Sono soltanto dei ragazzini: intervista a Rino De Candido

Intervista piena di spunti ad un uomo retto, affabile e appassionato.

 

 

Rino De Candido è nato il 2 giugno 1954 a San Giorgio della Richinvelda, in provincia di Pordenone. Nonostante una buona carriera da dilettante, condita anche dalla partecipazione ai Giochi Olimpici del 1976, non è mai passato al professionismo: non era disposto ai sacrifici che l’attività richiedeva e in più non andava così forte in salita, requisito pressoché imprescindibile per diventare professionisti in quegli anni.

In Nazionale ci arriva soltanto nel 1996, dopo aver ricoperto i ruoli di direttore sportivo e di tecnico regionale. Nella prima parentesi azzurra durata quattro anni – dal 1996 al 2000 – De Candido ha fatto in tempo ad esultare per l’oro di Damiano Cunego tra gli juniores, la categoria che ha sempre interessato il commissario tecnico friulano. Non rientrando nei piani federali ha deciso poi di tornare ad occuparsi della sua regione, contribuendo in maniera sostanziale alla vittoria di Davide Malacarne nella prova dei campionati del mondo di ciclocross riservata ancora agli juniores. Dal 2006 è di nuovo il punto di riferimento degli juniores italiani.

Rino, partirei dall’attualità: come sono andati i suoi ragazzi nello Yorkshire?

Il bilancio è senz’altro ottimo, ma non dico nulla di nuovo. Nella cronometro Tiberi è stato davvero eccezionale: per qualche minuto è stato in grande difficoltà, poi si è ripreso e ha gestito al meglio lo sforzo. Non so quanti suoi coetanei avrebbero saputo riconcentrarsi dopo un imprevisto simile. Stesso discorso per Martinelli, che nella prova in linea ha disputato un finale davvero importante: doveva entrare nelle fughe e l’ha fatto, conquistando un argento più che meritato. Infine voglio spendere due parole per Piccolo, che non ha reso quanto avrebbe voluto e quanto ci si poteva aspettare.

Era il nostro capitano nella prova in linea ma la caduta che lo ha coinvolto nelle prime battute di gara lo ha innervosito e appesantito tanto alle costole quanto ad un ginocchio. Se fosse stato meglio non credo avrebbe avuto particolari problemi nel seguire Simmons; poi si sa, un conto è entrare nell’azione giusta e un conto è vincere un campionato del mondo, specialmente in campo internazionale dove il livello è altissimo. Nella cronometro, invece, credo abbia sofferto la pressione: è partito per ultimo, aveva tutti gli occhi puntati addosso e diversi addetti ai lavori che l’avevano già dato per vincente perché è il campione europeo in carica. Ci può stare, insomma. Sono soltanto dei ragazzini, lasciamoli liberi di sbagliare.

A proposito di Tiberi e Piccolo: cosa prova un uomo esperto come Rino De Candido quando i suoi ragazzi migliori vengono presentati come i futuri fuoriclasse del ciclismo italiano e internazionale?

Guardi, un pregio me lo voglio riconoscere: nonostante rimangano con me soltanto per due anni, sono abbastanza bravo ad inquadrarli e a capire molto di loro. E proprio per questo dico che spesso vengono illusi: si fidano di certe persone o di certe parole e iniziano a fantasticare, a vivere in una realtà tutta loro e a perdere la voglia di fare fatica. Perché la realtà è questa: tu puoi essere un professionista, correre nella squadra più organizzata e avere i materiali più all’avanguardia, ma se non hai voglia di faticare non vai da nessuna parte. E la fatica va allenata nel tempo. Questi ragazzi corrono col rapporto limitato, non vanno oltre il 52×14; vale lo stesso per le distanze. È facile dire ad un diciottenne che diventerà il prossimo Nibali soltanto perché vince tra gli juniores. Però cosa si fa quando l’euforia finisce e non si è adottato una certa mentalità?

Antonio Tiberi in azione. ©Neri-Selle Italia-KTM, Tiwtter

I genitori che ruolo hanno in tutto questo?

I genitori hanno sempre un ruolo fondamentale nella vita dei loro figli, a maggior ragione quando questi sono ancora adolescenti. Il problema è che anche loro, esattamente come i loro figli, rischiano spesso di rimanere abbindolati dalle parole e dalle promesse di certi soggetti. Sai quante volte mi sento dire: “Rino, allora il mio passa? Allora il mio va avanti, no? Mi hanno detto di sì”. A questo aspetto ne va aggiunto un altro: l’ambizione dei genitori. Sono pochi coloro che riescono a mantenersi lucidi e quindi finiscono per spingere il figlio anche se il giovane in questione non ha oggettivamente i mezzi per proseguire o per ambire a chissà quale carriera. Come si fa a dire ad un diciottenne che diventerà il prossimo Nibali? Al massimo gli si può dire che è sulla strada giusta, ma sai quanta ne deve fare ancora…

Dato che ci siamo, le chiedo allora cosa pensa del passaggio di Simmons alla Trek-Segafredo già a partire dal 2020. Come ricordato in precedenza, è l’atleta americano che è diventato campione del mondo tra gli juniores qualche settimana fa. Lei lo ha visto da vicino, ha appena diciotto anni.

Diciamo le cose come stanno: fisicamente ne dimostra ventidue o ventitré, tanto di barba quanto di struttura fisica. Per l’età che ha è imponente, c’è poco da dire. Quello che mi chiedo io è: con la testa, invece, a che punto siamo? Da fuori non è facile rendersene conto, lo capisco, ma passare dagli juniores ai professionisti è un’esperienza traumatizzante. Non basta essere maturo e diligente: è necessario sapersi gestire, capire quali sono i momenti della stagione in cui si deve forzare e quelli in cui conviene alleggerire il carico, conoscere se stessi quanto basta per allenarsi efficientemente da soli. Forse è questo lo scoglio più temibile per i ragazzi: la solitudine.

Per quanto organizzate e affiatate, le squadre professionistiche non possono essere presenti ventiquattr’ore al giorno per tutti e trenta i loro atleti; certo, si formano i gruppi d’allenamento, ma quand’è il momento di fare sul serio bisogna saper stare da soli. È fondamentale arrangiarsi da soli perché il ciclismo è diventato dispersivo: non credo sia un bene ma temo se ne debba prendere atto.

Vedi, gli juniores sono abituati a correre ad intervalli regolari, a condividere l’attività più o meno con gli stessi ragazzi; nel professionismo, invece, i calendari funzionano in maniera completamente diversa e gli atleti vengono da ogni parte del mondo. Proprio pochi giorni fa Ganna mi diceva che alcuni suoi compagni di squadra nemmeno li conosce, al massimo li ha visti qualche volta all’inizio della stagione o nei ritiri invernali: per questo dico che il professionismo è un mondo complesso. Continuo a ritenere fondamentale trascorrere almeno un biennio nel dilettantismo.

Quinn Simmons, il vincitore della prova in linea dei campionati del mondo riservata agli juniores, passerà professionista con la Trek-Segafredo a partire dal 2020 nonostante sia nato soltanto nel 2001. ©Cyclingnews.com, Twitter

Quanto e come è cambiato il ciclismo giovanile italiano negli ultimi decenni?

Tantissimo, ma è sotto gli occhi di tutti; è cambiato tanto rispetto a dieci anni fa, pensa un po’. Gli juniores di oggi sono i dilettanti di una volta: è un ambiente estremamente organizzato, attento, in certi frangenti direi esasperato. Ecco, esasperato credo sia il termine giusto, peraltro mi sembra ritorni sempre quando si parla di juniores: alcuni di loro, per dire, hanno già il procuratore, una figura che di tanto in tanto si vede anche fra gli allievi.

Capite da soli che così non va bene. Intorno a questi ragazzi gravita una marea di persone: genitori, staff, allenatori, procuratori. E le pressioni aumentano, si capisce. In più sono trattati benissimo, non gli manca nulla: abbigliamento, biciclette, i mezzi della squadra. Le controindicazioni però sono evidenti: non è che ci si aspetta troppo da questi adolescenti? Può darsi che in molti di loro subentri un senso di appagamento, vedendosi circondati da tutta questa gente che li segue e li coccola? Io credo di sì, e infatti come dicevo prima quando c’è da fare fatica, quella vera, c’è chi molla subito e chi si perde per strada.

È un cane che si morde la coda, basti pensare alla situazione di tante formazioni dilettantistiche italiane: siccome c’è bisogno di trovare e accontentare uno sponsor si partecipa al circuito locale, anche se questo significa correre tre volte a settimana su percorsi che non aiutano la crescita di un ventenne; siccome bisogna accumulare punti per qualificarsi al Giro d’Italia, si deve correre e vincere il più possibile. Sarebbe bello se riscoprissimo la lungimiranza, la prospettiva: pensare di più al bene del ragazzo e ai suoi risultati futuri, piuttosto che ai vantaggi immediati. Però permettetemi una critica.

Prego.

Sono il primo ad alzare la voce o a tirare le orecchie quand’è necessario, ma non voglio generalizzare: né nel bene né tantomeno nel male. Questo per dire che tra gli juniores c’è anche chi lavora bene. Più che i ragazzi, ad essere esasperato è tutto il resto: l’organizzazione, il calendario, chi gestisce le squadre. A sentire alcuni sembra che la colpa di ogni promessa non mantenuta sia da ricercare nell’attività che ha fatto da juniores.

Ora dico: Pedersen ha vinto il campionato del mondo ma andava forte già diversi anni fa, quindi significa che la continuità e la crescita ci sono state; stesso discorso per gli italiani: un giorno, durante i campionati del mondo, vidi gli otto professionisti a tavola e riflettevo sul fatto che corridori come Bettiol, Ulissi e Puccio vanno forte da una decina d’anni. Puccio da dilettante ha vinto un Giro delle Fiandre ed è sempre lì, tenuto in considerazione tanto dalla INEOS quanto dalla Nazionale; Bettiol da juniores ha vinto il Giro della Lunigiana e la prova contro il tempo dei campionati europei; Ulissi, sempre da juniores, è stato campione del mondo per due anni consecutivi. Questo non vuol dire che va tutto bene, però stiamo attenti a non cadere nell’eccesso opposto.

Uno scatto dall’ultimo campionato del mondo. ©F.C.I., Twitter

E i ragazzi in che cosa sono cambiati?

I giovani sono quelli di sempre: bravi, belli, intelligenti. Hanno solo bisogno di essere indirizzati nella direzione giusta, di essere ascoltati, di sbagliare senza che qualcuno glielo faccia pesare più di tanto. A differenza delle generazioni precedenti, credo che le più recenti scontino l’entrata invasiva della tecnologia nella nostra vita. Io dico sempre che la tecnologia ci è stata data senza le istruzioni necessarie per adoperarla nel modo giusto.

Posso citare i cellulari, tanto per rimanere in un ambito conosciuto. I ragazzi non si rendono conto di quanto li usano e del tempo che perdono a vedere video, foto e via discorrendo. Quando sono con me vieto loro di portare il cellulare a tavola, ma sono sicuro che senza il mio divieto loro li porterebbero e li userebbero: ma non è colpa loro, questi oggetti sono piovuti addosso a tutti noi. Io cerco di farli parlare il più possibile: a tavola, in albergo, nei trasferimenti. Però non possiamo arrivare ovunque. Alcuni professionisti mi raccontano che lontano dai pasti e dalle corse la tendenza è quella di chiudersi nelle camere e ognuno pensa al suo.

Ciclisticamente parlando c’è il potenziometro, altro aggeggio utilissimo a patto che lo si sappia usare. Spesso ricordo ai miei ragazzi che molti professionisti, prima di uscire per l’allenamento, lo coprono col nastro adesivo nero per abituarsi a lavorare senza quel tipo di riscontro. Prendi Tiberi: cambiando la bicicletta ha corso la cronometro dei campionati del mondo senza supporti. Dopo la corsa lo punzecchiavo, “Hai visto che si può vincere anche contando esclusivamente su se stessi?”; e lui mi ha risposto: “Ma c’eri tu, Rino, se no mica vincevo”. E invece io credo il contrario: se in quei delicatissimi frangenti Tiberi si fosse concentrato sui numeri del potenziometro, molto probabilmente sarebbe andato nel panico e non avrebbe sfruttato appieno le sue capacità. La tecnologia non va eliminata: basta non diventarne succubi.

È così anche all’estero?

Ecco, questo è un paradosso interessante: all’estero sono tendenzialmente più organizzati di noi senza tuttavia arrivare all’esasperazione e all’assoluta necessità del risultato. Mi spiego. L’Italia è sempre stata una delle nazioni di riferimento per quanto riguarda il ciclismo: lo è ancora oggi, ma vent’anni fa ancora di più. La mentalità vincente e professionale che ci ha dato tante soddisfazioni e tanto prestigio a livello professionistico l’abbiamo trasmessa, consciamente o no, anche alle categorie giovanili; in molti paesi stranieri, al contrario, i ragazzi vivono questi anni con molta più leggerezza proprio perché il ciclismo nella loro terra si è affermato in epoca più recente oppure non è mai stato così organizzato come in Italia.

Dall’altra parte c’è la crisi economica che ha colpito il nostro Paese negli ultimi dieci anni abbondanti e che è andata ad aggiungersi allo scarso interesse che lo stato e la politica italiani hanno sempre dimostrato nei confronti dello sport: in sostanza, mentre all’estero nascevano nuovi movimenti e venivano costruite nuove infrastrutture, l’Italia restava ferma al palo continuando a perseguire la vittoria quasi ad ogni costo.

Parlo in generale, sia chiaro, non dei ragazzi nello specifico: i diciottenni si assomigliano ovunque, le differenze dipendono perlopiù dal contesto culturale e familiare nel quale crescono. Come ho detto poco fa, forse siamo troppo organizzati e viziamo i nostri ragazzi. Quando vedo un massaggiatore che s’incarica di prendere le borse dei ragazzi, mi arrabbio: devono imparare a svegliarsi, a prendersi cura di se stessi e di ciò che li riguarda e a non dare per scontate certe gentilezze.

Andrea Piccolo insieme a De Candido e Cassani. ©Voce Amica Italia Web Radio, Twitter

A cos’è dovuto, secondo lei, il periodo di appannamento che il ciclismo italiano ha attraversato nelle ultime stagioni e dal quale sembra ormai essere uscito?

Andiamo con ordine. Sicuramente, come dicevo, le difficoltà economiche che ha vissuto e sta vivendo tuttora l’Italia non hanno aiutato. Non avere grandi squadre di riferimento tra i professionisti è un grosso problema e questo discorso si ricollega ad un altro tema che mi sta a cuore: quello del tempo e della pazienza. Un ambiente italiano è più disposto di uno straniero ad accogliere e svezzare i più giovani: è normale, funziona così per tutti. Il rischio concreto, invece, è che molti dei nostri ragazzi passano professionisti in ambienti lontani dalle loro abitudini e dal loro modo di pensare e finiscono per perdersi nel giro di qualche anno.

Le ultime stagioni ci stanno dicendo proprio questo: i corridori italiani che sanno vincere ci sono, ma a differenza ad esempio degli americani sono meno precoci e hanno bisogno di tempo per affermarsi, consolidarsi ed emergere. Prima parlavo di Bettiol, ma potrei dire altrettanto di De Marchi e Ballerini: che fine avrebbero fatto se fossero passati professionisti in grandi squadre a vent’anni? La loro fortuna è stata quella di approdare al professionismo con regolarità e con qualche anno di ritardo rispetto alla maggior parte dei loro coetanei.

Ripeto, sono pochissimi i ragazzi che possono permettersi di saltare il dilettantismo: almeno due anni sono fondamentali per capire un po’ di più come funziona il ciclismo. E poi è anche una questione di cicli: tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila il ciclismo italiano ha potuto contare su tantissimi campioni, quindi era difficile che dal dilettantismo non arrivassero ottimi corridori. Non si entrava in squadre come la Mapei se non si avevano delle credenziali importanti.

Oggi, invece, il livello delle formazioni italiane si è abbassato, dunque al professionismo possono arrivarci anche corridori che vent’anni fa avrebbero fatto molta più fatica a passare. Diciamo che il livello medio si è abbassato, ecco. Comunque a volte è anche una questione di fortuna: va bene la programmazione, l’organizzazione e la competenza, ma la qualità delle annate e dei cicli non è sempre prevedibile.

Quali sono stati i giovani più forti coi quali ha avuto a che fare?

Non mi piace fare nomi perché succede sempre che mi dimentico di qualcuno, e magari vengo frainteso. Quello che posso dire è che mi fa piacere vedere corridori come Bettiol, ma anche Battaglin e Velasco, che hanno saputo ritagliarsi il loro spazio nel professionismo: andavano forte tra gli juniores e continuano a farlo tra i professionisti, quindi vuol dire che a suo tempo abbiamo lavorato bene. Sui più giovani non mi pronuncio: prima bisogna vedere se riescono a passare tra i grandi, poi se riescono a reggere l’urto e ad emergere.

Il più forte che abbia mai visto, se v’interessa, è Remco Evenepoel: in tanti anni di attività non avevo mai incontrato un talento del genere, e pensare che comunque qualche campioncino in erba come Kwiatkowski e Cancellara l’ho conosciuto. Evenepoel è un caso a parte, uno così passa una volta ogni tanto, madre natura lo ha dotato di un’intelligenza sportiva sconfinata. Infatti dico sempre: guai a prenderlo come riferimento, altrimenti perdiamo la bussola.

Secondo Rino De Candido, Aberto Bettiol è uno degli esempi migliori quando si parla di talento, pazienza e lungimiranza. ©Vita Sportiva, Twitter

Rino, quali sono i problemi che i suoi ragazzi le manifestano più spesso?

L’alternanza tra scuola e sport è quello che pesa loro di più. Purtroppo in Italia queste due attività non riesco ad andare d’accordo e sono pochi i ragazzi che riescono a conciliarle entrambe con ottimi risultati. E poi, non mi stancherò mai di ripeterlo, si trovano in difficoltà a causa delle false promesse di chi vuole approfittare di loro. Ne ho trovati tanti che mi dicevano: “Rino, scuola e ciclismo sono troppo per me, non ce la faccio a portarli avanti entrambi: smetto di studiare, tanto mi hanno detto che ho un grande futuro davanti”.

Poi succede che al professionismo non ci arrivi e che ti rammarichi di non aver continuato a studiare. È necessario parlarci e farli parlare, chiedere loro come stanno e ascoltarli quelle poche volte in cui decidono di aprirsi. Solo allora il ragazzo capisce che di te e delle tue parole si può fidare; solo allora riesci a fargli capire che la crescita mentale di un adolescente non è secca, ma graduale, che deve passare del tempo e che ognuno cresce coi suoi modi e coi suoi tempi.

Quali sono i requisiti che deve avere un commissario tecnico per lavorare tra gli juniores?

Il più importante è rendersi conto del momento: farsi sentire quand’è giusto essere severi e ridere e scherzare quando invece la situazione lo permette o perché no, lo consiglia. Comportarsi come un sergente di ferro è l’errore più grande che si possa commettere. Per far sì che i ragazzi ti ascoltino devi mescolarti a loro senza tuttavia perdere la tua autorità. Imporre non serve a nulla, bisogna persuadere, convincere, conquistare la loro attenzione.

I giovani non sono emotivamente costanti: un giorno sono esuberanti, il giorno dopo hanno mille pensieri. Urlando o sbraitando non risolvi niente, il giovane non ti ascolta e non gli arriva nessun messaggio. È un mestiere per equilibristi: ora severo, ora leggero; ora esigente, ora alla mano; ora autoritario e ora ragazzo come loro, né più né meno.

Rino, perché ha scelto questa categoria? Cosa le piace di più del suo lavoro?

È il lavoro giusto per restare al passo coi tempi, non c’è dubbio: nel bene e nel male ti rendi conto dei cambiamenti che ci sono tra una generazione e l’altra. Che altro dire, coi miei ragazzi ci sto proprio bene: si parla e si scherza, si fa gruppo facilmente e tutto sommato lo stress è gestibile. Se uno aguzza l’ingegno e riesce ad affascinarli, qualche volta accade il miracolo: ti ascoltano, si aprono, domandano.

 

 

Foto in evidenza: ©F.C.I., Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.