Alexey Lutsenko conquista una bellissima e struggente vittoria di tappa alla Tirreno-Adriatico.

 

Asdrubale schierò le sue truppe per la battaglia del Metauro con la sensazione che risultarne vincitori sarebbe stato davvero difficile. Circa trentamila uomini e una decina di elefanti, infatti, non bastarono a sconfiggere l’esercito romano. Non contenti del trionfo militare, i romani mozzarono la testa di Asdrubale e arrivarono fino in Puglia per gettarla nel campo nel quale Annibale, suo fratello, lo stava aspettando. Sulle strade della quarta tappa della Tirreno-Adriatico spira un vento autentico. Il manto stradale non aiuta certo a distendere i nervi tesi. È inutile avere le colline più belle del mondo se le strade per arrivarci sono sconnesse e pericolose. I corridori non sono pagati per dare spettacolo; e chi se ne frega se cinquant’anni fa i campioni correvano su sentieri assai peggiori. Uno sbaglio ripetuto mille volte non deve diventare né norma né giustificazione. È su queste strade, dato che non ce ne sono altre, che Alexey Lutsenko capisce che la battaglia sta vivendo una stasi. Consapevole di avere gambe forti e spalle protette, imita il Metauro: cerca di farsi acqua adattandosi alla corrente della corsa.

Da ragazzo Lutsenko teneva attaccato in camera un solo poster: quello di Alexandre Vinokourov. Effettivamente partire a trentacinque chilometri dal traguardo è un diversivo che a Vinokurov sarebbe piaciuto. Ne ha fatte tante, di belle azioni. Anche lontano dalla corsa si è dato parecchio da fare, Vinokurov: e allora sarebbe preferibile non accostarlo sempre e comunque a un giovane kazako che corre alle sue dipendenze. Insomma, Lutsenko dovrà essere bravo a capire quali imprese di Vinokurov imitare e quali, invece, sarebbe meglio evitare. Negli ultimi anni, intanto, ha preso le misure: un campionato del mondo, una tappa al Giro di Svizzera, alla Parigi-Nizza e alla Vuelta a España. Anche la prima ascesa al Colle dei Cappuccini gli serve per prendere le misure, dato che dovrà affrontarla un’altra volta. Capendo bene l’italiano, Lutsenko legge il nome della salita che gli s’impenna davanti e sorride.

Ne ha di storie da raccontare, il vecchio Lutsenko. È vecchio anche se ha solo ventisei anni. Ne aveva molti meno quando suo padre diventò prete e si separò da lui e da sua madre. Ci sono sempre di mezzo i santi, quando si parla di ciclismo: quelli che guardano dall’alto, quelli che sta pregando Lutsenko, quelli che non ha bisogno d’avere accanto Fuglsang e quelli che stanno bestemmiando Roglič e Formolo. Se Lutsenko dovesse indicare un percorso adatto alle sue caratteristiche, sarebbe questo: ventoso, nervoso, succoso. Sulle salite si difende bene. Per simulare la rarefazione dell’ossigeno, da ragazzo usava un metodo infallibile: rulli, garage e una maschera. Sul Colle dei Cappuccini la maschera non serve. Siamo a poche centinaia di metri sul livello del mare, voltandosi si vedono Roglič e gli altri che provano a rientrare, ma buttando lo sguardo in avanti si vede lo striscione d’arrivo di Fossombrone. Mirco Maestri, invece, i suoi traguardi li raggiunge via via nel corso della tappa. L’ultimo, per lui, è il meno importante: raggiungerlo gli serve soltanto per avere la possiblità di vincere tutti gli altri il giorno dopo. I santi lo guardano con interesse: ha una costanza invidiabile, quel ragazzo.

Arrivato a quel punto, Lutsenko si era fatto un’idea precisa e gloriosa: entrare in città da solo, colto nel momento regale del massimo sforzo fisico, come fece Annibale scavalcando le Alpi con gli elefanti. Pensando in grande si è dimenticato le basi: ha ripreso a pedalare prim’ancora che una delle ultime curve terminasse ed è scivolato. Improvvisamente ha capito cosa deve aver provato Fabien Grellier, il corridore che Lutsenko stesso ha riacciuffato a cento metri dall’arrivo posto in cima alla Montagna Verde, in Oman. Dopo quella vittoria era scoppiato in un pianto liberatorio. Per una volta il giornalista che ha posto la domanda più banale del mondo ha avuto una risposta terribile e magnifica. “A mia moglie”, singhiozzò Lutsenko. “Dedico questa vittoria solo e soltanto a mio moglie. Recentemente ha perso i gemelli che portava in grembo. Per lei, per me e per nostra figlia di cinque anni è stata una botta tremenda”. A Fossombrone Alexey Lutsenko non esplode di gioia ma crolla sotto il peso di emozioni opposte ma amalgamate dal momento: è il momento di dire arrivederci alla tristezza e di godersi, finché c’é, uno scampolo di tenerezza.

 

Foto in evidenza: ©Tirreno-Adriatico, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.