Richard Carapaz ipoteca il Giro d’Italia 2019 nel giorno più difficile della corsa.

 

 

Nevicava, quando Tullio Campagnolo scese di bicicletta per togliere la ruota posteriore. La fatica e il maltempo, tuttavia, resero quella semplice azione un calvario; bisognava trovare un rimedio a quello spreco di tempo e lui lo trovò: lo sgancio rapido, una leva che blocca e sblocca a piacimento il meccanismo inventato. Sembra sia la prima grande invenzione di Campagnolo, datata 1927. Non stava correndo il Giro d’Italia, bensì il Gran Premio della Vittoria: fatto sta che l’inconveniente ebbe luogo sul Croce d’Aune, che da allora porta con sé uno spirito rivelatore, lo stesso che pervade il gruppo alla vigilia della ventesima tappa del Giro d’Italia 2019. La strada, impietosa, è pronta a smascherare eventuali inganni. La Cima Campo è il campo base di giornata: è da qui che inizia la scalata alla classifica generale del Giro d’Italia 2019, tornare indietro è impossibile.

La corsa, e non avrebbe potuto essere altrimenti, esplode fin da subito come al lancio di una bomba; i corridori la interpretano con la stessa veemenza del vento che ha reso irriconoscibile il Manghen, la salita che rivela un irreversibile cambio nelle gerarchie del ciclismo mondiale. Emergono nomi nuovi: Masnada, Ciccone, Sivakov, Carapaz. Nibali sente il peso degli anni, di un sogno italiano che non è in grado di realizzare, gli manca quel cambio di ritmo che qualche anno fa aveva. Il Manghen, in seguito all’annullamento del Gavia, è la Cima Coppi del Giro d’Italia 2019 e infatti l’ha conquistata un Fausto: Masnada, appunto, una delle rivelazioni più belle delle ultime tre settimane. Nella successiva discesa la situazione è già scolpita nella certezza: la Movistar è in assoluto controllo, Nibali e Roglič dovranno accontentarsi. Eppure il gruppo si destreggia furente fra gli alberi, con la paura d’arrivare al traguardo e non trovarlo più lì, di non trovare più niente, un Giro d’Italia terminato prima della conclusione ufficiale.

©Claudio Bergamaschi

Cosa ci ha detto questo Giro d’Italia? Che Carapaz, per prima cosa, non pronuncerà mai le parole che Buzzati mise in bocca al personaggio d’un suo racconto, “Notte d’inverno a Filadelfia”: “Le montagne! Mai le aveva viste da vicino; erano straniere, esageratamente belle, tutte sbagliate”. Altro che sbagliate: Carapaz è stato lo scalatore più forte del Giro d’Italia 2019, in grado di rispondere alla sufficienza di Nibali e Roglič con una freschezza che atterrisce. Sul traguardo ha la faccia seria e tranquilla di chi non ha vinto per caso, talmente sicuro dei propri mezzi da spostare Landa con una mano per sostituirlo e aiutarlo in testa al gruppo: sperava vincesse il suo compagno, invece ha trionfato Pello Bilbao, ma il Giro d’Italia è suo. La sua compagna ha detto che il successo di Carapaz “es algo que no me esperaba”: non ce l’aspettavamo nemmeno noi, ma la legge del più forte è inattaccabile. Abbiamo avuto poi l’ennesima conferma che il ciclismo non ha la stessa immediatezza di altri sport: gli sloveni, che di cultura in materia evidentemente ne hanno poca, hanno imperversato.

Il primo a congratularsi con Landa e Carapaz è stato Vincenzo Nibali, ammirevole per piglio e ideale. Non prendiamoci in giro, però: c’è sconfitta anche nel cuore di chi lotta. Nibali voleva vincere la corsa e l’ha persa, punto e a capo: al massimo si può parlare di sconfitta più dolce, di vincitori morali, ma Nibali sarà d’accordo con noi sull’inutilità di queste espressioni. Rimane un fuoriclasse: verosimilmente terminerà al secondo posto della classifica generale dieci anni dopo aver raggiunto lo status di riferimento del ciclismo mondiale, rarissimo esemplare di corridore per diverse stagioni ad altissimi livelli. Ha la stessa serenità di Bartali quando finalmente si arrese alla superiorità di Coppi, una splendida giornata che va verso il buio consapevole che anche il tramonto può regalare dei bagliori.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.