Un perdente di successo: intervista a Giancarlo Brocci

La vita di Giancarlo Brocci è quella di chi ha saputo sognare.

 

Un perdente di successo: così si definisce Giancarlo Brocci. Etichettarlo sarebbe offensivo: volerlo descrivere in poche righe risulterebbe quasi arrogante da parte di chi scrive. È nato nel 1954, si è laureato in medicina, si è speso in molti campi, anche per il calcio. È stato osteggiato e criticato da un certo ambiente ciclistico, emarginato per un lungo periodo. Ha rischiato di annegare in un mare di debiti procurati, ha una passione anche per le bocce toscane e gli ingranaggi della sua mente girano come ruote di una bicicletta. Potremmo dire molto altro ma non lo faremo. “Un perdente di successo” non è soltanto la definizione che Giancarlo Brocci dà di se stesso. Albertazzi chiamò così la sua autobiografia, Brocci invece il suo blog. È inattivo dal luglio 2017, non lo ha mai usato molto, ma dentro vi si trovano spunti interessanti e una scrittura trasparente e frizzante (magari ce l’avessero alcuni giornalisti sportivi). Lui avrebbe voluto chiamarlo “Un fallito di successo”, ma qualcuno gli ha fatto cambiare idea. Vi lasciamo il link, qui. Fatene buon uso: conoscerete la vita di un uomo tutt’altro che normale.

 

Giancarlo Brocci. @eroica.it

 

Domanda esistenziale, Giancarlo: chi sei?

Una persona che ha sempre cercato di vivere secondo gli ideali di gioventù e sulla base dei valori che i miei genitori mi hanno insegnato. Sono orgoglioso, ho resistito e ho realizzato molte delle cose in cui credevo. Di sicuro non ho fatto il medico: laureato in medicina e praticato in sostanza solo per due mesi e una settimana. Per il resto, ho coltivato bene alcuni hobby e li ho fatti diventare mezzi mestieri. La mia vita è stata un’altalena, questo sì.

Il tuo nome è indissolubilmente legato a quello dell’Eroica. Com’è nata questa manifestazione?

Per rispondere alla domanda devo necessariamente partire dalla passione per il ciclismo. Per me è uno sport bellissimo, è lo sport dei nostri padri e ricordo come fosse oggi le mie giornate di bambino passate davanti allo storico Barrino di Gaiole. Il primo corridore per il quale ho fatto il tifo fu Vittorio Adorni. In bicicletta, fino ad una certa età, non sono praticamente mai andato. In compenso, ho giocato tanto a pallone, a livelli infimi, ma smisi presto per una serie di brutti infortuni. Nel 1973, sempre a Gaiole, organizzai la prima corsa ciclistica di allievi dopo tanti anni di vuoto. Vinse Graziano Salvietti, che più avanti fece bene, anche tra i professionisti, distinguendosi come uno dei fedelissimi di Moser.

E poi arrivò l’Eroica.

No, a dire la verità ci furono due ulteriori passaggi intermedi. Nel febbraio del 1992, sul rinomato mensile senese “Mesesport”, esce un articolo innovativo. La firma è la mia, l’idea è il Parco Ciclistico del Chianti. Nessuno aveva (e ha) tutti i chilometri di strada bianca che invece la zona del Chianti ed il Senese possono vantare. Intendiamoci: se sopravvivevano ancora tutti questi sterrati è perché non c’erano sufficienti fondi per asfaltarli, altrimenti lo avrebbero fatto. In breve, lanciai l’idea di un territorio bellissimo e quasi incontaminato da poter visitare e attraversare con la bicicletta. Volevo valorizzare e salvaguardare la zona e il mezzo. Dopodiché, nel 1995, propongo la Granfondo Gino Bartali. Alla prima edizione vennero proprio Bartali e anche la Sandrelli come ospite. Nel 1997, eccoci arrivati, la proposta dell’Eroica: chi si era già iscritto alla Gino Bartali poteva gratuitamente farlo anche per questa nuova manifestazione.

La tua creatura, Giancarlo.

Sì, anche se ormai qualche anno fa abbiamo ceduto il marchio e non sono comunque mai stato da solo. I partecipanti alla prima edizione furono novantadue: all’ultima sono stati settemilacinquecento. C’è stata un’incredibile crescita esponenziale. È merito nostro ma anche della passione della gente per un ciclismo vero e degli scorci stupendi che regala il Chianti. Gaiole è una realtà piccolissima: nel comune si contano duemilasettecento abitanti ma nel paese siamo un migliaio. Ecco, 20 anni fa non ce n’ era uno, sappiate che adesso Gaiole conta milleduecentoquaranta posti letto: e tutti recuperati dagli edifici esistenti, non è stato aggiunto nemmeno un mattone. Avevo un’idea di sviluppo economico e di turismo sostenibile, ero e sono ancora oggi fermamente convinto che il Chianti abbia due vocazioni: il vino e la bicicletta. Dopo ventisei anni e mezzo da quell’articolo su “Mesesport”, posso dire che ce l’ho fatta.

 

Il sole, lo sterrato, la bici, la fatica, la polvere, il sudore, il Chianti: in una parola, l’Eroica. ©teledelacourse, Flickr

 

Credi che, a distanza di vent’anni, la vera essenza dell’Eroica si sia mantenuta nonostante tutto?

L’anima della manifestazione, almeno dal mio punto di vista, non è cambiata. Io, da contratto, sono una sorta di ambasciatore dell’Eroica. Sono colui che l’ha ideata, quindi la persona che ne conosce tutte le pieghe  e che può raccontarne l’essenza meglio di chiunque altro: ecco, finché in mezzo ci sarà la mia faccia garantisco che l’Eroica rimarrà così, nonostante il business e la ragionevole commercializzazione dell’evento. Il miglior interprete di questo pensiero era sicuramente Luciano Berruti (scomparso mentre pedalava il 13 agosto 2017). Con lui avevo un rapporto speciale, eravamo come fratelli. Ha partecipato a tutte le edizioni dell’Eroica tranne la prima: non ne conosceva l’esistenza  altrimenti ci sarebbe stato.

Non ti sei limitato al mondo amatoriale, però. Hai avuto parecchio a che fare anche con quello professionistico.

Un tasto dolente, ad essere sincero. Che RCS e Zomegnan non si siano comportati bene con me è risaputo. Torno un attimo indietro. Il rituale dell’Eroica prevede che al sabato sera ci sia, appunto, la cena degli eroici. Era l’edizione 2005. Si formò un tavolino a quattro: io, Renato Di Rocco, Claudio Martini (all’epoca dei fatti Presidente della Regione Toscana, ndr) ed Ernesto Rabizzi, gaiolese di nascita nonché vice presidente di Monte dei Paschi prima e presidente di Antonveneta poi. Tutti erano rimasti impressionati dall’aria che si respirava all’Eroica. Mi venne proposta la possibilità di finanziare un progetto ciclistico che partisse dall’atmosfera magica di quella sera. Lo articolai in due sezioni: la prima riguardava un’Eroica dei professionisti, della seconda parlerò tra poco.

Nacque così la Strade Bianche.

Ricordo ancora le perlustrazioni sul percorso fatte con Daniele Bennati, Paolo Alberati e l’ex Juventus Fabrizio Ravanelli, io dietro in macchina. Ricordo anche la presentazione della Eroica dei Pro in via San Marco a Milano: c’erano Ballerini, Bugno, Magni, Martini e tanti altri. La prima edizione la vinse Kolobnev, la seconda Cancellara su Ballan e partecipò anche Bettini da campione del mondo. Non voglio tirarla eccessivamente per le lunghe. In sostanza, ci furono subito diverse difficoltà di rapporto con “La Gazzetta dello Sport” e Zomegnan, a partire dal ricevere gli importi pattuiti. Poi il successo palese della corsa e un modo nemmeno troppo strisciante di appropriarsene. Insomma, dopo un paio di edizioni, Brocci ai margini e nuovo nome: da Montepaschi Eroica a Strade Bianche. La corsa, almeno lei, continuò ad andare avanti fino a diventare lo spettacolo che vediamo oggi. Ma non è finita qui. Il secondo punto del famoso progetto che presentai parlava di un giro a tappe eroico.

Il cosiddetto GiroBio, dunque.

Volevamo dimostrare che era possibile praticare ciclismo ad alti livelli in maniera pulita e naturale, biologica appunto: senza procuratori e preparatori di mezzo, senza l’ obbligo di portare la massa grassa sotto al 4%, senza proibire cibi, bevande e sorrisi. Ci piaceva l’idea che questo messaggio potesse partire dal mondo dei giovani: un giovane deve pensare a mangiare, bere, dormire e vivere felice la sua passione. Rispettando dei limiti, certo, ma non quelli esagerati e opportunistici di personaggi esasperati che lucrano sulla pelle e la salute dei ragazzi. A me hanno insegnato che, se una cosa è giusta, va fatta: che convenga o meno non importa. La nostra idea andò in porto e riuscimmo nell’ intento. I ragazzi alloggiavano tutti insieme in ex colonie, caserme, ostelli, istituti religiosi, si lavavano i panni da soli, mangiavano come se non avessero mai mangiato prima, arrivavano in cima alle salite stravolti ma belli e sani.

 

Gaiole in Chianti. ©Mirella Bruni, Flickr

Poi cos’è successo?

Successe che all’inizio la manifestazione piacque e riscosse il consenso di molti. Il successo del GiroBio mi fece entrare nel comitato che portò i campionati del mondo a Firenze nel 2013. Questa esperienza, però, finì per risultare indigesta a certi ambienti. Evidentemente un ciclismo sempre più naturale e trasparente dava fastidio a qualcuno: a chi non poteva più guadagnarci, farsi un nome, sperimentare. I giornalisti che supportavano la manifestazione si dileguarono, chi doveva finanziare chiuse i rubinetti, anche a fronte di impegni già sottoscritti. Per me furono anni terribili: mi pignorarono molte cose, tante altre le avevo dovute vendere. Adesso, fortunatamente, sto finendo di chiudere ogni conto, il peggio è passato, sono in pace con me stesso anche se situazioni tanto spiacevoli non si dimenticano e lasciano l’amaro in bocca.

Sei anche un grande appassionato di ciclismo professionistico: ti piace quello odierno?

Devo fare una distinzione. Dal mio punto di vista qualsiasi ragazzo che sceglie uno sport faticoso e duro come il ciclismo merita un applauso: sono giovani straordinari che rappresentano un esempio per i loro coetanei. Poi, invece, c’è il ciclismo professionistico di questo momento storico. Non mi piace, lo dico chiaramente. Come ho accennato prima, ho l’impressione (spesso confermata) che si lavori in funzione del business e delle tasche di personaggi di cui il ciclismo non ha assolutamente bisogno, preparatori e procuratori su tutti. I copioni, molto spesso, sono già scritti a tavolino: quando attaccano i capitani, quasi mai, quando viene ripresa la fuga. Di emozioni se ne provano poche. Per questo si aspettano a gloria pavé e sterrato: perché possono rimescolare le carte in gioco. Il doping voglio lasciarlo un attimo da parte, è una questione spinosa e nebulosa: ma certi regimi alimentari e di vita, certe magrezze inquietanti, non sono anche queste forme di doping? Il ciclismo è bellissimo e apprezzatissimo per la sua storica vicinanza al pubblico e alla gente. Vicinanza non solo geografica ma anche fisica, umana, personale. Tutti questi tecnicismi esasperati finiscono per allontanare la gente sempre di più: non sembra perché nonostante tutto le strade sono sempre piene ma chi ha vissuto il ciclismo di trenta, quaranta o cinquant’anni fa sa di cosa parlo.

Quello “di prima” era davvero meglio? Da che punto di vista?

Non soltanto il ciclismo ma proprio lo sport tutto prima era diverso. Per me migliore, senza dubbio. I campioni di una volta erano autentici, competitivi tutto l’anno. La rivalità tra Coppi e Bartali rimase intensissima anche quando i due non correvano ormai più. All’apice del duello, quando non arrivavano davanti o rimanevano indietro perché si facevano la guerra, venivano fischiati o squalificati. Bartali, in tutta la sua carriera, si è ritirato sei volte e se anche fossero dieci il discorso non cambierebbe. Questa tipologia di corridore ora è estinta: non ce ne sono, forse non ce ne saranno più.

L’esasperazione fisica e tecnica, la specializzazione sempre più estrema, i rapporti delle bici impediscono tutto questo; non esiste la possibilità di vedere campioni combattere quasi alla pari su tutti i terreni da febbraio a ottobre. Moser e Saronni vincevano in salita, in volata, le classiche, il Giro d’Italia e il mondiale. Van Steenbergen, uno splendido velocista e letale nelle classiche, terminò al secondo posto il Giro d’Italia del 1951: dietro a Magni e davanti a Kübler, Coppi, Koblet, Bobet, Bartali. Se la rotta del ciclismo continua ad essere quella attuale, una certa idea di ciclismo sarà persa per sempre.

 

Valverde, Nibali e Sagan sono i tre corridori che Giancarlo Brocci distingue da tutti gli altri. ©filip bossuyt, Wikimedia Commons

 

Abbiamo toccato l’argomento parlando prima del GiroBio e poi della storia del ciclismo: quanto ha influito, secondo te, il doping?

Tantissimo, è ovvio. Non fraintendiamoci, però. Il doping, nello sport e nel ciclismo, c’è sempre stato. Il problema è che il doping che è arrivato dagli anni ’80 in poi non si era mai visto. Improvvisamente cambiava la cilindrata dei motori. Con quello di prima si resisteva un po’ di più, si sopportava meglio la fatica, ma finiva lì. Con le nuove forme di doping, diciamo dall’ Epo in poi, invece, anche un ciuco, magari per un breve periodo, è potuto diventare un cavallo. Ed è possibile tanto nelle corse a tappe quanto in quelle di un giorno. Lo abbiamo già visto, no? Chris Horner che, a quasi quarantadue anni e dopo una carriera senza particolari acuti , vince la Vuelta davanti a Nibali. Oppure il Tour de France 2018 conquistato da Geraint Thomas, sicuramente un bel corridore, anche sfortunato, ma che fino ai 32 anni aveva sempre corso da comprimario.

Non voglio puntare il dito o dare del dopato a chi, fino a prova contraria, non lo è. Domando solo: siamo sicuri che questa roba appassioni davvero? Siamo sicuri che la baracca stia ancora in piedi? Per quanto tempo? La gente ci crede e continuerà a crederci, visto che magari dopo qualche tempo è possibile si debbano rivedere gli albi d’oro? Chi propone certe tecniche e metodologie ci guadagna sopra, e anche tanto. Se sei disposto a rischiare la salute e quindi la vita, se sei disposto a ingoiare sonniferi per non sentire la fame, a pranzare o cenare con un litro e mezzo d’acqua gassata o a puntare la sveglia alle tre di notte per fare una sessione di rulli, allora puoi entrare in sintonia coi guru e puntare in alto.

Degli atleti attuali non salvi nessuno?

Sagan è straordinario, Nibali e Valverde mi sembrano gli unici due che alternano con successo grandi giri e classiche. E poi, oltre a vincere, si vedono spesso durante la stagione. Nibali e Aru, per citare due ragazzi italiani, li conosco. Sono bravissimi ragazzi e, come dicevo prima, chi sceglie in giovane età uno sport così duro merita soltanto rispetto. Però non riesco ad affezionarmi più di tanto. Non capisco come pensa e decide un atleta i suoi programmi, quando potrò aspettarlo in condizione: o meglio, forse mi arrabbio proprio perché capisco che le tabelle le decidono altri. Perché chi fa una corsa, mettiamo il Giro, poi non deve fare il Tour? Chi lo dice? Si ritorna al punto di partenza: preparatori e procuratori. Finché il ciclismo sarà così specializzato, così sezionato e così scandito, non c’è spazio per correre tanto e bene, con cuore e fantasia.

Per propiziare almeno un po’ di spettacolo ne stanno inventando di tutte, come tappe con 5 grandi colli in centotrenta chilometri. Ma sono in molti, ormai, ad essere più o meno sullo stesso livello: basti vedere le fughe che vanno via nelle tappe di montagna dei grandi giri: quelli che vogliono vincere la tappa, a volte anche venti o trenta, e dietro il gruppo dei migliori che li insegue. Distacchi pochi, tanta differenza di motore non c’è, la preparazione è quella per tutti, scientifica e metodica. Come il gruppo della maglia gialla al Tour de France: sono sempre dieci o dodici, spesso in fila e quando va bene passa una manciata di secondi tra l’uno dall’altro, più spesso determinati in discesa che in salita. Sono tutti simili, tanto nel modo di correre quanto nelle prestazioni. Torno a chiedere: siamo sicuri che il film con questi attori piaccia ancora?

 

Vittorio Adorni, il primo amore ciclistico di Giancarlo Brocci. ©Gianluca Gozzoli

Cosa si potrebbe fare per migliorare globalmente questa situazione? Cioè, è solo un problema di spettacolo o c’è anche altro?

Un gran lavoro lo stanno già facendo gli sponsor e gli organizzatori. Che piaccia o no, quel poco di spettacolo che ogni tanto si vede sta in piedi perché dietro ci sono pesanti investimenti e tanta managerialità. ASO mi ha invitato a seguire la tappa dell’Alpe d’Huez all’ultimo Tour de France ed era un trionfo di persone, di colori e di partecipazione, come abbiamo visto a volte anche troppa. Io credo che le soluzioni siano semplici da trovare: sperimentare nuove forme di ciclismo, ricercare aspetti eroici che favoriscano l’imprevedibilità delle corse. In  più levare i corridori dal giogo di procuratori e preparatori; e questa è di certo meno semplice. Bisogna credere, o tornare a credere, che un ciclismo più umano, semplice e vero è possibile: talvolta ci sembra impossibile perché lo hanno fatto diventare uno sport scientificamente ed economicamente estremo, ma si può ancora fare. Questo sport è quello che si è impegnato di più nella lotta al doping. Io credo che, se mai ci sarà uno sport che tornerà ad essere veramente com’era, a recuperare le sue radici autentiche, questo sarà il ciclismo. Sono fiducioso: presto  una soluzione “eroica” finiremo per trovarla.

Seguendoti su Facebook, Giancarlo, ci si rende facilmente conto di quanto sia importante per te scrivere e raccontare: tra l’altro, riesci molto bene in entrambe le cose. Per questo ti chiedo: cosa pensi del giornalismo italiano a riguardo? Come si raccontano le gare dei professionisti oggi?

Questa domanda mi riporta indietro di una vita, quand’ero bambino e al lunedì mattina leggevo i giornali ai vecchi del bar. È cambiato tanto anche qui. Prima venivano presi e premiati i più bravi. Come si dice, “scripta manent”: chi sa essere immaginifico rimane. Oggi, purtroppo, mi sembrano quasi tutti dei ragionieri della penna. La piattezza regna sovrana. Quando va peggio, invece, tocca leggere articoli faziosi o pretestuosi, da addetti stampa di interessi specifici: certi giornalisti, sempre più spesso, portano l’asino e il carro dove vuole il padrone. Lascio perdere giornali e televisioni finché posso. Nei libri, invece, è diverso, trovo ancora belle storie, personaggi notevoli, avventure e letture straordinarie.

Un’ultima domanda. Che idea ti sei fatto del tentativo di Andrea Tafi di tornare alla prossima Parigi-Roubaix?

Conosco Andrea, la sua passione per il ciclismo e il carattere che lo ha sempre contraddistinto. La reputo una trovata simpatica, quasi eroica, che esce dagli schemi. Se trova qualcuno che lo sostiene e riesce a metterla in piedi ne parlerà tutto il mondo. Non sarebbe il primo: anche Gerbi e Girardengo fecero qualche corsa da “vecchi”. In un ciclismo così ingessato, l’avventura di Andrea Tafi può farmi soltanto piacere.

 

Foto in evidenza: www.bicidastrada.it

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.