Valentino Sciotti: io, che investo nel ciclismo italiano

Nel ciclismo italiano c’è ancora chi investe tra passione, rischio e coraggio.

 

Iniziare con una precisazione può non essere efficace da un punto di vista stilistico ma risparmia futili discussioni future. Valentino Sciotti, presidente e amministratore delegato di Farnese Vini, non è l’unico imprenditore italiano ad investire nel ciclismo nostrano: ce ne sono anche altri, per fortuna.

Si definisce un sognatore. Che voleva diventare un ciclista famoso e vincere la maglia a pois del Tour de France, salvo poi rendersi conto di non avere gambe sufficientemente forti per inseguire questi traguardi. Poi, insieme a due amici che col tempo sono diventati soci, una scommessa: dimostrare che si può fare impresa partendo con le proprie idee e basta. Senza appoggi esterni, senza ingenti capitali a disposizione, senza un destino che avesse già deciso tutto per loro. Dopo venticinque anni l’obiettivo è stato raggiunto: Farnese Vini è il risultato di sacrifici, lungimiranza, competenza, unione, passione, coraggio. I requisiti che, guarda caso, è necessario possedere per ambire alla maglia a pois del Tour de France.

 

Quanto tempo è passato dal tuo ingresso nel mondo del ciclismo, Valentino?

Un decennio, direi. LPR, Lampre, poi l’esperienza con Angelo Citracca e adesso la Nippo-Vini Fantini-Faizanè, con la quale rimarrò per un totale di cinque anni.

Ciclismo: più una passione o una possibilità commerciale?

Entrambe. Sentivo di dover restituire almeno qualcosa al mondo che mi ha dato preziosissimi insegnamenti i quali mi hanno permesso di diventare la persona che sono oggi. Quando si riceve non bisogna dimenticarsi poi di rendere, di dare indietro. E, ci tengo a dirlo, quando ho deciso di sponsorizzare non ho mai escluso i giovani: ho scelto sempre il pacchetto completo, e non poteva essere altrimenti. Dal punto di vista imprenditoriale, invece, posso dire questo: tramite lo sport si può dare un messaggio bellissimo. Quindi, riallacciandomi alla domanda, direi che il ciclismo è una validissima possibilità commerciale per far conoscere un prodotto.

Avete mai investito, o investite oggi, anche in altri sport?

Agli inizi c’è stata anche l’atletica e, seppur marginalmente, siamo passati anche dalla Formula Uno. Il calcio, invece, ci riguarda da vicino ancora oggi: Torino e Lazio. E non mi dimentico certo del basket. Insomma, si capisce: quando si ama veramente lo sport lo si apprezza in tutte le sue forme e specialità.

 

La Nippo-Vini Fantini in azione in uno scatto dello scorso anno. ©Flowizm, Flickr

Conviene ancora investire nel ciclismo?

Sì, investire nel ciclismo conviene eccome. Una cosa, però, va detta: il problema è che non esistono certezze.

Spiegati meglio.

È un discorso piuttosto semplice. Se si fa parte del World Tour si ha la certezza di partecipare alle corse più importanti: quindi è molto più facile stilare dei calendari, prendere certi impegni e prevedere entrate importanti. Se, invece, non si fa parte del World Tour la situazione si complica. Non essendoci la certezza incrollabile di partecipare agli eventi più importanti, è impossibile o comunque molto difficile organizzare una stagione. E il problema sta proprio in questo passaggio: soltanto le manifestazioni di cartello garantiscono un’entrata economica sostanziosa. Partecipare o meno al Giro d’Italia riveste, da questo punto di vista, un’importanza capitale. Questa assenza di sicurezze scoraggia molti sponsor a buttarsi nella mischia.

Puoi darci delle cifre che facciano capire quanto convenga investire nel ciclismo?

Per una questione di rispetto nei confronti di corridori e staff preferisco di no. Fidatevi di questa affermazione: il ritorno d’immagine è tre volte superiore rispetto a tutte le altre forme di investimento che conosca e che abbia mai sperimentato.

Perché l’Italia investe a fatica nel ciclismo? Non c’è più la passione di qualche decennio fa? Mancano i soldi? Oppure il doping fa ancora paura?

Il doping è uno spettro che impaurisce, una paura radicata in molti sponsor purtroppo. Lo dico con esperienza: perché io stesso mi sono bruciato due volte e perché ho parlato con alcuni imprenditori che me l’hanno detto. “Il ciclismo ci piace ma non vogliamo problemi”: convincerli del contrario non è facile. Per quanto mi riguarda posso dire che oggi sono molto tranquillo. Con Francesco Pelosi (team manager della Nippo-Vini Fantini-Faizanè, ndr) ho capito che se c’è volontà e consapevolezza il rischio è ridotto al minimo. Esiste, certo: azzerarlo è impossibile. Però se ai controlli interni si dedica una parte importante del budget è possibile lavorare in serenità.

Quando una squadra attraversa momenti difficili, ipoteticamente un caso di doping, si parla sempre di danno d’immagine: in cosa consiste? Cioè, quali ripercussioni ha una positività sullo sponsor?

Bisogna fare una distinzione: se il corridore coinvolto ha un cognome pesante, allora avrà il suo bel da fare; altrimenti, alla fine della giostra la parte che ci rimette di più è sempre lo sponsor. Come l’atleta promuove il prodotto o il marchio stampato sulla divisa, allo stesso tempo se sbaglia finisce per affossarlo o quantomeno penalizzarlo. Come lo fa girare in positivo, lo fa girare anche in negativo, ecco. Il ciclismo, come tutti sanno, funziona così: sulla maglia indossata dal corridore c’è il nome della squadra e il nome alla squadra lo dà proprio lo sponsor. L’associazione è automatica, può essere devastante. Se un caso simile scoppiasse nel calcio, verosimilmente sarebbero giocatore e squadra a dover dare diverse spiegazioni: lo sponsor non dovrebbe essere particolarmente coinvolto. Chi presta attenzione a tutte le scritte che ci sono sulle magliette dei calciatori? Poche persone e al massimo in un secondo momento.

 

Il Team Sky, l’emblema del ciclismo squilibrato ed esasperato dell’ultimo decennio, viene tirato spesso in ballo da Sciotti. ©Gian Marco Gasparrini, Flickr

Può darsi, invece, che all’origine di questo disinteresse da parte degli sponsor italiani ci siano gravi problemi di comunicazione? Di investimenti redditizi e oculati ce ne sono molti: non possono essere considerati dei casi, anzi, rappresentano la normalità. Non bastano per giustificare l’ingresso di nuovi sponsor?

Il ciclismo vive da sempre questa situazione di incomunicabilità: esterna ma anche interna, tra istituzioni e squadre oppure tra le varie squadre. Finché non impareremo questo, saranno altri a decidere per noi. A cosa mi riferisco? Prendete l’ultima riforma di cui si è parlato molto qualche settimana fa. Com’è possibile che il movimento italiano accetti una situazione del genere? Non abbiamo nemmeno una realtà nel World Tour, dunque si presume che le quattro Professional debbano essere tutelate perché fondamentali. E invece questa riforma le penalizza. Se scompaiono o si riducono ulteriormente, quanti giovani italiani rimangono nel mezzo? Ecco, questo è soltanto un esempio di cosa succede quando non c’è una comunicazione efficace.

L’assenza di sponsor italiani pronti ad investire come si risolve?

Devono essere le Istituzioni a dare delle garanzie. Uno sponsor rischia molto a mettersi in gioco nel ciclismo. In Italia, poi, finiamo come sempre per farci male da soli: manie di protagonismo, giornalismo di bassa lega, si fa audience sullo scandalo, reale o presunto poco importa.

A cosa ti riferisci, Valentino?

Porto un esempio che mi riguarda in prima persona. Quando Di Luca venne trovato positivo, il procuratore Grauso della Commissione Disciplinare della Federazione Ciclista Italiana convoca anche me. Le domande sono due. La prima: perché viene chiamato lo sponsor? Cosa c’entra? Seconda domanda: perché, invece di comunicarlo privatamente al sottoscritto, preferì farlo alla stampa? Ci fosse stato un giornalista a sottolineare questi comportamenti. Per me è una forma di protagonismo, magari mi sbaglio. E il silenzio delle istituzioni fu ancora più disarmante.

Tornerei sull’esclusione dal Giro d’Italia 2018. Cosa vi ha infastidito di più?

Il torpore delle istituzioni, torpore che le caratterizza ormai da troppo tempo. Sindacare la scelta di un privato è difficile: un privato fa le sue scelte, segue un suo interesse, non fa nulla di male. Io stesso non assumo mica soltanto personale italiano perché io e la mia azienda veniamo dall’Italia. Le istituzioni, al contrario, avrebbero dovuto intervenire: ricordando il mazzo che le Professional si fanno per rimanere a galla, i rischi che corrono, i posti di lavoro che offrono e i giovani che mettono sotto contratto e svezzano. E invece nulla, purtroppo. Alla presentazione della squadra non ho mai visto un solo rappresentante delle istituzioni ciclistiche italiane: eppure di realtà nostrane non ce ne sono molte, sono quattro le squadre che tengono in piedi il movimento.

 

Danilo Di Luca, oggi. ©Danilo Di Luca, Twitter

Sky lascia ma ancora non sappiamo chi subentrerà, quindi per ulteriori riflessioni conviene attendere. Ma cosa si può fare per arginare lo strapotere economico di questi colossi? Un tetto massimo di spesa può essere la soluzione giusta?

Per me sì, assolutamente: è proprio quello che ci vorrebbe, altrimenti cadono i principi dello sport. La differenza la deve fare l’uomo, non la disponibilità finanziaria. In America il cosiddetto “salary cap” c’è in tutti gli sport, se non sbaglio. È anche vero che a parlare si fa presto, me ne rendo conto. Come dicevo prima, investire nel ciclismo conviene eccome ma il percorso di avvicinamento a questo sport non è così scontato e immediato. In sostanza: già che di sponsor se ne vedono pochi, se poi si mettono anche dei paletti cosa può succedere? Investendo nel ciclismo il rischio c’è: i grandi sponsor mettono sul piatto somme importanti perché vogliono vincere subito e vogliono avere la certezza quasi matematica di riuscirci. È un argomento spigoloso ma va affrontato e anche in tempi brevi, direi.

Momento più bello e più brutto di questo decennio?

Il più brutto è il tradimento di Danilo Di Luca, personale ancor prima che sportivo, una ferita profondissima. Il più bello, invece, me lo ha regalato Alessandro Petacchi vincendo a Reims durante il Tour de France 2010. È la patria dello champagne francese, capirete dunque la mia emozione. Addirittura più grande della maglia verde che lo stesso Petacchi conquistò al termine della corsa.

Siamo in chiusura, Valentino. Quale obiettivo si è posta la Nippo-Vini Fantini-Faizanè?

Non siamo degli illusi, siamo uomini di ciclismo che amano questo sport e che lo conoscono fin troppo bene. Siamo consapevoli dei nostri mezzi, sappiamo che non possiamo vincere il Giro d’Italia, il Tour de France o una grande classica. Ma abbiamo creato un ambiente valido e positivo: se saremo bravi a cogliere le occasioni che si presenteranno e la fortuna ci assisterà, ci troverete su qualche traguardo importante. Il nostro vero obiettivo non è prettamente sportivo: vogliamo dare un messaggio positivo, contribuire nel restituire a questo sport una visibilità sana che in passato troppe volte gli è mancata.

 

Foto in evidenza: @www.ortonanotizie.net

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.