Ve li do io i tatticismi: intervista a Claudio Chiappucci

Il piacere di una chiacchierata con uno dei corridori italiani più amati.

 

Durante tutta l’intervista, Claudio Chiappucci ribadisce d’essere uno spirito libero. Lo fa continuamente: lo dice, poi lo ridice, poi lo sottolinea, lo rimarca, lo tiene sullo sfondo per poi ritirarlo fuori. Un bisogno quasi ossessivo, quello di ripetere per non dimenticare, per ingannare la mente facendole credere a quei suoni usciti dalla bocca. Che si parli di eventuali ruoli istituzionali, di futuro o di tattiche di corsa, Chiappucci si pone sopra qualsiasi questione. La sua diversità gli permette di resistere alla frenesia: non vuole macchiare la sua unicità per colpa di una mossa scellerata.

È che Claudio Chiappucci, modesto in volata e a cronometro, raramente ha potuto concedersi la vita del gruppo. I limitati mezzi atletici lo hanno portato a espandere all’inverosimile quelli mentali e fisici. È stato capace di dar vita a una realtà parallela nella quale soltanto lui poteva entrare e resistere: gli altri, talvolta persino più grandi e dotati di lui, ne rimanevano irrimediabilmente fuori. Di alternative ce ne sarebbero state molte ma tutte, seppur in misura diversa, implicavano l’accontentarsi. E non si può chiedere a uno spirito libero di sopravvivere.

Familiarizzare con la sofferenza

Bugno e Indurain sono i due avversari che lo stesso Chiappucci non esita a definire “i più grandi che abbia sfidato”. Eppure, nonostante le lunghe battaglie affrontate, si fa fatica ad associare Bugno e Indurain alla sofferenza. Che nel ciclismo c’è, s’intende: è una delle sue componenti, lo permea, non ci si può scendere a patti. Ma c’è sofferenza e sofferenza: quella di un capitano che perde le ruote dei migliori a cinquanta chilometri dall’arrivo non è la stessa del gregario che taglia il traguardo con venti minuti di ritardo, o quella del velocista proteso in avanti a settanta all’ora.

©Casquetteurs

Bugno e Indurain sembrano non aver mai frequentato la sofferenza più lancinante, che trasfigura. Forse negli ultimi anni di carriera, mai però durante le loro migliori stagioni. Bugno, che di corse ne ha perse tante, manteneva uno stile etereo persino nella giornata più difficile: non soffriva mai, al massimo non riusciva a sfruttare il potenziale del quale disponeva. Per non parlare di Indurain: abile in salita e immaginifico nelle prove contro il tempo, era sempre padrone della situazione anche quando i diretti avversari gli prendevano un paio di minuti. Chiappucci, invece, per lottare ad armi pari con Bugno e Indurain ha sempre dovuto soffrire come un cane: inventandosi attacchi folli, imprimendo alla gara un ritmo infernale, disegnando una corsa nella corsa.

Questi sforzi proverbiali hanno fatto sì che il campionario di soprannomi per riferirsi a Claudio Chiappucci diventasse sterminato: l’Indio, per via dei capelli neri e i lineamenti vagamente somiglianti; Monzón, il pugile argentino col quale condivideva il naso schiacciato; Bull, come lo chiamava Gianni Mura rifacendosi al suo aspetto taurino; come se non bastasse, anche Andreotti, dato che incassava spesso la testa nelle spalle. L’abitudine di Chiappucci alla sofferenza più svuotante viene da lontano. I suoi genitori venivano da Bagnone, Lunigiana. Poi si trasferirono a Uboldo, Varese. Come riporta lo stesso Mura, “il filetto alto tre dita non gli è mai mancato” ma fare i mercati comporta una vita piena di sacrifici e stanchezza.

Il padre, Arduino, morì nel 1985: fece appena in tempo a vedere il figlio tra i professionisti. “È l’uomo duro e tenace quello che ha più forza: ecco l’insegnamento più grande che mi ha dato”, ricorda Chiappucci. La madre, Renata, se n’è andata nel gennaio del 2016. È stata la figura che ha continuato ad accompagnare il figlio nella sua carriera da ciclista. Celebre una delle poche foto pubbliche la ritrae. Chiappucci sta stupendo il mondo del ciclismo continuando a vestire la maglia gialla del Tour de France 1990 (“…la prima in assoluto che ho vestito è sicuramente uno dei ricordi più emozionanti della mia vita”). Lui, sorridente e sognante, guarda lontano; la madre, con gli occhi lucidi, gli appoggia una mano su una guancia mentre con l’altra gli cinge la nuca: come se, idealmente, lo stesse tenendo in collo ancora neonato. La signora Renata ha un’acconciatura e un vestito casalingo, provinciale: sono passati trent’anni, che non sono pochi, ma la sensazione è che in questi trent’anni sia cambiato tutto troppo in fretta. Le abitudini, la postura, la voce: perfino il volto.

Ci sono due momenti che fanno capire a Chiappucci che la sofferenza sarà il suo contrappasso. Il primo è datato 1986. Al Giro di Svizzera impatta violentemente contro un’auto. Le conseguenze pesano come macigni: clavicola e tibia disintegrate.

“Avevo poco più di ventitré anni ed ero fermo, immobile su un letto d’ospedale. Intanto, il gruppo continuava a girare, a correre. Le cose continuavano a succedere e io ero lì, fermo. Mi dissi che non poteva essere già tutto finito”.

Dopo un 1987 passato a rimettere insieme i pezzi, nel 1988 si trova in mezzo alla bufera del Gavia.

“Quando mi chiedono di nominare un passo, la mia mente va subito a quel giorno. Penso non ci sia molto da aggiungere. Ricordo però di aver pensato mentre pedalavo: se supero una giornata del genere, niente potrà farmi più paura”.

In Chiappucci si è ormai formata una parte di quella che sarà la sua identità. Per far sì che essa raggiunga la sua completezza, è necessaria l’esperienza del Tour de France 1990.

 

@Claudio Chiappucci, Twitter

Mai Claudio Chiappucci avrebbe pensato di trovarsi a quarantott’ore da Parigi in maglia gialla. “Come avevo detto a Boifava, io in quel Tour volevo soltanto giocarmi le mie carte e capire se avevo o no la stoffa per stare a quei livelli”. L’incidente è alle spalle e in più, sul finire del 1989, Chiappucci si è finalmente sbloccato tra i professionisti conquistando Coppa Placci e Giro del Piemonte. La seconda tappa del Tour de France 1990, la prima in linea considerando il prologo nel segno di Thierry Marie, corre intorno al parco tematico di Futuroscope. La fuga di giornata non è una di quelle classiche, destinate a morire: ci sono Bauer, Maassen, Pensec e Chiappucci. La tappa va a Maassen e la maglia gialla a Bauer ma la notizia di giornata è un’altra: il gruppo accusa un ritardo di dieci minuti e mezzo. Con lo scorrere del tempo e delle energie, Bauer cederà il primato prima a Pensec e poi a Chiappucci che, ironia della sorte, veste di giallo al termine della cronometro di Villard-de-Lans. Greg LeMond, campione in carica, inizia una rimonta selvaggia. Se andrà a buon fine, il merito è dello stesso Chiappucci.

L’italiano, pur festeggiando con la squadra alla fine di ogni giornata, è sofferente: sa che il vantaggio potrebbe non bastargli, conosce se stesso e i suoi avversari abbastanza da capire che la gara è più difficile di quanto i distacchi dicano. LeMond, infastidito da quel Chiappucci basso e tozzo che non ha ancora dimostrato niente, è nervosissimo. “Ricordo che nella tappa di Pau, durante la salita della Marie-Blanche, forò. Davanti c’era Delgado che accelerava e ci provava e io non potei far altro che andargli dietro. All’arrivo LeMond si arrabbiò da morire: arrivò a chiamarmi bandito”. Anche Bugno e Stanga iniziano a mostrare un certo astio nei confronti di Chiappucci: lo accuseranno di cercare con troppa insistenza la collaborazione degli altri italiani, come se loro fossero lì per aiutare lui dato che è in maglia gialla.

LeMond, oltre a dargli del bandito, soprannominerà Chiappucci “cappuccino”. Il californiano risolve la questione nell’ultima cronometro in programma, quella di Lac de Vassivière. I cinque secondi di vantaggio coi quali l’italiano si presenta sulla pedana evaporano dopo qualche chilometro appena. Mantiene il secondo posto per soli tredici secondi su Breukink e sale sul podio ripensando a quello che poteva essere.

Ho peccato d’inesperienza, ammette Chiappucci.

“Attaccavo in continuazione nonostante fossi il leader della classifica, rispondevo a ogni tentativo avversario. Una cosa è certa: se mi fossi trovato in quella situazione anche solo un anno più tardi, quel Tour de France non lo avrei perso. Nelle due stagioni successive si ripresenterà al Tour de France forte di una statura diversa. Dopo averne odiato il carattere, LeMond ci farà pace e arriverà ad ammettere una verità inconfutabile: “Ad avercene, di Chiappucci. Corridori come lui fanno bene al ciclismo”.

Indurain in giallo, El Diablo a pois e Bugno nel Tricolore @Gianni Bugno, Twitter

Clodiò Sciapucsì

Quando gli chiedo cosa ci sia dietro questa sua volontà di non apparire sui giornali o in televisione, Chiappucci quasi si risente. In Italia, vorrai dire, risponde duro. “Hai ragione, comunque. Appaio più sui media francesi che non su quelli italiani. Vuol dire che quello che ho fatto è rimasto”. Per rendere l’idea di quanto sia stimato in Francia, basti pensare che il commento tecnico per la televisione francese della tappa del Giro d’Italia 2015 che terminò al Sestrière e celebrò Fabio Aru venne affidato proprio a Chiappucci.

Dopo l’exploit al Tour de France del 1990, Chiappucci non è più una sorpresa. È uno scalatore che merita rispetto e la maglia gialla indossata per otto giorni hanno trasformato i suoi dubbi in certezze granitiche. Adesso sa che non ha nulla da perdere e che, se vuole togliersi qualche soddisfazione, deve essere vento, tempesta, imprevisto. Il pubblico colombiano che lo vede correre sulle proprie strade, intanto, rimane folgorato da quel corridore così antico e opta per una delle metafore più immediate.

“Alla partenza mi chiamavano tutti Diablo. Mi piaceva come suonava. Tornai a casa, raccontai la storia, ovvero che me lo diedero per il mio modo di interpretare la corsa, e aspettai di vedere che effetto faceva. Evidentemente andava bene”.

La Milano-Sanremo 1991 e la tappa del Tour de France 1992 che portava al Sestrière sono le due imboscate riuscite meglio a Chiappucci. Due imprese accomunate dall’idea assoluta che le ha generate, rese identiche dal risultato ottenuto ma estremamente differenti all’atto pratico. “Io non ero un corridore adatto alla Sanremo. Non ero obbligato a vincerla”, spiega Chiappucci. “Sapevo, però, che a seconda di come si metteva il tempo e la corsa avrei potuto provare qualcosa. Il percorso lo conoscevo bene e alla Liguria sono sempre stato affezionato: difatti ho vinto anche il Giro dell’Appennino e ad Alassio ho vissuto il mio primo ritiro da professionista”. A ventisette anni di distanza, l’ultimo ciclista ad aver vinto la Milano-Sanremo partendo sul Turchino è ancora lui. “Dal tratto in discesa”, precisa con una punta d’orgoglio. “Feci allungare il gruppo da Bontempi. Pioveva e immaginavo che nessuno, con tutti i chilometri che mancavano, fosse disposto a prendersi rischi eccessivi. Ho immaginato giusto ed è andata com’è andata”.

@Claudio Chiappucci. Twitter

La tredicesima tappa del Tour de France 1992, come detto, ebbe un esito analogo ma si sviluppò diversamente. Chiappucci anticipò i tempi. “Sentivo che in quella giornata avrei potuto fare qualcosa di importante. Avevo le stesse sensazioni della Sanremo. Quando, dopo pochi chilometri dalla partenza, il gruppo si accorse che non c’ero più, era già troppo tardi”. L’ultimo a cedere è Virenque, piantato in asso da una frase memorabile: “Meglio soli che mal accompagnati, gli dissi e dissi a me stesso quando lui mi fece intendere che, avendo Marie dietro, sarebbe rimasto passivo”. I telegiornali italiani, intanto, diffondono la notizia: c’è Chiappucci in fuga, mancano centoventisei chilometri all’arrivo ed è da solo.

Attaccherò”, aveva detto la mattina alla televisione francese.

“Non ci credo”, ripeteva imbestialito quando saliva e scendeva dalle montagne e dalle moto veniva a sapere che dietro, a tirare il grosso del gruppo, c’era la Gatorade di Bugno. “Risalire la Val di Susa, in perenne ascesa e controvento, è stato molto difficile. Sul Sestrière avevo tanti pensieri: pensavo che tutti quei tifosi erano davvero pericolosi ma erano lì per me, e allora mi gasavo e sbracciavo per farli allargare. E poi pensavo a Coppi e a mio padre: a Coppi perché quarant’anni prima vinse dove stavo andando a vincere io e, senza voler fare paragoni, stavamo scrivendo una pagina dello stesso libro; e anche a mio padre, che conobbe da vicino Coppi avendolo affiancato in Africa negli anni della guerra e ne diventò tifosissimo”. Eppure, mentre Chiappucci fa la storia, in maglia gialla ci va il solito Indurain.

Indurain è il motivo per il quale Chiappucci è diventato il Chiappucci che abbiamo conosciuto. “Spero si sia capito che uno così va attaccato. Chi pensa di poter aspettare le cronometro senza fare nulla è un illuso”: quante volte lo ha ripetuto, incassando risposte a metà tra la pernacchia e l’invito a lasciar perdere. “Voi che avete visto correre Merckx, era così?”, chiedeva atterrito ai giornalisti al seguito della carovana dopo l’ennesima batosta nelle prove contro il tempo. Non ci si diverte a dover attaccare tutti i giorni, a mettere in gioco quotidianamente tutto quello che si ha. “È che non avevo altra scelta. Sia chiaro, più una gara era dura e più ero a mio agio. E invece, ai miei tempi, le salite bisognava andarle a trovare col lumicino. Se i Tour de France di allora fossero stati disegnati come quelli odierni, sarebbe stata un’altra musica per i miei avversari. Anche tappe di cinquecento chilometri mi andavano bene: tutto, pur di fare emergere le mie qualità. Però, nonostante il piglio che mi contraddistingueva, io mi lanciavo all’attacco con quella frequenza soltanto perché ero obbligato. Non potevo rimanere a ruota, aspettare, temporeggiare. La bravura stava nel capire come si stava mettendo la corsa. Nella tappa del Sestrière, ad esempio, volevo lasciare il segno: ma non così, non stando in fuga per oltre duecento chilometri. È il bello della gara, che oggi si è forse un po’ perso”.

Tifosi lungo il Sestrière. ©velodenz, Flickr

Chiappucci ha ragione. L’assolo di Froome tra Colle delle Finestre e Jafferau al Giro d’Italia 2018 è ciò che di più diverso ci sia dalle imprese del passato: organizzato passo dopo passo il giorno prima, la fantasia cedeva ancora una volta il passo alla scienza. Anche per questo Hinault non vede di buon occhio Froome mentre di Chiappucci arrivò a dire che i corridori francesi, piuttosto che stare al coperto in gruppo, avrebbero dovuto emularlo.

Ma più della Sanremo e del Sestrière, il manifesto di Chiappucci è la sesta tappa del Tour de France 1992. Da Roubaix a Bruxelles, un percorso nervoso con un tratto di pavé negli ultimi chilometri che fa scivolare una quarantina di corridori. Chiappucci scappa una prima volta alla mattina, poi una seconda volta, decisiva, nell’ultima ora di gara. Si porta dietro anche LeMond e Jalabert, che vince la tappa. Ma in una giornata da passisti e uomini da classiche, l’italiano guadagna più di un minuto e mezzo tra vantaggio reale e abbuoni a Bugno e Indurain. Ve li do io i tatticismi, esclamò inorgoglito ai giornalisti che lo aspettavano subito dopo la linea del traguardo.

In Francia gli attaccanti sono amati e valorizzati più che altrove, non c’è niente da fare. E la Francia era entrata nella vita di Chiappucci ben prima che lui entrasse nel ciclismo. Se non fosse stato ciclista, sarebbe stato calciatore. Gli piaceva giocare ala e invece l’allenatore lo metteva dietro. Uno screzio ripetuto qualche volta diventa motivo di divorzio e così fece Chiappucci: lasciò il pallone per la bici e la prima corsa la vinse a quindici anni scappando su una salitella e arrivando da solo. Calciatore preferito? “Se devo dirne uno, dico Platini”. Questione di affinità tra spiriti liberi.

Marco Pantani, varie ed eventuali

Spesso, col secondo posto dietro a Indurain al Tour de France 1992, si tende erroneamente a pensare che la carriera di Chiappucci finisca lì. Si può dire, forse, che non regalerà altre prestazioni ai limiti dell’umano: guai, però, a far coincidere la fine della sua carriera con la tappa del Sestrière. Vincerà ancora al Giro e al Tour, a San Sebastián, la Tre Valli Varesine e il secondo Giro del Piemonte della sua carriera. Nel 1993 è terzo al Giro e sesto al Tour, nel 1994 conclude la corsa rosa in quinta posizione. Gli scivolano dalle mani e dalle gambe almeno un Lombardia e un mondiale, quello di Agrigento.

“Stavo benissimo, mi sentivo forte come poche altre volte. Ad Agrigento e a Duitama potevo fare il colpo grosso e invece ho preso la medaglia d’argento al primo e niente al secondo, perché mi ritirai. Essere forti e sicuri di sé può portare a giudicare con sufficienza tutto il resto. Io, perché mi sentivo lucido e potente, ho perso un mondiale”.

 

@Claudio Chiappucci, Twitter

Il 1995, l’ultima grande stagione di Chiappucci, è un inno alla duttilità: quinto alla Sanremo, quarto al Fiandre, settimo alla Liegi, quarto al Giro d’Italia, undicesimo al Tour de France, primo alla Escalada a Montjuïc e al Giro del Piemonte, sesto al Lombardia e primo alla Japan Cup. Oggi, per ottenere un simile ruolino di marcia, dovremmo combinare i risultati di almeno tre corridori.

Tra reali e attribuite, a quanto ammontano le rivalità che hanno coinvolto Chiappucci? “Indurain, senza ombra di dubbio. Se non ci fosse stato lui, un Tour de France l’avrei portato a casa. Con Moreno Argentin, anche: non ci sono mai andato d’accordo, a differenza di Indurain”. La più grossolana tra quelle attribuite è quella che lo contrappone a Pantani:

“Eravamo anche in camera insieme, ditemi voi se uno condividerebbe mai la camera con uno che non può vedere”.

Vero, anche se in più di una occasione i due si sono pestati i piedi. “Falso anche questo. Io ero già capitano, non c’era nessuna invidia da parte mia. Lui era talentuoso e giovane, per questo al Giro del 1994 fece un po’ come gli pareva. Ma insieme avremmo potuto fare sfracelli. Due attaccanti così forti e così imprevedibili. Se Marco fosse restato con me, tanto dal punto di vista sportiva quanto da quello umano, forse oggi racconteremmo un’altra storia. La gelosia e la malizia delle altre persone che gli gravitavano intorno lo hanno rovinato.

Il Pantani che ho conosciuto io era molto diverso da quello successivo, che io non ho mai conosciuto”.

E infine la più accesa: quella con Bugno. Reale, questa, anche se a detta di Chiappucci a volte erano gli entourage dei due a gettare benzina sul fuoco. “Bellissima rivalità. E se vi dicessi che oggi io e Gianni siamo buoni amici?”.

 

Ciclismo oggi

Chiappucci si è ritirato da un bel po’ ma in bicicletta ci va sempre perché “non avevo più voglia di competere, mica di pedalare. La passione c’è ancora”. Guarda il ciclismo di oggi seppur con un’uggia che gli impedisce di apprezzarlo del tutto. Salva Nibali e Valverde, eliminerebbe gli auricolari e non capisce il senso delle Continental. “Non sono né carne né pesce. Professionisti a vent’anni, praticamente. Ed è sbagliato, perché non tutti sono portati a quegli sforzi e a quelle responsabilità fin da giovani. E poi ci lamentiamo che tanti si perdono o non sbocciano o partono bene per poi eclissarsi. Quando passai professionista io, mi sembrava una cosa grandissima. E fino ai ventisette anni ho raccolto poco”.

@Claudio Chiappucci, Twitter

Non ha difficoltà nel riconoscere la naturalezza dei tanti cambiamenti avvenuti: d’altronde, bici e percorsi non sono mai rimasti uguali nel tempo. Quello che proprio non gli va giù è l’obbedienza dei corridori. “Magari mi sbaglio, ma quando sento dire a qualcuno che non farà il Giro d’Italia o il Tour de France penso sempre che non sia una sua decisione. Avranno deciso i direttori sportivi, gli sponsor o il procuratore. La mancanza di personalità che affligge la maggior parte dei ciclisti odierni dipende direttamente dall’uso smodato che si fa della tecnologia.

Ci sono corridori che hanno vinto più di me, nel gruppo attuale: ma preferisco avere carattere che risultati”.

Va capito, Chiappucci: è il giornalista che pone la domanda scomoda in un’aula di accondiscendenti, l’assolo di chitarra elettrica in una chiesa, è De André che ancora adolescente compra il montgomery bianco perché tutti ce l’hanno nero. Gli chiedo se per caso, negli ultimi tempi, ha trovato un corridore che gli ricordasse il suo modo di interpretare la gara. “No”, mi risponde netto. “Sinceramente no”.

 

Foto in evidenza: ©Wikipedia

 

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.