Alla Parigi-Roubaix il tempo si ferma

Philippe Gilbert risorge e conquista la quarta classica monumento della sua carriera.

 

Philippe Gilbert ha un sogno: vincere le cinque classiche monumento. Dopo aver primeggiato al Giro di Lombardia, alla Liegi-Bastogne-Liegi e al Giro delle Fiandre, e dopo aver mancato l’appuntamento alla Milano-Sanremo, si è presentato alla Parigi-Roubaix di quest’anno circondato dallo scetticismo. Il ritiro al Fiandre aveva sollevato un discreto chiacchiericcio intorno alla sua integrità e lui stesso, tra il serio e il faceto, aveva sviato l’attenzione affermando che la Parigi-Roubaix si è concessa più volte anche ai meno giovani. “Ho ancora tempo”, aveva concluso. Anche Joseph Areruya ha un sogno: correre in bicicletta. Meno ambizioso di Gilbert, certo, ma a ragione: nascere in Ruanda significa anteporre il realismo alla fantasia, al massimo saranno il talento e la fortuna a indicargli la strada giusta. I compagni della Delko Marseille lo chiamano “Alleluia” e il suo piatto preferito sono gli occhi di capra. Come il 60% dell’attuale popolazione del Ruanda, Areruya è nato dopo il massacro che decimò la popolazione nel 1994. È il primo nero africano a partecipare alla Parigi-Roubaix. Gilbert e Areruya sono le due facce della Parigi-Roubaix 2019: una corsa strana, per certi versi nuova, per tanti altri imprevedibile.

Alla vigilia i dubbi superavano di gran lunga le certezze. Non si sapeva, ad esempio, chi fosse il corridore di riferimento: secondo i bookmakers Sagan, ma i bookmakers lavorano sulla teoria, e la pratica spesso finisce per discostarvisi molto. E cosa pensare poi della Quick-Step, dispersa proprio sul più bello dal tremolio delle pietre? Boonen, per doveri di partito, ha preso diversi granchi: aveva pronosticato Jungels al Giro delle Fiandre, sbagliando, mentre per la Parigi-Roubaix sceglie Asgreen, improbabile che possa lasciare un segno. Un altro dilemma coinvolge direttamente l’organizzazione, che avrebbe dovuto avere il buon senso di spiegare i motivi dietro l’esclusione della Corendon-Circus di van der Poel a vantaggio della Vital Concept. Infine, il classico dubbio che tutto sconvolge e niente risolve: chi sopravviverà alla corsa più cruda dell’anno?

La giornata ora smentisce, ora conferma. Trentin è sempre davanti finché la corsa non entra nel vivo, probabilmente vincere a febbraio lo ha ingannato. Van Aert, come van der Poel la scorsa settimana al Giro delle Fiandre, sprizza classe e ingenuità da tutti i pori, d’altronde i venticinque anni sono uno scoglio imponente e magnifico da conquistare per tutti. Naesen, che in settimana si chiedeva retoricamente come non mettersi tra i favoriti con una forma del genere, perde l’attimo buono, così come l’intera Trek-Segafredo. Non è stato da meno Van Avermaet, coraggioso quando il tempo del coraggio era già scaduto, l’ennesima primavera conclusa a testa alta e a tasche vuote. Boonen, che a forza di castronerie sta sciupando il mito faticosamente costruito, perlomeno ha scelto il partito buono: stavolta la Quick-Step ha saputo mettere in strada quel che custodiva nella testa e nelle gambe.

Quando Sagan ha accelerato, alcuni sono stati lesti a prendergli la ruota: sanno che quando si muove in prima persona difficilmente sbaglia. Fu così al campionato del mondo di Richmond nel 2015, al Giro delle Fiandre del 2016 e alla Parigi-Roubaix dello scorso anno. Potrebbe essere la corsa che lo rimette al centro dell’universo, dopo che Alaphilippe, Van Aert e van der Poel hanno cercato di usurpargli il trono. L’azione è giusta, come volevasi dimostrare: peccato che la portino avanti gli altri, che i suoi muscoli decidano di pietrificarsi al momento sbagliato. La giostra che aveva messo sapientemente in piedi si guasta: perfino Vanmarcke, che se fosse un bambino sarebbe quello che non arriva a prendere il pupazzo per un pelo, glielo fa notare riprendendolo e affiancandolo. La Parigi-Roubaix, a quel punto, si sta decidendo da un’altra parte, giusto poche centinaia di metri più avanti: Politt maschera la stanchezza con la baldanza di chi si è mosso alla perfezione, Gilbert simula un esercizio di stretching per far passare davanti il tedesco, ché Lampaert non deve rientrare. “Meglio non fidarsi dei gregari”, riflette Gilbert, “anche loro vogliono vincere se lo sviluppo della gara glielo permette”.

Forse è giunta l’ora di smettere di usare l’appellativo di “Inferno del Nord” quando si parla della Parigi-Roubaix. Glielo affibbiò un giornalista che seguì un’edizione del primo dopoguerra riferendosi alle condizioni disastrose del paesaggio. La corsa oggi attraversa uno scenario diverso: a bordo strada ci sono famiglie, birra e camper, mentre il gruppo transita davanti a una moltitudine di villette col giardino ben curato. Philippe Gilbert è vecchio quasi quanto la Parigi-Roubaix. Invecchiare dev’essere pesante e per combattere questa sgradevole sensazione ha trovato un antidoto magico: cercare di vincere le cinque classiche monumento, “un sogno che mi mantiene giovane”, ha ripetuto più volte. Nella volata ristretta con Politt, ha fatto pesare sornione tutta la sua esperienza. Dopo il traguardo, il volto provato e il baffo ispido rivelavano un Philippe Gilbert finalmente libero di potersi mostrare anziano, saggio, stanco. L’unico rimedio è rimettersi in sella pedalando verso la Milano-Sanremo: c’è ancora un buon motivo per sentirsi giovani.

 

Foto in evidenza: ©Caffè&Biciclette

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.