Tutto quello che ho imparato: intervista a Rossella Ratto

Rossella Ratto ci racconta la sua esperienza nel ciclismo: tanti anni, qualche delusione, ma tante cose imparate.

 

Il primo ricordo che Rossella Ratto ha della bicicletta risale a quando aveva solo due anni. La sua famiglia, per scelta di vita, decise di stare qualche tempo senza automobile e, in estate, organizzò una vacanza tra Corsica e Sardegna in cui l’unico mezzo per spostarsi doveva essere proprio la bicicletta. Forse i tanti pomeriggi nel cortile di casa, ad improvvisare gare e ad immaginarsi campioni, con i fratelli Enrico Peruffo e Daniele Ratto, hanno origine proprio in quell’estate: «Ci toglievamo le felpe e le buttavamo per terra simulando un percorso. Anche i tombini erano ostacoli che andavano a comporre le nostre strade immaginarie. Sono stata fortunata perché con Enrico e Daniele ho vissuto momenti di una intensità rara: la domenica stavamo assieme grazie alla bicicletta, organizzavamo gare fra noi tre, scegliendo quale corridore saremmo stati. Loro, per rendere più realistica la corsa, mi lasciavano anche qualche metro di vantaggio. A fine giornata c’era la classifica, il podio e poi qualche premio fatto in casa. Crescendo, le cose sono cambiate nonostante anche loro lavorino nel ciclismo».

©Claudio Bergamaschi

Dalla voce di Rossella filtra una leggera nostalgia, subito confermata dalle parole: «Come puoi non avere nostalgia di certi momenti? Come possono non mancarti cose talmente belle?». C’è di più. Rossella Ratto ci dice che la sua parola preferita, ciclisticamente parlando, è fuga: «È una sfida, un braccio di ferro, un equilibrio instabile. Potrei dire che la fuga è un investimento sulla propria persona. Non sai mai se sei capace. Devi buttarti in avanti, devi provarci. E magari funziona. Magari arriva al traguardo». La fuga esaspera quell’indole da combattente che ha sin da bambina. Infatti se c’è una caratteristica che Ratto si riconosce è la competitività: «È un discorso complesso. Probabilmente a livello caratteriale sono sempre stata competitiva: se voglio qualcosa, mi sfinisco, mi logoro, ci arrivo distrutta ma ci arrivo. Fino ad una certa età questo aspetto è rimasto abbastanza latente. Forse è uscito allo scoperto anche grazie a qualche scherzo dei miei fratelli. Mi dicevano: “Sei una ragazza, non ci riesci”. E io, pur di dimostrare che non era vero, facevo l’impossibile». Una dote, spiega la ventiseienne di Moncalieri, da non esasperare: «Con gli anni ho smussato questo lato del carattere. Credo che un poco di competitività serva, nella vita come nel ciclismo, ma troppa ti annienta. Io ero diventata competitiva in ogni campo: persino nel cibo o nel parlare. Così non va bene».

Quando era piccola vedeva il Tour de France con i suoi fratelli. Un giorno notò una scritta sul teleschermo e chiese al fratello di leggerla. La scritta era “tête de la course” ma il bambino lesse “tetè”. Mica male quel suono. A Rossella piacque e decise che da quel giorno Tetè sarebbe stata proprio lei. Da lì alle gare il passo fu breve. La prima corsa la disputò in un circuito per mtb quando non aveva ancora sei anni: «Era un tracciato da ripetere due volte, con una fossetta nel centro. La mia bici, però, era troppo piccola ed in entrambe le occasioni finii per cadere nel fossato. Ci pensò Enrico a rimettermi in sella. Alla fine vinsi anche e quella coppa è ancora qui in camera con me». Di quegli anni, a casa Ratto, oltre a tante fotografie, resta anche la bicicletta di Rossella: una bicicletta da corsa verde, compratale dalla sua prima società sportiva.

©ACCPI Assocorridori, Twitter

Ci sono stati gli anni degli idoli, dei modelli irraggiungibili, poi, l’età ha spazzato via questi ideali per far spazio ad una consapevolezza che se solo diventasse maggiormente parte del mondo sportivo, potrebbe essere la salvezza di tanti uomini, prima che di tanti atleti: «Quando ero ragazzina il ciclismo femminile non era ancora così conosciuto. Ad oggi, posso dire che Marianne Vos è il mio modello: non mi ha mai deluso sia a livello sportivo che a livello umano. Nel maschile sono cresciuta all’ombra di Paolo Bettini, di Michael Boogerd e di Alberto Contandor. Ora non più». Una pausa, il tempo di sistemare i pensieri e poi: «Con gli anni si perde il bisogno di avere idoli e si capisce qualcosa di ben più importante. Gli atleti e le atlete sono uomini e donne come tutti gli altri. Hanno i loro punti di forza e le loro debolezze. Talvolta sbagliano. Ma è questo il bello. Dovremmo imparare ad affezionarci anche alle fragilità delle persone, sarebbe un grosso passo avanti».

Le parole non nascono quasi mai dal caso. Spesso sono frutto della rielaborazione che la mente compie del proprio passato, delle proprie esperienze. Le parole, talvolta, sgorgano dalle ferite e Rossella Ratto sa bene cosa voglia dire essere delusa, essere ferita. È sempre stata attesa come atleta rivelazione e tra il mondiale del 2012 e quello del 2013 ha messo a frutto le speranze di tanti tifosi: «La medaglia di bronzo del mondiale in Toscana non me la aspettavo. Ancora oggi fatico a crederci, forse non l’ho ancora realizzata del tutto. Ma i segnali c’erano già. Forse l’esplosione è arrivata proprio l’anno prima con quel sesto posto alla rassegna iridata. Forse mi ha stupito più quello rispetto al podio». Ratto vince e convince e le pressioni dell’ambiente circostante e della stampa si accrescono: «Sono sincera. Prima del mondiale quelle pressioni mi aiutavano. In un certo senso mi facevano piacere. Mi sentivo bene e l’adrenalina mi spingeva a fare sempre meglio. Il meccanismo si è inceppato qualche mese dopo. Ho avuto problemi fisici e, a causa di questi, non riuscivo più a essere all’altezza delle attese. Le persone attorno a me iniziavano a non credere più in me e io ne risentivo. Non è stato bello ma è stato un insegnamento. Tante persone che mi affiancavano in quel periodo non erano lì per me, per Rossella. Erano lì esclusivamente perché dovevano esserci. E Rosella Ratto andava bene in quanto portava risultati».

Rossella Ratto

Rossella Ratto non ama parlare dei periodi difficili, dice che sono passati e che l’importante è esserne uscita. Questo è il suo orgoglio: «Ad ogni caduta, ad ogni stop ho sempre trovato la spinta per andare avanti. Per continuare a credere alla strada che avevo immaginato per me. Grazie al mio modo di essere, alle Fiamme Azzurre e alla mia famiglia. L’appoggio di qualcuno è fondamentale». L’altra chiave di lettura della donna Rossella Ratto è la gratitudine: «Dal 2016 al 2018 ho vissuto un’esperienza davvero gratificante al team Cylance. L’anno successivo avrei potuto essere ancora con loro ma qualcosa non funzionò e mi ritrovai senza squadra. Devo davvero ringraziare lo staff della Alè Btc Ljubljana. Mi hanno dato una bicicletta e la fiducia che serviva per continuare a dimostrare. Si sono comportati molto bene con me. Quest’anno corro con il team Chevalmeire». Intanto Ratto prosegue gli studi e a novembre conseguirà la sua seconda laurea in nutrizione, dopo la prima in gastronomia e alimentazione: «Ho una diagnosi in accertamento di intolleranza al glutine. È una diagnosi da definire meglio ma il problema c’è. Questa situazione mi ha sempre comportato problemi durante gli spostamenti e i viaggi alle corse, quando non c’è la possibilità di controllare in maniera certosina ogni alimento assunto. Così, non avendo ancora una risposta precisa dai medici ho pensato che mi sarei messa io a studiare il problema per provare a trovare una soluzione. Sia chiaro: la mia non è presunzione, assolutamente. È quella determinazione di cui parlavamo prima. Quella che mi fa arrivare ovunque voglia».

©Federciclismo, Twitter

Una ragazza dalle idee chiare. Sul futuro, sul passato ed anche sul presente. Crede che ad oggi il ciclismo femminile abbia poco da invidiare a quello maschile. Che i passi avanti siano stati tanti sia a livello di professionalità nelle squadre che di diffusione mediatica. Manca l’ultimo step, quello del professionismo: «La pandemia che sta riguardando il mondo intero in questi mesi ha rallentato questo ultimo passo. Ma credo manchi davvero poco. Ci attiveremo presto, ne sono certa». La stessa chiarezza Rossella Ratto la riserva al tema della sicurezza stradale: «Non credo la situazione sia peggiorata dopo il lockdown. Forse per i primi mesi è stato così. La realtà è che non è mai cambiata. Era una situazione difficile prima e tale è restata. Serve una presa di coscienza collettiva. Certo la politica deve fare il proprio ma è sin troppo comodo scaricare la responsabilità solo sulle istituzioni. Devono impegnarsi tanto i ciclisti quanti gli automobilisti. Servono spazi adeguati per gli uni e per gli altri. Le ciclopedonali aiutano e sono una bella iniziativa ma per le velocità che sviluppiamo noi in sella rischiano di essere pericolose tanto per noi quanto per gli altri. Proviamo ad agire insieme con rispetto e determinazione. È così difficile?».

Foto di copertina: ©Claudio Bergamaschi

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/