All’aria aperta, alla luce del giorno

Quello che non hanno fatto le salite lo ha fatto il vento.

 

 

La decima tappa del Tour de France 2019 ha le sembianze d’un bilancio: si ripensa alle frazioni affrontate, si dà un’occhiata alle prossime, si spera che il riposo previsto per domani arrivi il prima possibile; il tempo trascorso dalla partenza di Bruxelles viene misurato con l’abbronzatura perfezionata, con quella vena che dieci giorni fa non c’era e invece eccola lì, come se ci fosse sempre stata; sono pochi i conti che tornano, molti di più quelli che invece vengono momentaneamente accantonati perché magri o irrisolvibili. La Saint-Flour-Albi è una tappa adatta ai velocisti, anche se l’altimetria segnala che i gran premi della montagna da affrontare sono quattro e che il chilometraggio sfonda il muro dei duecento chilometri per la quinta volta in appena dieci giorni. Non esistono frazioni facili, al Tour de France, questo è innegabile; tuttavia, è altrettanto innegabile che non tutte sono complesse, esigenti e nervose in egual maniera: quella di oggi è una delle più leggere, dunque tra un rifornimento e una côté c’è davvero il tempo per lasciar fluire i pensieri.

Würtz Schmidt non ha ancora capito in che direzione incanalare il suo talento, mentre ha capito benissimo in che direzione mandare la sua bicicletta: in avanti, in fuga; ne ha centrate tre, come Rossetto e Offredo, i migliori in questa speciale – e inesistente – classifica. Anche Turgis è leggermente malinconico: pensa a suo fratello minore, Tanguy, costretto al ritiro dalle corse a causa d’una malformazione cardiaca ormai un anno fa; nel 2018 fu il più giovane a concludere la Parigi-Roubaix dal 1939. Si sarebbero potuti divertire, al Tour de France, provando a mettere nel sacco il gruppo. Gallopin, al contrario, è un uomo nuovo: le fasciature non lo ricoprono più e come ha detto a Marion Rousse, compagna nonché ex professionista su strada, “la mia corsa comincia oggi”. Se possibile, Berhane è ancora più gasato: è l’unico corridore di colore al Tour de France 2019 e ha un paese, l’Eritrea, che in questi giorni vive per lui; il ciclismo lo emoziona tuttoggi proprio come la neve che vide per la prima volta pochi anni fa, appena arrivato in Europa per allenarsi al World Cycling Center di Aigle. Gli ultimi due scapigliati, Eiking e Schär, sono i più taciturni e regolari: il primo viene scrutato con insistenza, dato che alla Vuelta del 2017 venne allontanato dalla FDJ per scarso impegno alla vigilia dell’ultima tappa  – sia mai voglia ripetersi e mandare a monte una giornata di lavoro; il secondo, forse perché è il più anziano e maturo della combriccola, non ha particolari struggimenti, dunque fa il suo turno in silenzio. Poi, improvviso e mai evocato per paura di propiziarlo, è arrivato il vento.

Quando, possibilmente in una zona aperta e con larghe strade che la attraversano, si alza un certo tipo di vento – laterale ma non troppo, a favore ma fino ad un certo punto -, c’è la possibilità di aprire un ventaglio, ovvero una formazione adottata da un numero esiguo di ciclisti che mira a metterne fuori gioco il maggior numero possibile. Purtroppo per chi non se ne accorge in tempo, la Francia abbonda di vento, di zone aperte e di larghe strade che la attraversano. È un vento diverso da tutti gli altri: confonde i gruppi, mescola i risultati, spazza via le paure e le sostituisce e con le responsabilità; è una corrente che sorprende passisti scafati, velocisti possenti, scalatori resistenti. L’aria colma il vuoto tra i fuggitivi e la prima parte del gruppo, mentre scava una voragine tra questo e tutti gli altri che si formano, minuscole roccaforti che punteggiano la campagna francese provando a difendersi da un nemico che non ha né forma né voce. È lo stesso luogo in cui si perdono le imprecazioni di Porte, Fuglsang, Pinot, Urán e Landa: nel vento.

Siccome la tappa è diventata definitivamente qualcos’altro – ovvero è passata da normale a imprevedibile -, è lecito aspettarsi che il nome del vincitore non sia uno di quelli canonici. Una giornata anormale, infatti, non poteva non premiare un corridore straordinario come van Aert: straordinario nel senso di fuori dall’ordinario e straordinario nel senso di impressionante, considerando che quello in corso è il suo primo Tour de France eppure sta correndo come se negli ultimi dieci anni non avesse fatto altro che passare ogni benedetto luglio sulle strade francesi. Ad Albi, il gruppo c’arriva al termine di una giornata particolaramente densa d’avvenimenti, di colori e di sensazioni: la bella stagione, il caldo e il vento, tutto quello che circonda il Tour de France – urla, imprevisti e adrenalina comprese. E allora torna comoda la frase che Henri de Toulouse-Lautrec, pittore e probabilmente il più illustre cittadino di Albi, si sentì dire da suo padre quando compì dodici anni: “Tieni sempre a mente, figlio mio, che soltanto la vita all’aria aperta e alla luce del giorno è davvero salutare: qualunque essere, privato della libertà, si immiserisce e muore in breve tempo“. Ecco perché i corridori sono magri, discreti, talvolta dimessi eppure mai miseri; ecco perché ci perdiamo nel Tour de France: perché ci permette d’evadere dimenticando le grigie responsabilità della quotidianità.

 

 

Foto in evidenza: ©Rik Verbrugghe, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.