La crescita del movimento femminile passa da valori come discrezione, lungimiranza, coraggio.

 

Elisa Longo Borghini è nata a Ornavasso il 10 dicembre 1991. Ferdinando, il padre, è stato tecnico a livello giovanile e responsabile tecnico dei materiali delle nazionali di fondo; Guidina, la madre, da fondista ha partecipato a coppe del mondo, Olimpiadi e Mondiali, continuando anche dopo il ritiro ad inanellare successi internazionali e piazzamenti pesanti nello skiroll (sci a rotelle) e nella corsa in montagna. Infine c’è Paolo, il fratello, ciclista professionista per un decennio che ha vestito, tra le altre, le maglie di Liquigas e Cannondale. Elisa, nonostante non abbia ancora compiuto ventisette anni, vanta un palmarès invidiabile: Trofeo Alfredo Binda, Giro delle Fiandre, Strade Bianche, due tappe e la classifica generale della Route de France, due volte il Giro dell’Emilia, tre volte campionessa italiana nelle prove contro il tempo e un tricolore su strada. I piazzamenti valgono altrettanto: terza alla Freccia Vallone nel 2014, terza nella prova su strada dei Mondiali 2012 e delle Olimpiadi di Rio 2016, seconda nella classifica generale del Giro d’Italia 2017. Ai Giochi del Mediterraneo 2018 ha vinto la medaglia d’oro nella prova in linea. In virtù di questi eccellenti risultati, Elisa Longo Borghini è da anni una delle atlete di riferimento del movimento ciclistico femminile internazionale.

Elisa Longo Borghini. ©Geof Sheppard, Wikipedia Commons

 

Elisa, partirei dall’attualità: a che punto della tua vita e carriera pensi di essere arrivata?

A un buon punto, sicuramente. Come atleta mi sono già tolta diverse soddisfazioni e lavoro per togliermene altre. So di avere un altro paio di anni per arrivare al mio massimo, me lo dicono i dati. Dal punto di vista umano e personale, mi sento tranquilla e soddisfatta. Ho la testa sulle spalle, anche se sono consapevole che non si finisce mai di imparare.

E’ più faticoso pedalare o convivere con l’idea che in molti hanno della donna nello sport?

Ecco, pedalare ed essere donna è davvero un bel mix. E’ inutile girarci intorno: è faticoso, e molto. Più degli uomini, devo dire, per il semplice fatto che per la legge italiana non esistono atlete azzurre professioniste. Dobbiamo ringraziare i corpi militari, che con il loro lavoro mettono un gran bella pezza (Elisa è tesserata per le Fiamme Oro, ndr).

Chi sono i tuoi riferimenti? Non necessariamente personaggi famosi, o del mondo dello sport.

Mai stata una fan di qualcuno o qualcosa, mai avuto idoli che mi hanno particolarmente influenzata. Sinceramente, guardo a mio fratello Paolo. Ha saputo portare avanti con successo ciclismo ad alti livelli e famiglia. L’etica, sportiva e umana, per lui è fondamentale: e così per me.

E da tua madre, Elisa, cosa hai imparato? Cosa ti ha trasmesso lei, che è stata una grande sportiva prima di te?

La sua presenza è stata e sarà sempre fondamentale. Avere in casa una persona, a maggior ragione mia madre, che è già passata da dove sto passando io adesso è davvero prezioso. So che con lei posso parlare liberamente perché capisce in un attimo le mie sensazioni: stanchezza fisica o mentale, la ricerca del risultato, aspetti extrasportivi perché ovviamente ci sono anche questi. In più, ho avuto la fortuna di ricevere un’educazione forte, rigida, fatta di valori e principi, rispetto e sacrificio.

In linea di massima possiamo affermare che il ciclismo femminile, nonostante grandi passi in avanti, riscuota meno successo del maschile. Come mai, secondo te? Nell’appassionato di ciclismo ci sono pregiudizi o malizia? Oppure è una questione di abitudine?

Abitudine, direi, e lo dimostrano i fatti: da quando viene dedicato più spazio al femminile, molte persone si sono avvicinate spontaneamente. Anche le corse che affrontiamo, più corte e quindi più combattute, favoriscono l’aspetto mediatico. Quindi, come detto, ad oggi direi per una questione di abitudine. Fino a non molti anni fa, invece, avrei risposto diversamente: c’era del residuo culturale a monte che sfavoriva il movimento femminile. Comunque, oggi abbiamo finalmente una maggiore esposizione mediatica: questo è ciò che conta.

Elisa Longo Borghini sui muri del Giro delle Fiandre: era l’edizione del 2015, vinta proprio dall’italiana davanti a D’Hoore, van der Breggen e van Vleuten. ©youkeys, Wikipedia Commons

 

Se ricoprissi una carica istituzionale, cosa faresti per rendere il movimento ciclistico femminile ancora più appetibile?

Credo che se ogni team del World Tour maschile allestisse anche una divisione femminile, il movimento rosa ne guadagnerebbe sicuramente in prestigio, livello e visibilità. Praticamente quello che nelle ultime stagioni sta succedendo nel mondo del calcio. Da esterna, mi sembra stia andando bene e la reputo una valida soluzione.

Nel tuo futuro c’è il desiderio di candidarti per un posto di rappresentante del ciclismo femminile?

Adesso sono concentrata sulla carriera da atleta, ci penserò quando sarà al momento. Ad essere sincera, il mio pensiero va anche alla Polizia di Stato: vorrei dare indietro tutta la disponibilità che mi hanno dimostrato. Non so se sdebitarsi è la parola adatta, ma il senso è quello.

Il gruppo come ti sembra? Unito?

Sì, senz’altro. E la cosa sta migliorando sempre di più. Da questo punto di vista, sono serena e fiduciosa.

Dal tuo punto di vista, voi ragazze state già facendo il massimo? Oppure c’è qualcosa che ti senti di rimproverare o consigliare alle tue colleghe?

Non vedo cos’altro potremmo fare, a dirla tutta. Ci facciamo sentire, abbiamo chi ci rappresenta e chi ci sostiene e non ci fa mancare il suo supporto. Ovviamente si può sempre fare di più ma direi che stiamo lavorando bene, nella direzione giusta.

Qual è il problema principale del movimento ciclistico femminile, per te?

Non esiste una categoria intermedia, e mi spiego. Una volta terminato il percorso delle “giovanili”, una ragazza di indicativamente diciotto anni si ritrova subito a pedalare con le Élite, la categoria massima. Manca questa realtà di mezzo, sia a livello di categoria sia a livello di corse ed eventi. È brutto da dire, ma le cose stanno così: tante giovani ragazze si ritrovano a correre in competizioni troppo dure per loro, firmano alla partenza con la consapevolezza che dopo un certo numero di chilometri dovranno alzare bandiera bianca. È un problema che l’UCI dovrebbe prendere in seria considerazione, così facendo si bruciano tante ragazze e anche quelle che meritano rischiano di non essere svezzate nella maniera giusta.

Il ciclismo femminile chiede pari diritti, pari opportunità, pari dignità. ©Adam Bowie, Flickr

 

Breve riflessione. Ci sono alcuni movimenti femministi estremi che partono con buoni intenti salvo poi perdersi per strada tra manifestazioni discutibili e azioni di cattivo gusto. Finiscono per fare più danni del maschilismo. Cosa pensi a riguardo?

Che essere donna significa ben altro, situazioni di questo tipo penalizzano e basta. Che la sfera femminile, dal punto di vista dei diritti e della parità, si collochi indietro rispetto a quella maschile mi sembra un dato di fatto: questi movimenti, e comunque le donne in generale, non devono però giocare e approfittarsi di questa situazione per spingere troppo, come via via succede. Il mio sogno è poter vivere in un mondo dove vengono meno le etichette. Essere uomo o donna comporta delle differenze, è chiaro, è giusto riconoscerle. Ma per quanto riguarda il mondo dello sport, vorrei che ogni atleta fosse considerato per quello che è: una persona.

Ormai da qualche stagione, sei uno dei riferimenti nazionali e mondiali del ciclismo femminile. Senti questa responsabilità?

Allora, partendo dal presupposto che qualsiasi azione, parola o ruolo porta con sé delle responsabilità, ovviamente mi rendo conto di averne. Però guardo il tutto da un altro punto di vista: per me, è un privilegio poter essere un riferimento del genere. Avere le carte in regola per sfondare nel mondo dello sport non è da tutti. E non lo dico con arroganza, anzi, al contrario: è l’umiltà che mi fa dire questo, perché con un talento ci si nasce, è Gesù Cristo che ti ha voluto bene. Mi sento fortunata, ecco. E probabilmente, per una ragazza è ancora più complicato arrivare al successo nello sport. Nel mio piccolo, spero e credo di far bene, di essere da stimolo.

Nell’immediato futuro, Elisa, cosa c’è?

Da ciclista, e so per certo di non essere la sola, sogno la maglia iridata di campione del mondo. Da donna, sicuramente un bambino con l’uomo che mi sta accanto. Non chiedetemi una gerarchia, però.

 

Foto in evidenza: ©anMarton, Flickr

 

Comparso per la prima volta su Contrasti.

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.