ingaggio esagerato: lo sponsor che ti dà tanto allo stesso tempo vuole tanto. È esigente. Nessuno è intenzionato a investire una somma importante per risultati mediocri. Il problema è che non si ha a che fare con dei professionisti, ma con degli adolescenti.

Silvio Martinello non è ottimista quando parla di ciclismo giovanile. @www.informazione.tv

Le stesse politiche che vigono anche tra gli Under 23, giusto?

Esatto. Anche se nel dilettantismo la carta che giocano le squadre di riferimento non è più quella economica. Meglio, non soltanto quella. Fanno pesare invece la loro storia, la loro tradizione e i loro contatti col professionismo. Il problema è che non tutti possono fare il salto di categoria. C’è chi viene illuso. E ce ne sono molti che arrivano tra gli Under 23 con la testa già usurata per le troppe responsabilità fronteggiate da juniores. Basta vedere i risultati ottenuti fino a qualche anno fa per rendersi conto di quanto questo accentramento abbia danneggiato il nostro ciclismo. Nonostante ci sia stato qualche miglioramento, la situazione è ancora quella che ho descritto poco fa. Si pensa ai materiali, alle corse e alla formazione dei tecnici ma è arrivata l’ora di fare seriamente qualcosa per spostare l’attenzione dai risultati alla crescita dei ragazzi.

Il movimento femminile sembra dunque quello più in forma.

Apparentemente sì, mi spiego: la crescita del movimento femminile è sotto gli occhi di tutti e questo è un bene, sia per l’immagine del ciclismo sia per le atlete, finalmente considerate per quanto valgono. Ma ci sono degli aspetti che non mi convincono. Il primo è legato alla velocità e all’intensità con le quali il circuito sta progredendo: non vorrei fossero esagerate. Il rischio, nell’imminente futuro, potrebbe essere quello di trattare e osservare il mondo femminile come quello maschile: a mio giudizio sarebbe un errore imperdonabile perché ciò che funziona da una parte non è detto funzioni anche dall’altra. L’Italia, a partire dal 2020, dovrà poi fronteggiare una questione delicatissima. Con l’entrata in vigore della nuova riforma, le nostre atlete non potranno più essere considerate delle dilettanti, come invece attualmente vengono inquadrate. Intendiamoci: dal punto di vista dell’impegno sono già delle professioniste. Dal prossimo anno, però, saranno obbligate a scegliere tra i corpi militari o le squadre del World Tour. Le conseguenze non sono banali: far parte di un corpo militare significa avere stabilità anche al termine della carriera sportiva, firmare per un team professionistico equivale invece a bruciare questa possibilità preferendo un contratto immediatamente più corposo. Ma guadagnare più soldi in un primo momento, per quanto lecito, vale più o meno di una sicurezza futura? Ecco, questo sarà un passaggio fondamentale per il ciclismo femminile italiano. Senza dimenticare l’altra parte chiamata in causa: non è da escludere che i corpi militari, una volta spogliati dei loro migliori elementi, decidano di interrompere la collaborazione con la Federazione.

Anche la crescita esponenziale del movimento femminile va valutata con attenzione. ©Steve., Flickr

Abbiamo già tirato in ballo il World Tour, di cui si parla sempre molto specialmente in ambito maschile. Perché non funziona? Perché non convince?

Ci sono talmente tante forzature che stilare un elenco completo è quasi impossibile. Ancora prima della lunghezza del calendario e del sistema che regola i vari punteggi, mi soffermo sul numero delle licenze World Tour: diciotto sono assolutamente troppe. Non è un problema da poco, purtroppo: tenendo conto che le licenze vengono rinnovate per più stagioni, va da sé che un’eventuale riforma che riveda questo assetto non può entrare in vigore da un giorno all’altro. Diciotto squadre significa circa cinquecento corridori che fanno parte della massima categoria ciclistica internazionale. La mia domanda è: siamo sicuri che ci siano realmente cinquecento corridori che meritano di far parte del gruppo principale? Non credo. Correvo fino a vent’anni fa, è passato un po’ di tempo ma il ciclismo, per certi versi, era già questo: eppure eravamo al massimo duecentocinquanta. E dal 2020 assisteremo agli effetti dell’ultima riforma nel mondo delle Professional.

Il colpo di grazia che potrebbe aprire una crisi mai vista all’interno del ciclismo italiano.

È il pericolo principale. Le wild card distribuite non saranno più quattro, bensì due: le formazioni che occuperanno i primi due posti della classifica delle Professional. Non è un caso che in Italia nessuno abbia festeggiato, anzi. E da quello che mi risulta, nemmeno all’estero la novità è piaciuta. Prendiamo l’Androni di Gianni Savio. Fino a quest’anno, interpretando al meglio quello che permetteva il regolamento, puntava alla conquista della Ciclismo Cup così da ottenere una delle quattro wild card per il Giro d’Italia della stagione successiva. A partire dal 2020, questa strada non potrà più essere percorsa. Sarà una sorta di tutti contro tutti. Certo, una squadra può scegliere di lasciare il posto a quella che la segue in classifica: però capite bene che, comunque la si metta, la situazione sarà molto più complicata e ristretta a poche squadre.

L’Androni Giocattoli è la Professional italiana che si è difesa meglio nelle ultime stagioni. Con la riforma del World Tour che entrerà in vigore dal 2020, la squadra di Gianni Savio non potrà più puntare sulla Ciclismo Cup per garantirsi l’invito al Giro d’Italia della stagione successiva. ©tamasmatusik, Flickr

È sempre la stessa storia: molte squadre non verranno invitate alle manifestazioni più importanti, gli sponsor ribadiranno di non avere garanzie sufficienti per investire e il ciclismo italiano rimane impantanato.

La questione degli inviti non ha una soluzione univoca, giusta e netta. RCS, ormai oltre un decennio fa, ha fatto una scelta precisa: quella di internazionalizzare una corsa come il Giro d’Italia. I motivi erano sostanzialmente due: da una parte, attirare corridori stranieri in grado di battagliare e anche sconfiggere gli italiani che hanno dominato le edizioni a cavallo tra gli anni ’90 e i primi ’00; dall’altra, avvicinare il Tour de France. L’obiettivo è stato raggiunto. La Grande Boucle non è stata eguagliata, almeno per il momento, ma da questo punto di vista è stato fatto un lavoro eccezionale. Questa politica, però, ha avuto un duplice effetto: il Giro d’Italia ha di nuovo il prestigio che merita ma a farne le spese sono state le Professional italiane. Peccato che quest’ultime siano, al momento e ormai da anni, una presenza fondamentale per il nostro ciclismo. Le Professional chiedono rispetto e riconoscimento per il lavoro che svolgono, RCS dal canto suo non fa beneficenza e si trova quindi a dover scegliere seguendo la logica del profitto. Per uno sponsor, partecipare o meno al Giro d’Italia vale un’intera stagione: essere invitati alla Tirreno-Adriatico o alla Sanremo non è la stessa cosa. Come si fa a trovare uno sponsor disposto a investire senza poter dare in cambio certezze e garanzie? Il mondo è cambiato, oggi non c’è più nessuno che va all’avventura e sta alla sorte. A molti non farà piacere sentire queste parole, ma io credo che, quand’era il momento di farlo, non siamo stati capaci di farci intendere. Non abbiamo messo sul piatto la nostra storia, la nostra tradizione, la nostra esperienza. Ci è mancato il coraggio. Sono ottimista di natura, ma per quanto mi sforzi non riesco ad immaginare un futuro roseo per il ciclismo italiano. Una formazione di riferimento, come è stato il Team Sky per il movimento britannico, sarebbe oro. Però all’orizzonte non vedo nulla di simile, mi sembra un percorso impraticabile.

Hai anticipato la tematica, Silvio. Come dobbiamo leggere l’abbandono di Sky?

Come hanno fatto notare molti direttori sportivi e addetti ai lavori competenti e lungimiranti, non è una bella notizia. Mi fa piacere che se ne siano accorti in molti. L’abbandono di Sky è l’ennesima dimostrazione che una squadra di ciclismo non può permettersi di dipendere unicamente dallo sponsor principale. Il motivo è presto detto: quando questi lascia, un’intera realtà finisce gambe all’aria. Non solo i corridori: meccanici, massaggiatori, famiglie che si trovano in difficoltà da un giorno all’altro. Un’idea potrebbe essere quella di partire dalla distribuzione dei diritti televisivi: non è molto, ma perlomeno è un punto da cui iniziare. Persino Lefevere ha dovuto tribolare per trovare uno sponsor di valore: se anche una squadra come la Quick-Step fa fatica, probabilmente significa che è giunta l’ora di sedersi ad un tavolo e affrontare la situazione. Seriamente, però. Quindi lasciare fuori stupidi dibattiti su misuratori di potenza e radio, assumersi la responsabilità di scelte forti, interessarsi alla causa generale e non soltanto a quella personale. Arrivati a questo punto, gli slogan per promuovere Giro d’Italia o Tour de France non servono più a nulla. Un altro caso è quello della BMC. È subentrato uno sponsor come CCC, è vero, ma non c’è minimamente la potenza di fuoco delle passate stagioni. È il momento di guardarsi in faccia e capire a che gioco si sta giocando: altrimenti il futuro del World Tour e delle squadre che ne fanno parte è seriamente a rischio.

L’abbandono di Sky non è un bel segnale. ©Marco Verch, Flickr

Perché, alla luce di tutto questo, raramente la discussione riguarda le istituzioni e il loro ruolo? Il male principale del ciclismo italiano, stando a sentire molti addetti ai lavori, sono i corridori: c’è poca qualità, non riescono a vincere una classica, non ci sono né ricambio generazionale né alternative attuali a Vincenzo Nibali. Gli atleti, al contrario, mi sembrano l’unico aspetto positivo del nostro movimento.

Quando parlo io, si arrabbia sempre qualcuno: evidentemente perché non risparmio nessuno, perché mi sforzo di essere il più giusto e il più imparziale possibile. Anch’io non posso non sottolineare le lacune delle istituzioni ciclistiche italiane emerse negli ultimi anni. Politica in senso assoluto e politica sportiva funzionano allo stesso modo: si guarda al sostegno e al consenso piuttosto che cercare di risolvere i problemi presenti. Si accontentano sempre i soliti. Ripensando a quanto detto in apertura, sorge spontanea una domanda: com’è possibile che nessuno si sia accorto delle cifre che girano tra gli juniores? Come si fa a non vedere tutti quei ragazzi di quindici anni costretti a smettere perché la loro squadra viene smantellata essendo stata privata dei migliori elementi, oppure perché si pensa soltanto ai risultati e chi non ne riporta viene lasciato a piedi? Io, che maturai quand’ero già grandicello, non avrei potuto continuare a correre. Ci vuole un regolamento serio che metta un freno all’ingordigia di queste figure. La selezione che regola il passaggio tra juniores e Under 23 oppure tra dilettanti e professionisti, per quanto spietata, è naturale: c’è chi ha testa e gambe, chi soltanto le gambe, chi purtroppo si rende conto di non avere nessuna delle due componenti. Un’altra selezione, qualsiasi essa sia, va oltre il buon senso.

La bicicletta, però, non è soltanto il mezzo usato dai ciclisti professionisti. Pontevedra e Oslo, due realtà estremamente diverse ma paradigmatiche quando si parla di città e mezzi di trasporto, fanno scuola: il traffico è pressoché assente nella prima e lo sarà anche nel centro della seconda a partire da quest’anno; spostarsi a piedi o in bicicletta non è soltanto possibile, bensì consigliato. L’Italia sembra appartenere ad un altro mondo, purtroppo. La macchina è ancora uno status symbol: un vanto da sfoggiare, un sacrificio economico che promette un avanzamento sociale.

La carriera da ciclista professionista mi ha permesso di girare il mondo e conoscerlo direttamente con i miei occhi. Non abbiamo idea di quanto l’Italia sia arretrata in materia. Questa impreparazione pratica deriva, però, da carenze morali. Prima di tutto, mancano educazione e rispetto. L’automobilista medio italiano è terribile, lo riscontro quotidianamente. Che si parli di piste ciclabili o attraversamenti pedonali, il succo del discorso non cambia. Non dico che gli automobilisti lo facciano apposta: ma la legge è fatta per essere rispettata. E allora bisogna multare e sanzionare chi sbaglia: chi di dovere venga a rimuovere le macchine parcheggiate sulle piste ciclabili, piuttosto di fare cassa nei centri storici. Perché i limiti di velocità sulle autostrade italiane non vengono quasi mai rispettati? All’estero non funziona così. Partiamo dalle scuole elementari con l’educazione stradale: è un problema che riguarda tutti noi, nessuno escluso, e che diventerà sempre più importante col passare del tempo. L’Italia è un paese dalle mille risorse e bellezze. Io per primo, quando vado all’estero, ho nostalgia di casa; e in molti, se potessero, non se ne andrebbero. Tuttavia, da questo punto di vista il nostro paese ha carenze enormi. È un problema culturale.

È un gioco di specchi: la quotidianità della bicicletta si ripercuote anche sul movimento ciclistico italiano. Giusto, Silvio?

È un ragionamento semplice. Le famiglie, oggi, hanno paura a mandare i loro figli in strada: il traffico, lo smog, le condizioni del manto stradale, l’esasperazione che contraddistingue gli automobilisti, l’abuso dei cellulari. Questo, a lungo andare, si tramuta in un minor numero di ragazzi innamorati della bicicletta. Si assottiglia sempre di più la base. Assottigliandosi la base, c’è la forte possibilità che ad alti livelli arrivino sempre meno corridori e sempre meno campioni. Le priorità sono la vita, la salute e una sana convivenza civile: non ci piove. È innegabile, comunque, che questo circolo vizioso condizioni anche la parte agonistica.

Oslo. ©Multerland…, Flickr

Il 2019 sarà la stagione che vedrà Vincenzo Nibali andare all’assalto del Giro d’Italia e del Tour de France. Lui ha recentemente dichiarato di puntare prima di tutto sulla corsa rosa, ma tenendo conto del valore dell’atleta e dell’assenza di capitani in casa Bahrain-Merida per un Tour de France di livello, tutto lascia pensare che Nibali andrà in Francia con intenzioni serie. Cosa ne pensi?

Senz’altro la sfida lanciata da Vincenzo Nibali terrà banco per gran parte della stagione. Quando campioni come il siciliano decidono di provare il tutto per tutto, la questione non è più limitata alla nazionalità del corridore: non solo un fatto italiano, dunque, ma internazionale. Come ho già detto in passato, Vincenzo Nibali è uno dei pochissimi ciclisti che può centrare la doppietta. Per farlo, dovrà essere meticoloso e concentrato e sperare che la fortuna lo assista. Che vada tutto bene, insomma: che non ci siano intoppi, come invece gli è successo negli ultimi anni. La concorrenza nelle grandi corse a tappe è, in quest’epoca, di assoluto valore. Froome, Thomas, Quintana, Landa, Dumoulin, Bardet e non continuo perché tanto quello che voglio dire si sarà capito: in più, alla qualità dei corridori citati si aggiunge la preparazione mirata che alcuni di loro svolgono in funzione di uno dei tre grandi giri, spesso il Tour de France. Il 2019 è l’ultimo anno buono per Nibali, da questo punto di vista: a novembre compirà trentacinque anni e la prossima stagione dovrebbe avere nelle Olimpiadi di Tokyo il suo obiettivo principale. Froome e Dumoulin, nel 2018, hanno dimostrato che vincere consecutivamente Giro d’Italia e Tour de France è difficile ma non impossibile. Nibali si ritrova anche una squadra notevolmente rafforzata: fa bene a provarci, dunque. Un campione del suo calibro ha la necessità di porsi ambizioni sempre più alte.

Nibali, la Bahrain-Merida, gli avversari: ci stiamo dimenticando del percorso delle due grandi corse a tappe.

Quello del Tour de France, a mio giudizio, gli calza a pennello. Quello del Giro d’Italia, invece, un po’ meno: le cronometro strizzano inevitabilmente l’occhio a corridori come Dumoulin e Thomas. La seconda parte della corsa è più adatta alle caratteristiche di Nibali. Ha fondo ed esperienza, tutti conosciamo la sua proverbiale resistenza che gli permette di emergere nelle ultime giornate di un grande giro, quando molti dei suoi avversari sono al lumicino. Proprio per questo motivo, e nell’ottica di arrivare al Tour de France con una buona scorta di energie, Vincenzo Nibali potrebbe addirittura permettersi di arrivare ai nastri di partenza del Giro d’Italia pur senza essere al 110%.

Siamo in chiusura, Silvio. L’ultima domanda non può non riguardare le vicissitudini che la Rai ha dovuto attraversare negli ultimi mesi. Quanto ciclismo vedremo in questa stagione? Che novità ci sono?

Se dicessi che sono al corrente di queste informazioni, sarei un bugiardo. Sono sincero: per il momento, anche noi sappiamo pochissimo. Ovviamente c’è la massima fiducia in Auro Bulbarelli: per la prima volta, la direzione di Rai Sport viene assunta da un uomo di ciclismo. Com’è giusto che sia, Auro ha preferito prendersi tutto il tempo necessario per studiare il miglior progetto editoriale da proporre. Ricordiamoci che non può fare di testa sua: sopra di lui c’è un consiglio di amministrazione. Non sono nella condizione di poter anticipare qualcosa. Capisco la curiosità, noi per primi fremiamo per capire cosa sarà del nostro futuro. L’attesa è smorzata dalla fiducia che riponiamo in Auro Bulbarelli.

 

Foto in evidenza: ©Teo’s89, Wikimedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.