Una battaglia che riguarda tutti: intervista a Marco Scarponi

La sicurezza stradale non è un capriccio: ne va del nostro futuro.

 

Fino alla mattina del 22 aprile 2017, lo Scarponi che il mondo del ciclismo conosceva, tifava e apprezzava era Michele. Poi, in un attimo, una vita che s’interrompe e molte altre che rimangono monche. Dalla morte di Michele, lo Scarponi che il mondo del ciclismo ha imparato a conoscere, apprezzare e sostenere è stato Marco, il fratello.

 

Cosa fa oggi Marco Scarponi?

Si occupa della Fondazione (https://www.fondazionemichelescarponi.com/) praticamente a tempo pieno. È un’attività che richiede molte energie e un impegno incrollabile. Però Marco Scarponi è anche un educatore che lavora con persone disabili: adesso è in aspettativa a causa di quanto detto sopra. Sappiamo, o ci illudiamo, di avere un ruolo importante. Quello di cui si occupa la Fondazione ormai lo sanno tutti: mobilità sostenibile, sicurezza stradale. La speranza è che il cognome altisonante del sottoscritto e della vittima che rappresento possa contribuire in maniera consistente.

Michele è scomparso il 22 aprile 2017: sono passati quasi due anni. È cambiata l’Italia nel frattempo?

La vita delle persone che gravitavano intorno a mio fratello è cambiata tantissimo. Non posso dire lo stesso della situazione italiana. Anzi, vorrei specificare che questa non è la posizione di Marco Scarponi ma quanto dicono le statistiche. È difficile far passare certi messaggi. Viviamo in un mondo che ha davvero tante difficoltà nel ripensarsi e riprogrammarsi. In Italia abusiamo della macchina, del mezzo privato. Sono consapevole del fatto che anche i ciclisti sbaglino e che, talvolta, facciano i furbi: ma ricordiamoci sempre qual è la parte più debole. Sento troppi automobilisti che iniziano la loro difesa con le fatidiche parole: “ma il ciclista…” e via discorrendo. Mi sembra che ci sia stata molta fretta nel derubricare la morte di Michele a semplice incidente. Come se morire in strada fosse normale; come se incolpare il ciclista alleggerisse il peso sulla coscienza e ci proteggesse da un qualsiasi rimorso. E invece non è così. Mio fratello non si è suicidato. Cerco, comunque, di farmi forza pensando che da quando è successo quel che è successo si parla molto di più di viabilità e sicurezza stradale. È vero, se ne fa un gran parlare e i provvedimenti presi sono minimi se non del tutto inesistenti: però è già qualcosa, un piccolo passo in avanti che mi fa ben sperare. Magari chi ascolta e appoggia la nostra battaglia è più cosciente e attento quando sale in macchina e guida. Perché alla fine la prova del nove è quella: comportarsi in maniera civile quando si è da soli alla guida.

©Fabio Mo 83, Wikimedia Commons

Perché, specialmente in Italia, il ciclista è spesso considerato un ostacolo?

Come dicevo poco fa, i nostri comportamenti risentono della società odierna. Viviamo in fretta e di fretta, siamo costantemente in ritardo e con l’acqua alla gola, presi da mille impegni e scadenze. Qualsiasi persona, oggetto o evento che ci costringe a rallentare, a frenare o a rivedere la nostra scaletta finisce per infastidirci. Il nostro schema salta, abbiamo a che fare con l’imprevisto. Il problema è che molta gente identifica un pedone o un ciclista con un contrattempo. Sono persone, uomini, esseri umani. In Italia, dove il mito della velocità è radicatissimo, tutto questo è amplificato. Io non vedo armi contro l’elevata velocità o l’uso dei cellulari. Credo, invece, che un ruolo fondamentale lo svolga la comunicazione: finché verrà incentivato l’uso smodato delle automobili, finché verrà enfatizzata l’adrenalina che scorre nel guidatore che può spingere a tavoletta, finché l’interesse sarà rivolto al consumatore e non all’uomo, personalmente credo che invertire la rotta sarà pressoché impossibile. Rimango dell’idea che andando a sessanta all’ora arriveremmo tutti lo stesso: con qualche minuto di ritardo, ma senza vittime. Ma questo messaggio non passerà mai, finché la comunicazione e la pubblicità tireranno la corda dal capo opposto.

Come si è comportata la stampa, e più in generale il mondo dell’informazione, con voi? Com’è stata trattata la scomparsa di Michele Scarponi e tutto quello che ne è conseguito?

Col tempo è andata meglio: un po’ perché l’interesse che la vicenda ha suscitato in un primo momento col tempo si è affievolito, un po’ perché alla lunga sono emersi quei giornalisti che non hanno trattato la vicenda solo per lavoro o calcolo utilitaristico. Con alcuni si è creato un rapporto profondo, penso a Marino Bartoletti. All’inizio, però, è stato un calvario. Ho avuto a che fare con sciacalli e parassiti interessati soltanto a portare a casa il pezzo e a vendere. La foto di Anna (la moglie di Michele, ndr) disperata sul corpo di suo marito e mio fratello è stata piazzata e rilanciata ovunque. È lo stupro di un dolore, una violenza già di per sé insostenibile che viene ulteriormente ingigantita. Quella foto non ha cambiato la vita a nessuno: semmai, ha lasciato tanto dispiacere in noi parenti più stretti e basta. Quello scatto non educa, non dà un segnale: è sensazionalismo, punto e basta. E non è solo un problema di foto o copertura mediatica: anche le parole che sono state usate non riesco a perdonarle. Un giornalista deve capire che dall’altra parte non c’è solo il fruitore o il tifoso che compra il giornale e legge: tra queste persone ci sono anche i familiari. E bisogna tenerne conto.

Come si può agire per far capire che questa è una battaglia che riguarda tutti?

Esatto, è proprio questo il punto: questa è una battaglia che riguarda tutti. Anche l’automobilista, che erroneamente se ne chiama fuori. Anche dell’anziano, anche del padre che porta i figli a fare un giro in bicicletta. Torno a dire che soltanto una scelta generale e condivisa può traghettarci verso un cambiamento. Tutti gli organi di informazione e comunicazione e tutte le parti chiamate in causa dovrebbero smetterla di pensare al loro interesse per occuparsi di quello comune. Quindi lo sport, le case automobilistiche, la politica: tutti dalla stessa parte per conseguire obiettivi civili e nobili. Azzerare lo smog, riorganizzare gli spazi. Sono battaglie utopiche? Non saprei, ma non abbiamo altra scelta se non quella di intraprenderle. Perché, ad esempio, non investire costantemente in pubblicità progresso? Quelle che ci sono durano al massimo una settimana e poi spariscono. Non sono capricci di Marco Scarponi o dei politici, dobbiamo capirlo una volte per tutte. Noi adesso non sappiamo dove andare. Chi ricopre le cariche per poter fare qualcosa, purtroppo non fa niente. Dobbiamo dichiarare un traguardo, altrimenti cosa stiamo pedalando a fare? Se no mi viene da pensare male: mi viene da pensare che il traguardo è già stato stabilito da tempo e non vogliamo ammetterlo perché sta bene a molti. Con la Fondazione tocchiamo con mano quanto sia difficile fare qualcosa di concreto: noi più che farci sentire, raccomandarci e tenere convegni non sappiamo come muoverci. È poco e non risolviamo niente, ne siamo consapevoli: ce ne dispiacciamo tutti i giorni.

Filottrano, il paese di Michele Scarponi. ©Mongolo1984, Wikimedia Commons

Chi vi è stato più vicino e vi sostiene tuttora? Da chi, invece, vi sareste aspettati di più?

Non voglio essere ipocrita. Il cognome ha fatto sì che la nostra vicenda sia finita sulla bocca di molti e, di conseguenza, l’affetto ricevuto è stato molto. Mi sento quasi quotidianamente con familiari o genitori che, come noi, hanno un perso uno dei loro cari o uno dei loro figli. Oppure penso a Luis Ángel Maté (gregario di lungo corso attualmente alla Cofidis, ndr), uno dei ciclisti più legati a Michele nonostante mio fratello fosse italiano e lui spagnolo. Ci è vicinissimo, è speciale, e noi ne siamo orgogliosi. Tanti altri, invece, si muovono dietro le quinte: vicinanza e affetto sono due paroloni. Sono sentimenti impegnativi e non è da tutti possedere la forza e l’altruismo necessari in queste situazioni. Quindi non bisogna stupirsi se tante persone si avvicinano col tempo o preferiscono rimanere sempre a debita distanza. Anche la Federazione si è comportata così: non si è mai affacciata, al massimo qualche parola qua e là. Ecco, questa esitazione la posso perdonare a un tifoso o a un collega di Michele: ma non alla Federazione. È letteralmente scomparsa, d’altronde questa non è una novità in un paese come l’Italia: le istituzioni trovano sempre il modo di defilarsi. Dato che Michele era tesserato con la Federazione Ciclistica Italiana, questa avrebbe potuto darci ad esempio un supporto legale, almeno per i primi tempi. E invece non abbiamo visto né ricevuto nulla. Anche il gruppo, che comunque ci è vicino con diversi suoi rappresentanti, può fare di più. Confidiamo tanto anche nelle loro parole, azioni e campagne. Mi permetto di dire questo perché sono convinto che la bolla degli eventi, della corsa e dei ritiri, finisca inevitabilmente per allontanarli da queste tematiche.

Reintrodurre l’educazione civica e stradale potrebbe essere una soluzione?

Non sarebbe la soluzione, ma sicuramente concorrerebbe. Se ne fa pochissima ed è un peccato. Credo, comunque, che l’educazione la debba fare un qualsiasi adulto, sia esso genitore o insegnante, che ha l’onestà, l’interesse e la competenza per far capire al figlio piuttosto che al nipote cosa è giusto fare e cosa, invece, non si deve fare. La scuola dovrebbe tornare ad avere un ruolo di primaria importanza ma non dimentichiamoci che l’educazione si fa in ogni momento, anche a casa. Le strade, poi, bisogna iniziarle a frequentare fin da piccoli: le scuole dovrebbero, secondo me, portarli fuori dalle classi per far vivere loro l’esterno. Soltanto così possono capire cosa significa. Tutto questo andrebbe fatto senza lasciare al proprio destino gli adulti e le persone più mature, quelle che guidano da sempre e sono sulla strada da una vita. Mio fratello è stato ucciso da un sessantenne: ascoltiamo anche queste persone.

Marco Scarponi insieme a Roberto Mancini, assiduo cicloamatore. @Password Magazine

Quali sono le città da prendere a modello, Marco? Penso a Pontevedra e Oslo.

La prima a cui penso è proprio Pontevedra (Galizia, Spagna nord-occidentale, ndr). Il sindaco eletto pochi anni fa ha stilato una gerarchia rivoluzionaria: al primo posto ha messo bambini e pedoni e all’ultimo le automobili. Nessuna vittima stradale negli ultimi tempi, il turismo è cresciuto e la popolazione è aumentata: può essere un caso? Può darsi, ma io non credo. Potremmo tentare. L’Olanda è l’esempio più classico: hanno iniziato prestissimo, costruendo un paese a misura di biciclette e spiegando ai cittadini l’idea che volevano portare avanti. In Italia, purtroppo, costruiamo piste ciclabili che finiscono nel nulla; o, ancora peggio, le costruiamo davanti a casa delle persone senza spiegare loro il progetto che c’è dietro, senza raccontare loro i vantaggi derivanti da un uso consapevole della bicicletta. Però mi rendo conto che fare riferimento all’Olanda e ai paesi del Nord Europa non convince: “hanno un’altra cultura”, come dicono in molti, giustificandosi. Serve un modello più vicino al nostro modo di vivere. Ce l’ho: Siviglia. Qui non si scappa: siamo in Spagna e per di più nella Spagna del Sud. Ci sono andato la scorsa estate e ho incontrato una città civile: piste ciclabili belle e sicure, tranquillità al volante, automobilisti sempre all’erta e che si fermavano ben prima degli attraversamenti. È vero anche che pure in Europa vengono fatti molti proclami ai quali non sempre seguono azioni concrete: ma da questo punto di vista abbiamo solo da imparare e forse è giunta l’ora di farlo.

Quanto manca, secondo te, alla saturazione di questo modello di mondo?

L’abbiamo già raggiunta da un pezzo, mi sembra sia visibile. Il servizio pubblico è claudicante se non inefficiente, le città italiane sono dei parcheggi, non si vive più né la strada né la piazza e le varie fasce della popolazione vengono divise in compartimenti stagni: i bambini da una parte, gli anziani da un’altra. Come se si dovesse fuggire dai pericoli della strada, come se mettere rinchiuderli in delle riserve fosse la soluzione giusta. Dobbiamo ripensare le città. Ci sono opportunità interessanti come il car sharing o il bike sharing: perché non provarci? Basta andare davanti a un asilo per capire a che punto siamo arrivati: un bambino e un genitore per macchina.

Cosa suggeriresti, invece, ai ciclisti per farsi propiziatori del cambiamento che vorrebbero vedere?

Agli amatori dico di stare più tranquilli, di non scimmiottare Nibali e Froome, di non pensare soltanto alla fatica e alle Gran Fondo, di non ammalarsi di agonismo. E sarebbe bellissimo se iniziassero a portarsi dietro anche i bambini: certo, è bellissimo parlare con l’amico o pedalare da soli, ma se vogliamo che i bambini capiscano portiamoli con noi. Il ciclismo è una forma di conoscenza, è frequentare il paesaggio in maniera diversa perché tra automobile e bicicletta il paesaggio cambia tantissimo. E pedalare significa anche usare la bici per andare al bar o a comprare il pane: quindi, ad un amatore direi anche di non sentirsi ciclista soltanto quando si veste da ciclista.

La famiglia Scarponi al completo: Giacomo, il padre; Anna, la moglie; Flavia, la madre; Marco, il fratello; e Silvia, la sorella. @Marina Romoli Onlus

Hai avuto la possibilità di parlare con gli esponenti delle due nuove forze politiche che si sono insediate lo scorso anno dopo il 4 marzo?

Ho incontrato qualche rappresentante del Movimento 5 Stelle e ho avuto l’impressione che la volontà di fare qualcosa di buono e diverso ci sia: poi si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Della Lega, invece, non ho ancora incontrato nessuno. E comunque, in generale, l’attualità mi lascia basito: perché estendere a centocinquanta chilometri orari il limite massimo di velocità in autostrada? A riguardo, c’è una letteratura che spiega come all’aumentare della velocità aumentano anche le vittime. Non mi sembra difficile da capire: sono sinceramente smarrito. È il mito della velocità e della fretta che viene ulteriormente ribadito e rinforzato: ma la strada non è un circuito di Formula Uno. Siamo uomini, non siamo supereroi.

L’ultima domanda, Marco. Tu e tutte quelle persone toccate da vicino dalla morte di Michele state combattendo una battaglia che non avreste mai voluto combattere. Una battaglia lunga ed estenuante, che spesso si risolve in un nulla di fatto: e rimane tutto come prima. Dove trovi la forza per andare avanti?

Sono meno forte di quanto sembra. La forza la trovo dalla morte, per quanto macabro possa sembrare. Per me, Michele era il bambino più bello del mondo e il suo corpo da atleta un qualcosa di sacro e inviolabile. Quando succedono queste disgrazie, capisci che tutto il resto ha un’importanza relativa. Io sto parlando con te perché mio fratello è morto, altrimenti non ci saremmo nemmeno mai conosciuti; sono andato in Parlamento perché mio fratello è morto; abbiamo dato vita alla Fondazione perché mio fratello è morto, e così via. E ogni volta che finisce un’intervista o un convegno e io riattacco o me ne vado, sono io che rimango solo con la morte. Non ho altra scelta se non quella di essere forte: altrimenti la morte mi ammazza.

 

Foto in evidenza: @Cronache Maceratesi

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.